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| La scuola ad Aleppo - Siria |
domenica 22 maggio 2016
Il Vietnam scarcera padre Nguyen Van Ly, difensore dei diritti umani. Gesto di clemenza prima della visita di Obama
Avvenire
Il governo vietnamita ha liberato padre Nguyen Van Ly, il prete cattolico difensore dei diritti umani, incarcerato per avere promosso la libertà religiosa nel Paese comunista. Il rilascio del religioso, 70 anni, è stato un gesto di clemenza deciso dalle autorità a poche ore dall’arrivo nel Paese asiatico del presidente americano Barack Obama, da lunedì 23 a mercoledì 25 maggio, un avvenimento cruciale per il futuro economico del Paese.
Il governo vietnamita ha liberato padre Nguyen Van Ly, il prete cattolico difensore dei diritti umani, incarcerato per avere promosso la libertà religiosa nel Paese comunista. Il rilascio del religioso, 70 anni, è stato un gesto di clemenza deciso dalle autorità a poche ore dall’arrivo nel Paese asiatico del presidente americano Barack Obama, da lunedì 23 a mercoledì 25 maggio, un avvenimento cruciale per il futuro economico del Paese.
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Nguyen Van Ly appena uscito
dal carcere, accolto dal vescovo
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Come riferisce l’agenzia Asianews, «in queste ore diverse organizzazioni e attivisti pro-diritti umani lanciano un appello al capo della Casa Bianca, perché sollevi il tema delle persecuzioni e delle libertà – e non solo il commercio di armi – durante gli incontri con i vertici governativi».
Padre Van Ly è stato condannato il 30 marzo 2007 a otto anni di prigione e cinque di residenza sorvegliata, con l’accusa di aver guidato un movimento per la democrazia chiamato «Blocco 8406», sorto nell’aprile 2006, con 2mila aderenti, e sostenuto gruppi illegali quali il Partito progressista del Vietnam.
Padre Van Ly è stato condannato il 30 marzo 2007 a otto anni di prigione e cinque di residenza sorvegliata, con l’accusa di aver guidato un movimento per la democrazia chiamato «Blocco 8406», sorto nell’aprile 2006, con 2mila aderenti, e sostenuto gruppi illegali quali il Partito progressista del Vietnam.
Non si trattava del suo primo periodo di detenzione: aveva infatti già trascorso 14 anni in carcere – tra il 1977 e il 2004 – per le battaglie condotte in difesa della libertà di religione e dei diritti umani in Vietnam. Nel 2009 era stato colpito da un ictus in prigione, restando per un certo periodo semi-paralizzato.
Fonti dell’arcidiocesi cattolica di Hue citate da Asianews riferiscono che appena uscito di prigione padre Nguyen Van Ly appariva molto provato, «non riusciva a stare dritto e camminava tutto ricurvo» anche se a livello «spirituale» è sempre «brillante e determinato».
Lo prova il commento che avrebbe rilasciato a chi gli riferiva che la liberazione è un gesto di «perdono» delle autorità di Hanoi: padre Van Ly ha replicato che non può essere perdonato per colpe che non ha commesso.
Dal sacerdote vietnamita, testimone evangelico della libertà, fece il giro del mondo la foto (qui sopra), scattata durante uno dei processi contro di lui, nella quale gli veniva tappata la bocca dalle guardie in tribunale per impedirgli di protestare contro un'ingiusta persecuzione.
Fonti dell’arcidiocesi cattolica di Hue citate da Asianews riferiscono che appena uscito di prigione padre Nguyen Van Ly appariva molto provato, «non riusciva a stare dritto e camminava tutto ricurvo» anche se a livello «spirituale» è sempre «brillante e determinato».
Lo prova il commento che avrebbe rilasciato a chi gli riferiva che la liberazione è un gesto di «perdono» delle autorità di Hanoi: padre Van Ly ha replicato che non può essere perdonato per colpe che non ha commesso.
Dal sacerdote vietnamita, testimone evangelico della libertà, fece il giro del mondo la foto (qui sopra), scattata durante uno dei processi contro di lui, nella quale gli veniva tappata la bocca dalle guardie in tribunale per impedirgli di protestare contro un'ingiusta persecuzione.
