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domenica 18 ottobre 2020

Vietnam - Pham Doan Trang, nota attivista per i diritti umani arrestata il 6 ottobre

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L’attivista vietnamita per i diritti umani, Pham Doan Trang, è stata arrestata il 6 Ottobre scorso mentre si trovava in un appartamento nella città di Ho Chi Minh. L’arresto, di cui ha dato notizia l’associazione “Human rights watch”, è stato eseguito dalla polizia poco dopo la conclusione della 24esima edizione del “Dialogo annuale USA-Vietnam sui diritti umani” cui Trang aveva partecipato.
Pham Doan Trang è una delle attiviste per i diritti umani più conosciute in Vietnam.


L’attivista vietnamita per i diritti umani, Pham Doan Trang

La sua principale attività è quella di promuovere la libertà di informazione nel contesto di uno Stato a guida socialista che non vede di buon occhio il dissenso. Oltre ad essere autrice di numerosi libri è cofondatrice del blog luật khoa tạp chí, “Giornale di diritto”.

Nei suoi scritti, letti da moltissime persone, Trang si occupa del tema della difesa della dignità umana declinandolo in ogni suo aspetto: dalle questioni di genere al problema relativo al cambiamento climatico. Proprio la visibilità di cui gode, però, l’ha resa un soggetto sgradito al governo.
Il Vietnam è definibile come una Repubblica costituzionale a guida socialista.

Il potere politico è detenuto saldamente dal Partito comunista vietnamita. La principale carica istituzionale, non a caso, è quella del segretario generale del partito. A partire dal 2018, per la prima volta dai tempi di Ho Chi Minh, il leader del partito, Nguyễn Phú Trong, ricopre anche il ruolo di Presidente del Vietnam.

Nonostante l’attenzione internazionale, testimoniata anche dalla pratica dei “Dialoghi USA-Vietnam sui diritti umani” precedentemente citati, la situazione dei diritti umani in Vietnam è critica e le scelte politiche degli ultimi anni non forniscono segnali di volontà di correzione in tal senso.

Solo nel 2017, per esempio, il codice penale è stato modificato in modo tale da prevedere pene più severe per coloro che esprimono il proprio dissenso nei confronti di chi detiene il potere. Una legge del 2019
, poi, richiede che le compagnie di telecomunicazioni straniere eliminino i contenuti in rete sgraditi al governo entro le 24 ore dalla loro messa on-line.

L’accusa che si trova a fronteggiare oggi Pham Doan Trang fa riferimento all’articolo 117 del codice penale vietnamita pensato per punire coloro che “producono, immagazzinano e diffondono informazioni, materiali e prodotti che cercano di opporsi alla Repubblica federale del Vietnam”. La condanna per tale reato può comportare fino a vent’anni di reclusione.
Non si può dire, però, che l’arresto sia arrivato come una sorpresa per Trang.

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Silvia Andreozzi

venerdì 6 aprile 2018

Vietnam - Quasi 100 attivisti in carcere per "sovversione del governo popolare"

Corriere della Sera
Ottantotto uomini e nove donne: sono almeno 97 i dissidenti nelle carceri vietnamite e domani potrebbero diventare 103, poiché si chiuderà il processo ai danni di sei attivisti per l'infondata accusa di "sovversione del governo popolare". 

L’attivista cattolica Nguyn Ngc Nhu Qunh condannata a 10 anni di carcere
Ha faticato molto a compilare la lista, Amnesty International, che ammonisce: dato il clima di segretezza imposto dalle autorità del Vietnam, il numero reale potrebbe essere assai più alto.

La lista dei 97 detenuti, 18 dei quali hanno oltre 65 anni, comprende 57 fedeli di credi religiosi (37 dei quali praticano culti nativi), e poi avvocati, attivisti per la democrazia, difensori dei diritti umani e ambientalisti, tutti condannati al termine di processi-farsa solo per aver espresso le loro opinioni o portato avanti campagne con mezzi pacifici.

Molti dei detenuti si trovano in isolamento e non possono avere contatti con famiglie e avvocati. La tortura è diffusa: si segnalano pestaggi coi manganelli e con cavi di gomma, calci, pugni, scariche elettriche e l'obbligo di rimanere in posizioni dolorose. Tra le dissidenti in carcere c'è la nota blogger Nguyn Ngc Nhu Qunh, nota con lo pseudonimo di "Madre fungo", condannata nel giugno 2017 a 10 anni per "propaganda", le cui condizioni di salute stanno peggiorando anche a causa del diniego di cure adeguate imposto dalla direzione delle prigioni.

Riccardo Noury

mercoledì 20 luglio 2016

Vietnam - Rapporto Amnesty: Tortura e sparizioni nelle carceri ai prigionieri di coscienza

Corriere della Sera
Un nuovo rapporto pubblicato da Amnesty International denuncia la tortura e altri sconvolgenti trattamenti di prigionieri di coscienza nella rete segreta delle prigioni del Vietnam, uno dei paesi più impenetrabili dell'Asia ai controlli internazionali sulla situazione dei diritti umani. 

Il rapporto si basa su un anno di ricerche, comprese più di 150 ore di interviste con 18 ex-prigionieri di coscienza, alcuni dei quali hanno passato anche 10 anni in carcere.
Tutti hanno riferito di aver trascorso periodi di tempo da un mese a due anni in detenzione non riconosciuta dalle autorità: ossia di essere stati dei "desaparecidos". Cinque di loro hanno raccontato di aver passato lunghi periodi di tempo in isolamento completo e al buio, in celle fetide prive di servizi igienici, ventilazione e acqua potabile. A due degli ex-prigionieri non è stato comunicato che le loro madri erano decedute.

Un'altra madre si è immolata di fronte alla sede del governo per protestare contro il divieto di vedere sua figlia, Ta Phong Tan, blogger e attivista per i diritti umani, che ha trascorso quattro anni in carcere. 

L'isolamento è, paradossalmente, la condizione migliore di detenzione. Molti ex detenuti hanno riferito di essere stati assegnati alle cosiddette "antenne", prigionieri costretti a collaborare con la direzione del carcere e spinti ad aggredite i compagni di cella. 

