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domenica 26 marzo 2023

Afghanistan. Chiudono le poche scuole ancora aperte alle donne, niente scuola per le ragazze adolescenti

Il Manifesto
Dopo la pausa invernale, il diktat talebano è diventato assoluto. Le pressioni internazionali cadono nel vuoto. Ma l’Emirato resta spaccato in due. In Afghanistan ieri sono state riaperte le scuole dopo la pausa invernale. Per gli studenti, di ogni ordine e grado, porte aperte. Per le studentesse, solo fino alla scuola primaria. Per le ragazze più grandi infatti vige ancora il bando informale del marzo 2022.


Quando, con un testacoda indicativo delle divisioni all’interno dei Talebani, il ministero prima ha annunciato la riapertura delle scuole, per poi lasciare a casa le studentesse adolescenti. Da allora, sempre a casa, tranne rari casi. L’Afghanistan rimane dunque l’unico Paese al mondo in cui il diritto all’istruzione è negato alle adolescenti. “Con l’inizio del nuovo anno scolastico in Afghanistan, ci rallegriamo per il ritorno di milioni di bambini e bambine nelle aule della scuola primaria. Tuttavia, siamo profondamente delusi di non vedere anche le ragazze adolescenti tornare nelle loro aule”, ha dichiarato Fran Equiza, rappresentante dell’Unicef in Afghanistan, l’agenzia dell’Onu che, come molte altre organizzazioni, fatica a trovare i modi per convincere i Talebani a cambiare rotta.

La decisione, parte di un più ampio pacchetto normativo che consolida l’apartheid di genere, non è stata presa a Kabul, sede dei ministeri, ma a Kandahar, sede dell’Amir al-muminin, la guida dei fedeli Haibatullah Akhundzada. Che con il suo entourage detta la rotta, diversa da quella di altri Talebani più pragmatici. Consapevoli che, intorno ai diritti delle donne, si gioca non solo una partita interna, con una società insofferente alle discriminazioni, ma anche internazionale, con quella comunità diplomatica da cui dipendono aiuti umanitari, aiuto allo sviluppo, la tenuta del sistema-Paese. A Kandahar sono convinti, sbagliando, che “l’autarchia è la via maestra, il popolo è con noi”. A Kabul l’ala più pragmatica cerca di rassicurare gli stranieri. Ormai senza pazienza. Come le studentesse afghane.

Le uniche novità sono negative: ora le scuole sono chiuse anche nelle poche aree in cui, grazie alla capacità di negoziazione delle comunità locali, erano rimaste aperte prima della pausa invernale, come nelle province settentrionali di Kunduz e Balkh. “Quest’anno le scuole sono aperte alle ragazze fino alla sesta classe, stiamo aspettando altre notifiche sulle classi superiori”, ha dichiarato all’agenzia Reuters Mohammed Ismail Abu Ahmad, a capo del dipartimento dell’educazione di Kunduz.

Che le scuole sarebbero rimaste chiuse era chiaro già nei giorni scorsi, a dispetto delle pressioni crescenti per rivedere le norme discriminatorie, inclusa quella del dicembre 2022 con cui si nega alle studentesse anche l’accesso all’università. Le pressioni provengono anche dai governi islamici, oltre che dall’Organizzazione della cooperazione islamica, il cui segretario Hissein Brahim Taha di recente ha ribadito che la questione non è chiusa. Pochi giorni fa, a margine di un incontro con una delegazione di religiosi provenienti dagli Emirati arabi, il ministro di fatto degli Esteri dell’Emirato, Amir Khan Muttaqi ha dichiarato: “La scuola per le ragazze non è haram, non è proibita dall’Islam, bloccarne l’accesso non è una questione religiosa, ma nazionale. Il governo ci lavorerà, ma ci vuole tempo”.

Il tempo trascorso è già troppo, secondo i membri dello Special Procedures, il più significativo gruppo di esperti del Consiglio per i Diritti umani Onu. In un comunicato scrivono che “le autorità di fatto Talebane non hanno alcuna giustificazione per negare il diritto all’educazione, né in termini religiosi, né tradizionali”. Da qui l’appello a “riaprire immediatamente tutte le scuole superiori e gli istituti educativi per le ragazze e le giovani donne”.

