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sabato 22 settembre 2018

Tragedia Rebibbia - Signor ministro Bonafede, di che cosa dovete occuparvi se non dei bambini?

Il Foglio
Il fallimento di una giustizia che manda i neonati in galera e se muoiono dice: state zitti.
Chiedo al ministro della Giustizia, che davanti alla tragedia dei due bambini uccisi a Rebibbia ha detto che "i tuttologi gli fanno schifo", ma anche a tutti gli altri ministri: di che cosa dovete occuparvi se non dei bambini? Su che cosa dovete fare decreti, fare casino, scandalizzarvi, fare la rivoluzione, se non sui bambini che non devono stare in carcere?


Il ministro Bonafede ha detto, di fronte al trattamento abominevole verso una madre georgiana che non parla una parola d'italiano, con i suoi due figli di sei e venti mesi (morti, lanciati giù dalla tromba delle scale, in carcere), che "c'è solo da stare zitti". Zitti, e continuare a credere che sia normale che i bambini stiano in carcere in braccio a una madre probabilmente devastata che non sa nemmeno come dire: bisogna scaldare il latte.

Che si trova in carcerazione preventiva (in attesa di giudizio, quindi presunta innocente), perché l'hanno fermata ed era su un'auto con i suoi figli e altri due uomini, e su quell'auto c'era molta marijuana, e allora l'hanno arrestata. Lei che parla solo tedesco ha detto che non ne sapeva niente, ma con una bambina in braccio di cinque mesi (l'hanno arrestata a fine agosto) e un altro di un anno e mezzo è andata lo stesso in galera. Il ministro ha detto, per far tacere i tuttologi che appunto gli fanno schifo, che questa madre andava sorvegliata "acca ventiquattro".

Per la sicurezza degli altri cittadini? Che cosa poteva farmi questa madre, chiedermi due euro, provare a vendermi una canna? Andava sorvegliata non in carcere, proprio perché aveva (aveva, perché adesso sono morti) due bambini così piccoli. In carcere in base a quale principio, in base a quale studio, poteva stare meglio, riprendersi, rasserenarsi, riuscire a occuparsi dei suoi figli? Appunto: il carcere. È come se il carcere non ci riguardasse, come se quello che accade in carcere non succedesse davvero. 

Due bambini piccolissimi muoiono in carcere, e "c'è solo da stare zitti". Signor ministro, a me non importa niente delle sue misure a tempo di record, del licenziamento della direttrice e vicedirettrice della sezione femminile, e anzi sono sicura che loro facevano tutto quello che potevano. Che cosa cambia adesso?
Non erano loro a mandare in galera i bambini. 

Una società la valuti per quello che riesce a fare per gli ultimi, e questa donna con i suoi figli era proprio l'ultima fra gli ultimi, e questa nostra società allora ha completamente fallito: è stata disumana nella sua totale indifferenza. Quella giovane donna avrà avuto un avvocato d'ufficio che ha chiesto la scarcerazione, e la scarcerazione è stata negata, e questo avvocato dovrebbe incatenarsi da qualche parte e urlare che lui aveva sbattuto i pugni sul tavolo e poi si era inginocchiato per evitare la carcerazione preventiva a una piccola, debolissima, famiglia.

Ma nessuno si è incatenato, e quasi nessuno si pone il problema, che non è di tuttologia ma costituzionale, che le mamme con bambini piccoli non devono stare in carcere. Che i bambini non hanno nessuna colpa e vanno protetti. C'è una legge complicata, c'è il diritto alla salute, c'era un pacchetto di misure dell'ex ministro Orlando, che diceva fra le altre cose: fuori i bambini dalle carceri, che è stato buttato via per paura di perdere voti.

Meglio far morire i bambini che perdere voti. Va bene. Ma c'era una possibilità per questa madre con i suoi due figli: l'unica casa protetta di Roma, prevista dalla legge del 2011, ha posto per sei madri con i figli e ne ospita adesso soltanto quattro, mentre a Rebibbia sono tredici. Signor ministro, lei lo sa che una bambina di sei mesi sta sempre in braccio a sua madre o le sembra una tuttologia? E che un bambino di venti mesi sa dire quasi solo: mamma?

Annalena Benini

sabato 21 maggio 2016

Funerale laico di Marco Pannella - L'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il lunghissimo applauso di centinaia di persone ha accolto il feretro di Marco Pannella a Piazza Navona. Il palco è stato allestito al centro della piazza e lì è stato posto il feretro del leader radicale, circondato dai suoi amici di una vita. 


La corona di fiori inviata a Piazza Navona dai detenuti del carcere
di Rebibbia di Roma acquistata auto tassandosi
Non poteva mancare l'omaggio dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli a cui Marco Pannella ha dedicato tante battaglie.
Lotta per i diritti, per una detenzione dignitosa e umana di tutti i detenuti italiani. Instancabile nel proporre alle Istituzioni italiane la realizzazione dell'amnistia e dell'indulto, trovandosi vicino in questa lotta organizzazioni che operano nel mondo delle carceri ma poco i gruppi politici.