C'è poi il capitolo delle torture: pestaggi fino a perdere coscienza, diniego di cure mediche, iniezioni di droghe o altre sostanze sconosciute che causavano perdita temporanea della memoria o della capacità di parlare o pensare correttamente.
Una delle storie più toccanti contenute nel rapporto di Amnesty International è quella di "Dar", appartenente alla minoranza etnica montagnard, che ha passato cinque anni in carcere a causa del suo attivismo in favore dei diritti umani e della libertà di religione. Per 10 mesi dei 60 mesi di prigionia, "Dar" è stato tenuto in isolamento totale, in una minuscola cella, al buio e nel silenzio completo. Nei primi 60 giorni, è stato trascinato fuori dalla cella quotidianamente per essere interrogato e torturato: pestaggi con bastoni, tubi di plastica, calci e pugni; scariche elettriche, obbligo di rimanere in posizioni dolorose anche per otto ore di seguito.
A volte, gli addetti agli interrogatori accendevano un pezzo di carta che veniva poi messo a contatto con le sue gambe, provocando ustioni. Una volta è stato appeso al soffitto per 15 minuti e picchiato selvaggiamente. 

In questo periodo il parlamento vietnamita sta esaminando una serie di proposte di modifica al codice di procedura penale e al codice penale. Un'occasione da non perdere per allineare la legislazione interna agli standard internazionali, per introdurre il divieto di tortura nella legge e farlo rispettare nella prassi e per punire i responsabili di sparizioni e torture.

giovedì 30 giugno 2016

Vietnam, donna dell'Australia di 73 anni condannata a morte per traffico di droga

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un tribunale nel sud del Vietnam ha condannato  a morte una donna australiana di 73 anni.


A Nguyen Thi Huong sono state trovate nel suo bagaglio di 36 barre di sapone con all'interno 2,8 kg di eroina mentre stava per imbarcarsi su un volo per l'Australia nel mese di dicembre 2014.

Il Dipartimento degli affari esteri e del commercio dell'Australia si è detto "preoccupato del fatto che un cittadino australiano è stato condannato a morte in Vietnam", ma ha aggiunto che secondo la legge vietnamita sono possibili vari gradi di appello "quindi c'è ancora molta strada da fare prima che questo processo legale si concluda".

"Continueremo a fornire assistenza consolare e sostegno alla donna e alla sua famiglia. Opposizione universale alla pena capitale è una politica di lunga data dei governi australiani", ha detto un portavoce reparto in una e-mail.

Huong che è si dichiara innocente, in quanto afferma che il sapone gli è stato regalato da una signora, rischia di essere eseguita con l'iniezione letale.

Huong ha 15 giorni di tempo per presentare ricorso contro la condanna a morte.

La pena di morte viene applicata nel Vietnam comunista in casi di traffico di quantità maggiori di 100 grammi di eroina. Alla fine del 2013, il Vietnam ha approvato l'uso dell'iniezione letale per i casi esecuzioni di capitali, invece di utilizzare plotoni d'esecuzione.

ES

Fonte: Reuters

domenica 22 maggio 2016

Il Vietnam scarcera padre Nguyen Van Ly, difensore dei diritti umani. Gesto di clemenza prima della visita di Obama

Avvenire
Il governo vietnamita ha liberato padre Nguyen Van Ly, il prete cattolico difensore dei diritti umani, incarcerato per avere promosso la libertà religiosa nel Paese comunista. Il rilascio del religioso, 70 anni, è stato un gesto di clemenza deciso dalle autorità a poche ore dall’arrivo nel Paese asiatico del presidente americano Barack Obama, da lunedì 23 a mercoledì 25 maggio, un avvenimento cruciale per il futuro economico del Paese.

Nguyen Van Ly appena uscito 

dal carcere, accolto dal vescovo
Come riferisce l’agenzia Asianews, «in queste ore diverse organizzazioni e attivisti pro-diritti umani lanciano un appello al capo della Casa Bianca, perché sollevi il tema delle persecuzioni e delle libertà – e non solo il commercio di armi – durante gli incontri con i vertici governativi».

Padre Van Ly è stato condannato il 30 marzo 2007 a otto anni di prigione e cinque di residenza sorvegliata, con l’accusa di aver guidato un movimento per la democrazia chiamato «Blocco 8406», sorto nell’aprile 2006, con 2mila aderenti, e sostenuto gruppi illegali quali il Partito progressista del Vietnam. 


Non si trattava del suo primo periodo di detenzione: aveva infatti già trascorso 14 anni in carcere – tra il 1977 e il 2004 – per le battaglie condotte in difesa della libertà di religione e dei diritti umani in Vietnam. Nel 2009 era stato colpito da un ictus in prigione, restando per un certo periodo semi-paralizzato.

Fonti dell’arcidiocesi cattolica di Hue citate da Asianews riferiscono che appena uscito di prigione padre Nguyen Van Ly appariva molto provato, «non riusciva a stare dritto e camminava tutto ricurvo» anche se a livello «spirituale» è sempre «brillante e determinato».
Lo prova il commento che avrebbe rilasciato a chi gli riferiva che la liberazione è un gesto di «perdono» delle autorità di Hanoi: padre Van Ly ha replicato che non può essere perdonato per colpe che non ha commesso.

Dal sacerdote vietnamita, testimone evangelico della libertà, fece il giro del mondo la foto (qui sopra), scattata durante uno dei processi contro di lui, nella quale gli veniva tappata la bocca dalle guardie in tribunale per impedirgli di protestare contro un'ingiusta persecuzione.

sabato 28 novembre 2015

Vietnam. Eliminata pena di morte per corruzione ed altri 7 reati

Blitz Quotidiano
Eliminata in Vietnam dal primo luglio la pena di morte per corruzione previa restituzione del 75% delle somme percepite illegalmente. Il provvedimento prevede anche l'abolizione della pena capitale per altri sette reati tra cui la contraffazione alimentare, alcuni reati di droga e le rapine.
Thaikandia, Bangkok – Il Vietnam ha eliminato la corruzione tra i reati per cui è prevista la pena di morte, commutando le condanne in ergastolo a fronte della restituzione di almeno il 75% delle somme percepite illegalmente. Lo riferisce la stampa vietnamita citando il nuovo regolamento del Codice Penale rivisto all’unanimità dall’Assemblea nazionale. Il codice, che entrerà in vigore il primo luglio, prevede anche l’abolizione della pena capitale per altri sette reati tra cui la contraffazione alimentare, alcuni reati di droga e le rapine.

mercoledì 19 agosto 2015

Vietnam courts overturn death penalty for Nigerian drug mule

Xinhua News Agency
A court in Vietnam's Ho Chi Minh City reduced a death sentence previously handed to a Nigerian man for bringing methamphetamine into Vietnam to life imprisonment, local online newspaper Thanh Nien (Young People) News reported Tuesday.
The indictment on Monday said Ejiogu Benjamin Ikechukwu had nearly 3.3 kilograms of the drug in metal tubes and a laptop charger in his luggage as he flew to the city-based Tan Son Nhat Airport in June 2012. He had transited in Qatar.