Per Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef, “questa decisione ingiustificata e miope ha stroncato le speranze e i sogni di oltre un milione di ragazze e rappresenta un’altra triste pietra miliare nella costante erosione dei diritti delle ragazze e delle donne a livello nazionale”. Dall’Italia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, chiede che “il divieto di accesso all’istruzione per le ragazze venga revocato immediatamente, per il loro futuro e quello di tutto il Paese”.

Giuliano Battiston

venerdì 13 novembre 2020

Libia - Uccisa a Bengasi l’attivista per i diritti umani Hanan al-Barassi: aveva denunciato corruzione e abuso di potere e difendeva i diritti delle donne

Green Me
Uccisa a colpi d’arma da fuoco mentre era sulla propria auto a Bengasi. E’ morta così Hanane Al-Barassi, avvocatessa e attivista dei diritti umani che si batteva per i diritti delle donne e contro la violenza. 
Hanane Al-Barassi, avvocatessa e attivista dei diritti umani

Un assassinio avvenuto all’indomani delle critiche che l’avvocatessa aveva fatto al figlio del generale Khalifa Haftar e al ministro dell’Interno. Nello specifico aveva denunciato “corruzione, abuso di potere e violazioni dei diritti umani in Libia”.

Quarantasei anni, Al-Barassi gestiva anche un’associazione locale di tutela per le donne. Il suo assassinio ha suscitato grande scalpore ed emozione nel paese.

“Hanane Al-Barassi è stata uccisa a colpi di arma da fuoco in Street 20, una delle principali vie dello shopping di Bengasi”, ha detto un testimone all’Afp, che ha chiesto l’anonimato: “Pochi minuti prima, lei stava trasmettendo un video in diretta su Facebook dove criticava aspramente i gruppi armati in Oriente. “La sua tragica morte è la prova delle minacce con cui devono fare i conti le donne libiche che osano parlare e ricorda ai libici che devono portare giustizia nel Paese e porre fine a un clima di impunità”, ha spiegato Amnesty International.

Hanan Al Barassi Hanan era soprannominata ‘Azouz barqua’ ovvero, la signora della Cirenaica. La sua battaglia per i diritti umani, soprattutto nella zona controllata da Haftar passava anche attraverso i social. Aveva denunciato la corruzione della macchina amministrativa di Tunisi, dato voce alle donne vittime di violenza in famiglia, arrivando a mettere in rete le loro denunce.

“Mentre i libici di tutto lo spettro politico si riuniscono a Tunisi, questa sfacciata uccisione sottolinea l’importanza di istituire un governo che sia responsabile nei confronti del popolo libico piuttosto che consentire alla corruzione e alla forza bruta di dettare il futuro della Libia”. Che ci sia allora un’ indagine delle autorità libiche su questo omicidio”, dice l’ambasciata americana in Libia.

La Libia è sprofondata nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, divisa tra il governo di accordo nazionale (GAN), stabilito in occidente, a Tripoli, e riconosciuto dalle Nazioni Unite (ONU ), e un potere incarnato da Khalifa Haftar. Dopo il fallimento dell’offensiva del maresciallo nell’aprile 2019 per conquistare la capitale, i combattimenti sono cessati nel giugno 2020. Un cessate il fuoco permanente è avvenuto ad ottobre. I rappresentanti libici di tutte le fasce hanno iniziato colloqui diretti in Tunisia, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per trovare una soluzione politica al conflitto.

venerdì 30 giugno 2017

India, la protesta delle donne con la maschera da mucca

Corriere della Sera
In India può capitare di vedere in giro donne che indossano una maschera da mucca. A lanciare l’idea, che ha fatto il giro del Paese scatenando le ire dei nazionalisti, è stato un giovane fotografo di 23 anni Sujatro Ghosh:
“Mi inquieta il fatto che nel mio Paese le mucche siano considerate più importanti di una donna, ci vuole di più a una vittima di stupro ad ottenere giustizia che a una mucca visto che molti indù la considerano un animale sacro” 
ha detto Ghosh alla Bbc che ha deciso di raccontare la sua storia.


In India viene denunciato uno stupro ogni 15 minuti e ci sono stati fatti di cronaca che hanno indignato il mondo come quello di NIrbahaya, la giovane di 21 anni violentata e uccisa su un bus a New Delhi nel 2012. Uno dei suoi stupratori è uscito dal carcere pochi mesi fa.