E' sicuro che tantissimi detenuti nei luoghi di pena italiani sono vicini a chi a Piazza Navona sta rendendo omaggio ad una persona che hanno sentito sempre molto vicina.

ES

Link: 

E' morto Marco Pannella - Una vita dedicata alla difesa dei diritti

Lettera di Marco Pannella a Papa Francesco ... "Ti voglio bene davvero tuo Marco"

domenica 3 gennaio 2016

Roma - Pranzo di Sant'Egidio a Rebibbia. Qui si capisce che in carcere ci sono sopratutto gli ultimi, i più poveri.

Rai News 24
Dal pranzo della Comunità di Sant'Egidio dentro il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso si capisce che in carcere non ci sono i "cattivi" ma gli ultimi, quelli che vengono lasciati fuori, che vengono emarginati.  I più poveri entrano più facilmente e stanno più a lungo in carcere, anche perché non hanno una assistenza legale adeguata. 
Questo pranzo trasmette speranza. Perché come disse Giovanni XXIII entrando a Regina Coeli "Ho messo i miei occhi nei vostri occhi", noi li guardiamo negli occhi tutti insieme qui a tavola e nell'amicizia si inizia a costruire il percorso del futuro.



domenica 1 giugno 2014

Carceri, viaggio nel nido di Rebibbia tra i “detenuti” da zero a tre anni… d’età

Il Fatto Quotidiano
Non hanno commesso un reato, non lavorano per l’amministrazione penitenziaria, non sono nemmeno volontari. Eppure trascorrono le loro giornate in carcere. 

Sono i circa sessanta bambini che stanno crescendo all’interno di cinque istituti di reclusione in Italia. Una realtà poco conosciuta: la legge 354 dell’ordinamento penitenziario permette alle detenute madri di piccoli dai 0 ai 3 anni di tenerli con sé. 
Si evita così il trauma del distacco, ma per i bambini il prezzo rimane altissimo. 

Nonostante la grande umanità degli operatori, i piccoli trascorrono i primi anni di vita in cella, in un ambiente opprimente, lontani dal padre e dai fratelli fino al compimento del terzo anno d’età. A quel punto dovranno lasciare la mamma. 

Il carcere di Rebibbia a Roma è uno degli istituti che ospita una sezione nido. 

In alcuni momenti è arrivato ad accogliere fino a diciannove bambini, molti di origine rom. “I nostri bambini stanno male. Non hanno colpe ma scontano una pena”, ci hanno raccontato le ragazze recluse che abbiamo incontrato. Madri e figli trascorrono le giornate in un luogo protetto e separato dal resto del carcere, ma senza libertà. 

“Una vergogna, i casi sono così pochi che è inconcepibile che lo Stato non intervenga”, spiega Gioia Passarelli, presidente di ‘A Roma Insieme‘. L’associazione si prende cura dei piccoli che vivono nel nido di Rebibbia da 22 anni, organizzando feste di compleanno, gite al mare e in montagna. 

Le detenute e i bambini potrebbero vivere in strutture diverse dal carcere, ad esempio in case famiglia. A Milano esiste l’Icam, l’Istituto a custodia attenuata, ma si tratta di un caso unico: per realizzare progetti simili in altre parti d’Italia non ci sono i fondi di Irene Buscemi e Maria Itri

lunedì 6 gennaio 2014

Suicidio a Rebibbia, detenuto si impicca nel carcere romano

Roma Today
Suicidio a Rebibbia, detenuto si impicca nel carcere romano
Si tratta del primo suicidio quest'anno nel Lazio. 

Ad appena sei giorni dall'inizio dell'anno, nel carcere di Rebibbia si conta già il primo suicidio. Questa notte infatti un detenuto si è impiccato nella sua cella del carcere romano. A renderlo è Massimo Costantino della Fns Cisl Lazio. "Nel carcere di Rebibbia dove il numero regolamentare dovrebbe essere 1.218, quello tollerabile di 1.696, i detenuti presenti risultano essere circa 1.700", spiega Costantino. "Il personale tutto, purtroppo, deve far i conti con il numero elevatissimo dei detenuti e i carichi di lavoro sono raddoppiati".

"Spesso", continua Costantino, "gli operatori espletano servizio in due e più posti di lavoro e questo comporta un altro effetto quello di perpetrare nei loro confronti violazioni all’accordo quadro nazionale".