The 33-year-old man said he only planned to go to Vietnam to buy clothes to resell them in Nigeria and had no idea about the drug in his luggage. He said a man asked him to carry the tubes and the charger to Vietnam and someone would pick them up.

A Ho Chi Minh court in August 2013 sentenced him to death, but he applied for an appeal. The People's Supreme Court then canceled the verdict, ordering a new investigation. Investigators could not track down the people who had used him as a drug mule.

Those convicted of smuggling more than 600 grams of heroin or more than 2.5 kilograms of methamphetamine in Vietnam face death penalty. The production or sale of 100 grams of heroin or 300 grams of other illegal narcotics is also punishable by the death penalty.

martedì 14 luglio 2015

Vietnam - Cambogia - Esodo e persecuzione dei montagnards ignorati dalle diplomazie

MISNA
Prosegue l'impegno per sensibilizzare l'opinione pubblica del Sud-Est asiatico continentale e quella internazionale sui diritti e la sicurezza negati ai Montagnards. Queste popolazioni degli altipiani del Vietnam centrale sono fortemente controllate dalle autorità e sovente sottoposti a forme di persecuzione.
Una situazione che costringe molti – sebbene in misura minore degli esodi del 2001 e del 2004 provocati da ondate repressive - a cercare rifugio in paesi circostanti. Anche qui, tuttavia, alla dura condizione di fuggiaschi e per i più fortunati di profughi, si associa la costante minaccia di rimpatrio forzato su richiesta di Hanoi o in base alle opportunità dei rapporti bilaterali.
Il 1° maggio scorso, un comunicato di Human Rights Watch (Hrw) e due altri organizzazioni umanitarie aveva condannato duramente il comportamento delle autorità cambogiane riguardo i Montagnards. “Il comportamento del potere cambogiano che rifiuta a individui provenienti dal Vietnam la registrazione come richiedenti asilo e di accedere allo stato di rifugiato, mostra che il governo non rispetta la legge internazionale in questo campo”, vi si leggeva.
A conferma di una tendenza repressiva verso le minoranze degli altipiani e dell'atteggiamento opportunista dei governi vicini e alleati del Vietnam, la conferenza predisposta il 26 giugno a Bangkok da Human Rights Watch è stata cancellata all'ultimo momento dalle autorità thailandesi su pressione del governo vietnamita.
Sebbene l'azione di Hrw e di altri soggetti coinvolga molti paesi, è però principalmente rivolta verso il governo cambogiano, in quanto la Cambogia è il paese più accessibile dai gruppi originari del Vietnam, perseguitati per vicende belliche, cristianizzazione, diversità culturale. Ma è anche quello dove la politica di arresto, detenzione e respingimento è maggiormente praticata, con conseguenze sovente pesanti, come l'impossibilità per i Montagnards di ricongiungersi con le famiglie d'origine.
[CO]

mercoledì 25 marzo 2015

Cambogia rifugiati Montagnard, governi e UNHCR in cerca di soluzione

MISNA
Questa settimana, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite ha avuto colloqui con i rappresentanti del governo cambogiano e vietnamita per cercare soluzioni sul recente flusso di Montagnard che dal Vietnam cercano di entrare in Cambogia per chiedere asilo politico a causa della persecuzione etnica-religiosa.
Vivian Tan, portavoce regionale per l’ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i rifugiati (Unhcr), ha detto al quotidiano The Phnom Penh Post che l’incontro aveva lo scopo di trovare una soluzione in linea con gli standard internazionali e gradita a tutte le parti.

Finora a 13 Montagnard è stato concesso lo stato di stato di rifugiati, altri 10 stanno discutendo le loro richieste di asilo a Phnom Penh, mentre 13 rimangono nascosti sulla zona di confine, nelle foreste della provincia di Ratanakkiri e, in diretta violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, decine di altri sono stati respinti in Vietnam senza un giusto processo. Secondo le dichiarazioni dei Montagnard respinti, le deportazioni sono il risultato di azioni coordinate da parte delle autorità vietnamite e cambogiane.

Nel 2002, la Cambogia, il Vietnam e l’Unhcr hanno raggiunto un accordo trilaterale per il rimpatrio volontario e tre anni più tardi, nel 2005, un protocollo di intesa tripartito è stato firmato per rimpatriare i profughi in condizioni controllate. Un rapporto del 2006 di Human Rights Watch (Hrw) ha evidenziato il problema dei rimpatriati che sarebbero nuovamente perseguitati per aver lasciato il paese e mette in seria discussione la credibilità del monitoraggio dei rimpatriati da parte dell’Unhcr.

“E’ da nove anni che tutto questo sta succedendo e ancora oggi i rifugiati e i richiedenti asilo parlano della stessa persecuzione religiosa” ha detto Suor Denise Coghlan del Jesuit Refugee Service in Cambogia, spiegando che fino a quando non finirà la persecuzione, è improbabile che i rifugiati accettino di tornare. Nel frattempo, per chi è ancora in clandestinità, una soluzione non è ancora stata trovata.

[PL]

mercoledì 4 febbraio 2015

In fuga dalle persecuzioni in Vietnam, "montagnard" cristiani arrestati dalla polizia della Cambogia

AsiaNews
Una famiglia di cinque persone, fra cui due bambini e un lattante, aveva abbandonato il territorio di origine per sfuggire alle persecuzioni. Ammanettati, essi sono stati condotti in una località sconosciuta. Attivisti pro diritti umani denunciano una “gravissima violazione”. Per Phnom Penh si tratta di accuse con “finalità politiche” e minaccia ritorsioni.
 

Phnom Penh- Attivisti pro diritti umani in Cambogia denunciano l'arresto di una famiglia cristiana montagnards (nella foto), che aveva abbandonato il villaggio di origine in Vietnam e superato il confine per sfuggire alle persecuzioni delle autorità comuniste di Hanoi. 

Il gruppo è formato da cinque persone, fra cui due bambini e un lattante; il fermo da parte delle forze di polizia e militari è avvenuto lo scorso primo febbraio nelle foreste della provincia nord-orientale di Ratanakiri, dove essi si trovavano da oltre due settimane in cerca di riparo. Gli agenti li hanno ammanettati, condotti in una località segreta e rischiano di essere rimpatriati; altri quattro montagnards sono invece riusciti a sfuggire al fermo.