“Ci vogliono anni perché si svolga un processo per femminicidio e il colpevole sia punito – dice Ghosh – mentre se una mucca viene assassinata i gruppi estremisti indù uccidono o picchiano a sangue chiunque sia sospettato”.

Il progetto di Ghosh è una forma di protesta contro questa ingiustizia e anche un monito a guardarsi dalla crescita dei vigilantes indù che hanno preso sempre più piede dopo la vittoria, tre anni fa, del Bharatiya Janata Party, guidato dal primo ministro Narendra Modi. 

L’idea gli è venuta circa un mese fa quando ha cominciato a scattare fotografie ogni giorno di donne con indosso la maschera da mucca davanti alle loro case, su una barca, su un treno perché “sono vulnerabili ovunque in questo Paese”.

Quando ha pubblicato il progetto su Instagram, due settimane fa, il successo è stato subito enorme. Ma la reazione dei nazionalisti non ha tardato ad arrivare. Alcune persone hanno addirittura chiamato la polizia asserendo che il fotografo stava fomentando la folla e chiedendone l’arresto.

“Su Internet hanno minacciato me e le mie modelle. Hanno detto che avrebbero dovuto ucciderci e dare la nostra carne in pasto a una giornalista e a una scrittrice disprezzate dai nazionalisti”.


Monica Ricci Sargentini

domenica 5 giugno 2016

Afghanistan: donne in carcere per reati "contro la morale" e l'umiliazione del test di verginità

La Repubblica
Il 95% delle detenute nelle carceri afghane è accusato di reati come tradimenti e sesso al di fuori del matrimonio. Ma basta scappare di casa per essere perseguibili in uno stato dove lo stupro coniugale non è reato. "Il governo - dice Human Rights Watch - ponga fine alla discriminazioni che vìolano i diritti delle donne".


L'elezione del presidente Ghani ha portato una ventata di ottimismo in una terra martoriata che per decenni ha visto alternarsi estremisti a governi militari. Ad oggi qualche passo avanti è stato fatto, ma ancora la strada verso la stabilità sociale è lunga e in salita. Come spesso accade, la condizione delle donne è lo specchio dello stato. E da questo punto di vista, di strada da fare ce n'è ancora molta. Nella giustizia afghana infatti si riflettono ancora norme che derivano da una struttura sociale fortemente patriarcale e che mortifica le donne nella loro dignità.
Promesse. Nei mesi scorsi, in seguito alle pressioni internazionali e alla pubblicazione del rapporto redatto dall'Afghanistan Independent Human Rights Commission (AIHRC), il presidente afghano Ashraf Ghani in una lettera indirizza a Human Rights Watch ha mostrato segnali incoraggianti. Nella missiva infatti il governo afferma che "per porre fine alla detenzione di donne accusate di esser scappate dalla famiglia, il presidente ha chiesto alla Corte Suprema di emettere una sentenza sull'articolo 130 della Costituzione".

L'articolo in questione riguarda il reato di zina, ovvero aver avuto o tentato di avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Il reato che prevede pene dai 5 ai 15 anni di reclusione viene usato anche per condannare le donne che fuggono di casa.ù

Donne trattate da criminali. "La promessa fatta dal presidente Ghani è un importante passo avanti per i diritti delle donne in Afghanistan - ha detto Heather Barr, ricercatrice per i diritti delle donne di Human Rights Watch - Ma per fare davvero la differenza, il presidente dovrebbe emettere un ordine chiaro e vincolante che cambi immediatamente la gestione da parte delle forze dell'ordine delle denunce contro le donne. Per troppo tempo, le donne e le ragazze in fuga dalla violenza sono state trattate come criminali, mentre i loro aguzzini restano in libertà".

Test della verginità. Uno degli elementi che evidenzia il divario tra donne e uomini nella legislazione afghana è il test della verginità: un esame invasivo vaginale e rettale, privo di fondamento scientifico per verificare attraverso lo stato dell'imene e del condotto anale la purezza delle imputate. Le donne accusate di crimi morali devono sottoporsi alla pratica e su di loro ricadono le conseguenze psicologiche e sociali, oltre che legali. 

Se da un lato infatti questo esame è vincolante dal punto di vista giuridico tanto da determinare anche sentenze di colpevolezza, dall'altro le ripercussioni sociali per una donna "testata" portano spesso all'isolamento.