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domenica 17 novembre 2013

Tenta il suicidio nel carcere di Rebibbia lo salva il compagno di cella disabile

La Repubblica
Ha provato a impiccarsi alle sbarre ma l'altro detenuto, costretto su una sedia a rotelle, lo ha sostenuto. Ha ricevuto un encomio dalla direzione del penitenziario. E' successo nel reparto G11 del carcere romano.
[...] 
Ha tentato di togliersi la vita impiccandosi alle sbarre, ma è stato salvato dal compagno di cella, un detenuto costretto su una sedia a rotelle che, appena si è accorto di quanto stava accadendo, si è buttato per terra e lo ha sostenuto fino all'arrivo dei soccorsi. La notizia dell'episodio, avvenuto a Roma nel reparto G11 di Rebibbia Nuovo complesso, è stata resa nota dal garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni. Il detenuto disabile che ha salvato il suo compagno di cella ha ricevuto un encomio dalla direzione del carcere. 

[...] "Il tentativo di suicidio non è direttamente riconducibile alle condizioni della struttura - ha detto Marroni - ma lascia riflettere la circostanza che a salvare questa persona sia stato un altro detenuto costretto a vivere su una sedia a rotelle. Un caso, purtroppo, non isolato all'interno del G11. Il problema è che le celle e i servizi utilizzati non sono adeguati per ospitare disabili. Mancano i supporti e capita spesso che i detenuti siano costretti a stare tutto il giorno in cella. Nel G11 ci sono persone affette da patologie gravi che avrebbero bisogno di ben altra attenzione. In questo caso, tuttavia, la solidarietà e la fratellanza
che si instaura fra reclusi è stata più forte delle avversità".
[...]

martedì 1 ottobre 2013

Leaders religiosi a Roma con Sant'Egidio entrano nelle mura del carcerea Rebibbia per la conferenza "Il coraggio della speranza"


Quest'anno l'Incontro Internazionale di preghiera per la pace nello spirito di Assisi si tiene a Roma. Si tratta della ventisettesima edizione, a partire dalla storica giornata  di preghiera per la pace in Assisi nel 1986, voluta dal Beato Giovanni Paolo II, che nel corso degli anni ha toccato molte città del mediterraneo.

Data l’eccezionale presenza a Roma, e in considerazione dell'assidua presenza negli Istituti Penitenziari romani da parte della Comunità di Sant'Egidio, uno dei Panel si è svolto questa mattina nell’Istituto di Rebibbia N.C., con il coinvolgimento di cento detenuti ed un nutrito numero di esponenti del mondo del carcere, volontari e gente comune.

Il Panel, che prende il titolo dell’evento generale “Il coraggio della speranza”, si è tenuto nel teatro di Rebibbia Nuovo Complesso.

I quattro relatori provenienti dal mondo del cattolicesimo, dell’ortodossia, e dell’islam, si sono alternati per illustrare il valore delle religioni nella costruzione della pace ed del rispetto dei diritti umani.

lunedì 23 settembre 2013

In prigione con la mamma... a Rebibbia 20 bambini che hanno meno di 3 anni

Il Messaggero
Sono le venti, è l'ora della nanna: avanti, bambini, fate i bravi, dritti in cella. Scatti metallici, chiavistelli, vocine che cantilenano "chiu-su-ra, chiu-su-ra". È una delle le prime parole che hanno imparato, i bimbi reclusi a Rebibbia assieme alle madri detenute.

Mamma, pappa, pipì, chiusura. L'annuncio dell'agente che passa con le chiavi. La ninna nanna dei bimbi carcerati. Le voci che un po' piangono e un po' ridono, l'intonazione di una filastrocca, la bella lavanderina, ma che bel castello marcondirondirorendello, chiu-su-ra chiu-su-ra. I cuccioli d'uomo in gabbia si lamentano così, canticchiando, senza fare un capriccio, quasi mai.

La porta blindata all'ingresso del reparto nido, truccata con un'epifania di fiori e farfalle, si abbatte sullo stipite con un rumore secco, strozzando lo spazio, il tempo e la mobilità di venti creature minuscole intontite, gli sguardi vuoti, spersi, afflitti. "Anche se sono piccolissimi, hanno capito che questa è una prigione", s'immalinconisce Elisabeta (nome di fantasia, come gli altri che useremo), slava, 26anni, mamma di Vadìm, che ne ha due. Elisabeta ha un figlio chiuso dentro con la mamma e ne ha otto chiusi fuori "che soffrono anche di più".

Venti mamme detenute, venti bimbi che, fino ai tre anni, rimarranno lì. Poi via. "Lo strappo è doloroso: qui dentro hanno un rapporto viscerale ", spiega Gabriella Pedote, vicedirettrice del reparto femminile.

Hanno vissuto, sono cresciuti, talvolta sono nati qui, dietro le sbarre, in simbiosi con le loro mamme. Papà non c'è, "Egor, che ha 18 mesi, non lo ha visto quasi mai", racconta Nastja. Amin, che ha tre anni, dice "chiusura" con dizione ineccepibile: vive qui da due anni. Nicola, italiano, otto mesi, la farfuglia "lallando" come in certe nenie che i bimbi si cantano da soli per non aver paura. Ivan, Lilija e Yurij non lo dicono per niente, perché hanno rispettivamente 5 e 9 e 17 giorni, e hanno cominciato a vivere qua dentro, e che ne sanno.

