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domenica 24 settembre 2017

Zambia: oltre 6 mila rifugiati dal Congo-Kinshasa lo scorso mese, governo teme "crisi umanitaria"

Agenzia Nova
Lusaka - Le violenze in corso nel paese hanno finora provocato la morte di migliaia di persone, con oltre un milione di altre costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. 


Situazione critica soprattutto nella provincia del Kasai, dove è in corso un’insurrezione guidata dalla milizia Kamuina Nsapu che chiede il ritiro delle forze governative dall’area a seguito dell’uccisione del suo leader, lo scorso anno. 

Attualmente, secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), lo Zambia dà ospitalità a quasi 60 mila profughi e richiedenti asilo, provenienti soprattutto da Angola, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia e Uganda.

giovedì 29 giugno 2017

Neonati fucilati, donne sventrate, seminari distrutti. Cosa sta succedendo in Congo

Tempi
Hanno preso e massacrato l’intera popolazione del remoto villaggio di Cinq. Hanno ucciso donne, bambini e neonati con armi da fuoco, machete, perfino bruciandoli vivi. Hanno distrutto tutte le case e fatto irruzione in una clinica, sterminando medici e pazienti insieme.




I crimini contro l’umanità di cui si sono macchiati il 24 aprile i miliziani di Bana Mura, in un contesto in cui è perfino difficile capire chi sono e per che cosa combattono, sono l’emblema della Repubblica democratica del Congo (RDC), un paese «sull’orlo della catastrofe» che sta per implodere a causa di gravissimi problemi politici, economici, etnici e sociali.

OLTRE 3.300 MORTI. Dall’ottobre del 2016 sono già morte più di 3.300 persone nella regione del Grande Kasai (che comprende tre province nel centro del paese) a causa degli scontri tra l’esercito congolese e i ribelli di Kamwina Nsapu. Il gruppo si sarebbe rivoltato già nel 2011, dopo il rifiuto da parte del governo di riconoscere l’autorità di Jean Pierre Mpandi, nuovo capo di un clan locale. Si pensa che il rifiuto sia stato dettato dalla mancata iscrizione di Mpandi al partito di governo. Quando nell’agosto del 2016 Mpandi è stato ucciso dalla polizia, le violenze sono deflagrate diffondendosi in modo incontrollato.

NEONATI FUCILATI. Secondo un rapporto diffuso settimana scorsa dalla Nunziatura apostolica a Kinshasa, capitale della RDC, migliaia di morti sono stati trovati in 42 fosse comuni, 20 villaggi completamente distrutti (almeno 10 dall’esercito) e tra le rovine di quasi 4 mila case rase al suolo. Le violenze confermate dall’Onu sono raccapriccianti: si parla di bambini di due anni a cui sono stati amputati gli arti con machete, neonati fucilati, donne incinte sventrate a metà con armi da taglio. Molti di questi crimini sono stati appunto commessi da Bana Mura, milizia che secondo l’Onu si è costituta da poco per combattere i ribelli di Kamwina Nsapu ed è armata e finanziata dall’esercito regolare congolese.

GLI SCONTRI SI ESTENDONO. A causa delle violenze 1,3 milioni di persone sono fuggite dal Grande Kasai e circa 400 mila bambini sono a rischio malnutrizione. Cattive notizie arrivano anche da Beni, nella provincia del Nord Kivu (est del paese) dove gruppi ribelli, spesso stranieri, interessati alle enormi risorse del paese (abbondano oro, legname, coltan, cassiterite) stanno approfittando del caos generale per conquistare terreno.

ATTACCO ALLA CHIESA CATTOLICA. Anche la Chiesa cattolica ha subito danni ingenti nella regione: quattro circoscrizioni ecclesiastiche sono state colpite, altre due diocesi marginalmente coinvolte, due vescovi sono stati costretti all’esilio dopo la distruzione delle sedi episcopali, 60 le parrocchie chiuse o danneggiate, 34 le case religiose chiuse o distrutte, 141 le scuole danneggiate, 31 le cliniche colpite, cinque i seminari abbandonati.
Se la Chiesa cattolica è stata colpita così duramente non è un caso, visto il ruolo che sta faticosamente svolgendo per risolvere la crisi politica che da anni destabilizza il paese e che è alla radice anche delle violenze dell’ultimo anno. La RDC infatti è dominata dalla famiglia Kabila fin dal 1997, quando Laurent Kabila è riuscito con un colpo di Stato a deporre il dittatore Mobutu Sese Seko. Assassinato nel 2001, a Laurent è succeduto il figlio Joseph Kabila, che governa da allora violando il limite massimo di mandati imposto dalla Costituzione.

ACCORDO DI SAN SILVESTRO. L’anno scorso Kabila ha accettato di abbandonare il potere e le elezioni erano inizialmente previste per novembre. Alla vigilia del voto, però, la commissione elettorale ha dichiarato di non potere indire le elezioni perché «il numero dei votanti è sconosciuto». Sono seguite violente proteste di piazza, che l’esercito ha cercato di spegnere facendo decine di morti, sedate infine grazie all’intervento dei vescovi che hanno supervisionato la firma tra governo e opposizione dell’Accordo di San Silvestro: il testo, siglato il 31 dicembre 2016, prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale per portare il paese a votare entro la fine del 2017. A maggio però l’accordo ha subito un duro colpo: Kabila ha formato sì un governo, ma solo con una parte dell’opposizione, e a sei mesi dalla fine dell’anno non ha ancora fissato la data ufficiale delle elezioni generali.

EVASIONI DI MASSA. L’instabilità ha minato l’autorità e la funzionalità del governo. Non è un caso se a maggio sono riusciti a scappare da un carcere della capitale 4.000 detenuti, tra banditi e miliziani, la più grande fuga nella storia del paese. Due giorni dopo, altri 70 hanno infranto le sbarre di una seconda prigione. Sulle strade mal ridotte del paese si moltiplicano i posti di blocco illegali che costringono le auto a pagare pedaggi illegittimi nella più totale impunità. i principali dicasteri mancano di fondi e lo stato della corruzione già dilagante si è ulteriormente aggravato.

