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sabato 25 maggio 2019

Mauritania. Da tre mesi in carcere, Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady, due blogger che denunciarono la corruzione

Articolo 21
Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady hanno terminato oggi il loro secondo mese di detenzione e non è chiaro quanto altro tempo dovranno trascorrere in cella.

Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady
I due famosi blogger, esempio e fonte d'ispirazione per molti giovani della Mauritania, sono stati arrestati il 22 marzo nella capitale Nouakchott dal reparto Crimini economici della polizia per aver fatto "accuse calunniose". 

La colpa di Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady è di aver pubblicato su Facebook una serie di post sulla corruzione all'interno del governo.

Nessun reato dunque. Per di più, i due blogger si sono limitati a riprendere articoli della stampa internazionale secondo i quali gli Emirati Arabi Uniti avevano congelato conti bancari su cui persone vicine al governo mauritano avevano depositato circa due miliardi di dollari. 

Le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere che Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady siano rilasciati.

mercoledì 7 novembre 2018

Attivista ucraina anti-corruzione Kateryna Handzyuk muore per le conseguenze delle ustioni di un attacco con l'acido

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un eminente attivista anti-corruzione ucraina è morta, tre mesi dopo essere stata ferita in un attacco con l'acido.
Kateryna Handzyuk
Kateryna Handzyuk, 33 anni, aveva subito ustioni per oltre il 40% del suo corpo e gravi danni agli occhi in seguito all'assalto del 31 luglio nella città meridionale di Kherson.

La signora Handzyuk, che era anche membro del consiglio comunale di Kherson, aveva subito 11 operazioni nella capitale Kiev.

Il presidente Petro Poroshenko, domenica, ha chiesto che gli assassini siano puniti. Cinque sospetti sono già in carcere.

Non si conoscono le cause esatte del decesso
A settembre, l'attivista - che ha anche partecipato alla campagna contro il separatismo sostenuto dalla Russia - ha pubblicato un video in cui esortava gli ucraini a combattere la corruzione dilagante.

La morte dell'attivista ha suscitato una forte reazione sui social media in Ucraina, manifestando lo sconcerto di monti utenti.

ES

Fonte: BBC News

lunedì 12 giugno 2017

Russia, manifestazioni contro la corruzione, quasi 2.000 arresti. Torna in carcere il blogger Navalni

Il Messaggero
L'oppositore russo Aleksei Navalny è stato arrestato dalla polizia nell'ingresso del condominio in cui abita a Mosca, mezz'ora prima dell'inizio della protesta che ha organizzato nella capitale, contro la corruzione, così come in decine di altre città del paese, ha reso noto la moglie Yulia in un tweet in cui precisa che il marito «mi ha chiesto di dirvi che i programmi per oggi non sono cambiati».



Centinaia di persone sono state fermate dalle forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni di protesta. A Mosca i fermi sono saliti a quota 750. Lo riporta Dozhd che cita l'ong 'Ovd Info'. A San Pietroburgo i fermi sarebbero invece circa 900. Sulla centralissima Tverskaya, dove ieri Aleksei Navalny aveva deciso di trasferire la protesta, prevista, e autorizzata, sulla Sakharova, la polizia ha chiesto ai manifestanti di disperdersi prima di procedere ai fermi.

Le autorità locali avevano autorizzato le persone solo a una «passeggiata» lungo la affollata, e pedonalizzata, Tverskaya, dove oggi erano in programma festeggiamenti e ricostruzione di episodi della storia del paese (fra cui blocchi con sacchi di sabbia e barriere), anticipando arresti se fossero comparsi slogan o bandiere.

Tra i fermati a San Pietroburgo numerosi minorenni, protagonisti di questa nuova stagione di proteste in Russia. Almeno altri quattro manifestanti sono stati fermati a Blagoveshchensk, nell'estremo oriente russo. Scontri fra polizia e manifestanti sono stati registrati a Vladivostok, dove sono una ventina gli oppositori fermati. Confermato quindi il percorso della manifestazione sulla centralissima Tverskaya.

In un video di questa notte, Navalny aveva esortato i suoi sostenitori a recarsi nella centralissima piazza Pushkin per poi arrivare fino in via Tverskaya, importante arteria commerciale che porta direttamente alla piazza Rossa e al Cremlino. 


Il corteo, inizialmente vietato, è stato poi autorizzato dal comune di Mosca che ha comunque vietato ai partecipanti di esporre striscioni e intonare slogan. Proprio su via Tverskaya, i sostenitori di Navalny avevano marciato pacificamente, ma senza autorizzazione, il 26 marzo, quando la prima protesta si era conclusa con un migliaio di fermi e arresti, tra cui lo stesso Navalny e alcuni giornalisti.

