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martedì 18 aprile 2017

Egitto, dopo tre anni di carcere, prosciolta Aya Hegazi fondatrice di un’Ong per i bambini di strada

Presenza
Dopo tre anni di detenzione preventiva (uno in più del massimo consentito dalla legge egiziana), domenica 16 aprile Aya Hegazi, fondatrice della Fondazione Beladi, suo marito Mohammed Hussanein e cinque altri esponenti della Fondazione sono stati prosciolti dalle accuse di traffico di minorenni, violenza sessuale contro minori e sfruttamento di bambini per finalità politiche.




La Fondazione Beladi è un’organizzazione non governativa che si occupa dell’assistenza e del benessere dei bambini di strada e che gestisce alcuni centri-rifugio.

Hegazi, suo marito e i cinque altri esponenti dell’Ong, erano stati arrestati nel maggio 2014 dopo che un genitore aveva accusato la Fondazione di aver rapito suo figlio. Quasi contemporaneamente, alcuni bambini di strada avevano dichiarato in un programma televisivo di aver ricevuto soldi per prendere parte a proteste anti-governative della Fratellanza musulmana. Accuse rivelatesi del tutto infondate.

Hegazy ha cittadinanza egiziana e statunitense. Secondo alcune fonti, il Presidente degli Usa Donald Trump avrebbe menzionato il suo caso durante i recenti colloqui col Presidente egiziano al-Sisi.









Riccardo Noury

giovedì 13 aprile 2017

Giornata dei bambini di strada - Una testimonianza dal Ruanda

www.santegidio.org
Mi chiamo Jean (un nome di fantasia), sono nato nel 1991 in Ruanda e sono di etnia hutu. Nel luglio del 1994, sono scappato con mio padre in Congo. Avevo solo tre anni e non riuscivo a camminare a lungo, per questo mio padre si era procurato una bicicletta su cui aveva sistemato una scatola di cartone in cui mi adagiava nelle lunghe marce. Quando anche in Congo è scoppiata la guerra, abbiamo cominciato a scappare da un luogo ad un altro. È così che siamo finiti nella foresta dove ho perso mio padre. Mi ricordo la grande paura e la tristezza di quei giorni.


Sono fuggito da una città all’altra, da una foresta all’altra, nell’infuriare degli scontri, finchè non sono stato rimpatriato in Ruanda con un aereo di profughi. Nella città, ho cominciato a vivere per strada e a sniffare colla e canapa per sentire meno freddo. Insieme ad un gruppo di bambini di strada chiedevo l’elemosina e lavoravo come facchino per guadagnare qualcosa. Dormivamo sotto la tettoia di un ristorante.

Sulla strada ho conosciuto i giovani della Comunità che venivano a portarci del cibo. Ricordo bene Jean-Baptiste. Capii subito che era tutsi. All’inizio avevo paura di avvicinarmi a lui. Sapevo che i tutsi ce l’avevano con noi hutu per quello che era successo con il genocidio. Anch’io incolpavo i tutsi di tutto quello che avevo subito: la fuga, la morte di mio padre, i continui spostamenti. Eppure a Jean Baptiste sembrava non importare di che etnia fossi. Mi chiese solo il nome.

Mi colpì molto il fatto che da quel giorno mi chiamò per nome e che parlava con me come un vero amico. Quando mi ha proposto di tornare a scuola ho subito accettato. Volevo diventare il primo della classe. Ero grato a Jean Baptiste che mi aveva dato una opportunità e così studiavo molto, per poter fare i compiti, mi mettevo sotto la luce dei lampioni della strada, perché non avevo una casa.

Insieme ad altri bambini di strada sono stato preso in una retata della polizia. Sono stato rilasciato grazie agli amici della Comunità che hanno garantito per me e che mi hanno portato in una casa famiglia, aperta proprio per noi.