EVITARE LA GUERRA CIVILE. In questa situazione esplosiva, il popolo congolese ha preso una posizione chiara: secondo un recente sondaggio, l’83% vuole votare entro fine anno ma il timore è che il presidente Kabila stia fomentando gli scontri per rimanere al potere. «Gruppi stranieri stanno operando nel nostro paese», è la denuncia pubblicata dai vescovi lunedì al termine di un’Assemblea penaria. «I politici moltiplicano le iniziative per svuotare l’Accordo del suo contenuto, minando così la tenuta di elezioni libere, democratiche e pacifiche. Le recenti evasioni di massa restano tuttora dei grandi punti interrogativi», scrivono facendo intendere che potrebbe trattarsi di un piano funzionale a gettare nel caos il paese. Il 30 giugno la RDC festeggia l’anniversario dell’indipendenza nazionale e la Chiesa ha invitato fedeli e uomini di buona volontà «a una giornata di digiuno e preghiera per la nazione», per evitare che sprofondi in una nuova guerra civile.

Leone Grotti


domenica 6 dicembre 2015

R.D. Congo ONG, a rischio libertà di manifestazione

MISNA
Una coalizione di organizzazioni non governative della Repubblica Democratica del Congo ha lanciato l’allarme per la libertà d’espressione nel paese. Georges Kapiamba, che guida il coordinamento delle 33 ong, ha in particolare denunciato “l’assimilazione deliberata delle manifestazioni pubbliche e pacifiche al tentativo di rovesciare il governo”.
Il riferimento è alle parole di Flory Kabange Numbi, procuratore generale della repubblica: dopo l’annuncio della convocazione di un dialogo nazionale avvenuto negli scorsi giorni, il magistrato aveva specificato che questo non avrebbe dovuto essere un pretesto per “incitare la popolazione alla violenza”.

Il dialogo nazionale, secondo quanto affermato dal presidente della repubblica Joseph Kabila dovrebbe servire a definire il calendario elettorale e altre questioni collegate, ma è considerato dall’opposizione un tentativo di prolungare la permanenza al potere del capo dello stato (in scadenza di mandato nel 2016). Un tentativo di riforma della legge elettorale, a gennaio, aveva portato a manifestazioni di piazza con 11 vittime secondo il governo e 28 secondo l’opposizone.

[DM]

domenica 27 settembre 2015

Democracy in Africa: Challenges ahead as elections draw near - Tanzania, RD Congo, Congo Brazzaville, Rwanda,

GLOBAL RISK INSIGHTS
In the next months, a number of African nations will be going to the polls as current leaders reach their term limits.
Over the last two decades, Africa has seen major advances in democracy. Tanzania, Ghana, South Africa, and Nigeria are some countries that have proven the continent has come of age and can transit peacefully from one administration to another.
Sadly, attempts by sitting presidents to extend their stay in power via amending the constitution are still a common occurrence in African democracy. Worse still are democracies without term limits. The following are some of the countries where elections will be held in coming months.



Tanzania
Although it is one of the poorest countries in the world with few exportable minerals, Tanzania has managed to avoid the ‘typical’ political violence of most Africa countries. Tanzania has not only been peaceful; it continues to maintain its status as one of African’s strongest democracies. With more than 100 tribes, tribalism is almost non-existent during elections.

The upcoming presidential and parliamentary elections – expected to be the closest contested since independence – are due to be held on October 25th. Although the ruling Chama Cha Mapinduzi (CCM) party has won all four elections since the end of the one-party system in 1995, opposition has made remarkable improvements.

No doubt CCM has a strong advantage, but it has lost seats to opposition in the two previous national elections and may lose more in next month’s elections. However, it is rather too soon to conclude which party will win in October. Despite current economic setbacks, political stability will help maintain investor confidence in Tanzania’s economy.

Democratic Republic of Congo
In Democratic Republic of Congo, no less than 40 people were killed in January protests, which were sparked by plans to revise electoral laws. Opposition parties had called for mass protests against the new electoral bill being debated in parliament, a draft law that would allow President Joseph Kabila to extend his stay in power beyond 2016.

Fortunately, the parliament actually amended the controversial census bill following the four-day nationwide protests, and now election officials have announced that the next presidential election will be held in November 2016.

President Kabila is yet to state whether or not he will leave office when his term ends in 2016, though his spokesperson has stated that Kabila does not intend to flout the constitution. After many years of war, democratic progress will only be consolidated by free and fair elections in November 2016. Failure to respect civil liberty and honour the constitution of Africa’s fourth most-populous country threatens investment and economic growth.

Congo – Brazzaville
Although Congo-Brazzaville is one of the major oil-producing states on the continent, much of its population continues to live in extreme poverty following decades of instability. In 2009, an investigation by France alleged President Denis Sassou-Nguesso and his family of acquiring assets in France using public funds, including 112 bank accounts and an automobile worth $224,492.

Under the 2002 constitution of Congo-Brazzaville, the president can be re-elected only once and must be under the age of 70 years. Sassou-Nguesso’s second term in office ends in 2016, when he will turn 72 years old.

On March 27th, Sassou-Nguesso announced his government’s plan to hold a referendum to change sections of the constitution so he can stand for a third consecutive term in office. In July, he announced a national forum to discuss series of constitutional reforms, including scrapping the two-term limit and removing the maximum age limit for presidential candidates.

To make matters worse, Sassou Nguesso replaced two of his cabinet ministers in August after they participated in an opposition-led consultation against the government’s attempts to review the constitution. He is also soon expected to announce a commission that will propose a new draft constitution ahead of the proposed referendum.

In a country that currently enjoys fragile peace, such moves may cause agitation, political crisis, and investor flight in Congo-Brazzaville.