Prima di andare in cella, i bimbi reclusi di Rebibbia si danno i bacini, le carezze, fanno ciao. Un mormorio infantile rimbalza sul muro del corridoio contro il quale sguardi e passi e parole vanno a sbattere per tutto il tempo, avanti e indietro. Poi chiusura. Segregati. A chiave. Tra le sbarre. Qualcuno piange perché non gli va proprio, qualcuno no perché tanto lo sa, gli tocca, la mamma lo ha spiegato, ed era triste com'è quasi sempre, come ha imparato a essere anche lui, sebbene qualche volta lei stiri sorrisi forzati per rassicurarlo come Benigni ne "La vita e bella" con Giosuè, però le viene male, con quello sguardo umido, sconfitto.

Così, fino alle otto di mattina, per bimbi e mamme (18 rom, una nigeriana e un'italiana, età media 25 anni, reati prevalenti furto e spaccio, recidive), il cielo sarà a scacchi, non come quello dei disegni sui quali certi piccoli lo spingono fin oltre i margini del foglio, così che dentro, se chiudi gli occhi, ci puoi pure volare. "Volare", balbetta Niko, due anni e mezzo, come quel tipo tutto verde che ride incongruamente accanto a Mowgli e a Biancaneve sulle pareti del reparto, per non farle sembrare le mura di una galera, ciò che sono. Volare come Peter, sì, ma basterebbe pure allungare i passi un po' più in là, oltre le quattro celle, il corridoio, la sala giochi minuscola, il piccolo giardino. E pazienza se questo è un reparto modello, e tutti sono dolcissimi, e pure gli agenti fanno coccole, e ci sono le puericultrici, il pediatra, il neuropsichiatra, per curare e prevenire le bronchiti, l'asma, la depressione, l'aggressività, la miopia, la perdita della visione tridimensionale, le malattie dei bimbi in gabbia. Pazienza, perché i bimbi in gabbia sono questi qui.

Ma poi, per fortuna, arriva il sabato. "I sabati della libertà", li chiamava Leda Colombini, scomparsa un anno fa, che nel '94 fondò A Roma Insieme, gruppo di volontari che il fine settimana si vanno a prendere i bambini e se li portano a vedere ciò che non hanno visto mai. Quando Amin ha visto il mare per la prima volta, ha pianto di paura; quando Lyudmila ha visto la neve, se l'è messa in tasca per portarla alla sua mamma; quando Alex è al parco, diventa un po' meno catatonico, riesce persino a correre, come gli fosse tornata addosso l'energia. E poi i compleanni.

Per i 3 anni di Amin, Francesca, nonno Nanni e gli altri hanno portato i regali e la torta. Ma come piangeva Faraa, la sua mamma. "Ora lo portano via. Io devo scontare ancora due anni. Quando ho cercato di spiegarglielo, si è messo a gridare mamma, con te, con te". Piange. "Io ho sbagliato, ma che colpe ha lui? Che cosa posso dirgli?".

di Marida Lombardo Pijola

venerdì 26 luglio 2013

Carcere - Rebibbia, detenuto si suicida E' il quarto caso nel Lazio nel 2013

Nuovo Paese SeraA dare l'annuncio della morte il garante Angiolo Marroni: "Un dramma della disperazione e della solitudine". Nieri: "Sovraffollamento al 46 per cento"

"Si è tolto la vita tagliandosi la gola con una lametta all’interno della sua cella, nella sezione G8 del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. E’ morto così, un detenuto italiano di 53 anni originario di Roma, Piero Bottini". Così in una nota il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.

IL QUARTO SUICIDIO DELL'ANNO - "Quello di Piero è il quarto suicidio nelle carceri del Lazio nel 2013. Da gennaio ad oggi i decessi registrati negli istituti della regione sono stati 12: quattro suicidi, tre per malattia e quattro per cause ancora da accertare. In base alle statistiche, nove dei dodici decessi del 2013 si sono registrati a Rebibbia Nuovo Complesso - si legge nella nota - A quanto appreso dai collaboratori del Garante, Bottini era arrivato a Rebibbia N.C. a fine giugno, proveniente da un carcere toscano. Dopo aver passato gli ultimi nove anni in carcere, doveva ancora scontarne quattro. Dal momento del suo ingresso in carcere l’uomo, che era stato lasciato dalla moglie, era stato preso in carico dall’area educativa e segnalato a psicologa e psichiatra dal momento che manifestava segni di squilibrio e rifiutava la terapia che gli era stata assegnata".