Siria - Dal 2011, 60.000 persone morte nelle prigioni del regime e migliaia in quelle jihadiste
Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 60.000 persone sono morte in cinque anni nelle prigioni del regime di Bashar al-Assad, ha detto, Sabato 21 maggio l'Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH).
"Dal marzo 2011, di almeno 60 000 persone sono morte sotto tortura o a causa di abusi, tra cui la mancanza di medicine e alimenti nella dieta dei centri di detenzione", ha detto il direttore del SOHR, Rami Abdel Rahman. Ha detto che questa cifra è stata ottenuta da fonti del regime.
Più di 14 000 morti in Seidnaya
"Il maggior numero di decessi è stato elencato in Seidnaya di prigioni e centri di detenzione dei servizi segreti forza aerea e la sicurezza dello Stato", ha aggiunto. Situato a 30 km a nord di Damasco, la prigione Seidnaya è uno dei più grandi del paese. Il OSDH ha affermato di aver preparato un elenco di nomi di 14 456 morti, tra cui 110 bambini.
Secondo Rami Abdel Rahman, mezzo milione di persone passate nelle carceri del regime dall'inizio del 2011 di un conflitto che ha causato oltre 270 000 morti e costretto milioni di persone a fuggire dal paese, creando un enorme crisi umanitaria.
Inoltre, ha aggiunto il direttore del OSDH, "molte migliaia" di persone sono morte durante lo stesso periodo nelle carceri ribelli e jihadisti.
Ezio Savasta
Fonte: Le Monde
Almeno 60.000 persone sono morte in cinque anni nelle prigioni del regime di Bashar al-Assad, ha detto, Sabato 21 maggio l'Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH).
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| La prigione siriana di Seidnaya |
Più di 14 000 morti in Seidnaya
"Il maggior numero di decessi è stato elencato in Seidnaya di prigioni e centri di detenzione dei servizi segreti forza aerea e la sicurezza dello Stato", ha aggiunto. Situato a 30 km a nord di Damasco, la prigione Seidnaya è uno dei più grandi del paese. Il OSDH ha affermato di aver preparato un elenco di nomi di 14 456 morti, tra cui 110 bambini.
Secondo Rami Abdel Rahman, mezzo milione di persone passate nelle carceri del regime dall'inizio del 2011 di un conflitto che ha causato oltre 270 000 morti e costretto milioni di persone a fuggire dal paese, creando un enorme crisi umanitaria.
Inoltre, ha aggiunto il direttore del OSDH, "molte migliaia" di persone sono morte durante lo stesso periodo nelle carceri ribelli e jihadisti.
Ezio Savasta
Fonte: Le Monde
Egitto - Caso Regeni, altri 15 giorni di carcere per il consulente della famiglia Ahmed Abdallah
ANSA
Un medesimo prolungamento della custodia cautelare era già stato inflitto a Ahmed Abdallah il 7 maggio
Un medesimo prolungamento della custodia cautelare era già stato inflitto a Ahmed Abdallah il 7 maggio
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| L'avvocato Ahmed Abdallah |
Ad Ahmed Abdallah, consulente della famiglia di Giulio Regeni al Cairo arrestato quasi un mese fa nella capitale egiziana, sono stati imposti altri 15 giorni di custodia cautelare in carcere.
Come riferiscono fonti giudiziarie al Cairo, lo ha stabilito un giudice della corte di appello ad Ain Shams, un quartiere nord-est della capitale egiziana. Abdallah è in galera con accuse di attività sovversiva e partecipazione a manifestazione non autorizzata. Secondo fonti giudiziarie, le imputazioni che hanno portato al suo arresto il 25 aprile sono del tutto scollegate al caso di Regeni.
Un prolungamento della sua custodia cautelare di 15 giorni era già stato inflitto il 7 maggio. Sempre per istigazione alla protesta del 25 aprile sulla cessione di due isole del Mar Rosso all'Arabia Saudita, sono stati prolungati di 15 giorni gli arresti anche per altri quattro attivisti.
Un prolungamento della sua custodia cautelare di 15 giorni era già stato inflitto il 7 maggio. Sempre per istigazione alla protesta del 25 aprile sulla cessione di due isole del Mar Rosso all'Arabia Saudita, sono stati prolungati di 15 giorni gli arresti anche per altri quattro attivisti.