Rwanda
Rwanda is a small non-coastal state in the process of recovering from a major ethnic strife and civil war in the mid-1990s. Although poverty remains widespread, Rwanda appears stable and efforts to rebuild the economy under the leadership of President Kagame have yielded remarkable development and reduced poverty and inequality.

Similar to the constitution of Congo-Brazzaville, article 101 of the 2003 Rwandan constitution limits the number of presidential terms to two seven-year terms. President Kagame ends his second term in 2017, and is therefore banned by the constitution from standing for re-election.

Although Kagame has not yet declared an intention to remain in power beyond 2017, possible attempts at abolishing term limits would serve to overshadow benefits from previous economic gains.

African challenges and successes
These upcoming elections are tainted by proposed constitutional amendments that not only undermine democracy, but may also result in political and economic tensions that create a risky scenario for investors. Unfortunately, things could be much worse.

Ongoing events in Burkina Faso – as well as human rights violations, arbitrary arrests, and alleged murder of activists in Burundi – make a mockery of democracy on the continent and have tragic outcomes. Leaders must understand there is no one ‘saviour’ in any nation.

On the bright side, some African nations have gotten things right. Nigeria’s robust and decisive response to Ebola (which attracted commendations from the international community) and the peaceful transition from a civilian administration to another following the 2015 elections are evidence that there are African states that have what it takes to uphold the value of democracy.

martedì 9 giugno 2015

Burundi: migliaia di bambini soli fuggiti per le violenze verso Ruanda, Tanzania, RDC e Uganda

Save the Children
Sono ormai più di 2.300 i bambini fuggiti nelle ultime settimane dal Burundi a causa dell’escalation di violenza nel loro Paese. Hanno viaggiato per giorni da soli, per lo più a piedi, in mezzo ai pericoli, per cercare di raggiungere i campi profughi temporanei in Ruanda, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda.

Ci si aspetta che molti altri lasceranno il Burundi quando il rischio di violenze si intensificherà nel periodo che precede le elezioni presidenziali, originariamente previste per la fine di giugno, ma rinviate questa settimana a causa di continue proteste civili e per l’apprensione circa la sicurezza nazionale.

"Spesso sono spinti a partire per primi dai loro genitori disperati, che restano indietro a proteggere case e proprietà dai saccheggi. Il numero di bambini vulnerabili arrivati da soli o separati dalle loro famiglie, è senza precedenti" avverte Edwin Kuria, Regional Humanitarian Manager di Save the Children in Africa Orientale. "Siamo estremamente preoccupati per la sicurezza di chi è costretto ad affrontare un viaggio così rischioso, soprattutto i bambini, che arrivano nei campi senza scarpe e con i soli vestiti che indossano".

Anche se i bambini riescono a raggiungere i campi profughi, già sovraffollati, senza incidenti, la loro sicurezza non è garantita, molti profughi hanno infatti segnalato atti di violenza, molestie ed intimidazioni, da parte delle milizie locali.

"Senza scuole o spazi sicuri per loro dove poter stare, alcuni bambini si ritrovano a lavorare, raccogliendo legna da ardere o scavando latrine, che sono entrambi i lavori pericolosi e faticosi per dei bambini" spiega Kuria.

Nel Campo di Mahama in Ruanda c’è anche molta preoccupazione legata alla distribuzione dell’acqua, con lunghe file e attese fino a sei ore al giorno per ricevere la poca acqua potabile disponibile. Allo stesso modo, in Tanzania le strutture sanitarie nel Campo di Nyarugusu sono al collasso a causa del flusso di nuovi arrivi e alla chiusura di due reparti a seguito di un’epidemia di colera. Il numero di visite mediche quotidiane è più che raddoppiato dopo l'arrivo di migliaia di rifugiati burundesi e la richiesta di visite prenatali è aumentato di sei volte.

Fino ad oggi, sono stati 91.459 i profughi burundesi che hanno chiesto asilo agli stati vicini. In Tanzania ne sono arrivati 47.929, in Ruanda 27.732, di questi, 23.532 sono nel Campo profughi di Mahama, in RDC 9.798 e in Uganda 6.000.

Save the Children sta intensificando i suoi interventi in Tanzania, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, dove è presente nei campi profughi con la distribuzione di cibo e generi di prima necessità per i rifugiati più vulnerabili, compresi i bambini soli e i minori-capofamiglia, e fornendo aiuto per l'accesso ai servizi essenziali.

[...]

sabato 21 marzo 2015

RD Congo - Espulsi attivisti pro-democrazia del Senegal e del Burkina Faso

MISNA
Sono stati dichiarati “persone non gradite” ed espulsi dalla Repubblica Democratica del Congo il 18 marzo gli attivisti pro-democrazia senegalesi e burkinabé arrestati domenica durante un blitz della polizia. 

Conferenza stampa per il lancio di Filimbi
Lo ha annunciato Lambert Mende, portavoce del governo congolese.

Si conclude così – almeno sul piano diplomatico – una vicenda che aveva visto le autorità di Kinshasa criticate da organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali e nette prese di posizione di Washington, Bruxelles e Parigi.

Restano tuttavia in carcere ancora 17 tra giornalisti e attivisti congolesi, su un totale di circa 40 persone arrestate durante una conferenza promossa dal movimento giovanile congolese Filimbi.

[DM]

giovedì 19 marzo 2015

Bukavu, RD Congo - I Giovani per la Pace e l’abbraccio agli anziani isolati perché ritenuti “stregoni”

Notizie dalle Comunità di Sant'Egidio nel mondo
A Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il movimento dei Jeunes pour la Paix (Giovani per la Pace), espressione delle comunità di Sant’Egidio nelle scuole superiori del paese, lavora per quell’abbraccio tra le generazioni per cui prega papa Francesco: “Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani! 