Chhay Thi, attivista Adhoc (Cambodian Human Rights and Development Association), conferma l'arresto e aggiunge che, finora, non si hanno notizie sulla sorte della famiglia, né sul luogo in cui sono detenuti. "La loro detenzione - aggiunge - è una gravissima violazione ai diritti umani e alla Convenzione del 1951 sui rifugiati". Egli ha aggiunto che altri 27 montagnards restano nascosti nella giungla, per sfuggire a un possibile fermo.

Già la scorsa settimana i vertici di Adhoc avevano denunciato la polizia di Phnom Penh, perché arresta e deporta i richiedenti asilo politico senza nemmeno ascoltare la loro storia. Di contro, le forze dell'ordine affermano che non si tratta di montagnards in fuga da persecuzioni, ma di semplici contadini emigrati "in modo illegale" nel Paese. Il portavoce del ministero cambogiano degli Interni, Khieu Sopheak, minaccia inoltre di denunciare il gruppo Adhoc perché agirebbe "con finalità politiche".

Nel 2001 e nel 2004 almeno 2mila montagnards - originari delle zone montuose del centro del Vietnam - sono emigrati in Cambogia per sfuggire alle violenze delle autorità di Hanoi; il regime comunista li perseguita e confisca i loro terreni per la fede cristiana, per il sostegno fornito alle truppe statunitensi ai tempi della guerra, e soprattutto per impossessarsi dei loro terreni. La maggior parte di loro ha ottenuto asilo politico, con Washington in prima fila nella concessione di visti.

Negli ultimi anni è ripreso l'esodo e sempre più famiglie tentano di attraversare la frontiera, in cerca di riparo nella vicina Cambogia. Con l'aiuto dell'Onu, alcuni hanno fatto richiesta di asilo politico, anche se molti esitano a contattare le autorità di Phnom Penh, nel timore di essere rimpatriati. Nelle ultime settimane sono almeno 45 i montagnards (fra cui tre bambini) che hanno cercato riparo nelle foreste della Cambogia, costretti a lottare contro malaria e mancanza di cibo per poter sopravvivere.

martedì 20 gennaio 2015

Vietnam condemns 8 drug convicts to death

www.thanhniennews.com
A court in the northern province of Hoa Binh on Monday sentenced eight people to death and handed down life sentences to five others at the conclusion of a mass trial.
Of the convicts who got the death penalty, seven men and one woman were found guilty of being part of a ring that smuggled around 180 kilograms of heroin across Vietnam’s northern mountainous provinces.

Five other members of the ring were jailed to life in prison, while a further 17 defendants handed jail terms ranging between six to 20 years for different crimes such as drug trafficking, harboring criminals, offering, brokering and taking bribes, murder, illegal use of weapons and opposing officials on duty.

Because of the large number of smuggled heroin and the seriousness of the case, such harsh sentences were justified, according to the verdict, which was delivered at the conclusion of the 14-day trial.

Police busted the rings in June 2011 in Hoa Binh, making mass arrests and seizing large quantities of illegal drugs. They also confiscated four cars, four guns and 27 cell phones during the raid, local media reported.

In what was Vietnam’s largest-ever narcotics case, the country's highest court in June 2014 upheld the death penalties against 29 of 30 people sentenced to die five months earlier. The drug mules were found guilty of smuggling nearly two tons of heroin from Laos into Vietnam and then on to China.

Vietnam has some of the world's toughest drug laws. Those convicted of smuggling more than 600 grams of heroin or more than 2.5 kilograms of methamphetamine face the death penalty.

The production or sale of 100 grams of heroin or 300 grams of other illegal narcotics is also punishable by death.

Vietnam switched to lethal injection from the firing squad in November 2011.

However, a European Union refusal to sell Vietnam the deadly injection led to a delay in executions until August 2013, when Vietnam began manufacturing its own lethal serum.

At that time, the number of death-row prisoners was reported to hover 600.

The EU banned the exportation of lethal injection drugs because it regards capital punishment to be a violation of human rights.

Although there are no official statistics, the death penalty is most frequently handed down in Vietnam to those convicted of drug offences and murder.

sabato 11 ottobre 2014

Vietnam Francis Dang Xuan Dieu, intellettuale cattolico in carcere "trattato come uno schiavo"

Asia News
Francis Dang Xuan Dieu, condannato per il suo attivismo, ha subito per mesi percosse e umiliazioni dagli altri prigionieri. Dietro gli abusi, il rifiuto di indossare la divisa del carcere con la scritta "criminale". Il fratello lancia un appello perché venga sottratto "a quell'inferno". La famiglia ha potuto incontrarlo solo una volta.
L'ingegnere e intellettuale cattolico Francis Dang Xuan Dieu, condannato per il suo attivismo e prigioniero politico nelle carceri vietnamite, in cella subisce percosse, umiliazioni ed è trattato alle stregua di uno "schiavo". La denuncia arriva dal fratello e da un compagno di prigione ora libero, secondo cui dietro le violenze vi è il rifiuto opposto dall'uomo di indossare la divisa del carcere. Le autorità hanno inoltre impedito alla famiglia di incontrarlo, dopo che l'attivista aveva scritto una lettera di denuncia in cui raccontava gli abusi subiti.

"Lo stanno trattando malissimo" afferma il fratello Dang Xuan Ha in un'intervista a Radio Free Asia (Rfa), che auspica un movimento di pressione internazionale perché egli "venga portato via da quell'inferno". "Dieu ha sempre ribadito di essere innocente - continua il fratello - per questo non intende indossare una divisa che reca impressa la parola criminale".

Su richiesta dei familiari, i cattolici di Ho Chi Minh City - in particolare i Padri redentoristi - hanno promosso in passato iniziative di preghiera e campagne di solidarietà per chiederne la scarcerazione. Egli è stato arrestato nel luglio 2011 e condannato nel 2013 a 13 anni di prigione, più altri cinque di sorveglianza. Assieme ad altri cristiani, è stato processato dal tribunale provinciale di Ngh-An per aver cercato di "rovesciare il governo del popolo" e di aver "violato l'art. 79 del Codice penale".

In passato Francis Dang Xuan Dieu - appartenente alla diocesi di Vinh e membro del gruppo Viet Tan, bollato come illegale da Hanoi - ha guidato le proteste dei nazionalisti vietnamiti contro la politica "imperialista" di Pechino nel mar Cinese meridionale. Egli si è inoltre battuto per la scolarizzazione dei bambini, in particolare dei poveri, e contro lo sfruttamento intensivo delle miniere di bauxite negli Altipiani centrali.

