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domenica 19 febbraio 2017

Filippine: Migliaia di cattolici in marcia contro la pena di morte e la guerra alla droga

Blog Diritti Umani - Human Rights 
Manila - Migliaia di cattolici hanno marciato sabato nella capitale Filippina nel grande raduno per denunciare le esecuzioni extragiudiziali e il piano del governo per reintrodurre la pena di morte.
L'Arcivescovo Luis Antonio Tagle mentre interviene davanti ai partecipanti alla "processione"
contro il progetto di reintroduzione della pena di morte e la politica per contrastare la droga
Il raduno dal titolo "Walk for Life" approvato dalla Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp), succede di pochi giorni il forte attacco che la Chiesa ha lanciato contro la guerra alla droga del presidente Rodrigo Duterte.


Gli organizzatori hanno sostenuto che ben 50.000 persone hanno partecipato alla marcia verso Rizal Park di Manila.

Più di 7.600 persone sono state uccise da quando Duterte ha lanciato la sua campagna contro la droga sette mesi fa. Più di 2.500 morti in sparatorie secondo la polizia.


Sia il governo e la polizia hanno negato che le esecuzioni extragiudiziali hanno avuto luogo. Ma i gruppi per i diritti umani affermano che molte morti che la polizia aveva attribuito ai vigilantes sono stati eseguiti da sicari in probabile collusione con la polizia.

L'Arcivescovo Socrates Villegas ha comunicato "Non possiamo insegnare che uccidere è sbagliato uccidendo quelli che uccidono. Aumenta anche il numero di assassini".
E l'Arcivescovo Luis Antonio Tagle cardinale, che ha anche aderito alla manifestazione, ha invitato a rafforzare e promuovere la cultura dei movimenti non violenti.

Nelle Filippine 100 milioni di persone sono cattolici e fino a poco tempo la Chiesa aveva esitato a criticare la guerra di Duterte alla droga. I cattolici sono quasi l'80% della popolazione.


Fonte: Reuters - Thousands of Filipino Catholics march against death penalty, war on drugs

ES

Barcellona scende in piazza: “Vogliamo i rifugiati”. In Catalogna la più grande manifestazione d’Europa a favore dell’accoglienza

La Stampa
Mentre imperversano le piazze populiste contro l’immigrazione, Barcellona va controcorrente. Nella città catalana sono scese in strada centinaia di migliaia di persone al grido di «Basta scusa: accogliamo subito i rifugiati». Una sfida al governo, l’ennesima da queste parti, contro la decisione di ospitare soltanto 1.100 persone, dei 16 mila previsti dall’Unione Europea. 

A rispondere all’appello di molte personalità della cultura e della politica, sono state 160.000 persone, secondo la polizia municipale, e addirittura mezzo milione secondo gli organizzatori. La giornata pro immigrati in un clima molto festoso è culminata con una coreografia realizzata dal celebre gruppo teatrale Fura dels Baus. La piattaforma alla base della «giornata rivendicativa» fissa anche una cifra di stranieri da accogliere in Catalogna «almeno 4.500».

Tra i manifestanti anche il sindaco Ada Colau, che in un’intervista alla Stampa aveva spiegato che questa non è una battaglia impopolare, «I miei concittadini non solo capiscono, ma mi chiedono sforzi ulteriori. Vedere i bambini morire in mare, mentre le mafie si arricchiscono, non è sopportabile». Sembra un paradosso: è Barcellona.
Francesco Olivo

sabato 18 febbraio 2017

Guerre dimenticate - Ucraina: Il problema dei rifugiati interni. Sono 1,8 milioni gli sfollati

East Journal
Ucraina – La guerra del Donbass, in corso nell’Ucraina orientale da ormai quasi tre anni, ha costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire dalle città coinvolte nei bombardamenti. Nonostante il desiderio di tornare nelle loro vecchie case e riprendere la vita quotidiana di prima, molti hanno trovato rifugio all’estero, chiedendo asilo agli stati dell’Unione Europea o partendo verso la vicina Russia. 