E questo è quello che oggi chiedo al Signore, questo abbraccio!”.
Si è recentemente concluso in città un ciclo di incontri, conferenze, feste, preghiere e manifestazioni, tutti animati da un’idea: quella di cambiare lo sguardo della società sugli anziani proprio a partire dai più giovani, contro ogni pregiudizio, contro ogni forma di violenza, per una solidarietà intergenerazionale, per una convivenza più umana e pacifica.
Troppe volte infatti, nel Congo, ma anche in tanti altri contesti subsahariani, gli anziani sono considerati “stregoni”, accusati di rubare la vita dei più piccoli per allungare la propria. 

I Giovani per la Pace sono convinti di poter mettere in moto una rivoluzione culturale, un processo di cambiamento destinato a portare a una vera e più solida rinascita del continente africano. La cui crescita non potrà mai essere solo economica, ma dovrà fondarsi sul recupero di quei valori umanistici e profondi che sono il cuore di ogni cultura.

lunedì 16 marzo 2015

Afrique du Sud: un Congolais brûlé vif à Durban

Les voix du monde
En Afrique du Sud, la communauté congolaise s’inquiète pour la sécurité de ses ressortissants dans le pays. Tôt ce lundi matin, un homme originaire de la République démocratique du Congo a été brûlé vif dans la ville de Durban. Les causes ne sont pas encore connues, mais la montée de la xénophobie est significative dans le pays.
L’homme travaillait dans une boîte de nuit où il assurait la sécurité. Selon des témoins, un groupe d’environ quatre personnes l’aurait aspergé d’essence, puis aurait mis le feu. La victime est décédée quelques heures plus tard à l’hôpital. Les causes de l’agression ne sont pas encore connues, mais les associations de protection des ressortissants africains craignent une attaque xénophobe.

Le pays a connu une vague de violence contre les étrangers en 2009 durant laquelle près de 70 personnes ont été tuées. Et depuis le début de l’année, les attaques contre les commerçants étrangers sont en augmentation. En janvier, plusieurs centaines de commerçants, notamment somaliens, ont dû quitter le township de Soweto, après que leurs magasins ont été attaquéq et pillés.

Depuis les incidents sont récurrents. Les autorités se refusent toujours à parler de xénophobie, mais plutôt de criminalité. Pourtant, la xénophobie existe en Afrique du Sud. Elle est entretenue par la pauvreté et les inégalités. L’année dernière, par exemple, 70 commerçants somaliens sont décédés dans l’attaque de leurs boutiques.

lunedì 16 febbraio 2015

R D Congo - A Bukavu tre giovani minorenni liberati dal carcere in occasione del 47° anniversario di Sant'Egidio

Comunità di Sant'Egidio
Quest'anno nella Repubblica Democratica del Congo, i festeggiamenti per il 47° anniversario di Sant'Egidio sono stati accompagnati da una buona notizia proveniente dalla prigione centrale di Bukavu, dove Sant'Egidio visita regolarmente i giovani detenuti. Proprio in occasione dell'anniversario della Comunità tre ragazzi minorenni sono stati liberati. 


La notizia è stata accolta con grande gioia da parte di Sant'Egidio, che ha poi aiutato i tre giovani a tornare dalle proprie famiglie nei villaggi di Kamituga, Bunyakiri e Kabare.

Bambini e adolescenti detenuti in questo carcere vivono in condizioni molto precarie: più di 1200 persone vivono in uno spazio destinato originariamente a 200 detenuti. Il sovraffollamento è reso ancora più drammatico dalla scarsità di generi di prima necessità. Per migliorare le condizioni di vita la Comunità ha già consegnato materassi ai ragazzi che prima erano costretti a dormire per terra (leggi la news).

La scorsa settimana una delegazione di Sant'Egidio è tornata nella sezione minorile del carcere, insieme a un pediatra francese, Marcel Collin, per verificare le condizioni dei bambini.


mercoledì 4 febbraio 2015

RD Congo: è emergenza rifugiati dalla Repubblica Centrafricana

Vita
Solo nell’ultimo mese sarebbero 30 mila i rifugiati arrivati in Repubblica Democratica del Congo, a causa del conflitto in Repubblica Centrafricana, una marea di persone costrette a cercare, in un’altra zona molto difficile, una tregua di pace dagli omicidi e dagli stupri
Sarebbero 30 mila i rifugiati, fuggiti dalla Repubblica Centrafricana in Repubblica Democratica del Congo, solo nell’ultimo mese. La maggior parte attraversano il fiume Ubangi, su piccole imbarcazioni di fortuna, sperando di lasciarsi alle spalle, la violenza efferata, fatta di massacri e stupri e di trovare, nel difficile Paese vicino, una tregua almeno temporanea.

Una storia di colpi di stato e instabilità politica ha impedito alla Repubblica Centrafricana di sviluppare servizi adeguati e un’economia di pace. Negli ultimi due anni, dopo il colpo di stato che ha visto deporre il presidente cristiano, Francois Bozize, nel marzo 2013, il Paese è diviso da una guerra etno-religiosa, tra i ribelli Seleka, una coalizione a maggioranza musulmana e le milizie anti-balaka (letteralmente anti-machete), un gruppo a maggioranza cristiana che si definisce “gruppo di auto-difesa”.

Circa 4 mila persone si sono stabilizzate nel vilaggio di Gbangara, nella Giungla, uno dei luoghi più remoti del continente, circa cinque ore di macchina da Gbadolite, una città di frontiera dove atterrano solo 2 o 3 aerei a settimana.

Secondo il Guardian, qui ogni nuovo arrivato è un cristiano, costretto a fuggire dalle atrocità dei ribelli Seleka ma, sulla popolazione civile la violenza è esercitata da entrambe le fazioni, lo scorso mese, Human Rights Watch aveva riportato che centinaia di musulmani, nella parte occidentale del paese, controllata principalmente dalle milizie cristiane, erano stati costretti a barricarsi in un’enclave. Dal Dicembre 2013, secondo l’UNHCR, il 25% della popolazione è stata costretta a lasciare la propria casa e cercare rifugio in altre parti del Paese e nei paesi vicini, in Camerun, Chad, Congo e Repubblica Democratica del Congo, avendo un forte impatto sugli equilibri tutta la regione.

