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lunedì 2 ottobre 2017

USA: vescovi contro la decisione di Trump su riduzione numero rifugiati

SIR
(da New York) Nello stesso giorno in cui Papa Francesco ha lanciato con la Caritas internazionale la campagna “Share the journey – Condividi il viaggio”, l’amministrazione statunitense ha deciso di diminuire da 75mila a 45mila il numero dei rifugiati che verranno accolti nel Paese nel 2018, la più bassa dal 1980, anno in cui il programma di accoglienza è stato varato. 



“Siamo turbati e delusi dalla risoluzione del presidente”, dichiara monsignor Joe S. Vásquez, vescovo di Austin, Texas, e presidente della Commissione sulla migrazione per la Conferenza episcopale Usa. 

Proprio nel momento in cui tutte le comunità cattoliche americane hanno aperto le loro braccia per accogliere i rifugiati e i profughi, la decisione presidenziale sembra non tener conto “delle conseguenze umane sulle persone e sulle famiglie che non possono vivere in sicurezza nei loro Paesi di origine a causa di guerre e persecuzioni”

Il vescovo, a nome dei suoi confratelli, sottolinea poi che gran parte dei rifugiati accolti negli Stati Uniti sono sottoposti ad un rigido programma di controlli e molti cercano di ricongiungersi a familiari già presenti nel Paese. 

“La maggior parte comincia subito a lavorare per ricostruire la propria vita – continua mons. Vásquez – e contribuisce in questo modo anche alla forza e alla ricchezza della nostra società, capace di accogliere coloro che hanno un bisogno disperato, anche di sicurezza”. Infine, il vescovo esorta l’Amministrazione ad andare oltre lo scetticismo e la chiusura sul programma dei rifugiati e ricorda che gli Usa sono stati leader nell’accoglienza di chi fuggiva dalla persecuzione. “Dobbiamo e possiamo fare meglio”, ha concluso.

mercoledì 22 luglio 2015

Usa, i vescovi contro la pena di morte: «Non possiamo insegnare a non uccidere uccidendo»

La Stampa
Forte appello dell’episcopato per l’abolizione della pena capitale. «La società può proteggere se stessa in modi diversi e migliori»

Quarant’anni. Tanto è il tempo trascorso dall’ultimo intervento così esplicito contro la pena di morte a firma dei vescovi degli Stati Uniti dalla sua reintroduzione da parte della Corte Suprema nel lontano 1976. Fatto che incontrò la ferma opposizione dell’allora presidente della Conferenza episcopale, il card. Joseph Louis Bernardin, arcivescovo di Cincinnati e poi di Chicago, figlio di emigranti italiani.

Non che nel frattempo non si sia alzata la voce dei pastori contro l’istituto della pena capitale, anzi: un esempio è proprio la Campagna di cui quest’anno ricorre il decennale, tuttavia neppure nel 2005 con un documento come «A Culture of Life and the Penalty of Death» riuscirono nell’impresa di convincere i loro fedeli. In anni di battaglie Pro-Life (per l’abolizione della legge che consente l’aborto) il tema della pena di morte – peraltro quasi assente anche dalle campagne elettorali presidenziali e congressuali – sembrava un argomento che era politicamente corretto tenere un po’ sottotono. Così non sono bastati i numerosi interventi di questi anni da parte di singoli vescovi, Commissione Giustizia e Pace o Conferenze episcopali di singoli stati (come quella dell’Illinois nel 2011) a far maturare una sensibilità contraria capace di incidere a livello politico.

Se qualcuno ora parla di «effetto Francesco» (il Papa si è espresso a più riprese condannando la pena capitale), in grado di far riprendere in mano il documento del 2005, è certo che fin dall’assemblea plenaria di Baltimora nello scorso autunno le priorità dei vescovi americani paiono aver imboccato una diversa direzione.