"DRAMMA DELLA DISPERAZIONE - "Anche se occorrerà aspettare i risultati delle indagini avviate - ha detto il Garante Angiolo Marroni - credo si possa dire che quello di Piero è un dramma della disperazione e della solitudine. Dalle informazioni raccolte, quest’uomo era stato detenuto/attore a Sollicciano, ma sembra avesse passato un periodo della sua detenzione anche negli ospedali psichiatrici giudiziari di Aversa e Montelupo Fiorentino. La fine della sua vita tormentata deve essere, poi, inquadrata nel contesto di un carcere come quello di Rebibbia Nuovo Complesso, il più grande del Lazio, con un sovraffollamento del 46%, senza un direttore a tempo pieno e dove si sono registrati ben nove decessi in soli sette mesi. Mi domando ancora una volta, anche per questo ennesimo dramma, se il carcere, per una persona così fragile e psicologicamente disagiata, fosse la soluzione migliore".

NIERI: "SOVRAFFOLLAMENTO AL 46 PER CENTO" - “A pochi giorni dalla visita della Presidente della Camera Laura Boldrini a Regina Coeli, che aveva richiamato l’attenzione mediatica sul sovraffollamento strutturale dei nostri istituti di pena, oggi apprendiamo che un detenuto di 53 anni si è tolto la vita a Rebibbia N.C., dove il sovraffollamento è arrivato al 46%. Non è mai facile riuscire a cogliere in pieno il disagio di una persona che arriva a compiere un gesto così drammatico, ma è significativo ricordare che i suicidi commessi nelle carceri italiane hanno una frequenza circa 19 volte maggiore rispetto a quelli commessi dalle persone libere. I detenuti che si tolgono la vita, spesso, lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono particolarmente difficili a causa del sovraffollamento, appunto, ma anche delle poche attività trattamentali e della scarsa presenza del volontariato”. E’ quanto dichiara, in una nota, il vicesindaco di Roma Capitale Luigi Nieri. “Si uccide chi conosce il proprio destino e ne teme l’ineluttabilità, ma anche chi soffre per una mancanza totale di prospettive. E’ evidente che episodi tragici come questo vanno scongiurati, prima di tutto, tutelando la dignità delle persone incarcerate e costruendo per loro un percorso di riabilitazione effettiva, per non togliere a una persona già privata della libertà personale, anche il rispetto di se stesso e la voglia di vivere. La pena, è scritto nella nostra Costituzione, deve avere funzioni rieducative: chi ha sbagliato deve avere l’occasione di riabilitarsi e reinserirsi nella società. - Nieri conclude - La mia solidarietà alla famiglia e agli amici del nostro sfortunato concittadino”.

mercoledì 24 luglio 2013

Roma: a Rebibbia e Regina Coeli è allarme sovraffollamento, troppi detenuti, pochi agenti

Il Messaggero
"Dignità, dignità" hanno urlato ieri mattina i detenuti della terza sezione di Regina Coeli all'arrivo del presidente della Camera Laura Boldrini. E gli agenti di polizia penitenziaria le hanno chiesto: "Torni un'altra volta presidente, ma senza preavviso: troverà un solo agente su tre piani per 250 detenuti".

Voci arrabbiate dalle carceri romane che raccontano di istituti pronti a esplodere, di attese infinite per un dentista o una lastra, di celle dove c'è ancora la fogna aperta e gli escrementi dopo una settimana vengono a galla, di poliziotti aggrediti nel tentativo di salvare una donna che vuole tagliarsi le vene. Queste sono le condizioni delle carceri romane: a Regina Coeli ci sono 1250 detenuti, invece dei 750 previsti, a Rebibbia sono 2.500, almeno seicento in più. Le statistiche dicono che trentacinque detenuti su cento sono stranieri. E che il 25,30 per cento è tossicodipendente.

Dall'altra parte delle sbarre ci sono gli agenti di polizia penitenziaria: ma le difficoltà, i disagi, le condizioni pessime sono le stesse. Nella casa circondariale di Trastevere invece di 614 agenti ne lavorano circa 450. Stesse carenze a Rebibbia, tra femminile, nuovo complesso e reclusione: un migliaio, invece ne servirebbero altri quattrocento. Fino ad oggi le associazioni hanno già contato 53 decessi tra i carcerati, tra suicidi e morti naturali.

Secondo l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone onlus "nei penitenziari italiani c'è un suicidio ogni cinque giorni, un bollettino di guerra". "E nel 2013 si sono suicidati anche sette agenti - racconta Donato Capece, del sindacato autonomo il segretario generale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il Sappe - perché nel carcere si muore. Le condizioni di estremo disagio cancellano qualunque tipo di soluzione. Il sovraffollamento crea tensione, abbrutimento e tira fuori il peggio di ognuno".

Secondo le normative comunitarie un detenuto dovrebbe avere a disposizione sette metri quadrati in una cella singola; mentre adesso, in molte celle i detenuti non possono scendere tutti contemporaneamente dai letti a castello, che spesso sono a quattro piani, perché non ci sarebbe spazio sufficiente per stare tutti in piedi. Secondo la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo l'Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli rinchiusi in meno di tre metri quadrati. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano "una mortificante conferma della incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi". Parole che anche ieri ha ripetuto ai detenuti il presidente della camera, Laura Boldrini: "Il sovraffollamento delle carceri è una condizione inaccettabile in un Paese come l'Italia".