L’arrivo di così tanti rifugiati a Gbangara, pone nuova pressione per l’UNHCR, che ha già aperto un campo rifugiati per 13 mila persone, vicino a Gbadolite. “Abbiamo visto persone ferite attraversare la frontiera, così le abbiamo trasportate in ospedale, perché gli ambulatori che ci sono al confine, non riescono a curarli tutti.” Ha affermato Céline Schmitt, portavoce dell’UNHCR Congo. “C’è un problema di malnutrizione e purtroppo abbiamo visto molte piccole bare, le persone sono in una situazione disperata”.

domenica 8 giugno 2014

R.D. Congo Sud Kivu, evasione di massa dal carcere di Bukavu che ospita 1500 detenuti in 500 posti

MISNA
Sarebbero circa 300 i detenuti evasi oggi dalla prigione centrale di Bukavu: lo hanno riferito responsabili di polizia della città, capoluogo della provincia orientale del Sud Kivu.
Secondo questa ricostruzione, negli scontri a fuoco seguiti all’inizio dell’evasione è stato ucciso un agente. Altre fonti riferiscono di sei vittime.

L’evasione è stata confermata da Radio Okapi, l’emittente delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo. Nella prigione centrale di Bukavu erano detenute più di 1500 persone, nonostante la struttura non ne possa ospitare più di 500.

lunedì 28 aprile 2014

R.D. Congo espulsioni, Brazzaville accusata di “barbarie”

MISNA
Alimenta “forte preoccupazione” e “sdegno” l’ondata di “espulsioni di massa, operate in condizioni disumane” ai danni di centinaia di cittadini congolesi nella confinante Repubblica del Congo. 

A denunciare l’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ (“Lo schiaffo dei maggiori”, in lingala) avviata da Brazzaville lo scorso 3 aprile è, tra le altre, l’organizzazione di difesa dei diritti umani Voix des sans voix (Vsv) dopo una nuova ondata di espulsioni nel fine-settimana.

“Nonostante i negoziati aperti tra Kinshasa e Brazzaville l’operazione continua, accompagnata da stupri, trattamenti crudeli e disumani che hanno causato vittime e feriti, ma anche estorsioni e offese morali” si legge nell’appello di ‘Vsv’ intitolato “stop alle espulsioni di massa barbare e selvagge”. L’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ è stata lanciata ufficialmente per “lottare contro gli stranieri che vivono in condizioni irregolari a Brazzaville e seminano l’insicurezza in alcuni quartieri”.

Tuttavia l’ong con sede a Kinshasa riferisce dell’espulsione di alcuni cittadini congolesi che erano in possesso di regolare titolo di soggiorno. ‘Vsv’ teme che l’attuazione dell’operazione di sicurezza “senza alcun rispetto dei diritti umani e della dignità umana” possa “compromettere le relazioni di buon vicinato, di fratellanza e di consanguineità tra i popoli delle due capitali più vicine al mondo”. L’ong chiede ai due governi di impegnarsi sul piano politico e umanitario per “fare cessare immediatamente le espulsioni” e “assicurare adeguata assistenza alle vittime”.

Più duro è il tono della denuncia dell’associazione nota come ‘Nuova società civile’, il cui presidente Jonas Tshiombela ha criticato “la passività incomprensibile del governo di Kinshasa”, chiedendo alle autorità di “attuare a loro volta l’espulsione di tutti i congolesi irregolari” che vivono in Repubblica democratica del Congo. Temendo rappresaglie, un gruppo di 500 studenti congolesi è stato rimpatriato a Brazzaville lo scorso fine settimana.

In base ad un bilancio ufficiale, nelle ultime tre settimana circa 1300 cittadini congolesi sono stati espulsi da Brazzaville, causando una nuova crisi umanitaria a Kinshasa. Il governo ha allestito un sito di accoglienza nello stadio Cardinal Malula della capitale. All’emittente locale dell’Onu Radio Okapi, il ministero provinciale dell’Interno a Kinshasa ha riferito della difficoltà a identificare le persone espulse, di cui la maggior parte dice di aver perso la propria carta d’identità nelle operazioni di rimpatrio forzato, attuate tramite i battelli della Società congolese di trasporti e porti (Sctp). Brazzaville e Kinshasa, capitali ‘gemelle’ distanti soltanto 4 chilometri, sono separate dal fiume Congo. Secondo il ministero provinciale dell’Interno sarebbero 30.000 i congolesi espulsi che sono transitati nello stadio Cardinal Malula.

[VV]

lunedì 6 gennaio 2014

Congo: viaggio alla fine del mondo, le carceri di Kinshasa

Il Fatto Quotidiano
[...]
Le prigioni di Makala
È il carcere principale di Kinshasa, 6.400 detenuti divisi in pavillon, "padiglioni". All'ingresso, alle visitatrici, danno un quadratino di carta giallo "da non perdere, altrimenti non ti fanno uscire. E non dire che sei giornalista". 

Ci sono uomini, donne, minori, malati, detenuti politici. Una città nella città, labirinto di corridoi all'aperto tra visite dei parenti, mercatini interni e corruzione senza fine. I secondini sono alcuni condannati, i più fortunati: li chiamano governateur, hanno posizioni di potere all'interno del carcere, decidono gli "incarichi" degli altri prigionieri e li controllano. Un sistema repressivo talmente efficiente da garantire un ordine ineccepibile. 

Tanti detenuti non sono chiusi in cella. Non ce n'è bisogno. Stanno all'aperto, tra la polvere dei passaggi di terra battuta, nei cortili dentro le mura carcerarie, sotto il sole sempre opaco e pungente, avvolti dall'umidità. 