Già nel gennaio scorso i due vescovi presidenti della Commissione per la Giustizia Interna e lo Sviluppo Umano e di quella per la Vita, rispettivamente Wenski e O’ Malley, avevano accolto con favore l'annuncio della Corte Suprema di rivedere i protocolli farmacologici per le iniezioni letali nello stato dell'Oklahoma.

«Una pratica crudele, aveva detto l'arcivescovo di Miami Thomas G. Wenski, l'uso della pena di morte svaluta la vita e diminuisce il rispetto della dignità umana. Noi Vescovi continueremo a dire, che non possiamo insegnare a non uccidere uccidendo: ciò è profondamente sbagliato». «La società può proteggere se stessa in modi diversi e migliori del ricorso alla pena di morte. Preghiamo affinché la revisione di questi protocolli da parte della Corte porti a riconoscere che le pratiche di violenza istituzionalizzata contro qualunque persona erodono il rispetto per la santità di ogni vita umana».

«La pena capitale deve finire» aveva dichiarato il cardinale O’Malley arcivescovo di Boston cui avevano fatto eco le redazioni di quattro giornali cattolici - America, National Catholic Register, National Catholic Reporter e Our Sunday Visitor — per promuovere una sensibilizzazione diffusa.

«Per costruire una cultura della vita, la pena capitale deve essere abolita»: scrivono ora gli stessi Vescovi presidenti, in una nota congiunta. Se molti Stati nel frattempo hanno deciso di abolirla (New York, New Jersey, New Mexico, Illinois, Connecticut, Maryland e Nebraska), «tuttavia c’è ancora molto da fare». «La pena di morte è inammissibile, si tratta di un reato contro l'inviolabilità della vita e della dignità della persona umana», scrivono citando la lettera di papa Francesco indirizzata nel marzo scorso a Federico Mayor, presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte. La fede cattolica offre una prospettiva unica sul crimine e sulla punizione, una prospettiva basata sulla misericordia e sulla salvezza, non su una condanna in se stessa, mentre la pena di morte elimina ogni prospettiva di conversione dell’anima della persona condannata per aprirla ad una vita nuova. «Se la società può proteggere se stessa senza porre fine ad una vita umana, allora deve farlo, perché oggi c’è questa capacità».

I Vescovi non mancano di esprimere affetto, solidarietà e vicinanza alle vittime dei crimini ed alle loro famiglie, tuttavia è forte anche l’invito a «riconoscere la dignità umana di coloro che hanno commesso un reato, poiché anche quando devono pagare il loro debito alla società, essi devono riceve compassione e misericordia”.

«Come cristiani – conclude la Nota – siamo chiamati ad opporci alla cultura della morte testimoniando qualcosa di più grande che offre pienezza: il Vangelo della vita, della speranza e della misericordia».

mercoledì 10 settembre 2014

Botswana: i vescovi chiedono il rispetto dei diritti umani

Radio Vaticana
“È responsabilità dei cittadini esercitare il diritto di scegliere leader e governi che rispettino la dignità umana e creino condizioni di vita migliori per tutti”: lo scrive mons. Valentine Tsamma Seane, vescovo di Gaborone, in Botswana, in una lettera pastorale. 

La missiva è stata pubblicata in questi giorni, dopo che le autorità locali hanno indetto, per il prossimo 24 ottobre, le elezioni generali. Invitando gli elettori ad esercitare il diritto di voto, il presule sottolinea che le elezioni sono “una grande opportunità per valutare e compiere le proprie scelte”.

Rivolgendosi, poi, ai futuri leader, mons. Seane ricorda che il loro compito primario è quello di “dare modo, alla popolazione, di contribuire a far sì che qualcosa di straordinario possa accadere”. “Il mondo cristiano – continua il presule – vede la leadership come una condivisione delle risorse della Divina Provvidenza”; per questo, “i cristiani usano il loro diritto al voto per scegliere un governo che faciliti la venuta del Regno di Dio sulla terra, un Regno che provvederà al nostro pane quotidiano, alla pace, alla prosperità ed al rispetto della dignità umana, dando risalto al bene comune ed alla condivisione”. “Votiamo con consapevolezza”, esorta ancora mons. Seane, invitando i cittadini ad informarsi sui programmi dei partiti politici in lizza.