«La Russia senza Putin», «Putin vai via», «La Russia sarà libera»: sono questi i principali slogan scanditi dai manifestanti pro-Navalny che in migliaia si sono ritrovati nel centro di Mosca, sulla via Tverskaia. Per il momento la manifestazione si sta svolgendo nella calma, e sono moltissimi i giovani, anche minorenni, che vi stanno partecipando.

martedì 4 aprile 2017

La corruzione che uccide - La storia di Floribert Bwana Chui

Quaderno Civiltà Cattolica
Francesco Occhetta
ABSTRACT — Quella di Floribert Bwana Chui — giovane doganiere congolese di Goma — è la storia di un uomo assassinato per non aver ceduto alla corruzione. Conoscerla aiuta a capire le nuove forme di martirio: si tratta di un sacrificio silenzioso e lontano dagli interessi dei media, che però scuote la vita sociale e politica di quegli Stati in cui la corruzione è diventata consuetudine.


Chi era Floribert? La sua è una storia breve e piena di fede, che si è incarnata in una terra umanamente ricca e paesaggisticamente bella, ma politicamente complessa e travagliata. Floribert nasce il 13 giugno 1981 a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Rwanda, e cresce in un tempo che non conosce la pace, a causa di due recenti guerre sanguinose. Viene ucciso a Goma, il 7 luglio 2007, per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati, nocivi per la salute della popolazione. Muore a soli 26 anni.

Il coraggio Floribert lo trova nella fede. Nella sua Bibbia è evidenziato un brano che lo provoca: «Ai soldati che lo interrogano – E noi, che cosa dobbiamo fare? – Gesù rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,12-14)». Per Floribert questo è un imperativo morale: non esigere nulla di più di quanto è stato fissato. Ne è convinto non in forza, ma a causa della fede. Tutto è così semplice da sembrare scontato: è il ritorno dell’onestà.

La silenziosa rivoluzione degli onesti parte da qui. La vita di Floribert insegna che se qualcuno non inizia a insorgere contro la corruzione, la storia comune non si salverà. In Africa e in molti altri angoli del mondo.

Di corruzione si muore. Avviene ogni volta che la forza del corrumpere, che significa «rompere in tante parti», eclissa il bene comune. Se, da una parte, la corruzione seduce e attrae, dall’altra, come ricorda papa Francesco, costringe gli uomini a sporcarsi il cuore, impedisce alla coscienza di compiere scelte generose verso gli altri, toglie la libertà di ascoltare la voce di Dio. Per questo gli uomini corrotti, invece di distinguere il bene dal male, si limitano ad autogiustificare il male.


Civiltà Cattolica Quaderno 4003
Floribert Bwana Chui - Giovane della Comunita di Sant’Egidio di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo: appassionato della vita dei bambini di strada e della scuola della pace, partecipe della preghera e dell'amore per i poveri aveva da poco trovato lavoro come responsabile della dogana. Nella notte fra l'8 e il 9 giugno 2007, e stato violentemente torturato e assassinato per non essersi piegato a tentativi di corruzione, impedendo l'ingresso di partite avariate di riso. Aveva 26 anni. "La salute della gente - aveva ripetuto - vale piu del denaro". La partecipazione di tanti al dolore provocato dalla sua morte innocente e dal suo coraggo, ha sorpreso e spaventato i suoi assassini, spezzando la catena di ornicidi e abusi.

martedì 18 agosto 2015

Sud Africa: richiedenti asilo oggetto di continue estorsioni negli uffici per rifugiati. La corruzione dilaga.

News from Africa
Un’inchiesta del centro africano per le migrazioni svela un sistema consolidato di estorsioni ai richiedenti asilo in ogni fase dell’accoglienza. Chi non paga viene cacciato. Il paese ha avuto in un anno 86 mila richieste, più del Regno Unito
Nairobi – Una nuova inchiesta accusa le autorità sudafricane di corruzione nella concessione di documenti ai richiedenti asilo. L’inchiesta, intitolata “Queue here for corruption: measuring Irregularities in South Africa’s Asylum System” (“Fare la fila qui per la corruzione. Misurare le irregolarità del sistema di asilo in Sud Africa”), riporta atti di corruzione dagli attraversamenti di confine alle file fuori dagli uffici accoglienza per i rifugiati, ed anche cosa succede all’interno degli uffici.

Secondo l’inchiesta, prodotta dall’African Centre for Migration and Society (ACMS), la corruzione è ovunque: “Ti chiedono i soldi, tu glieli dai, ma poi loro non ti aiutano”. Il Sudafrica è una delle destinazioni principali per i migranti e i richiedenti asilo da tutto il continente: secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), nel 2014 ha ricevuto oltre 86 mila richieste d’asilo, più del doppio di quelle ricevute dal Regno Unito. Ma soltanto una ogni dieci richieste è stata accettata – la più bassa percentuale di accettazione al mondo.

A detta di un rifugiato, che si è espresso in anonimato: “Nessuno ottiene un permesso senza pagare”. Nell’inchiesta si legge che la corruzione ha inizio al confine – il 13 per cento degli intervistati dice che gli ufficiali di dogana hanno chiesto loro soldi –, ma è più insistente durante le richieste d’asilo e di rinnovamento, processi che di solito richiedono di recarsi più volte all’Ufficio accoglienza rifugiati.