A tanti carcerati vengono affidati presunti ruoli di responsabilità. C'è chi è contabile, chi siede nella commissione disciplina incaricata di vigilare sulla condotta dei compagni di padiglione. Passiamo tra loro, siamo tre bianchi. Sorridono con soggezione, ci stringono la mano, ci fissano a lungo. Impossibile passare inosservati, passare e basta. Ci accompagna suor Anna, già infermiera in una prigione in Togo. "Spesso, la mattina, trovavo un morto in infermeria. La diagnosi non era mai morto di fame, non si poteva dire. Eppure era così".

Anche a Makala, come in tutto il Paese, mangiare non è scontato. Bisogna essere fortunati, conoscere le persone giuste dentro al carcere, avere soldi - anche per dormire su un materasso si paga. Altrimenti a terra, e sulla terra sporca e calpestata. Un pasto al giorno è un lusso. 

Lì dentro la religione è la sola distrazione, l'unica attività che abbia un senso. I carcerati, chi può e come può, autofinanziano la propria chiesa. Suor Anna ci sconsiglia di chiedere il motivo della condanna. "Solo se si prende confidenza si può domandare, altrimenti si offendono", spiega. In tanti non sanno nemmeno perché sono lì, aspettano di sapere il capo d'imputazione e sono in attesa di giudizio. Possono passare anni, spesso i dossier scompaiono. La burocrazia smarrisce le carte, i faldoni. A quel punto, bonne chance. Si è in balìa del destino, della fortuna e dei soldi. Chi può pagare 300 dollari al magistrato, magari, ha qualche possibilità. Tanti rimangono lì, sine die.

Incontriamo anche un uomo vestito da militare che, all'ombra, ascolta musica assordante - la sentiremo più o meno ad ogni angolo di strada. Ha lo sguardo fiero e la disinvoltura di un uomo libero. Gli stringiamo la mano. È Edi Kapend, il colonnello accusato di avere ordito il complotto contro Laurent Kabila, padre dell'attuale presidente, ucciso nel 2001. Kapend era suo cugino nonché responsabile della sua sicurezza. Quanto rimarrà dentro? "Di certo fino a che Kabila figlio sarà al mondo".

Dicono che le maman che controllano il padiglione femminile siano più severe degli uomini. All'ingresso alcune donne perquisiscono altre visitatrici. Allungano qualche centinaio di franchi e hanno il via libera, possono entrare. Il cortile nel padiglione delle donne è pieno di fango. Stanno lì, puliscono stancamente qualche pentola, un vestito. Si accovacciano senza lamentarsi nella polvere, tra i rifiuti, a fianco degli scoli a cielo aperto. Senza sapere neanche perché sono lì. 

Il momento più vivace della settimana è la messa. Ma, per partecipare, devono scrivere una lista coi nomi delle aspiranti da consegnare ai responsabili. Burocrazia su burocrazia solo per attraversare un cortile e pregare. C'è una signora anziana. La sua colpa, pare, è di avere dato ospitalità a tre minorenni che il giorno dopo avrebbero assaltato qualcuno con i machete. Di più, non sa. Non sa se e quando ci sarà il processo. Non ha soldi per pagare. Lei li aveva solo ospitati, senza chiedere nulla.

C'è anche il padiglione dei minorenni, hanno dai 13 ai 18 anni. Entriamo in una delle celle, anche quella non è chiusa a chiave. Sono circa in 40, tutti davanti alla tv, tutti a dire in coro "bonjour". Hanno passato gli ultimi cinque giorni senza acqua corrente, quello era il primo in cui potevano lavarsi. Anche qui, chi ha i soldi, ha un letto. Chi è senza, a terra. 

A Kinshasa ci sono oltre 40mila bambini di strada, spesso abbandonati dalle famiglie perché accusati di portare sfortuna, essere la causa di malattie o problemi in famiglia. Finiscono per strada, a imbottirsi di sedativi a basso costo per stordirsi. Abbandonati da tutti, vivono di accattonaggio. Alcuni di loro finiscono a Makala. Se l'inferno esiste, lo immagino così.

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di Eleonora Bianchini

mercoledì 2 ottobre 2013

RD Congo - Aumentano sfollati e rifugiati nella crisi del Nord Kivu. 3 milioni di sfollati e 440 mila rifugiati.

MISNA
R.D. CONGO – Continuano ad aumentare gli sfollati e rifugiati causati dall’annosa crisi nella provincia del Nord Kivu. Con gli ultimi 350.000 persone, è passato a tre milioni il numero di sfollati interni mentre sono ormai 440.000 i congolesi ad aver trovato rifugio nei confinanti Burundi, Rwanda e Uganda.

I dati sono contenuti nell’ultimo rapporto stilato dall’Onu e presentato al Consiglio di sicurezza. Intanto sul terreno combattimenti tra due milizie – l’Alleanza dei patrioti per un Congo libero e sovrano (Apcls) e i Mayi Mayi Sheka – a 90 km dal capoluogo di Goma hanno causato almeno dieci vittime, mentre un numero imprecisato di persone è stato rapito.

giovedì 29 agosto 2013

R D Congo - Lasciateci vivere l'appello del vescovo di Goma

MISNA
“In nome di Dio, lasciateci vivere!”: è l‘appello lanciato da monsignor Théophile Kaboy, vescovo di Goma, capoluogo del Nord Kivu, da settimane epicentro di nuovi scontri tra la ribellione del Movimento del 23 marzo (M23) e le forze armate regolari (Fardc). Il presule si rivolge alla “coscienza dei responsabili” di questi fatti violenti e alle “autorità competenti”, deplorando “innumerevoli perdite in vite umane, sfollati lontani dai villaggi e dai campi ammassati e che vivono in condizioni precarie” così come violazioni dei diritti umani su vasta scala che “ledono alla dignità umana”.