Daniele Nicastrini, sindacalista Uil penitenziaria, conosce storie e vita disperate di agenti e detenuti: "Nel femminile di Rebibbia tre agenti sono state aggredite poche settimane fa: avevano provato a salvare una giovane detenuta che voleva uccidersi. Noi continuiamo a lavorare senza strumenti, a mani nude nonostante tossicodipendenti, malati di Aids. Viviamo e lavoriamo in una situazione precaria: anche quest'estate.

Un esempio? A Regina Coeli il piano ferie è stato disegnato dall'amministrazione senza l'accordo sindacale perché non vengono rispettati i livelli di sicurezza, nemmeno quelli minimi. A Rebibbia, invece, l'accordo è stato firmato solo perché in alcuni reparti verranno fatti turni più lunghi, per coprire la mancanza di personale". Tutto chiaro, no. "Eppure una cosa concreta da fare ci sarebbe - propone Nicastrini - rimandare a Rebibbia quasi trecento dipendenti distaccati ad altri servizi extra penitenziari al ministero di Giustizia".

Pompeo Mannone, segretario generale della Federazione della sicurezza della Cisl dice: "I provvedimenti in discussione in Parlamento sulle misure alternative alla pena e la messa in prova devono essere approvati rapidamente e prima della pausa estiva".

A Regina Coeli più del 40 per cento dei detenuti è in attesa di condanna definitiva, come nelle altre carceri. "Nessuna sorpresa: in Italia sono oltre 14mila le persone in attesa del primo giudizio, tutti presunti non colpevoli puri - racconta Riccardo Arena di Radio carcere - come quel ventenne in carcere per concorso in omicidio: dopo quattro anni la Cassazione ha annullato le due prime sentenze e la Corte d'Assise d'appello lo ha assolto".

di Beatrice Picchi

mercoledì 12 giugno 2013

Roma - Rebibbia 4 morti in dieci giorni

Ristretti Orizzonti
“Come sindacato abbiamo appreso dei 4 morti in soli 10 giorni nel carcere romano di Rebibbia grazie ad una conversazione con gli amici di “Radio Carcere” su Radio Radicale e la cosa ci ha lasciato completamente esterrefatti, tenuto conto che, per quanto ci riguarda, una condizione di tale gravità è stata tenuta abilmente nascosta dagli organi dell’Amministrazione penitenziaria”.

È quanto racconta Leo Beneduci segretario generale dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) che aggiunge: “a Rebibbia, per cause definite “naturali”, quali l’infarto, a partire dal 28 maggio e fino al 7 giugno sono morti 3 detenuti, rispettivamente di 45, di 31 e di 68 anni e un’infermiera di 62 anni - prosegue il leader dell’Osapp - e se responsabilità reali non se ne possono attribuire ad alcuno permane il sospetto che, in termini di prevenzione e di organizzazione, ci sia qualcosa che non funziona più a dovere nella struttura penitenziaria un tempo ‘fiore all’occhiellò dell’Amministrazione penitenziaria in ambito nazionale”. “Peraltro, per colpa di un’Amministrazione centrale del tutto assente, per Rebibbia con 1.800 detenuti in 1.218 posti-letto e almeno 100 agenti in meno del previsto e per Regina-Coeli con 1.050 detenuti in 725 posti e almeno 140 agenti in meno - prosegue il leader dell’Osapp - da nove mesi, con decine e decine di Dirigenti “a spasso” sul territorio nazionale, c’è un Direttore unico per entrambe le strutture, con condizioni di assoluta precarietà anche per quanto riguarda dei diritti minimi lavorativi degli addetti del Corpo, le relazioni sindacali e la piena trasparenza nella gestione dei vari posti di servizio”, “Per questi motivi, che riteniamo di ingiustificata gravità, per i quali abbiamo lungamente e del tutto vanamente richiesto al Provveditore Regionale e da ultimo al Capo del Dap Tamburino l’adozione di urgenti correttivi - conclude Beneduci - non ci resta che l’adozione nei prossimi giorni di adeguate e tangibili iniziative di protesta da organizzare in prossimità di entrambi gli istituti penitenziari e presso la sede del Dipartimento centrale”.

mercoledì 1 maggio 2013

Rimini: Comunità Giovanni XXIII; 5 detenute con i loro bambini lasciano la cella per fare le mamme

Avvenire
Per cinque mamme detenute a Rebibbia con figli al di sotto dei 3 anni si aprono le porte del carcere: potranno uscire e scontare una pena alternativa nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII. 


È il primo frutto della collaborazione fra movimenti cattolici che prestano servizio nelle carceri, e lo hanno raccolto i mille partecipanti del pellegrinaggio “Fuori le sbarre” che domenica ha unito il carcere di Rimini con il duomo della città.
 “Dobbiamo gridare a tutti che il carcere va superato, riconvertito in comunità in grado di accogliere sul territorio chi ha sbagliato e deve riparare”. 
Sotto un tiepido sole, Giovanni Paolo Ramonda ha dato il via alla quarta edizione del pellegrinaggio organizzato dalla Papa Giovanni XXIII che unisce chi sta dentro con chi sta fuori. 