Studiare, in casa, è diventato più facile e il rendimento scolastico è subito migliorato. Posso dire che in quella casa sono rinato. Da allora facico parte della Comunità di Sant’Egidio, aiuto gli anziani del mio quartiere e i bambini che, come me, sono finiti in strada e sono senza protezione. Desidero dare loro tutto l’amore che anche io ho ricevuto e lottare perché nessun bambino soffra più questa grande ingiustizia.

lunedì 14 settembre 2015

SOS ragazzi di strada. Sono 150 milioni. In Vaticano un summit per trovare soluzioni

Corriere della Sera
E’ sos abbandono di minori. Nel mondo, i ragazzi di strada raggiungono la drammatica soglia dei 150 milioni. 

Proprio per affrontare con concretezza la piaga dell’abbandono e dello sfruttamento, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ha organizzato un incontro internazionale in Vaticano che vede riuniti, a partire da domenica 13 settembre, esperti da tutto il mondo. Fino al prossimo 17 settembre, dunque, l’Istituto `Maria Bambina´ di Roma, ospita il simposio internazionale con più di settanta esperti impegnati in prima persona nella lotta alla tratta di donne e bambini.
«Un incontro – spiega il dicastero presieduto dal cardinale Antonio Maria Vegliò – che mira a studiare strategie efficaci per combattere la piaga dei bambini e delle donne di strada e delle loro famiglie, dramma che richiede di affrettare i tempi di intervento sia da parte della Chiesa che dalle istituzioni civili». Il simposio darà modo agli esperti di confrontarsi sull’attualità dei problemi che riguardano donne e bambini di strada.Nel corso del Simposio, i relatori si confronteranno sulla tratta di esseri umani con particolare attenzione al fenomeno dei bambini e delle donne di strada nelle realtà dei diversi Paesi del mondo, anche alla luce dell’esortazione apostolica `Evangelii Gaudium´ di papa Francesco. Giovedì mattina, Vegliò e i partecipanti al simposio saranno ricevuti in udienza speciale dal Papa.

Secondo le stime, nel mondo sono 5,5 milioni i minori vittime di lavoro forzato o tratta ai fini di sfruttamento sessuale e lavorativo, su un totale di 20,9 milioni di persone coinvolte; dati che nascondono una realtà sommersa non calcolata nei dati ufficiali. A livello mondiale si stima che, tra abbandonati e non, sono circa 150 milioni di bambini che fanno della strada la propria casa, il 40% di loro è senza dimora mentre, il restante 60%, lavora per le strade per sostenere la famiglia. Il numero più alto di abbandono minorile si conta in Paesi come l’America Latina e l’Africa centrale anche se, questa realtà, raggiunge cifre elevate anche in molti Paesi dell’Europa orientale.

“Nascere in un posto o in un altro del mondo – ha sottolineato il cardinale Antonio Maria Vegliò in un suo intervento sull’Osservatore Romano – non è una colpa né un merito. Una vita dignitosa deve essere garantita a tutti, in modo particolare alle fasce più vulnerabili come donne e bambini. Un solo bambino maltrattato o una sola donna sfruttata è un abuso da parte della società”.

Dati alla mano, il capo del dicastero vaticano che si occupa di migranti, nel suo intervento sul quotidiano d’Oltretevere ricorda che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), “sono circa 21 milioni le persone vittime di lavori forzati nel mondo. Di queste, 11,4 milioni sono donne e 4,5 milioni di loro sono sfruttate sessualmente. Solo in Italia si contano, sempre secondo l’Oil, tra 50 e 70 mila vittime di traffico di esseri umani, soprattutto ai fini sessuali. Parlando, invece, di bambini di strada, sempre secondo le stime, si raggiunge la soglia dei 150 milioni”.


Da qui l’appello del porporato: “Sfruttati, abusati e trafficati, i più deboli perdono tutto e la Chiesa non può restare a guardare in silenzio. La Chiesa è impegnata costantemente per offrire aiuto e protezione ai più deboli e per combattere questo genere di soprusi. La Chiesa deve farsi garante della tutela dei diritti umani, proponendo una valida alternativa alla strada; deve spendersi totalmente per soccorrere quel Gesù umiliato e abbandonato che nessuno si ferma ad aiutare”,

Monica Ricci Sargentini

venerdì 13 marzo 2015

Un quaderno e un amico fanno la differenza per Isaac, 16 anni, che vive e lavora in una discarica in Togo

Comunità di Sant'Egidio
Nel piccolo paese africano, Sant'Egidio affronta il dramma dei ragazzi di strada.