Altri, tuttavia, hanno scelto di non abbandonare il loro Paese natale, sperando in un cambiamento e cercando una sistemazione temporanea all’interno del territorio ucraino.
Il villaggio del progetto "Speranza"
che ospita gli sfollati da Donbass
Vivere da sfollati nel proprio Paese
Secondo il Ministero degli affari sociali dell’Ucraina, i rifugiati interni ammontano a circa 1,8 milioni di persone, un numero da non sottovalutare. Un ulteriore problema che si somma alle già numerose difficoltà che deve affrontare l’Ucraina. L’Internal Displacement Monitoring Centre afferma che con queste cifre l’Ucraina occupa un posto rilevante nella classifica mondiale degli sfollati interni, tanto che la crisi domestica dei rifugiati è considerata come una delle più grandi d’Europa dopo le guerre jugoslave del 1991-2001.

Le storie di queste persone sono tante, spesso simili fra loro: si fugge da casa per sottrarsi ai costanti bombardamenti, in attesa di ritornare dopo poche settimane e di riprendere la solita routine, sperando di non trovare solo macerie. Eppure, nonostante i numerosi accordi di cessate il fuoco, i bombardamenti continuano e gli sfollati interni non rivedono ormai casa dall’estate del 2014.
Il progetto “Speranza”
Alla periferia della città di Charkiv, situata a meno di 200 km dalle zone colpite dal conflitto armato, sono stati installati dei contenitori metallici grigi simili a dei container, provvisti di elettricità, acqua corrente e riscaldamento, nonché di servizi di base. Questa città di 1,4 mila abitanti è una delle tante che riesce oggi ad accogliere una parte degli sfollati interni (IDP) provenienti dalle regioni limitrofe, inflitte dalla guerra.

Il progetto, chiamato “Speranza”, è stato interamente finanziato dal governo tedesco e costruito dall’azienda GIZ con l’aiuto di una cooperazione internazionale. Viene gestito dai membri dello staff affiancati da un gruppo di volontari appartenenti alla Croce Rossa e all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Le tre istituzioni ne controllano il buon funzionamento, garantendo il servizio medico d’urgenza gratuito e creando attività ricreative e pedagogiche per i bambini. L’accoglienza non è completamente gratuita, tuttavia i rifugiati riescono a coprire le spese minime previste grazie al denaro che ricevono dal governo, pari a circa 30 euro al mese.

Inizialmente era considerato un servizio temporaneo che aiutasse le famiglie di sfollati a superare l’inverno, fornendo loro un tetto sopra la testa e una protezione minima. Ma il conflitto nel Donbass persiste, senza dare risvolti positivi e le strutture continuano perciò a funzionare, per ora, a tempo indeterminato.

Claudia Bettiol

Ceuta, centinaia di migranti assaltano il muro: in 400 superano la frontiera

La Repubblica 
L'azione, la mattina del 16 febbraio, contro la barriera che circonda l'enclave spagnola in territorio marocchino: almeno la metà è riuscita a raggiungere il suolo europeo. Almeno quaranta feriti
Migranti africani con una bandiera europea dopo aver superato la barriera
di Ceuta dopo l'assalto di stamattina (ap)
Madrid - Circa 400 migranti illegali, ma alcuni dicono cinquecento, hanno forzato il passaggio questa mattina nel 'muro' che circonda l'enclave spagnola di Ceuta in territorio marocchino penetrando in suolo spagnolo. Lo riferisce l'agenzia di stampa spagnola Efe. Almeno 800 persone hanno partecipato all'assaltò alle porte d'ingresso nel 'muro', fatto di due recinzioni metalliche, e circa la metà è riuscita ad entrare a Ceuta. La polizia spagnola non ha potuto fermare il gran numero di persone che premevano sulle entrate.

Dopo aver scavalcato la barriera, gli oltre 400 migranti hanno cominciato a urlare "libertà, libertà" e sono stati accolti nei campi della Croce Rossa locale. Circa trenta migranti e almeno dieci agenti spagnoli, secondo la Ap, sono stati leggermente feriti e hanno dovuto essere medicati in ospedale.