Una condizione che degenera in gravi traumi psicologici fino, nei casi più estremi, al suicidio. "Il presidente Ghani -continua Barr - potrebbe porre fine all'uso abusivo e non scientifico dei "test di verginità" con un tratto di penna. Avrebbe dovuto farlo già molto tempo fa". Questi test, condotti davanti a numerose persone e con modalità che possono sfociare nell'abuso sessuale, mortificano la donna che è costretta a sottoporvisi anche contro la propria volontà, violando così il diritto alla dignità dell'essere umano.
Stupri e violenze non sono reati. Se da un lato la legge punisce la donna rea di aver avuto rapporti sessuali consensuali al di fuori del matrimonio, dall'altro in Afghanistan figlie, madri e mogli non sono tutelate contro gli abusi più frequenti: quelli all'interno delle mura domestiche. La fuga dalla propria famiglia rappresenta spesso l'ultimo tentativo per cercare di salvare la pelle, di costruire una nuova vita dopo un matrimonio precoce o anni di abusi e sevizie.
Ma tutto questo non è contemplato in quel diritto che spesso accusa di zina donne stuprate e lascia i loro stupratori in libertà. "L'adozione di un nuovo codice penale - conclude Barr - potrebbe far fare un balzo avanti alla società afghana. Il presidente Ghani dovrebbe far in modo che la nuova legge difenda i diritti delle donne eliminando tutti i riferimenti ai "crimini morali" e aggiungendo nuove disposizioni che proteggano donne e ragazze dagli abusi".

di Chiara Nardinocchi

lunedì 23 marzo 2015

Afghanistan - Innocente Farkhunda la donna uccisa con l'accusa di aver bruciato il corano

MISNA
Tra critiche e slogan contro la violazione dei diritti delle donne e quello che è stato definito dalla stampa nazionale e internazionale un “atto disumano”, Farkhunda, uccisa venerdì scorso nei pressi della moschea Shah Do Shamshira, a Kabul, da un gruppo di uomini che hanno accusato la giovane ventisettenne di aver bruciato pagine del Corano, è stata sepolta ieri. Rompendo ogni tradizione, la bara è stata portata a spalle da un gruppo di sole donne.


Farkhunda, una giovane che aveva appena completato un diploma in studi religiosi e stava per assumere un incarico di insegnamento, era entrata in discussione con un gruppo di uomini che vendevano amuleti presso la moschea e aveva detto alle donne di non sprecare i loro soldi per amuleti, chiamando i venditori parassiti. 

Suo padre, Mohammed Nadir, ha detto ai giornalisti che gli uomini in risposta hanno iniziato a gridare che Farkhunda avevano bruciato pagine del Corano e doveva essere picchiata a morte. “Le autorità non hanno trovato alcuna prova (…) Lei è completamente innocente” ha dichiarato ai media locali Mohammed Zahir, a capo delle indagini, spiegando che 13 persone, tra cui due uomini che vendevano amuleti, sono state arrestati in connessione con l’uccisione.

Il funerale di Farkhunda che ha visto la partecipazione di politici, funzionari e alti funzionari di polizia, è stato trasmesso indiretta, mostrando centinaia di donne che hanno accompagnato la bara pregando e chiedendo giustizia. “Vogliamo giustizia per Farkhunda, vogliamo giustizia per le donne afghane. Tutte queste ingiustizie che accadono alle donne afghane sono inaccettabili ” ha dichiarato Alima, attivista per i diritti delle donne. 

Il presidente Ashraf Ghani, in questi giorni a Washington per la sua prima visita di stato negli Stati Uniti, ha condannato l’assassinio come un “attacco efferato” e ha ordinato l’inchiesta.

[PL]

martedì 4 novembre 2014

Iran: nuova protesta di Ghoncheh, condannata per il volley entra in sciopero della fame

Ansa
Ha iniziato un nuovo sciopero della fame Ghoncheh Ghavami, la giovane britannico-iraniana condannata ad un anno di prigione in Iran per aver cercato di assistere ad una partita di pallavolo a Teheran. Lo ha fatto sapere la madre alla Bbc.

La protesta, riferisce il sito dell'emittente, è indirizzata contro il "limbo" in cui è finito il caso di Ghoncheh: c'è stata la condanna ma la magistratura non ha confermato la sentenza per "propaganda" anti-regime: la Corte centrale rivoluzionaria ha rinviato il caso all'ufficio del procuratore, ha riferito la Bbc in persiano. La giovane, 25 anni, aveva già condotto uno sciopero della fame il mese scorso per protestare contro la lunga detenzione cautelare in isolamento nel famigerato carcere di Evin a Teheran.