Per alzare la voce, il responsabile della comunità fondata da don Oreste Benzi usa il metodo delle proposte supportate dai numeri che parlano da soli. 
Il nuovo Governo si prenda cura del dramma carcerario. E necessario che i detenuti si riconcilino con se stessi e con le vittime dei reati, e inizino a lavorare nella società, e con costi minori per lo Stato”.

 L’esperienza della casa “Madre del Perdono”, nella Valconca riminese, dice che è possibile. 

Nel 2012 ha accolto 103 recuperandi facendo risparmiare allo Stato 8mila euro al giorno e abbassando la recidiva al 10% contro l’attuale 75%

Accompagnato dallo slogan “Non c’è sicurezza senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono!”, il corteo si e mosso dalla casa circondariale di Rimini verso il centro storico preceduto da una grande croce di legno. In testa al corteo, oltre a Ramonda, don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, don Andrea La Regina della Caritas e Stefania Tallei, comunità di Sant’Egidio. 

Ci sono pure 80 detenuti, di cui Giovanni e Francesco, due ergastolani ostativi, quelli del “fine pena mai”: sono a Rimini in permesso premio. 

“Il mondo carcere non va relegato in un angolo, è parte della società”, commenta Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa padovana Rebus. Il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha accolto il corteo all’arco d’Augusto con una richiesta: rallentare la marcia per favorire la distribuzione di materiale e sensibilizzare così i cittadini. 

“Le pene alternative sono la soluzione definitiva” rilancia Maurio Cavicchioli, del “Servizio carcere” della Papa Giovanni. E non è un paradosso. Ne è convinto pure Raffaele Martinez. “I movimenti ecclesiali hanno una grande responsabilità: - ha detto il presidente di RnS - non devono solo elevare preghiere, che non mancano, e neppure provvedere solo a opere di carità dall’esterno. 
È necessario offrire cammini di redenzione dentro e fuori dal carcere”. Nessuno però può vincere questa battaglia da solo. “Ma la comunione tra soggetti moltiplica la fantasia della carità e aumenta la prospettiva di bene”. Giorgio Pieri, responsabile della Casa Madre del Perdono, dà la notizia delle cinque mamme con figli neonati accolte (sono 60 in Italia quelle che stanno crescendo i loro piccoli in prigione). 
Di queste, una è del Ruanda ed è incinta di sette mesi, epilettica da accogliere urgentemente; un’altra è africana e tre sono Rom. Quindici Case Famiglia han già dato disponibilità per accogliere mamme con bambini. 
Cinque detenute di Rebibbia sconteranno la pena nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Vedi anche:
Rimini: Sant'Egidio marcia insieme alle Associazioni cattoliche per un carcere più umano

sabato 20 aprile 2013

Bambini a Rebibbia - Continua l'emergenza dei piccoli sotto i tre anni costretti a vivere nelle celle con le madri.

Corriere della Sera
ROMA - Sedici bambini sotto i tre anni sono «ospiti» incolpevoli del carcere femminile di Rebibbia. Si tratta perlopiù di figli di rom e donne nigeriane che scontano condanne superiori ai sei anni, ma soprattutto detenute ree di recidiva. Resta di attualità, dunque, il problema del «nido» di Rebibbia Femminile, da sempre molto affollato, con punte in passato fino a 30 bambini. Ne hanno parlato spesso i parlamentari in visita al penitenziario romano, promettendo iniziative e interventi, ma l’emergenza continua. La legge del 21 aprile 2011 – «madrina” Anna Finocchiaro – ha teso ad estendere le misure alternative e a eliminare soprattutto questa detenzione di piccoli incolpevoli (se non di essere figli di detenute, cui la recidiva prelude soluzioni alternative).

LEDA COLOMBINI - Del problema si è tornati a parlare mercoledì 17, in occasione della cerimonia nel carcere femminile per intitolare il nido a Leda Colombini. Perché l’ex parlamentare scomparsa nel dicembre del 2011, è stata per oltre venti anni la promotrice dell’attività di «A Roma insieme», l’associazione di volontari che hanno cercato di offrire una vita a migliore ai bambini reclusi con le loro mamme. In ricordo della Colombini è stata apposta una targa, in ceramica e mosaico, realizzata dal Liceo Artistico Statale Enzo Rossi indirizzo arti figurative per la pittura e per la scultura. Progetto ed inserti in ceramica sono stati realizzati dalle detenute-allieve che frequentano la sezione staccata dell’Istituto all’interno della Casa Circondariale, mentre il mosaico è stato realizzato dagli allievi della sede centrale della Scuola.