Lome' (Togo) - Isaac è stanco. Sedici anni, un passato come tanti altri adolescenti di Lomé, la capitale del Togo, in Africa occidentale, uno dei Paesi più piccoli del continente. Famiglia, giochi, scuola, fino alle prime classi delle medie. 

Poi si è perso nella grande città dove è facile per tanti ragazzi poveri come lui non trovare più la strada di casa. Ora passa la giornata qui, nella grande discarica del quartiere di Agoé, insieme a tanti altri giovani, alcuni più piccoli di lui. Il suo lavoro è raccogliere, tra i rifiuti, materiali in ferro per portarli alle "Dames", signore che ai margini di quel terreno infernale, con le loro rudimentali bilance li pesano per rivenderli al mercato della città. 

Sta lì a lavorare Isaac, tutto il giorno, con le sue ciabattine, a mani nude, con il rischio di ferite e malattie. Per una manciata di franchi Cfa, la moneta dell'Africa Occidentale.

Da quando ha conosciuto i giovani della Comunità di Sant'Egidio però Isaac ha qualcosa in più: un quaderno che gli ha permesso di riprendere a scrivere e a studiare. E insieme a quei fogli il sogno di tornare a una vita normale. Serge, un altro ragazzo della strada (anche se qui nonostante l'età si chiamano sempre "enfants de la rue", bambini di strada), ce l'ha già fatta grazie agli amici di Sant'Egidio che lo hanno conosciuto mentre lavorava nella discarica: ora lavora in una bottega dove allestiscono i controsoffitti, particolarmente importanti in Africa per proteggere le case dal caldo.

Prossimo appuntamento per il gruppo, ormai numeroso, di ragazzi di strada amici della Comunità di Sant'Egidio di Lomé: una grande festa, con balli e canti, e alla fine, un regalo: stivali di gomma e guanti per proteggersi quando si va nella discarica, in attesa di un lavoro vero, dignità e futuro.

martedì 3 marzo 2015

Libano nell'emergenza profughi dalla Siria i bambini di strada sono sfruttati e lasciati soli. Il 70% sono bambini siriani

La Repubblica
Piegati sotto il peso delle cassette da lustrascarpe i figli di quel 32% della popolazione che vive con meno di 4 dollari al giorno, cercano di guadagnare qualcosa nei ristoranti di lusso o semplicemente tendendo la mano ai semafori. Mischiati a loro ci sono anche i ragazzini figli dei 300.000 rifugiati palestinesi e quelli dell'oltre un milione di profughi siriani

Beirut - Si incontrano ovunque per le strade della capitale libanese, curvi sotto il peso della cassetta da lustrascarpe o mentre cercano di vendere un fiore fuori dai ristoranti di lusso o semplicemente con la mano tesa ai semafori. Sono i bambini di strada libanesi, i figli di quel 32% della popolazione che vive con meno di 4 dollari al giorno, oppure dei 300.000 rifugiati palestinesi e oggi anche di oltre un milione di profughi siriani.

Il 70% dei bambini di strada sono siriani. I bambini di strada non sono una novità nel Paese dei Cedri, la diseguaglianza economica in Libano è da anni accompagnata da questo tragico fenomeno sociale. Adesso, però, a questo popolo quasi invisibile si sono aggiunti i piccoli fratelli della porta accanto, i profughi siriani in fuga dalla guerra. I curatori di uno studio realizzato da UNICEF, ILO e coordinato dal ministero del lavoro - hanno incontrato 1.500 bambini che vivono di elemosina e lavorano come venditori ambulanti, qualcuno si lascia anche coinvolgere in attività illecite. "Attualmente più del 70% dei bambini di strada sono siriani e l'8% palestinesi, concentrati soprattutto nei centri urbani come Beirut e Tripoli." Ha dichiarato un portavoce del Ministero del Lavoro. "Il fenomeno è diventato sempre più diffuso e visibile con l'arrivo di circa 1,5 milioni di rifugiati siriani, la popolazione pro capite più alta al mondo di rifugiati."