Ghoncheh era stata arrestata in giugno qualche giorno dopo aver cercato, assieme ad altre ragazze, di assistere a una partita di World League fra Iran e Italia. La repubblica islamica da due anni ha esteso alla pallavolo una proibizione da tempo imposta al calcio impedendo alle donne di assistere alle partite assieme agli uomini: la motivazione ufficiale del divieto è che si vuole evitare di esporre le donne sugli spalti alle oscenità verbali cui in genere si abbandonano i tifosi. Londra si è detta preoccupata per la condanna inflitta in Iran che non riconosce la doppia cittadinanza in possesso della giovane.

sabato 26 aprile 2014

Arabia Saudita: donna sfida divieto guida, condannata a 150 frustate e 8 mesi di carcere

Aki
Una donna saudita è stata condannata a 150 frustate e otto mesi di carcere per aver osato sfidare il vecchio e controverso divieto di guidare. La donna, riferisce l'agenzia di stampa Dpa che cita i media locali, è anche accusata di resistenza a pubblico ufficiale.
Il divieto per le donne di guidare non è contenuto in alcuna legge saudita, ma nel 1990 un decreto ministeriale ha formalizzato quella che era una consuetudine. Secondo diverse fonti la sentenza nei confronti della donna è particolarmente dura per l'aggravante della resistenza a pubblico ufficiale.

domenica 26 gennaio 2014

India - Nuovo stupro ordinato da notabili del villaggio

MISNA
Un stupro di gruppo ordinato come punizione da un consiglio di notabili locali. Una notizia che nell’immensa India dove la violenza contro le donne è un fenomeno sempre più diffuso, oppure solo meno nascosto, ha provocato una reazione forte e la richiesta di un intervento deciso.
La protesta in India contro la violenza sulle donne 
La Commissione per le donne del Bengala occidentale, che ha compito di consulenza governativa in questo stato dell’Est del paese, ha ordinato un’inchiesta per fare luce sull’episodio e individuare i colpevoli. Agendo in modo autonomo secondo i poteri di cui dispone, la commissione ha chiesto la pena più severa possibile. La reazione è proporzionata al crimine, non nuovo per la verità nelle aree rurali del paese, ma in questo caso uscito immediatamente allo scoperto per la denuncia della vittima.
Una 24enne indù di origini tribali, di cui si era sparsa la voce di una relazione con un uomo di una diversa comunità è stata condannata dal consiglio degli anziani (panchayat) del suo villaggio di Subalpur, nel distretto di Birbhumi a un’ammenda di 2000 rupie (circa euro). Data l’impossibilità della famiglia di pagare, secondo le testimonianze il capo-villaggio avrebbe ordinato la violenza.
Dopo avere sporto denuncia preso il posto di polizia più vicino, quello di Labhpur, la donna è stata trasportata nell’ospedale distrettuale di Suri, dove è ricoverata in gravi condizioni.
La polizia, agendo con insolita rapidità, ha accolto la denuncia e in base alla testimonianza ha fermato tutti i 13 presunti responsabili, inviati in detenzione cautelare per due settimane. da un tribunale locale
Il distretto di Birbhum, che si trova a circa 150 chilometri dalla capitale dello stato, Kolkata (Calcutta) non è nuovo a faide e violenze che hanno trovato spazio nei mass media. Il precedente più noto è quello di circa quattro anni fa, quando una giovane tribale venne costretta a sfilare nuda per una sua presunta relazione con un uomo giudicato non socialmente compatibile. Il fatto aveva provocato una forte reazione e in un certo senso aveva anticipato l’attenzione dei mezzi di comunicazione presente oggi in India a partire dalla violenza che il 16 dicembre 2012 ha colpito un’infermiera 23enne su un autobus pubblico della capitale. La morte successiva e le circostanze dello stupro hanno acceso un interesse mediatico che ha reso più evidente l’ampiezza e drammaticità di certi fenomeni, possibili anche per l’inattività della polizia, l’omertà delle comunità e la vergogna delle vittime a denunciare gli aggressori.
[CO]