A Ceuta una fitta rete di 8 chilometri e alta sei metri, supersorvegliata, cerca di impedire l'ingresso dei disperati provenienti dal resto del territorio africano. L'ultimo tentativo di una irruzione di massa fu a Capodanno scorso. E solo nel gennaio 2017, altri 1100 migranti, moltissimi dei quali africani subsahariani, hanno provato a entrare con la forza a Ceuta, forzando la barriera, quasi sempre senza successo.

Negli ultimi tempi sono emersi numerosi casi di tentativi disperati di superare il muro: migranti, anche bambini, che si nascondono nelle valigie o nei cruscotti delle automobili.

Un'Europa più responsabile e integrata nell'era dell'America di Trump

riccardiandrea.it
Il mondo globale si è fatto complicato. È tramontato l'ordine - talvolta tragico - della guerra fredda; quello dei primi tempi della globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentavano una potenza egemone. Ora l'America di Trump vive un protagonismo un po' imprevedibile, ma sembra non volersi far carico delle responsabilità storiche di "prima nazione" dell'Occidente. 


Questo provoca un brusco e necessario risveglio degli europei che avevano delegato una parte delle loro responsabilità - non tutte - agli Stati Uniti, in cambio di protezione. Anche l'Italia. Ma pure la Germania e, per certi versi, la Francia, pur autonoma di fronte alle scelte americane. Le domande sul futuro si addensano. Di fronte a uno scenario internazionale con tanti attori, quale il ruolo dei "medi" Paesi europei? Che fare nel confronto con i giganti del mondo, l'India o la Cina, o innanzi al protagonismo della Russia, così vicina all'Europa?   

Viene da chiedersi come sia possibile affrontare il futuro con la ristretta taglia di un medio o piccolo Paese europeo. La storia diverge tra europei dell'Est e dell'Ovest. In Europa orientale si è riconquistata da poco - meno di trent'anni - l'indipendenza dall'impero sovietico. Qualche leader dell'Est paragona i vincoli europei di Bruxelles con quelli sovietici. È un paragone infondato, ma esprime un sentire geloso della loro autonomia nazionale. Bisogna tenente conto. Stanno vivendo il loro Risorgimento nell'era globale, non in quella delle nazioni. Per i Paesi dell'Europa occidentale la storia è diversa. 

Con i Trattati di Roma del 1957, sei di essi (quelli del Benelux, la Germania, la Francia e l'Italia), hanno dato avvio al processo di unificazione europea. Si tratta di una lunga storia che gli Stati Uniti hanno visto in modo altalenante: talvolta con favore, altre volte preoccupati per la creazione di un polo occidentale alternativo. 

Gli Stati Uniti di Trump, invece, chiedono agli europei una maggiore responsabilizzazione. La Gran Bretagna se n'è andata dall'Unione. I Paesi dell'Est si preoccupano, perché l'America non conduce più una politica aggressiva verso la Russia di Putin. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici sono destinati all'irrilevanza o all`omologazione nella globalizzazione ed è quindi meno vicina alle loro paure verso Mosca. 

Tutto appare in movimento. Non si tratta solo di Trump, bensì di un futuro che va al di là della sua presidenza. Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva già pensato alle celebrazioni romane del 1957 come occasione per stabilire una maggiore coesione almeno tra i Paesi fondatori dell'Europa, proprio per la difficoltà a fare dei Ventotto (ora Ventisette dopo Brexit) un soggetto politico coeso. Il progetto era stato accantonato, per l'instabilità politica di vari Paesi, tra cui l'Italia. 

Al vertice di Malta, la Merkel però ha rilanciato l'idea: «L'Europa deve assumersi più responsabilità sulla scena internazionale». Da Roma, il 25 marzo prossimo, potrebbe partire un processo che offra un volano ai Paesi europei che vogliono una cooperazione maggiore, almeno un'integrazione su difesa, sicurezza, frontiere, dimensione sociale, euro e investimenti. 

La prospettiva è creare un "soggetto" europeo più forte per i Paesi che sentono questa esigenza. Naturalmente gli altri vivranno a velocità diverse. Una maggiore integrazione richiederà cambiamenti, sicuramente faticosi. Ma, sul lungo periodo, di là della nostra generazione, questa scelta darà un futuro all'Europa e costituirà nel mondo un "soggetto" rilevante.