Otto ore di lavoro per 12 dollari. Secondo lo studio oltre la metà dei bambini di strada in Libano ha tra i 10 e i 14 anni e in media riescono a guadagnare meno di 12 $ al giorno. "L'enorme quantità di profughi dalla Siria, molti dei quali sono bambini - secondo la ricerca - ha certamente aggravato il problema, ma non è la causa principale. Le cause sono da ricercare nell'esclusione sociale e nella vulnerabilità delle famiglie. La presenza di bambini che vivono e lavorano nelle strade è un vecchio problema, che rappresenta una sfida permanente che coinvolge le questioni socio-economiche più rilevanti per il Libano". Lo studio ha mostrato che il 43% dei bambini sopravvive mendicando, mentre il 37% lavora come venditore ambulante. La maggior parte di loro sono entrati nel mercato del lavoro tra i 7 e i 14 anni e il 42% sono analfabeti. La maggioranza lavora più di sei giorni alla settimana per una media di otto ore e mezzo al giorno.

Scarsi gli investimenti pubblici per scuola e salute. Le istituzioni libanesi hanno dichiarato a più riprese di volersi impegnare per contrastare il fenomeno e aiutare i bambini di strada nel quadro del "Piano d'azione nazionale per l'eliminazione dello sfruttamento del lavoro", avviato nel 2013. La questione appare, però, di difficile soluzione perché è figlia delle feroci contraddizioni del Paese. In Libano il 95% della sanità è privata e così anche il 70% delle scuole e la spesa pubblica per queste voci raggiunge solo il 9% del bilancio dello stato. Inoltre, oggi questi minimi servizi dovrebbero occuparsi di più di un milione di rifugiati.

I bambini pagano le contraddizioni del Paese. Seduto sulla sua cassetta da lustrascarpe Mohamed racconta "Sono io che mi occupo della famiglia. Ho tre fratelli e mio padre malato non può lavorare". Ha 14 anni e da tre è scappato dalla Siria.
A Beirut centinaia di bambine vivono di espedienti e rischiano di precipitare nel racket della prostituzione minorile, mentre alcune loro coetanee passano i pomeriggi nelle beauty-farm dedicate alle bambine dai 12 ai 16 anni. Basta, poi, uscire pochi chilometri da Beirut per accorgersi che il mondo occidentalizzato non è che una piccola parte della realtà. Il Libano là fuori è un mondo di famiglie contadine che vendono i loro prodotti sulla strada e vivono in piccoli villaggi isolati, senza scuole o centri di salute. Beirut e il Libano sono un mosaico, un insieme di frammenti che spesso si passano accanto senza sfiorarsi, ma a volte si scontrano drammaticamente. Le disuguaglianze economiche e le divisioni confessionali e politiche corrono profonde in questa società, sempre in bilico tra guerra e pace e che non sembra avere tempo per prendersi cura sei suoi bambini.

mercoledì 6 agosto 2014

Filippine - Mindanao - HRW: Squadroni della morte uccidono anche bambini di strada per controllo crimine

MISNA
Un rapporto di 71 pagine, pubblicato lo scorso maggio da Human Rights Watch, mostra con prove ed interviste ad ex-sicari che nella regione di Mindanao per anni è in azione uno squadrone della morte che mira anche a bambini di strada. Gli omicidi sarebbero stati eseguiti su ordine del l’ex sindaco della città di Tagum , a Mindanao. L’ex sindaco ha negato le accuse.
Bambini di strada filippini
“L’ex sindaco di Tagum City ha contribuito a organizzare e finanziare uno squadrone della morte legato all’assassinio di centinaia di residenti”, ha detto Phelim Kine, vice direttore per l’Asia di Human Rights Watch. “[Il sindaco] chiamava ‘erbacce’ questi cittadini. Lui e altri funzionari della città e la polizia hanno sottoscritto omicidi mirati, come una forma perversa di controllo del crimine”, Kine ha aggiunto.