L'intellettuale cattolico ha promosso anche campagne di sensibilizzazione per la liberazione del prigioniero politico Cu Huy Havu, del professor Phom Minh Hoàng e di altri detenuti imprigionati per reati di opinione.

Dall'inizio del periodo detentivo, la famiglia ha potuto incontrarlo una sola volta; intanto le guardie delle prigioni in cui è stato rinchiuso hanno lasciato - per mesi - che l'attivista cattolico venisse picchiato dagli altri carcerati, che lo trattavano come uno "schiavo". Egli non ha accesso a ventilatori per refrigerarsi dal caldo o acqua potabile e ha dovuto posare come "modello" per ritratti in cui viene rappresentato "mezzo uomo e mezza bestia" da parte degli altri prigionieri. Per questo ha promosso uno sciopero della fame, chiedendo un regime di detenzione più "umano".

In Vietnam è in atto una campagna durissima del governo contro dissidenti, blogger, leader religiosi (fra cui buddisti), attivisti cattolici o intere comunità come successo nella diocesi di Vinh, dove si è assistito a una campagna diffamatoria e attacchi mirati contro vescovo e fedeli. La repressione colpisce anche singoli individui, colpevoli di rivendicare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti civili dei cittadini.
Solo nel 2013, Hanoi ha arrestato decine di attivisti per crimini "contro lo Stato", in base a una norma che gruppi pro diritti umani bollano come "generiche" e "vaghe". Con oltre sei milioni di fedeli, il cattolicesimo è la seconda religione per importanza e numero di fedeli nel Paese, dopo il buddismo. Da tempo sono in atto controversie con Hanoi, nella maggioranza dei casi per questioni legate a proprietà terriere o beni ecclesiastici che il governo vuole requisire.

sabato 4 ottobre 2014

Vietnam: dopo tre anni di carcere e violenze, libero l’attivista cattolico Dau Van Duong

AsiaNews
Egli era stato condannato nel 2012 per “propaganda contro lo Stato”. In cella ha subito forti percosse, rischiando di morire. Le autorità gli hanno impedito la lettura della Bibbia, restituita in seguito a un prolungato sciopero della fame. “Sono fortunato a essere ancora vivo” afferma, e promette di continuare a lottare contro le ingiustizie.

Hanoi - Il governo vietnamita ha rilasciato il 26enne attivista cattolico Antonie Dau Van Duong, da oltre tre anni in prigione dove ha quasi rischiato di morire per le ripetute percosse, umiliazioni e violenze subite per mano delle guardie carcerarie. I secondini gli hanno persino impedito l'accesso alla Bibbia, nel tentativo di minare la sua fede. Egli era parte di un gruppo di quattro cristiani, incriminati e condannati nel maggio 2012 per "propaganda contro lo Stato" in seguito alla distribuzione di volantini inneggianti alla democrazia. I quattro sono stati puniti in base al famigerato articolo 88 del Codice penale vietnamita, una norma che - a detta di associazioni pro diritti umani - è spesso usata per arrestare bloggers, avvocati e voci critiche nei confronti della leadership comunista e dello Stato.

I giudici lo hanno condannato a tre anni e sei mesi si carcere; tuttavia, le autorità hanno anticipato la scadenza dei termini della pena, ordinando la scarcerazione e 18 mesi aggiuntivi di libertà vigilata. Intervistato da Radio Free Asia (Rfa) poco dopo aver fatto ritorno a casa, nel distretto di Nam Dan, provincia di Nghe An, Duong ha detto di essere "fortunato perché sono ancora vivo", dopo aver subito terribili violenze nel centro penitenziario di Nghi Kim.

I secondini, racconta, "hanno permesso agli altri prigionieri di picchiarmi, due lo hanno fatto dalle 10 di sera alle 4 del mattino". Ringrazio Dio, aggiunge, di "poter essere ancora qui, in piedi, oggi. Avrei potuto morire. Il mio corpo era preda di terribili sofferenze, ma ho continuato a pregare e mi sono ripreso".

In un secondo momento egli è stato trasferito nella prigione numero 5 della provincia di Thanh Hoa, dove ha trascorso il tempo restante della condanna. Egli era in cella con "trafficanti di droga, ladri e assassini", sebbene per brevi periodi abbia trascorso il tempo con altri prigionieri politici. Le guardie della prigione gli hanno sequestrato a più riprese la Bibbia, che gli è stata restituita solo in seguito a un prolungato sciopero della fame.

Al tempo della condanna, associazioni pro diritti umani e organizzazioni internazionali hanno parlato di processo farsa e vergognoso, in cui è stata emessa una sentenza "senza nemmeno uno straccio di prova". Membri della diocesi di Vinh, i quattro giovani cattolici hanno partecipato in modo attivo a iniziative di volontariato, fra cui donazione del sangue, aiuto agli orfani e alle vittime dei disastri naturali, aiutato le donne a non abortire e portare a termine la gravidanza.

Uscendo di prigione, alle guardie che parlavano di un processo completato di rieducazione del giovane, egli ha risposto deciso: "In realtà, non mi sono affatto rieducato!" e assicura di continuare a lottare contro le ingiustizie, assieme agli altri attivisti cattolici.

Da tempo in Vietnam è in atto una campagna durissima del governo contro dissidenti, blogger, leader religiosi (fra cui buddisti), attivisti cattolici o intere comunità come successo nella diocesi di Vinh, dove si è assistito a una campagna diffamatoria e attacchi mirati contro vescovo e fedeli. La repressione colpisce anche singoli individui, colpevoli di rivendicare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti civili dei cittadini. Solo nel 2013, Hanoi ha arrestato decine di attivisti per crimini "contro lo Stato", in base a una norma che gruppi pro diritti umani bollano come "generiche" e "vaghe". Con oltre sei milioni di fedeli, il cattolicesimo è la seconda religione per importanza e numero di fedeli nel Paese, dopo il buddismo. Da tempo sono in atto controversie con Hanoi, nella maggioranza dei casi per questioni legate a proprietà terriere o beni ecclesiastici che il governo vuole requisire.

giovedì 18 settembre 2014

Vietnam: Human Rights Watch gravi abusi nelle carceri, Hanoi nega

Agi
Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato una ricorrente situazione di abusi nelle carceri vietnamite, ma il governo di Hanoi ha definito "infondate" queste accuse. 