Citando i negoziati di Kampala – aperti lo scorso dicembre ma in stallo da mesi – l’accordo di Addis Abeba, le varie dichiarazioni del Consiglio di sicurezza e il dispiegamento della brigata di intervento, monsignor Kaboy ha deplorato “tutti quei giochi politici” ai quali ha assistito la gente del Nord Kivu “stanca da due decenni di guerre ricorrenti” e che hanno illuso la popolazione con “promesse di un futuro radioso”. Sul terreno, invece, da diverse settimane si è verificata una nuova spirale di violenza ai danni dei civili.

Nel suo messaggio, rilanciato dal sito d’informazione Bukavu on-line, il vescovo di Goma, già occupata dall’M23 lo scorso novembre, condanna con toni duri “la desolazione terrificante alimentata da innumerevoli milizie” e invita la popolazione a “resistere e rimanere vigile”, ma soprattutto a “non cadere nella trappola di quanti vogliono creare una totale confusione in città, colpendo cittadini indifesi e beni”. Per monsignor Kaboy, “siamo tutti fratelli” e ora più che mai “tutte le forze vive implicate nella crisi devono prendere sul serio tutte le risoluzioni già varate per ristabilire la pace totale”. Rivolgendosi alla classe politica congolese, il presule chiede che le prossime consultazioni nazionali in agenda per il 4 settembre a Kinshasa possano essere “sincere” e “privilegiare l’interesse nazionale”.

Intanto da ieri è in corso una vasta offensiva di terra e aerea delle Fardc, sostenute dai caschi blu della Monusco e dalla brigata di intervento, per respingere l’M23 dalle posizioni sulle colline di Kibati. Nelle ultime ore quattro colpi di obice di origine indeterminata sono caduti su Goma; finora non è stato diffuso alcun bilancio. Stamattina una donna ruandese ha perso la vita e il suo bambino è stato ferito da un ordigno che ha raggiunto Gisenyi, città gemella di Goma nel confinante Rwanda. Secondo fonti locali si sarebbe trattato di un “tiro volontario in provenienza dal vicino Congo”. Kigali accusa spesso Kinshasa di bombardare volontariamente il territorio ruandese confinante con l’instabile provincia del Nord Kivu. Diversi rapporti Onu hanno confermato il sostegno militare e finanziario del Rwanda e dell’Uganda alla ribellione dell’M23, nata nell’aprile 2012.

domenica 12 maggio 2013

Congo - L'ONU accusa stupri di massa su donne e bambine

Corriere della Sera
“I militari sono entrati nelle case a gruppi di tre-sei e hanno violentato donne e bambine”. E’ successo nella Repubblica Democratica del Congo dove, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, almeno 97 donne e 33 bambine anche di sei anni hanno subito violenza da parte dei soldati dell’esercito regolare lo scorso novembre nell’area del Sud Kivu quando i militari fuggivano dai ribelli M23. Tra le unità coinvolte anche il Battaglione 391, addestrato dagli americani nel 2010 e considerato il fiore all’occhiello dell’esercito. Il rapporto parla di “stupri di massa, uccisioni, esecuzioni arbitrarie e di vasti saccheggi”. Nel documento si sottolinea come particolarmente feroce sia stata anche l’azione dei ribelli nel corso della presa della città di Goma, lo scorso 20 settembre, in cui sono stati violentati, seviziati e uccisi diversi abitanti.
Si legge nel rapporto: “Gli attacchi sono stati compiuti in maniera sistematica e con estrema violenza, la maggior parte delle vittime è stata stuprata da più di un soldato”. E ancora: “Durante l’assedio a Goma almeno 11 civili sono stati arbitrariamente giustiziati e 58 donne violentate”.
Nel rapporto che raccoglie la voce di almeno 350 testimoni oculari si spiega la tecnica a cui sono ricorsi gli aguzzini: i militari entrano nelle case in gruppi di tre-sei e, dopo aver minacciato gli abitanti e saccheggiato ogni loro bene, violentano a ripetizione donne e ragazze.
“Dopo aver compiuto il saccheggio uno o due soldati - ha spiegato uno dei portavoce delle Nazioni Unite Martin Nesirky - portavano via i beni mentre un altro faceva la guardia alla casa, i militari restanti stupravano donne e bambini. Se strillavano le vittime erano minacciate di morte; alcune venivano violentate con una pistola puntata contro. La maggior parte delle vittime ha subito violenza da più di un soldato. Tra loro 33 ragazzine tra i sei e i 17 anni”.
I fatti sono avvenuti lo scorso novembre quando l’esercito congolese è stato sconfitto dai ribelli M23 e cacciato da Goma. I comandanti hanno perso il controllo delle loro truppe che si sono raggruppate 50 chilometri a sud di Goma, in una cittadina polverosa abitata da migliaia di persone che si chiama Minova sulle rive del lago Kivu. Lì per giorni i militari hanno stuprato, ucciso e rubato dando sfogo alla rabbia per la sconfitta finché i comandanti non sono stati in grado di ristabilire ordine e disciplina. 

Secondo il rapporto 11 soldati sono stati arrestati e gli accusati di stupro sono solo due. I comandanti dei due battaglioni coinvolti sono stati sospesi. Un po’ poco dopo tutto quello che è successo. “I responsabili di questi crimini devono sapere che saranno perseguiti” ha detto l’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay.

venerdì 10 maggio 2013

R.D. CONGO - 4500 bambini reclutati con la forza da due milizie rivali

Misna
R.D. CONGO – Almeno 4500 bambini sarebbero attualmente arruolati da gruppi armati attivi nel paese: a lanciare l’allarme è il Fondo Onu per l’infanzia (Unicef). Oltre a quella delle province del Nord e del Sud Kivu, una situazione molto critica riguarda la provincia mineraria del Katanga (sud-est) dove, secondo la stessa fonte, più di 1500 giovani sono stati reclutati da due milizie rivali, i Mayi Mayi di Kyungu Mutanga (alias Gedeon) e i Mayi Mayi Kata-Katanga. L’Unicef si è detto “preoccupato per il numero crescente di bambine e ragazze” reclutate con la forza.