L’inchiesta denuncia inoltre che ai rifugiati vengono chiesti soldi mentre aspettano fuori dall’ufficio, di solito da addetti alla sicurezza o intermediari che assicurano di avere contatti con il personale all’interno. A Marabastad, vicino a Pretoria, più della metà degli intervistati si è trovata davanti ad atti di corruzione mentre era in fila, mentre al 31 per cento è stata offerta assistenza una volta dentro l’ufficio in cambio di soldi.

Coloro che non possono pagare le somme richieste spesso sono mandati via.Tuttavia i richiedenti asilo che non riescono a rinnovare i propri permessi prima che scadano possono essere multati, sistema che apre le porte a un’ulteriore corruzione. Le multe vengono pagate direttamente al personale dell’Ufficio Rifugiati. “I moltissimi modi in cui può essere applicata la corruzione aumentano il rischio per i richiedenti asilo di restare senza documenti e quindi di venire arrestati e detenuti, cosa che a sua volta spiana la strada alla corruzione”, viene aggiunto. L’inchiesta sostiene che la corruzione è aumentata così gravemente all’interno del sistema d’asilo in Sudafrica anche come conseguenza della decisione del governo di chiudere parecchi uffici accoglienza per rifugiati negli ultimi anni, nonostante l’incessante richiesta del servizio.

martedì 27 agosto 2013

Stati Uniti: le carceri private... tra business, corruzione e repressione

www.ilfarosulmondo.it
Dal 1990 al 2009 il numero delle persone detenute nelle carceri private degli Stati Uniti è aumentato del 1.600 per cento e non è un caso: più alto è il numero dei detenuti e maggiori sono gli introiti. In dieci anni le prigioni private negli Stati Uniti sono arrivate ad essere oltre cento. Secondo l'organizzazione California Prison Focus "nessuna altra società nella storia umana ha imprigionato un così alto numero di suoi cittadini".
Questo business non dà segni di crisi: le società private di detenzione statunitensi hanno visto aumentare i loro profitti da 760 a 5.100 milioni di dollari. Questo, molto spesso, anche grazie ai rapporti clientelari tra deputati e funzionari governativi con chi gestisce le strutture private e leggi sempre più repressive.

Frank Smith, attivista statunitense che lotta da 15 anni contro la privatizzazione delle carceri negli Usa, spiega che "i lobbisti lavorano per convincere i funzionari governativi a modificare una legge in favore della corporazione che rappresentano, o per fare in modo che non cambino quelle già favorevoli. Spesso, inoltre, - continua Smith - raccolgono fondi per sostenere quei candidati e politici in carica che mirano a influenzare. E non è raro che in passato abbiano lavorato per quelle organizzazioni o partiti politici sulle quali hanno poi fatto lobbying".

Ma almeno, viene da domandarci, la gestione privata fa risparmiare le casse statali americane? È ancora Frank Smith a sottolinearci un altro fattore interessante: "I detenuti più malati o più pericolosi sono collocati nelle strutture pubbliche, in modo che i costi più alti della carcerazione non ricadano sul settore privato".

Uno studio del Progressive Labor Party segnala che i "contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente". Perché "le prigioni dipendono da questo reddito". Gli azionisti corporativi fanno i soldi grazie al lavoro dei carcerati e "fanno lobbing a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d'opera. Così il sistema si autoalimenta".

A tutto questo segue una logica aziendale ben precisa: le prigioni private sono quotate in borsa. "Questa industria multimilionaria quotata in borsa - continua lo studio del Progressive Labor Party - ha le proprie reti commerciali, convention, siti web e punti vendita su internet".

Il mercato statunitense delle carceri private, come riporta un recente articolo uscito su The Post Internazionale, "è dominato interamente dalla Correction Corporation of America e dalla Geo Group, che ha acquistato le concorrenti Correctional Services Corporation e Cornell Companies rispettivamente nel 2005 e nel 2010".

Indiscussa regina di questo settore, la Geo Group è stata fondata nel 1954 da George Wackenhut, un ex funzionario dell'Fbi, e possiede carceri negli Stati Uniti, in Australia, nel Regno Unito e in Sud Africa. "Uno dei suoi principali accessi al mondo della politica è rappresentato da Stacia Hylton, contemporaneamente membro del Dipartimento di Giustizia federale e capo di un'agenzia che da lungo tempo stipula contratti con la Geo Group".

Anche i più giovani non sono sottratti a questo enorme business: negli istituti di pena giovanili privati, infatti, vengono spediti centinaia di adolescenti. "Molte volte - dichiarano gli attivisti - finiscono in galera per piccoli reati, talvolta grazie persino alla corruzione di giudici compiacenti che si prestano a condannarne in massa".

di Fabio Polese