Secondo l'organizzazione per la tutela dei diritti umani, sono aumentati, soprattutto nelle aree rurali, i casi di abusi sui detenuti e anche i decessi nelle prigioni. In particolare, presentando un suo rapporto a Bangkok, Hrw ha citato 28 casi di detenuti morti in carcere su cui sono state fornite spiegazioni dubbie, dal suicidio alla malattia, e 22 episodi di brutale pestaggio, tra i quali anche quello di un di un bimbo di 11 anni.

"Sono stati individuati casi in 44 delle 58 province vietnamite. Ma siamo convinti che quel che vediamo è solo la punta dell'iceberg", ha denunciato il vice direttore per l'Asia dell'Ong, Phil Robertson. Il governo però nega e anzi la portavoce ha assicurato che il Vietnam, che ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, punirà "con severità" i responsabili "qualora venissero alla luce casi di tortura o punizioni corporali".

lunedì 15 settembre 2014

Vietnam, 1.750.000 bambini lavoratori, 962.500 non sono mai andati a scuola

MISNA
Secondo i dati riportati in occasione della conferenza tenutasi martedì scorso ad Hanoi dal Ministero del lavoro e degli affari sociali, nel paese ci sono 1.750.000 bambini lavoratori. Il 55% della forza lavoro minorile, circa 962.500 bambini, non sono mai andati a scuola e il 32% lavora più di 42 ore alla settimana o più di 6 ore al giorno. Secondo l’indagine, la maggior parte dei ragazzi ha iniziato a lavorare all’ età di 12 anni.
Doan Mau Diep, vice ministro del lavoro, ha detto alla conferenza che il tasso di lavoro minorile del paese è comunque inferiore alla media regionale, aggiungendo che gli esperti presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno valutato la situazione come “non molto grave”. “Tuttavia, se i bambini devono lavorare a una giovane età, i loro diritti di studiare, di crescere, di essere protetti da abusi non verranno rispettati. Inoltre, molte merci prodotte in Vietnam da bambini lavoratori saranno stigmatizzate come il prodotto di pratiche abusive e di sfruttamento che ci mettono in condizioni di svantaggio. Pertanto, dobbiamo trovare un modo per trasformare i “ bambini lavoratori “ in bambini che lavorano un numero limitato di ore al giorno per assicurarsi di aver abbastanza tempo per studiare e giocare” ha detto Diep.

“Una sola ora di lavoro al giorno sembra appropriato per i bambini dai 5 a 11 – ha specificato Diep – notando che i bambini di età compresa tra 12 a 14 dovrebbero lavorare solo un massimo di quattro ore al giorno. I bambini più grandi possono lavorare fino a 7 ore al giorno e ancora essere considerati bambini che lavorano.

Nonostante l’ottimismo creatosi dopo 10 giorni di negoziati commerciali multi-nazionali ad Hanoi, il Vietnam deve ancora accogliere molte sfide prima di poter aderire alla Trans-Pacific Partnership ( Tpp). La Trans-Pacific Partnership richiede ai membri di adottare disposizioni forti sul lavoro, tra cui la libertà di associazione, l’ indennità per la contrattazione collettiva e tolleranza zero per il lavoro minorile o forzato. I legislatori degli Stati Uniti hanno sottolineato che al Vietnam non sarà concessa l’appartenenza alla Tpp fino a quando non farà riforme significative sul lavoro e sui diritti umani. Dal 2012, abiti vietnamiti e mattoni sono stati descritti dal governo degli Stati Uniti come beni prodotti dai bambini e da pratiche di sfruttamento del lavoro.

mercoledì 10 settembre 2014

Vietnam - Attivista diritti umani blogger condannata a 3 anni di carcere per aver "bloccato il traffico"

Global Voices
Un tribunale ha condannato la blogger attivista vietnamita Bui Thi Minh Hang a tre anni di prigione per aver attuato una “grave ostruzione del traffico”. Due sue compagne, Nguyen Thi Thuy Quynh e Nguyen Van Minh, sono state condannate rispettivamente a due anni e due anni e mezzo di galera.

Le tre ragazze sono stati arrestati lo scorso febbraio, insieme ad altre 21 persone, mentre marciavano in motocicletta da Ho Chi Minh City verso la provincia di Dong Thap, dove avevano in programma di far visita ad un ex-prigioniero politico e avvocato. In mezzo al gruppo, tuttavia, la polizia ha accusato solamente le tre blogger per aver violato l'Articolo 245 del codice penale, ossia per aver causato disordine pubblico.

Bui Thi Minh Hang è una nota attivista anti-cinese, oltre che oppositrice delle politiche vietnamite sulla terra, la religione e i diritti umani. Anche Nguyen Thi Thuy Quynh è una blogger e attivista, mentre Nguyen Van Minh è un'attivista per la libertà religiosa e adepta della setta buddhista nota come Hao-Hao.

Dopo 6 mesi di detenzione preliminare, questa settimana è stato reso noto il verdetto di colpevolezza. Un gran numero di persone, tra cui amici e parenti, si sono riuniti nella provincia di Dong Thap per dare appoggio alle accusate il giorno del verdetto, tuttavia la polizia ha tenuto la folla a distanza e ha arrestato chiunque osasse avvicinarsi.

lunedì 14 aprile 2014

Vietnam - Dietro pressioni internazionali, Hanoi scarcera due attivisti pro-democrazia

AsiaNews
Nei giorni scorsi hanno lasciato il carcere il 31enne Nguyen Tien Trung e il 57enne Vi Duc Hoi. Entrambi erano stati arrestati e condannati per propaganda anti-governativa e tentativo di rovesciare il governo. In realtà chiedono un sistema multi-partitico e riforme istituzionali. Decisiva l’opera diplomatica dall’estero.
Hanoi- Dietro forti pressioni della comunità internazionale, che chiede decisi progressi in tema di diritti umani, il governo vietnamita - guidato dal Partito unico comunista - ha rilasciato due dissidenti di primo piano, da tempo incarcerati. Si tratta dell'attivista pro-democrazia Nguyen Tien Trung e del blogger e scrittore Vi Duc Hoi, liberati lo scorso 12 aprile, dopo quasi cinque anni dietro le sbarre e prima di aver espiato per intero la sentenza.Trung, oggi 31enne, è stato arrestato nel luglio 2009 e condannato a sette anni nel 2010 per aver "tentato di rovesciare il governo" e la leadership comunista favorendo la formazione di un partito di opposizione. Hoi, 57 anni, ex membro del Partito comunista, è stato fermato nell'ottobre 2010 e punito nel 2011 a otto anni di reclusione - ridotti poi a cinque - per "propaganda anti-governativa" su internet, mediante articoli e commenti che invocavano diritti umani e riforme.