Lo hanno riferito le stesse fonti segnalando che mercoledì scorso un altro tribunale cairota, quello di Shubra El-Khema, ha prolungato di 15 giorni la custodia cautelare in carcere per il noto avvocato e difensore dei diritti umani Malek Adly, anch'egli indagato per istigazione alla protesta del 25 aprile e una serie di accuse di sovversione.
Marazziti «Ora un’amnistia in nome di Marco, invece di fare solo una celebrazione postuma»
Il Dubbio
«Invece di fare solo una celebrazione postuma e per certi aspetti surreale, chiediamo una tregua contro il giustizialismo»
Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera, in quota Democrazia solidale, chiede a tutte le forze politiche di passare dalle parole di cordoglio ai fatti per onorare il leader radicale appena scomparso.
«Invece di fare solo una celebrazione postuma e per certi aspetti surreale, chiediamo una tregua contro il giustizialismo»
«Visto che quasi tutte le forze politiche manifestano oggi grande apprezzamento dell’operato di Marco Pannella, il modo più serio per ricordarlo è una stabilire una tregua parlamentare per convergere su un provvedimento di amnistia. Invece di fare solo una celebrazione postuma e per certi aspetti surreale, chiediamo una tregua in nome di Marco».
Onorevole Marazziti, perché secondo lei l’amnistia sarebbe il modo migliore di ricordare Pannella?
Perché è una battaglia che ho condiviso personalmente con Marco. Il sistema carcerario italiano viene da un periodo di grande illegalità, sanzionato in Europa. In questa legislatura abbiamo provato a sanare la situazione con una serie di provvedimenti che hanno abbassato il tasso di sovraffollamento e rimesso in circolazione risorse ed energie. All’inizio, anche a causa della crisi economica, non eravamo più in grado nemmeno di sostenere i costi per accompagnare i detenuti a farsi curare fuori dal carcere. Scendere da 67 mila detenuti a un po’ più di 50 mila significa che le stesse risorse possono essere in parte destinate per i percorsi di riabilitazione. E Con il ricorso alle misure alternative, la recidiva è molto più bassa.
Per che tipi di reato propone l’amnistia?
Per quelli che prevedono una pena inferiore a 4 anni e in generale per reati non socialmente pericolosi.
Per un provvedimento del genere serve una maggioranza molto ampia. Crede che sarà mai possibile trovare una convergenza in Parlamento su questi temi?
Una volta chiarito che la sicurezza non è in questione, perché non verrebbe liberato nessun mafioso, e perché alcuni reati corruttivi contro la cosa pubblica potrebbero rimanere esclusi dall’amnistia, credo che a questo punto anche il mondo giustizialista potrebbe aderire a questa richiesta. Prima era quasi una prassi concedere l’amnistia in occasione dell’elezione di un Presidente della Repubblica. Questo percorso si è interrotto con mani pulite.
Lei però ha chiesto anche di riaprire una discussione sull’ergastolo ostativo, cioè la condanna legata a reati associativi per cui non è previsto l’accesso al sistema dei benefici. Non le sembra una proposta un po’ troppo audace?
No. Da due anni ho presentato un disegno di legge per rivedere l’ergastolo ostativo, per cancellare il “fine pena mai”. Spieghiamoci meglio. In Italia tutti sanno che c’è l’ergastolo, ma forse in pochi sanno che si tratta di una condanna che non supera mai i 30 anni di carcere, poi si accede a una serie di benefici. Per i reati associativi, invece, non è previsto alcuno sconto, a meno che non ci sia un percorso di collaborazione. Ecco, io non metto in discussione il fatto che debba esserci un carcere certo e anche duro per determinati reati, propongo la possibilità di studiare un riesame personalizzato durante l’esecuzione della pena. E propongo l’introduzione di tempi certi per tutti.
Cioè?