domenica 28 aprile 2013

R.D. CONGO - Comitato della Croce Rossa: situazione disastrosa delle carceri

Misna
R.D. CONGO – Le condizioni dei detenuti nelle carceri congolesi sono “disastrose”: secondo il Comitato della Croce Rossa Internazionale la colpa è principalmente dei lunghi tempi di attesa processuale, assenza di condizioni igieniche decenti e alimentazione insufficiente. Inolotre c’è un problema di “sovrappopolazione carceraria” che oscilla tra il 200 e il 760%.

mercoledì 17 aprile 2013

RD Congo - Condannati 12 difensori dei diritti umani a 20 anni di carcere

Misna
La corte regionale di Bandundu (ovest) ha condannato 12 difensori dei diritti umani a 20 anni di carcere e al pagamento di una multa, riconoscendoli colpevoli di “ribellione, incitamento all’odio tribale, associazione a delinquere e tentativo di evasione”. Ai membri dell’Associazione per la difesa degli interessi della città di Bandundu è stata anche contestata l’organizzazione di una marcia per denunciare costose fatture di acqua ed elettricità per la popolazione, come conseguenza della cattiva amministrazione al livello provinciale. La protesta non si è mai tenuta poiché i 12 attivisti sono stati arrestati su ordine del governatore Jean Kamisendu Kutuka, lo scorso 26 marzo, proprio alla vigilia dell’iniziativa.

Il legale dei 12 condannati, l’avvocato Papy Niango, ha annunciato che presenterà un ricorso, denunciando il mancato rispetto delle procedure previste per legge in materia di procedura penale. “Il giudizio è stato reso per difetto. I miei clienti non sono mai stati ascoltati. C’è stato un flagrante diniego di giustizia da parte dei magistrati che erano chiaramente di parte” ha dichiarato il legale all’emittente locale ‘Radio Okapi’.

Le organizzazioni congolesi di difesa dei diritti umani ‘Voix des Sans Voix’ (Vsv) e Asadho hanno accolto la condanna con “sdegno” e hanno chiesto alla Corte suprema di giustizia di aprire un’inchiesta sul comportamento dei giudici che hanno celebrato il processo. Inoltre l’ong ‘Acaj’ ha denunciato il fatto che al momento dell’arresto i difensori dei diritti umani sono stati derubati dei propri beni dagli agenti di polizia e hanno subito “pesanti torture” durante la detenzione al carcere centrale di Bandundu. Secondo ‘Vsv’, che sottolinea la “celerità sospetta del processo”, i giudici designati per questo caso “avrebbero subito pressioni da parte del governatore locale che voleva ad ogni costo ottenere una condanna”. L’ong ha chiesto alle autorità congolesi di “assicurare alla popolazione e ai difensori dei diritti umani la libertà di manifestare un modo pacifico” e di “scarcerare i 12 attivisti condannati con un processo speditivo, politico, ingiusto e iniquo”.

sabato 6 aprile 2013

R.D. Congo - Localizados 2.000 niños sin sus padres huyendo de la República Centroafricana

EFE
Ginebra, - La Federación Internacional de la Cruz Roja (FICR) informó hoy de que ha localizado al menos a 2.000 niños de la República Centroafricana (RCA), refugiados en la vecina República Democrática del Congo (RCD) sin estar acompañados por su padres.
"Los menores, entre 2 y 14 años, fueron separados de sus padres durante el reciente conflicto en la RCA, que enfrentó al grupo rebelde Seleka con las fuerzas gubernamentales. La FICR intentará que se encuentren con sus familias lo antes posible", aseguró en rueda de prensa la portavoz de esa federación, Jessica Sallabank.
En la RCD se calcula que hay unos 22.100 refugiados provenientes de la República Centroafricana, y que el 40 % de ellos son niños.
"Durante años se ha presenciado la migración forzada de la población de la RCA, pero ha habido un aumento dramático entre enero y febrero del año 2013, cuando el número de refugiados ha pasado de 4.000 a 21.352. Esto puede atribuirse al incremento de la intensidad del conflicto", expresó la portavoz.
La mayoría de los refugiados se encuentran asentados en la provincia fronteriza de Ecuador, especialmente en la ribera del río Ubangi, donde a pesar de las difíciles condiciones de vida, permanecen cerca de su país y tienen la posibilidad de pescar como medio de vida, y otros se encuentran acogidos por familias.
La FICR hizo la semana pasada un llamamiento humanitario de 1,2 millones de francos (unos 987.000 euros) para apoyar a unas 15.000 personas refugiadas en la RDC durante los próximos seis meses, pero la portavoz se lamentó hoy de que aún no hayan recibido ninguna donación.
Sobre la situación en Bangui, la capital de la RCA tomada por los rebeldes el pasado 24 de marzo, la responsable del Comité Internacional de la Cruz Roja (CICR) para África Central y Australia, Marie-Servane Desjonquères, expresó que la situación está lejos de normalizarse, pese a la calma relativa que empieza a regresar a la ciudad.
"Hay una cierta actividad con algunos restaurantes y comercios que comienzan a reabrir, el aprovisionamiento de agua y electricidad comienza a ser regular, pero los servicios públicos no han reiniciado de forma completa su actividad y la situación es volátil", agregó.
Desjonqères aseguró que para los equipos del CICR, que ya han podido volver al trabajo, la prioridad es restablecer la seguridad, "porque aún hay riesgo de robos y saqueos, y no se sabe cuál será la evolución del conflicto".
La coalición Seleka, compuesta por cuatro grupos rebeldes, se alzó en armas en el norte del país el pasado diciembre al considerar que François Bozizé, jefe de Estado de la RCA en ese momento, no había respetado unos acuerdos de paz firmados en 2007.
Michel Djotodia, líder de la coalición rebelde Séléka, se proclamó nuevo presidente de la República el pasado 24 de marzo, tras la toma de la capital (Bangui) por parte de las fuerzas rebeldes, poniendo fin al alzamiento en armas de la coalición rebelde y provocando la huida de Bozizé.