giovedì 16 gennaio 2014

Siria, HRW denuncia restrizioni ai diritti delle donne

Il Referendum
«Certi gruppi dell’opposizione estremista armata stanno imponendo a donne e ragazze regole severe e discriminatorie che non hanno fondamento nella legge siriana». Così ha dichiarato Human Rights Watch in merito ad alcune norme che si stanno diffondendo nelle aree controllate dai gruppi estremisti nel nord e nordest della Siria, le quali violano i diritti limitando la loro possibilità di svolgere le attività quotidiane.
HRW ha intervistato 43 rifugiati scappati dalla Siria per spostarsi nel Kurdistan iracheno, oppure in Turchia, tra il novembre e dicembre 2013. Questi hanno rivelato che i gruppi armati estremisti Jabhat al-Nusra e ISIS (Islamic State of Iraq and Sharm) hanno applicato quella che è la loro interpretazione della Sharia, imponendo particolari modifiche al codice d’abbigliamento con la minaccia di punire chiunque non obbedisca all’ordine. I rifugiati nel Kurdistan iracheno hanno spiegato che, sin da subito, sono stati banditi jeans, indumenti aderenti e trucco. In alcune aree sono presenti ulteriori misure discriminatorie che proibiscono alla popolazione femminile, specialmente a chi non rispetta le regole sul vestiario, di muoversi liberamente in pubblico, di lavorare, di frequentare istituti scolastici, di utilizzare mezzi pubblici oppure addirittura di procurarsi beni primari necessari per la sopravvivenza. Le regole imposte, quindi, hanno un evidente impatto negativo sulle vite e intaccano la possibilità di provvedere in modo adeguato alla famiglia.

«I gruppi estremisti come ISIS a Jabhat al-Nusra stanno minando le libertà di cui godevano le donne e le ragazze siriane», ha detto Liesl Gerntholtz, direttore della sezione per i diritti delle donne presso HRW. «Che tipo di finale possono promettere questi gruppi a donne e ragazze che si vedono private dei loro diritti?». Tutto ciò, infatti, non ha a che fare con la Costituzione siriana, la quale garantisce la parità di genere. Le donne, in Siria, hanno sempre avuto la possibilità di partecipare alla vita pubblica del Paese, lavorare, andare a scuola e godere della libertà di religione e di coscienza.

Gli intervistati, hanno fatto riferimento anche a rapimenti. In particolare, uno di essi, ha riportato la vicenda di una vicina di casa che, dopo essere rimasta vedova, è morta con i suoi tre bambini perché spaventata nel lasciare la zona senza l’accompagnamento di una persona di sesso maschile. In alcune città, difatti, alle donne è stato proibito di presentarsi in pubblico senza un membro maschile della famiglia. Siriani provenienti dalle città di Idlib, Tal Abyad e Tal Aran, hanno aggiunto che in queste zone non è neanche consentito lavorare fuori casa. Seppure in modo minore, alcune restrizioni hanno riguardato anche il codice d’abbigliamento e la libertà di spostamento degli uomini. Tuttavia, queste, non sono paragonabili alle discriminazioni previste per le donne.

«Gruppi come ISIS e al-Nusra affermano di essere parte del movimento sociale, ma ora sembrano più focalizzati a diminuire le libertà per donne e ragazze che a provvedere a qualsiasi beneficio per la società», ha detto Gerntholtz. «Come si è visto in Somalia, Mali e in altre parti del mondo, questo genere di restrizioni spesso segna l’inizio di un completo collasso dei diritti della donna».

Le donne sono una delle fasce della popolazione più duramente colpite dalla guerra civile che da tre anni sconvolge la Siria. Ciononostante, la componente femminile è stata attenta, e partecipe, fin dal primo istante alle vicende del proprio Paese. Sia all’interno che al di fuori del territorio siriano, si sono organizzate e mobilitate giocando un ruolo positivo in vari ambiti, quali: assistenza umanitaria, monitoraggio dei diritti umani e nella gestione delle emergenze presso le comunità più vulnerabili.

UnWomen, proprio in questi giorni a Ginevra, ha indetto una conferenza per dare supporto agli sforzi che le donne siriane continuano a sostenere. L’incontro, inoltre, vuole sottolineare l’importanza della loro inclusione nel processo di creazione di una pace duratura, riunendo i gruppi e le organizzazioni femminili per sviluppare attenzioni, priorità e supportare la loro partecipazione nella creazione di un futuro nei paesi d’appartenenza.