Pensiamo ai 1.200 detenuti che attualmente si trovano in una posizione di “fine pena mai”. Tra loro c’è sicuramente chi ha commesso reati - anche di mafia - da ragazzo, magari a 25 anni. Secondo me per loro la legge deve prevedere almeno una possibilità di riabilitazione. E poi pensiamo all’errore giudiziario, fosse anche solo l’un per mille. In quei casi il detenuto non può accedere ai benefici perché non collabora con la giustizia. Ma in realtà non può collaborare, perché innocente. Secondo me sarebbe bene, magari a metà della pena, riesaminare i casi singoli. Che non vuol dire cambiare una sentenza di condanna, ma ragionare sul tipo di esecuzione della pena. Che preveda una fine.
di Rocco Vazzana
Perché è una battaglia che ho condiviso personalmente con Marco. Il sistema carcerario italiano viene da un periodo di grande illegalità, sanzionato in Europa. In questa legislatura abbiamo provato a sanare la situazione con una serie di provvedimenti che hanno abbassato il tasso di sovraffollamento e rimesso in circolazione risorse ed energie. All’inizio, anche a causa della crisi economica, non eravamo più in grado nemmeno di sostenere i costi per accompagnare i detenuti a farsi curare fuori dal carcere. Scendere da 67 mila detenuti a un po’ più di 50 mila significa che le stesse risorse possono essere in parte destinate per i percorsi di riabilitazione. E Con il ricorso alle misure alternative, la recidiva è molto più bassa.
Per che tipi di reato propone l’amnistia?
Per quelli che prevedono una pena inferiore a 4 anni e in generale per reati non socialmente pericolosi.
Per un provvedimento del genere serve una maggioranza molto ampia. Crede che sarà mai possibile trovare una convergenza in Parlamento su questi temi?
Una volta chiarito che la sicurezza non è in questione, perché non verrebbe liberato nessun mafioso, e perché alcuni reati corruttivi contro la cosa pubblica potrebbero rimanere esclusi dall’amnistia, credo che a questo punto anche il mondo giustizialista potrebbe aderire a questa richiesta. Prima era quasi una prassi concedere l’amnistia in occasione dell’elezione di un Presidente della Repubblica. Questo percorso si è interrotto con mani pulite.
Lei però ha chiesto anche di riaprire una discussione sull’ergastolo ostativo, cioè la condanna legata a reati associativi per cui non è previsto l’accesso al sistema dei benefici. Non le sembra una proposta un po’ troppo audace?
No. Da due anni ho presentato un disegno di legge per rivedere l’ergastolo ostativo, per cancellare il “fine pena mai”. Spieghiamoci meglio. In Italia tutti sanno che c’è l’ergastolo, ma forse in pochi sanno che si tratta di una condanna che non supera mai i 30 anni di carcere, poi si accede a una serie di benefici. Per i reati associativi, invece, non è previsto alcuno sconto, a meno che non ci sia un percorso di collaborazione. Ecco, io non metto in discussione il fatto che debba esserci un carcere certo e anche duro per determinati reati, propongo la possibilità di studiare un riesame personalizzato durante l’esecuzione della pena. E propongo l’introduzione di tempi certi per tutti.
Cioè?
Pensiamo ai 1.200 detenuti che attualmente si trovano in una posizione di “fine pena mai”. Tra loro c’è sicuramente chi ha commesso reati - anche di mafia - da ragazzo, magari a 25 anni. Secondo me per loro la legge deve prevedere almeno una possibilità di riabilitazione. E poi pensiamo all’errore giudiziario, fosse anche solo l’un per mille. In quei casi il detenuto non può accedere ai benefici perché non collabora con la giustizia. Ma in realtà non può collaborare, perché innocente. Secondo me sarebbe bene, magari a metà della pena, riesaminare i casi singoli. Che non vuol dire cambiare una sentenza di condanna, ma ragionare sul tipo di esecuzione della pena. Che preveda una fine.
di Rocco Vazzana
sabato 21 maggio 2016
Funerale laico di Marco Pannella - L'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli
Blog Diritti Umani - Human Rights
Il lunghissimo applauso di centinaia di persone ha accolto il feretro di Marco Pannella a Piazza Navona. Il palco è stato allestito al centro della piazza e lì è stato posto il feretro del leader radicale, circondato dai suoi amici di una vita.
Non poteva mancare l'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli a cui Marco Pannella ha dedicato tante battaglie.
Lotta per i diritti, per una detenzione dignitosa e umana di tutti i detenuti italiani. Instancabile nel proporre alle Istituzioni italiane la realizzazione dell'amnistia e dell'indulto, trovandosi vicino in questa lotta organizzazioni che operano nel mondo delle carceri ma poco i gruppi politici.
E' sicuro che tantissimi detenuti nei luoghi di pena italiani sono vicini a chi a Piazza Navona sta rendendo omaggio ad una persona che hanno sentito sempre molto vicina.