“ Tali rivelazioni non sono una novità nelle Filippine”, scrive a Ucanews padre Colombano Shay Cullen, irlandese, che nel 1974 ha istituito la Fondazione Preda, nella città di Olongapo, per promuovere i diritti umani ed in particolare i diritti dei bambini, commentando il documento. “Altri funzionari di altre città in tutto il paese sono stati accusati di usare squadroni della morte per uccidere i bambini di strada e chiunque è considerato una minaccia o un critico del governo locale. Ben 298 vittime sono state documentate nel rapporto di Human Rights Watch. Questo non è il primo rapporto di condanna che ha documentato il lato oscuro dei funzionari del governo filippino, dei politici, della polizia, dei militari e di società private che sono accusati di utilizzare squadre di assassini privati che vanno in giro in moto a uccidere bambini, sacerdoti, missionari, pastori ed operatori dei diritti umani. Abbiamo documentato molti di questi omicidi. Molto pochi sono stati ritenuti responsabili e nessun mandante è stato accusato.

Le uccisioni sono fatte per scacciare l’accattonaggio dei ragazzi di strada, creare paura e mettere a tacere i critici e difensori dei diritti umani. Questo è come la piccola minoranza di élite, di ricchi filippini usano la paura, la forza e l’omicidio per intimidire la gente comune, imbrogliare alle elezioni e restare al potere attraverso dinastie familiari. I sicari lo fanno per soldi e le élite lo fanno per vantaggio politico ed economico.

La relazione dà credito alle numerose accuse fatte da lavoratori filippini per i diritti umani per molti anni, tra cui io stesso. Anch’io sono stato esposto davanti ad uno squadrone della morte e citato in giudizio dall’ex sindaco della città di Davao, Benjamin De Guzman, nel 1999. Dopo un anno di straziante difesa legale e una paurosa visita a Davao, dove i bambini di strada mi hanno fatto da cordone protettivo per accompagnarmi in modo sicuro all’aeroporto, il sindaco De Guzman ha ritirato la denuncia il giorno in cui dovevo essere chiamato in giudizio da un giudice di Davao. L’intervento di Mons. Fernando Capalla di Davao ha convinto il sindaco a ritirare l’accusa.

Il fratello dell’arcivescovo, Romy Capalla, un difensore dei diritti umani, è stato assassinato con un proiettile alla testa, nel marzo 2014, per il suo lavoro in difesa dei diritti dei piccoli agricoltori che si erano organizzati in cooperativa per affermarsi economicamente. Il loro zuccherificio è stato bruciato.

Nella città di Davao , gli omicidi continuano fino ad oggi e sono anche lodati e considerati necessari da alcuni funzionari governativi. I dirigenti della Chiesa ne parlano raramente e raramente promuovono campagne contro squadroni della morte per omicidi e ingiustizie sociali, anche quando i lavoratori della Chiesa, giornalisti e sacerdoti missionari vengono uccisi per una presa di posizione con i poveri e gli oppressi.

Un sondaggio dell’ Ateneo de Davao University, gestito dai gesuiti, fatto nel maggio scorso, mostra che il 98% della popolazione della città, tutti i buoni cattolici senza dubbio, sono soddisfatti della prestazione generale di Rodrigo Duerte, sindaco della città di Davao che, presumibilmente, è stato collegato con la squadra della morte. Duterte ha smentito le voci e le accuse. Un’approvazione con simili giudizi sono stati dati al governo della città di Davao, al vice sindaco, mentre la forza di polizia della città ha ottenuto un indice di gradimento del 77%. Un indice di gradimento sterline: la gente fa meglio ad approvare, oppure …”

[PL]