VOLONTARI - E poi ci sono le gite del sabato. Si chiamano Giovanna, Gioia, Giovanni – solo per fare qualche nome – i volontari che al sabato prendono in carcere questi bambini e li portano in gita, nel mondo esterno. Con i volontari i bimbi hanno scoperto il mare, i parchi, perfino la neve. Ma anche l’interruttore che in ogni casa permette di accendere la luce, ma che in carcere non esiste perché l’illuminazione è centralizzata. «Ricordo quel bimbo che a casa mia ha passato mezza giornata ad assistere al miracolo provocato dall’interruttore – ricorda Anna Maria Rossilli dell’Ufficio del Garante dei detenuti -. Aveva scoperto la notte e il giorno con un semplice pulsante».

mercoledì 6 marzo 2013

Garante detenuti Lazio - Carceri: Situazione critica nel reparto per malati di HIV di Rebibbia N.C.


GARANTE REGIONALE
DEI DIRITTI DEI DETENUTI

Comunicato Stampa

CARCERI:
SITUAZIONE CRITICA NEL REPARTO  PER MALATI
DI HIV DI REBIBBIA N.C..
IL GARANTE DEI DETENUTI ANGIOLO MARRONI:
«I TAGLI DELLA SPESA E L’IMPOSSIBILITA’ DI PROSEGUIRE ALL’ESTERNO DEL CARCERE IL PERCORSO PSICOTERAPEUTICO HANNO CREATO UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA».

Uno dei quattro reparti  in Italia,dedicato ai detenuti affetti da HIV, e quindi reparto di interesse nazionale, G 14 di Rebibbia N.C., era il fiore all’occhiello del carcere. Pensato per ovviare all’isolamento sanitario dei malati di HIV ha un’infermeria, una cucina, un laboratorio informatico, una cappella e una biblioteca. Le celle sono sempre aperte e i detenuti partecipano a progetti che facilitano la socializzazione e il lavoro, parte integrante del trattamento come la terapia clinica.

Da qualche tempo, però, la situazione è peggiorata al punto da spingere il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni a denunciare «un clima potenzialmente esplosivo che, fino ad oggi, non è deflagrato per il lavoro svolto dal nostro ufficio,  dai volontari, dai sanitari e dagli agenti di polizia penitenziaria».

Attualmente nel G 14 ci sono 22 persone, tutte malate di HIV. L’età media è fra  i 45 e i 50 anni. Oltre all’HIV, i presenti hanno patologie psichiatriche, l’epatite, cardiopatie e dermatiti.  Buona parte dei detenuti è di difficile gestione - negli ultimi 10 giorni si sono registrati tre casi di autolesionismo - sei sono casi psichiatrici conclamati. In tre sono in sciopero della fame e rifiutano i farmaci per motivi di giustizia (attesa liberazione anticipata, permessi premio, ricoveri in ospedale).

«Molti - ha detto il Garante - sono, per le loro condizioni, incompatibili con il carcere. Il fisico di ognuno è segnato dalle malattie e dalle dipendenze. Ma a costringerli in una cella sono le posizioni giuridiche, le misure alternative revocate, i cumuli di pena, i nuovi reati o, più semplicemente, il fatto di non avere una dimora. Il vissuto determina l’assenza delle famiglie e i problemi economici, con molti detenuti che dipendono dai nostri operatori, dai volontari anche per le più piccole necessità».

Su questa situazione si è abbattuto il taglio indiscriminato della spesa.  Per la prima volta, nel 2013 non saranno finanziate le attività per i tossicodipendenti, rimaste senza copertura economica. Il carcere non  ha più fondi né per la mediazione culturale, né per i progetti del G14, né per quelli delle comunità terapeutiche che operano in carcere. A ciò si aggiunga che la storica direttrice del reparto è stata trasferita al Prap ed è stata sostituita da un’altra persone che, in contemporanea, deve occuparsi anche della struttura protetta dell’ospedale Pertini e del nucleo traduzioni.

«La somma di queste criticità - ha concluso il Garante - ha fatto salire la tensione alle stelle e creato una situazione di emergenza. Di fatto la gestione del reparto è affidata alla polizia penitenziaria, agli infermieri ed agli operatori del trattamento. Ciò che si percepisce è un clima di esasperazione dove è sempre più netta la sensazione di essere stati abbandonati dalle istituzioni, con concreti rischi di recrudescenza e di inasprimento delle condizioni di detenzione. Per evitare l’irreparabile occorre che ciascuna componenti torni a fare il proprio lavoro: gli educatori ed il personale sanitario e di sicurezza devono essere messi in condizione di poter lavorare; la magistratura deve tornare a scegliere ciò che è meglio per ciascun detenuto; occorre che vengano riattivati, anche con l’aiuto delle politiche regionali, percorsi alternativi al carcere; occorre che il territorio e la società civile tornino ad aprirsi. Occorre in sostanza, lavorare tutti insieme per far tornare il reparto il fiore all’occhiello che era»