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giovedì 23 settembre 2021

India - A 3 mesi dalla scomparsa, ricordo di padre Stan Swamy, difensore dei diritti degli indigeni, morto in carcere a 84 anni.

Osservatorio Diritti
Padre Stan Swamy è morto in India a 84 anni dopo nove mesi di carcere. Aveva dedicato la sua vita a popoli indigeni ed emarginati. Incastrato sulla base di accuse mai provate, era accusato di essere un fiancheggiatore dei terroristi. Lo ricordiamo a 2 mesi dalla morte


Padre Stan Swamy si è spento lo scorso 5 luglio, in un ospedale di Mumbai, in India, dove era stato trasferito dal carcere in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Il prete gesuita, che ha combattuto tutta la vita per i diritti degli Adivasi (i popoli indgeniautoctoni del Subcontinente) nelle foreste più remote del Paese, era in cella da 9 mesi, nella prigione di Taloja a Mumbai, nonostante avesse 84 anni e fosse gravemente malato di Parkinson. Ma, soprattutto, come altri attivisti e voci critiche, era in carcere sulla base di accuse mai provate.

La sua morte è arriva dopo accese proteste e accorati appelli internazionali per la scarcerazione dei prigionieri politici in India, soprattutto in tempo di Covid-19.

È proprio nella cella in cui era rinchiuso da mesi, in condizioni deplorevoli, che l’anziano gesuita-attivista aveva contratto il coronavirus durante la violenza della seconda ondata pandemica, che ha messo in ginocchio il Paese.

Nei giorni precedenti la sua morte, l’Alta Corte di Mumbai stava valutando una petizione avanzata dallo stesso Swamy per il suo rilascio su cauzione per motivi medici. Come in altri casi, la giustizia non ha fatto in tempo a mostrare un volto umano: padre Stan è morto da arrestato, in un caso costruito ad arte per incastrare attivisti e pensatori liberi che il governo guidato dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party bolla come elementi “anti-nazionali”.

Il gesuita-attivista vicino agli indigeni dell’India
Father Stan, come il gesuita era chiamato da quanti erano vicini a lui e alle sue battaglie, aveva combattuto contro le brutali uccisioni, gli stupri, le torture, le morti in custodia e i casi di false accuse mosse dalla National Investigation Agency (Nia) – l’agenzia federale che si occupa di terrorismo – contro migliaia di Adivasi innocenti.

Maria Tavernini

venerdì 9 luglio 2021

India il rispetto dei diritti umani in grave crisi! Stan Swamy, gesuita anziano e malato, difensore degli aborigeni arrestato senza prove da 8 mesi e morto di Covid in carcere.

La Repubblica
Swamy, 84anni, lottava per le cause di aborigeni e Dalit Arrestato in ottobre senza prove con la legge antiterrorismo

Padre Stan Swamy  - morto a 84 anni in carcere

Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. 

Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. 

Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.

Quando a ottobre 2020 un’agguerrita task force antiterrorismo dell’Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell’India dell’est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. 

L’accusa è aver fomentato violenze intercasta nel 2018, nel caso “Bhima Koregaon”, e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell’assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. 

Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d’aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.

In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l’arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell’età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così. 

In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribuna- le di poter avere una tazza con can- nuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accani- mento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.

«Questa non è stata una semplice morte», ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, «è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici». «Non è morto, è stato ucciso», le fa eco l’autrice Sonia Faleiro. 

Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di «omicidio giudiziario». E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: «Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte».

Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: «Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia».

Carlo Pizzati