Quindi, la sottolineatura del presule va al compito della Chiesa: con il suo “ruolo spirituale, essa collega presente e futuro del Paese, motivando l’impegno efficace di coloro che credono in un’economia attiva, nella promozione del bene comune e dei valori cristiani e nella diffusione di informazioni corrette affinché si possa votare nel modo giusto, creando una nazione virtuosa”. “La Chiesa cattolica – ricorda poi il vescovo di Gaborone – non si identifica con alcun partito o ideologia, ma incoraggia i fedeli a scegliere quello schieramento che mette in pratica la Dottrina sociale della Chiesa attraverso una buona governance”.

Sette, dunque, i punti essenziali ricordati dal presule ai futuri rappresentanti istituzionali: rispetto della dignità umana; buona gestione; diritti e doveri sia per i singoli che per le comunità; sussidiarietà; bene comune; rispetto della proprietà privata e opzione preferenziale per i poveri. “Possa la voce degli elettori – conclude il presule – essere ascoltata e tenuta in conto per il bene del Paese”. (I.P.)

venerdì 9 maggio 2014

Australia - Emergenza profughi: ferma condanna dei vescovi (Acmro) alle politiche disumane in atto

MISNA
L’Ufficio della Conferenza episcopale australiana per i migranti e i rifugiati (Acmro) ha espresso la propria costernazione alle autorità, sulla possibilità di reinsediare rifugiati provenienti da diversi paesi asiatici in Cambogia, secondo una recente proposta del governo di Sidney a Phnom Penh.
“Lo scopo delle politiche di reinsediamento è di integrare i rifugiati in fuga dalla povertà e dall’oppressione in una comunità che fornirca loro opportunità economiche e sociali, nonché la pace e la sicurezza. Se il governo australiano è seriamente intenzionato a espandere le opportunità di reinsediamento nella regione dell’Asia, i negoziati dovrebbero cominciare con nazioni che hanno le risorse per sostenere i rifugiati, come Singapore, Giappone e Corea” ha dichiarato monsignor Gerard Hanna, delegato per i Migranti e i rifugiati della Chiesa australiana.

L’intervento di monsignor Gerard è stato fatto durante la presentazione di un comunicato ufficiale, rivolto al governo australiano e a tutta la popolazione dell’isola, avvenuto durante l’Assemblea generale dei vescovi cattolici dell’Australia, in corso in questi giorni a Sydney. I presuli hanno discusso vari problemi del paese, tra cui la politica nei confronti delle migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Australia per chiedere asilo politico.

Nel comunicato i vescovi dicono di essere intervenuti presso il governo, nel tentativo di rendere le politiche nei confronti dei profughi più rispettose della dignità umana e dei diritti umani fondamentali, oggi “gravemente violati”.

La politica attuale, riguardo a questo problema – sottolineano i vescovi – sta usando una crudeltà che non fa onore alla nostra nazione. Gli australiani sono così generosi in tante situazioni in cui gli esseri umani si trovano in situazioni di conflitto, come è possibile che ciò accada? Pensate a come il mondo ha accolto i boat-people vietnamiti negli anni ’70 e ’80. La questione diventa più acuta quando pensiamo ai politici che stanno prendendo e attuando delle decisioni. Essi non sono persone crudeli. Eppure hanno assunto decisioni e stanno attuando politiche che sono crudeli”.

Chi abita in un’ isola, come gli australiani, ha spesso un senso di distanza “ dall’altro o dall’estraneo” – ed è così che vengono definiti i richiedenti asilo. Essi sono “l’altro” o “l’estraneo” pericoloso, da temere e al quale resistere perché, presumibilmente, essi violano i nostri confini… La politica può ottenere il consenso solo se i richiedenti asilo sono tenuti senza volto e senza nome. Si basa su un processo di de-umanizzazione. Tale politica sarebbe stata ampiamente respinta se i volti e i nomi fossero stati resi noti. Noi vescovi abbiamo visto i loro volti, conosciamo i loro nomi; e abbiamo sentito le loro storie. Ecco perché diciamo ora basta con questa crudeltà istituzionalizzata”.