Hoi mantiene un atteggiamento critico verso il governo e sottolinea che solo grazie alle pressioni straniere, le autorità di Hanoi hanno ceduto rilasciandolo prima del termine. Egli nega vi siano problemi di salute dietro la liberazione, come avvenuto di recente in altri casi di dissidenti rilasciati perché malati terminali. Tuttavia, l'attivista rinnova le accuse contro un governo che "non ha pietà" per chi dissente.

Intervistata da Radio Free Asia (Rfa) la madre di Trung, Le Thi Tam, racconta lo stupore e la sorpresa del figlio alla notizia della scarcerazione, giunta improvvisa mentre era occupato con le faccende del mattino. "Siamo molto sorpresi - aggiunge la donna - e felici".

Nei primi giorni della scorsa settimana anche il noto attivista e dissidente Cu Huy Ha Vu, imprigionato per aver cercato di trascinare in giudizio il Primo Ministro vietnamita, è stato liberato ed estradato negli Stati Uniti. Nel 2011 egli era stato condannato a sette anni di prigione per "attività contro lo Stato".

Da tempo in Vietnam è in atto una campagna durissima del governo contro dissidenti, blogger, leader religiosi (fra cui buddisti), attivisti cattolici o intere comunità; decine gli arresti o i raid contro intere comunità, come successo lo scorso anno nella diocesi di Vinh, dove media e governo hanno promosso una campagna diffamatoria e attacchi mirati contro vescovo e fedeli. La repressione colpisce anche singoli individui, colpevoli di rivendicare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti civili dei cittadini.

Organizzazioni attiviste e osservatori internazionali in tema di libertà e diritti, fra cui Reporter senza frontiere (Rsf) affermano che il Vietnam è il secondo Paese al mondo per numero di blogger e dissidente imprigionati, preceduto dalla Cina.

sabato 12 aprile 2014

Vietnam: morto l'attivista Dinh Dang Dinh, era detenuto per "propaganda contro lo Stato"

Asia News
In prigione per "propaganda contro lo Stato", il famoso professore e attivista contro le miniere di bauxite scopre di avere un tumore. Le autorità lo liberano, per cure, solo allo stadio terminale della malattia. Negli ultimi giorni chiede di essere battezzato e diventare cattolico. I Redentoristi di Saigon celebrano le esequie, davanti a una folla di attivisti e cittadini.
Prima di morire per un cancro allo stomaco ha voluto diventare un "figlio di Dio", mutuando le sue stesse parole, facendo il proprio ingresso nella Chiesa cattolica. Qualche giorno più tardi, la sera del 4 aprile, è spirato in pace e serenità nell'affetto dei suoi familiari, dopo aver trascorso gli ultimi due anni in un carcere vietnamita. È la storia del professore di liceo Dinh Dang Dinh, uno dei più famosi dissidenti vietnamiti, la cui scomparsa ha destato grande sconforto fra quanti hanno vissuto e ammirato il suo coraggio e la sua eroica testimonianza.

Egli era stato condannato a sei anni di prigione il 21 novembre 2012, il giorno successivo alla Festa degli insegnanti, per presunta "propaganda contro lo Stato" e "abuso delle libertà democratiche". All'indomani della sentenza, la polizia ha minacciato la famiglia cercando di insabbiare la vicenda mentre l'uomo, rinchiuso nel braccio della morte assieme a detenuti in attesa di essere giustiziati, ha cercato a più riprese di sollevare l'animo dei compagni aiutandoli a sopportare sofferenze e paure.

Il prof. Dinh Dang Dinh, storico militante e docente di chimica, è stato a lungo una vera e propria icona del patriottismo, avendo dedicato una fetta consistente della sua vita alla lotta contro il progetto di scavo di una miniera di bauxite negli Altipiani centrali del Vietnam. Un progetto che definiva nefasto per le conseguenze sull'ambiente, contro il quale si era scagliato anche il generale Giap, eroe nazionale e simbolo della guerra nazionalista vietnamita contro il colonialismo occidentale. Il prof. Dinh ha scritto una lettera aperta di protesta, che ha saputo raccogliere in poco tempo oltre 3mila adesioni di intellettuali e personalità di primo piano del Paese.

In questi due anni di prigionia, egli si è ammalato di cancro allo stomaco; a fronte di ripetute richieste di rilascio e a provvedimenti di grazia per essere sottoposto a cure, le autorità hanno sempre opposto un netto rifiuto. E quando è arrivato il nulla osta al ricovero, la situazione era già degenerata e non è stato possibile intervenire. Il 25 febbraio scorso, quando il tumore era ormai allo stadio terminale, un provvedimento governativo ha sospeso l'esecuzione della pena mentre la grazia è arrivata il 21 marzo, quando ormai era in fin di vita.

Nelle ultime due settimane, trascorse nella casa a Dak Nông, sugli Altipiani centrali, il prof. Dinh Dang Dinh ha deciso di diventare "figlio di Dio" facendo il suo ingresso nella Chiesa cattolica. Una decisione frutto anche del racconto, fatto dalla figlia, della storia personale di Nguyn Hu Cu, forse il più famoso prigioniero politico vietnamita che proprio in cella ha voluto diventare cattolico. Da qui il desiderio del professore di imitarlo: un sacerdote Redentorista giunto apposta da Saigon gli ha amministrato il battesimo. La moglie racconta che, dall'uscita dall'ospedale, egli ha continuato a pregare e domandare a Dio di alleviare le sue sofferenze. Lo scorso 6 aprile le sue spoglie sono state trasferite a Ho Chi Minh City e tumulate in una cappella dei Redentoristi, meta nei giorni scorsi di un incessante pellegrinaggio di dissidenti, attivisti e semplici cittadini che hanno voluto rendere omaggio alla sua memoria, cos come ai funerali celebrati il 7 aprile dal segretario generale della Commissione di Giustizia e Pace della Conferenza episcopale vietnamita.

lunedì 10 febbraio 2014

Vietnam - Sciopero della fame avvocato e dissidente cattolico in prigione. Pressioni su Hanoi per i diritti umani

AsiaNews
Le Quoc Quan protesta contro la mancata concessione di testi giuridici e religiosi, fra cui la Bibbia. Dal dicembre 2012 non ha mai potuto incontrare un sacerdote. Il 18 febbraio parte il processo di appello, egli si difenderà da solo in aula. Vice-ministro vietnamita: Hanoi rispetta i diritti umani. Comunità internazionale chiede la liberazione dei prigionieri politici.