ES
Link:
Il lunghissimo applauso di centinaia di persone ha accolto il feretro di Marco Pannella a Piazza Navona. Il palco è stato allestito al centro della piazza e lì è stato posto il feretro del leader radicale, circondato dai suoi amici di una vita.
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| La corona di fiori inviata a Piazza Navona dai detenuti del carcere di Rebibbia di Roma acquistata auto tassandosi |
Lotta per i diritti, per una detenzione dignitosa e umana di tutti i detenuti italiani. Instancabile nel proporre alle Istituzioni italiane la realizzazione dell'amnistia e dell'indulto, trovandosi vicino in questa lotta organizzazioni che operano nel mondo delle carceri ma poco i gruppi politici.
E' sicuro che tantissimi detenuti nei luoghi di pena italiani sono vicini a chi a Piazza Navona sta rendendo omaggio ad una persona che hanno sentito sempre molto vicina.
ES
Link:
E' morto Marco Pannella - Una vita dedicata alla difesa dei diritti
Lettera di Marco Pannella a Papa Francesco ... "Ti voglio bene davvero tuo Marco"Turchia, abolita l'immunità parlamentare ai deputati filo-curdi: ora rischiano l'arresto
La Repubblica
La norma riguarda le accuse di terrorismo ed almeno 138 deputati dell'Hdp, oggetto di 675 inchieste, rischiano il carcere per "sostegno al Pkk": "E' un colpo di stato". La cancelliera tedesca Merkel "preoccupata", ne parlerà lunedì a Erdogan. Un altro passo che favorisce la riforma in senso presidenziale della Costituzione e accentua il malessere del Kurdistan
La norma riguarda le accuse di terrorismo ed almeno 138 deputati dell'Hdp, oggetto di 675 inchieste, rischiano il carcere per "sostegno al Pkk": "E' un colpo di stato". La cancelliera tedesca Merkel "preoccupata", ne parlerà lunedì a Erdogan. Un altro passo che favorisce la riforma in senso presidenziale della Costituzione e accentua il malessere del Kurdistan
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Le proteste dei deputati turchi durante
il voto per l'abolizione dell'immunità
parlamentare
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Il Parlamento turco ha approvato un emendamento costituzionale, proposto dal partito di governo Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, che rimuove l'immunità parlamentare ai deputati del partito filocurdo Hdp sotto inchiesta. La norma è stata votata a scrutinio segreto e approvata con 376 voti a favore, ottenendo il sostegno anche dell'opposizione nazionalista Mhp e di una ventina di deputati del socialdemocratico Chp. Avendo ottenuto una maggioranza superiore ai 2/3 dei seggi (367/550), non è necessario che venga ratificata da un referendum. Erdogan ha definito il voto di oggi "un momento storico".
La rimozione dell'immunità riguarda almeno 138 parlamentari, che ora rischiano l'arresto con accuse di terrorismo per sostegno al Pkk e contro i quali sono state avviate 675 inchieste. Il leader del partito filocurdo Hdp, Selahattin Demirtas è quello con più procedimenti aperti a carico, per un totale di 75.
Il disegno di legge aveva provocato forti tensioni sin dalla sua presentazione. I parlamentari dell'Hdp avevano lanciato l'allarme sul rischio di un'ulteriore stretta agli spazi di democrazia e di un escalation delle tensioni in caso di approvazione e arresto di suoi esponenti, parlando di un "progetto di un colpo di Stato" di Erdogan.
Nel 1994, l'arresto di alcuni deputati curdi aveva scatenato un'ondata di violenza nel sud-est del paese, dove dalla scorsa estate è ripreso il conflitto tra l'esercito e il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Erdogan aveva auspicato più volte la rimozione dell'immunità per i deputati curdi, accusandoli di essere il braccio politico del Pkk.
Dalla Germania, storicamente terra di fortissima immigrazione turca, le reazioni più dure. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta "preoccupata" per lo stato della democrazia in Turchia e intende sollevare il caso con il presidente turco, che incontrerà lunedì prossimo a Istanbul. Lo ha reso noto il suo portavoce, Steffen Seibert, precisando che Merkel ed Erdogan dovrebbero avere un bilaterale a margine del summit umanitario mondiale delle Nazioni Unite.