“Ci uniamo – si legge nel comunicato della Conferenza episcopale - con i vescovi cattolici di Papua Nuova Guinea che hanno espresso la loro forte opposizione all’uso di Manus Island per la detenzione. Essi hanno chiesto all’Australia di trovare una soluzione più umana per le persone in cerca di asilo. Noi non accettiamo la necessità di tenerli ‘al largo’ e, anche se questa scelta continuasse, sicuramente non necessita di tale durezza”.

“I vescovi dell’Australia – si legge ancora nel testo – chiedono ai parlamentari di tutti i partiti di abbandonare queste politiche, che sono una vergogna per l’Australia, e di far propria una compassione capace di coniugare la necessità umana e le pressioni elettorali. A tutta la nazione essi chiedono di dire no alle forze oscure, che rendono queste politiche possibili. E’ giunto il momento di esaminare la nostra coscienza e poi, agire diversamente”.

[PL]

lunedì 22 aprile 2013

Siria - Aleppo: 2 vescovi rapiti da uomini armati. Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi

La Repubblica
Mar Gregorios Yohanna Ibrahim 
I monsignori Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi, rispettivamente vescovo siriaco-ortodosso di Aleppo e greco-ortodosso della stessa città, si trovavano assieme a bordo di un'auto proveniente dal confine turco. L'autista è stato ucciso sul posto

Sgomento e terrore dominano in queste ore la comunità cristiana, in particolare quella ortodossa, della regione di Aleppo nel nord della Siria, dopo che si è diffusa la notizia, confermata anche dai media ufficiali, del rapimento da parte di non meglio precisati uomini armati di due vescovi della metropoli siriana. Nel contesto della guerra in Siria, i cristiani del nord del Paese sono già da mesi fuggiti in massa dalle loro case in altre regioni o all'estero.

I monsignori Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi, rispettivamente vescovo siriaco-ortodosso di Aleppo e greco-ortodosso della stessa città, si trovavano assieme a bordo di un'auto proveniente dal confine turco, distante una trentina di chilometri. Erano diretti ad Aleppo, ma all'altezza di Kfar Dael, località alla periferia orientale del centro urbano sono stati fermati da "uomini armati" che hanno intimato a loro e all'autista, un diacono, di scendere dall'auto. Dopo aver ucciso l'autista sul posto - proseguono le fonti locali - gli uomini armati si sono dileguati portando con sé i due vescovi in un luogo sconosciuto.

I media ufficiali di Damasco hanno dato immediatamente ampio risalto alla notizia, puntando il dito contro "i terroristi" e precisando che Ibrahim e Yazigi tornavano da un'attività "umanitaria". Al momento non vi sono rivendicazioni del rapimento. La zona che separa Aleppo dal confine turco è solo in teoria controllata dai ribelli anti-regime, ma in realtà è sempre più terra di nessuno, infestata di bande criminali, predoni, fondamentalisti jihadisti stranieri che non hanno molto a che fare con la causa politica degli insorti locali.

Il rapimento dei due vescovi giunge all'indomani della diffusione di notizie, ancora parziali e inverificabili sul terreno in maniera indipendente, dell'uccisione a sud-ovest di Damasco di oltre 500 persone, per lo più civili, tra cui donne e bambini, da parte di miliziani fedeli al presidente Bashar al Assad. A tal proposito, gli Stati Uniti si sono detti "colpiti e sconvolti".

All'inizio di febbraio scorso, due preti erano stati rapiti da altri uomini armati a sud di Aleppo. Di padre Michel Kayyal, armeno cattolico, e padre Maher Mahfuz, greco-ortodosso, non si hanno più notizie da allora, quando il pulmino sul quale erano a bordo diretto a Damasco era stato bloccato da miliziani