È una prospettiva che risponde a esigenze economiche e di sicurezza, ma - mi sia permessa un'espressione forte - rappresenta anche qualcosa di più: salva la civiltà europea, quell'insieme di storia, cultura, diritti umani e umanesimo, configuratosi nella seconda metà del Novecento. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici, sono destinati all'irrilevanza o all'omologazione nella globalizzazione. 

Sono "barche", piccole seppur preziose, che non reggono ai marosi del mondo globale. Per affrontarlo occorre una nave più grande o, almeno, una flotta coesa. Se vogliamo segnare una presenza della nostra civiltà sugli scenari di domani, s'impone un passo forte e deciso verso l'integrazione.

Andrea Riccardi

venerdì 17 febbraio 2017

Avvenia, 48 milioni di migranti climatici e ambientali nel 2017

Askanews 
I cambiamenti climatici causeranno una nuova ondata di profughi nel 2017: il numero dei migranti ambientali e climatici salirà a 48 milioni e molti di loro busseranno proprio alle porte dell'Europa ed in particolare dell'Italia.


Ad affermarlo è Avvenia, uno dei maggiori player italiani nell'ambito dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale, che già nel 2015 aveva lanciato l'allarme sul fenomeno dei migranti climatici ed ambientali, mettendo in rilievo come il loro numero fosse raddoppiato in pochi anni passando dai 18 milioni del 2011 a 36 milioni.

Ora, secondo le stime di Avvenia, questo numero si avvia ad una rilevanza ancora più considerevole. Nel 2016, infatti, le alluvioni, la siccità e gli altri eventi metereologici estremi hanno portato ad un ulteriore incremento del numero dei migranti climatici, arrivando ai 42 milioni di profughi climatici ed ambientali nell'anno che si è appena concluso.

Secondo quanto rilevato da Avvenia, circa la metà di loro proviene da Siria, Yemen e Iraq, e l'altra metà altri da vari Paesi africani e dall'Asia meridionale ed orientale, con India, Cina e Nepal in testa. Certo le migrazioni ambientali sono per la stragrande maggioranza migrazioni interne, ma cresce anche la quota di chi rischia la vita per raggiungere le coste europee.

"E la situazione peggiorerà nel 2017", sostengono gli analisti di Avvenia. Tra pochi anni, infatti, le attuali migrazioni in direzione dell'Europa sembreranno di modesta entità rispetto a quelle che verranno, spinte da fenomeni come l'attuale ritmo di emissioni di gas a effetto serra che porterà ad un innalzamento di oltre un metro del livello dei mari entro questo secolo. 


"E basti pensare che anche solo un innalzamento di qualche centimetro già provoca inondazioni e ingresso d'acqua salata nelle falde freatiche d'acqua dolce", commenta l'ingegner Giovanni Campaniello, fondatore e amministratore unico di Avvenia. Queste alterazioni producono un numero considerevole di sconvolgimenti ecologici, economici e sociali, a partire dai deserti che si allargano ai terreni che diventano sempre più aridi, dalle risorse idriche che diminuiscono e si contaminano al bestiame che muore. Così, sempre secondo Avvenia, entro il 2050 se non si implementeranno adeguate politiche di efficientamento energetico si potrebbero superare i 250 milioni di rifugiati climatici.

E non vi saranno solo i migranti ambientali. Vi saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno dall'insorgere degli squilibri ambientali. Lo stesso conflitto siriano è stato in buona parte determinato dalla spaventosa siccità che attanagliava il Paese da anni e che ha costretto popolazioni di fede religiosa opposta a migrare all'interno del Paese. E sempre a causa dei cambiamenti climatici si stima che nei prossimi 30 anni il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Gange, l'Indo, l'Eufrate, il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d'acqua del 30%. "Mentre allo stesso tempo crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici", osservano gli analisti di Avvenia.

Ma è possibile fare marcia indietro? Gli esperti sono sicuri di sì, se si adottassero maggiori programmi di efficientamento energetico nei Paesi più industrializzati. "Se invece non faremo nulla per limitare i cambiamenti climatici, dovremo attenderci migrazioni sempre più numerose" avverte l'ingegner Giovanni Campaniello.