"L'accresciuta polarizzazione della politica interna in Turchia ci preoccupa", ha detto Seibert, mentre il Partito socialdemocratico tedesco ha definito il voto di oggi in Parlamento "un duro colpo per la democrazia". La segretaria generale dell'Spd, Katarina Barley, ha detto che con quanto successo oggi ad Ankara "il pluralismo democratico in Turchia subirà danni duraturi". "Si tratta unicamente - ha sottolineato - del mantenimento e del consolidamento del potere del presidente Erdogan e dell'Akp".
Timori più che legittimi anche per l'enorme ricaduta politica che un'eventuale 'decimazione' della rappresentanza Hdp avrebbe sugli equilibri del parlamento. L'Akp non ha infatti i numeri per far passare la riforma costituzionale in senso presidenziale che rappresenta il primo obiettivo di Erdogan. Con l'entrata in vigore di questa norma e l'apertura di processi a carico dei parlamentari Hdp, i rapporti di forza e i numeri all'interno del parlamento turco sono destinati a cambiare, e permettere così al presidente di modificare la carta costituzionale e accentrare ulteriormente i poteri esecutivi.
L'eventuale arresto e incriminazione di parlamentari filocurdi potrebbe inoltre ricreare quel vuoto di rappresentanza che in passato ha fatto salire le tensioni nel Kurdistan turco, esacerbando una situazione che sta tornando ai livelli di guerra civile.
La rimozione dell'immunità riguarda almeno 138 parlamentari, che ora rischiano l'arresto con accuse di terrorismo per sostegno al Pkk e contro i quali sono state avviate 675 inchieste. Il leader del partito filocurdo Hdp, Selahattin Demirtas è quello con più procedimenti aperti a carico, per un totale di 75.
Il disegno di legge aveva provocato forti tensioni sin dalla sua presentazione. I parlamentari dell'Hdp avevano lanciato l'allarme sul rischio di un'ulteriore stretta agli spazi di democrazia e di un escalation delle tensioni in caso di approvazione e arresto di suoi esponenti, parlando di un "progetto di un colpo di Stato" di Erdogan.
Nel 1994, l'arresto di alcuni deputati curdi aveva scatenato un'ondata di violenza nel sud-est del paese, dove dalla scorsa estate è ripreso il conflitto tra l'esercito e il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Erdogan aveva auspicato più volte la rimozione dell'immunità per i deputati curdi, accusandoli di essere il braccio politico del Pkk.
Dalla Germania, storicamente terra di fortissima immigrazione turca, le reazioni più dure. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta "preoccupata" per lo stato della democrazia in Turchia e intende sollevare il caso con il presidente turco, che incontrerà lunedì prossimo a Istanbul. Lo ha reso noto il suo portavoce, Steffen Seibert, precisando che Merkel ed Erdogan dovrebbero avere un bilaterale a margine del summit umanitario mondiale delle Nazioni Unite.
"L'accresciuta polarizzazione della politica interna in Turchia ci preoccupa", ha detto Seibert, mentre il Partito socialdemocratico tedesco ha definito il voto di oggi in Parlamento "un duro colpo per la democrazia". La segretaria generale dell'Spd, Katarina Barley, ha detto che con quanto successo oggi ad Ankara "il pluralismo democratico in Turchia subirà danni duraturi". "Si tratta unicamente - ha sottolineato - del mantenimento e del consolidamento del potere del presidente Erdogan e dell'Akp".
Timori più che legittimi anche per l'enorme ricaduta politica che un'eventuale 'decimazione' della rappresentanza Hdp avrebbe sugli equilibri del parlamento. L'Akp non ha infatti i numeri per far passare la riforma costituzionale in senso presidenziale che rappresenta il primo obiettivo di Erdogan. Con l'entrata in vigore di questa norma e l'apertura di processi a carico dei parlamentari Hdp, i rapporti di forza e i numeri all'interno del parlamento turco sono destinati a cambiare, e permettere così al presidente di modificare la carta costituzionale e accentrare ulteriormente i poteri esecutivi.
L'eventuale arresto e incriminazione di parlamentari filocurdi potrebbe inoltre ricreare quel vuoto di rappresentanza che in passato ha fatto salire le tensioni nel Kurdistan turco, esacerbando una situazione che sta tornando ai livelli di guerra civile.
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