Hanoi - L'avvocato e dissidente cattolico Le Quoc Quan è in sciopero della fame in vista del processo di appello, previsto per il prossimo 18 febbraio, per protesta contro il rifiuto opposto dalle autorità della prigione di fornirgli testi giuridici e religiosi, fra cui la Bibbia. Secondo quanto riferisce il fratello Le Quoc Quyet, che lo ha incontrato il 7 febbraio scorso nel carcere di Hoa Lo n° 1 ad Hanoi, egli ha deciso di rifiutare il cibo fino all'udienza. 


Le Quoc Quan
"Quan mi ha spiegato di aver iniziato lo sciopero della fame il 2 febbraio - ha confermato il fratello - dopo aver chiesto alcuni libri di testo per studiare la propria difesa in vista del prossimo appello, in cui curerà la propria difesa in aula, una Bibbia da leggere e la possibilità di incontrare un sacerdote". Fedele devoto, fin dall'inizio del periodo detentivo nel dicembre 2012 egli non ha mai potuto incontrare un prete e negli ultimi tempi i vertici dell'istituto hanno inasprito le condizioni detentive, negandogli persino alcuni strumenti per la scrittura.

Attivisti per i diritti umani hanno più volte sottolineato la condanna è solo un pretesto utilizzato dai vertici comunisti vietnamiti per silenziare una delle voci più autorevoli del dissenso interno, oltre che un cattolico appassionato che si batte in prima persona per la libertà religiosa. Nei giorni scorsi dalla propria cella l'uomo ha pubblicato una lettera aperta in cui afferma di nutrire una "fede salda" nell'avvenire del popolo vietnamita e ringrazia per il sostegno ricevuto.

Fermato e rilasciato dopo brevi periodi in passato, il legale e blogger cattolico è stato arrestato da funzionari del governo vietnamita il 27 dicembre 2012, con accuse pretestuose e false di "frode fiscale". Un atto condannato con forza da moltissime associazioni pro-diritti umani di tutto il mondo. La condanna a 30 mesi di prigione e al pagamento di una pesante multa (56mila dollari) è arrivata il 2 ottobre, al termine di un'udienza lampo durata due ore. A difesa del dissidente, che aveva digiunato e pregato a lungo in vista del processo di primo grado, sono scesi in campo Ong internazionali, attivisti cattolici e rappresentanti delle principali religioni in Vietnam.

La vicenda di Le Quoc Quan, come quella di Cu Huy Ha Vu e decine di altri blogger e attivisti in prigione, testimonia il pugno di ferro usato dai vertici comunisti di Hanoi contro il dissenso interno, anche se il governo parla di un miglioramento delle condizioni in tema di diritti e libertà. Nei giorni scorsi alti funzionari del Paese asiatico hanno partecipato a Ginevra, in Svizzera, all'Esame periodico universale promosso dall'Alto commissariato Onu per i diritti umani (Unhrc). I delegati di Hanoi hanno rivendicato miglioramenti "nella protezione e promozione dei diritti umani", come "richiesto" dal precedente rapporto. Il vice-ministro degli Esteri ha inoltre aggiunto che il Vietnam ha "sempre rispettato" i diritti umani, come "la libertà di pensiero, di stampa, di informazione, di religione" assieme ai diritti "dei carcerati" e delle libertà "socio-economiche" dei cittadini.

Tuttavia, a dispetto dei proclami sono molte le voci critiche - fra attivisti, organizzazioni umanitarie e governi stranieri - nei confronti della leadership comunista di Hanoi. "Questo è quanto dicono - afferma un esperto di legge in merito alle dichiarazioni del rappresentante vietnamita - ma non è certo quello che fanno". Da qui la decisione del Gruppo di lavoro in seno allo Unhrc di fornire al governo del Vietnam 227 fra suggerimenti e raccomandazioni in cinque diversi settori, per un reale miglioramento in tema di diritti umani. Fra i vari punti, il "rilascio incondizionato" di tutti i prigionieri politici. L'esecutivo dovrà quindi fornire risposte concrete entro la prossima riunione del gruppo, che è in programma nel giugno prossimo in occasione della 26ma Sessione del Consiglio.

di HT

lunedì 20 gennaio 2014

Vietnam, record di condanne a morte - Trenta esecuzioni per traffico di eroina

La Stampa
Mai così tante pene capitali in un processo: sequestrate 2 tonnellate di sostanze

Trenta condannati a morte per traffico di droga. E’ successo in Vietnam in quello che è stato definito il processo dei record. Mai così tanti imputati insieme (89 in tutto), mai così tante pene capitali inflitte e mai così tante sostanze stupefacenti trafficate (due tonnellate di eroina, secondo le autorità). Quello che si è concluso oggi è stato sicuramente il processo per droga più importante di sempre nel Paese comunista. Un forte segnale alle organizzazioni criminali.

I media statali hanno riferito che “21 uomini e 9 donne sono stati giudicati colpevoli di far parte di quattro bande collegate che avrebbero introdotto l’eroina dal Laos, per farla poi entrare in Cina”. Il processo, presieduto dal giudice Ngo Duc, per motivi di sicurezza si è tenuto presso la prigione della provincia settentrionale di Quang Ninh ed è durato 20 giorni. “Si tratta della prima tappa di una larga indagine contro il narcotraffico”, ha dichiarato Ngo Duc. Gli altri imputati sono stati condannati a pene detentive che vanno dai due anni di carcere fino all’ergastolo. Per ora non è stato possibile parlare con gli avvocati difensori per conoscere i dettagli delle accuse.

Le pene per reati legati al possesso di droga in Vietnam sono molto dure. Già lo scorso 14 gennaio un altro tribunale aveva condannato a morte tre uomini in relazione al traffico e alla vendita di circa 250 chilogrammi di eroina. Si tratta di Da Anh Dung, 37 anni, Ha Van Quan, 31 anni, e Bui Van Thuong, 30 anni. I tre apparterrebbero a una organizzazione responsabile dello smercio – dal 2007 al 2009 – di 720 panetti di eroina, in Vietnam e Cina. La polizia sarebbe sulle tracce dei complici.