Italia - Rimpatrio forzato in Sudan, scatta il ricorso alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

Left
Com’è possibile che l’Italia stipuli un accordo con uno Stato che viola i diritti umani? E che rispedisca in questo Stato, ovvero il Sudan, una cinquantina di migranti scappati dalla guerra del Darfur? Ebbene, è possibile. Ed è quanto è accaduto il 24 agosto a Ventimiglia. 
Forze di polizia a Ventimiglia nell'agosto 2016 in una operazione di fermo dei migranti
Circa 50 giovani arrivati in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo sono stati caricati in un pullman verso Torino e da qui un aereo li ha portati direttamente a Karthoum. Left lo ha raccontato questa estate. Il rimpatrio forzato, ricordiamo, è stato possibile per via dell’accordo tra la Polizia italiana e quella sudanese siglato pochi giorni prima, il 3 agosto.

Nel corso di quella operazione sono state violate, secondo gli esperti di diritto internazionale talmente tante norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che bisognava davvero fare qualcosa. E infatti è arrivato il ricorso da presentare alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. «Siamo andati in Sudan e con molta difficoltà siamo riusciti a incontrare alcuni di questi migranti che erano stati rimpatriati. Non è stato facile, siamo anche stati fermati dai servizi di sicurezza sudanesi, ma fortunatamente non è successo nulla», racconta Dario Belluccio. 

È uno degli avvocati dell’Asgi che ha seguito la vicenda. Tra il 19 e il 22 dicembre è andato in Sudan insieme con il collega Salvatore Fachile, supportati da Arci, Asgi, del Tavolo Asilo e dai parlamentari europei Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat, Josu Juaristi e Joao Pimenta Lopes del gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl. «Da soli come avvocati sarebbe stato impossibile per noi riuscire a incontrarli».

I legali non senza difficoltà sono riusciti a rintracciare alcuni dei migranti rimpatriati, «un lavoro durato parecchi mesi, grazie soprattutto alle indicazioni che ci avevano dato i loro compagni che per fortuna erano riusciti a rimanere in Italia». «La cosa interessante è che queste persone rimaste in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico», precisa Belluccio. 

Facile immaginare che sarebbe accaduto anche agli altri. Invece no, questi sono passati nel giro di poche ore dalla salvezza all’incubo di dover tornare nel Paese da cui si era fuggiti. Un Paese governato da un dittatore poi può essere considerato tra gli Stati cosiddetti sicuri dove far rientrare i migranti? Evidentemente, dice l’avvocato, no. Addirittura l’articolo 14 del Memorandum tra l’Italia e il Sudan prevede l’identificazione dei migranti direttamente nel Paese africano, nei casi di necessità e urgenza, senza specificare quali siano questi casi. L’identificazione, inoltre, è prevista sia a livello sovranazionale che interno, negli Stati membri dell’Ue. Sul Memorandum l’Asgi ha fatto un’analisi evidenziandonei i punti critici.

«Noi abbiamo denunciato diverse violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo, compresa l’espulsione collettiva», continua l’avvocato. Il ricorso viene presentato oggi alla sede della Fnsi dall’avvocato Salvatore Fachile dell’Asgi, da Filippo Miraglia dell’Arci e da altri esponenti del Tavolo Asilo. Le violazioni contestate sono quelle degli articoli 3, 4, 14, 13, della Convenzione dei diritti dell’uomo. «Queste persone non hanno avuto la possibilità concreta di avere accesso alla procedura d’asilo», conclude l’avvocato Belluccio.

L’Italia, ricordiamo, proprio di recente, a dicembre 2016, è stata condannata per un altro caso, questa volta per trattenimento illegittimo. E in passato altre sentenze sui respingimenti illegittimi. Anche il caso dei cinque cittadini sudanesi potrebbe allungare la lista delle operazioni illegittime che vengono compiute nei confronti dei migranti. Magari con accordi di cui il Parlamento non chiamato a decidere, ma scritti soltanto nelle stanze del governo.