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sabato 22 novembre 2014

ONU: Confermata la moratoria internazionale della pena di morte. Aumenta il "trend" abolizionista nel mondo

OnuItalia
New York – L’Unione Europea ha dato il benvenuto all’adozione della moratoria della pena di morte da parte della Terza Commissione dell’assemblea Generale dell’Onu. E’ la quarta volta che questa importante risoluzione viene approvata dal 2007, osserva la Ue in un comunicato, sottolineando con soddisfazione “il vasto sostegno” ricevuto con un aumento dei “si” a 114 e un impegno transregionale di ben 95 co-sponsor.

Per l’Europa- si afferma nel comunicato della delegazione europea alle Nazioni Unite – la convinzione che la pena capitale deve essere abolita e’ al centro dell’agenda dei diritti umani: “Siamo pertanto felici che il trend di allontanamento dalla pena di morte continui”. Sono infatti calati i “no”: 36 quest’anno contro i 41 del 2012. Stabili a quota 34 gli astenuti.

Il voto ha confermato il trend che ha visto crescere progressivamente il consenso su raccomandazioni che, pur non avendo valore vincolante, hanno forte peso morale. Alche anche le co-sposorizzazioni: 95 in tutto. Sono saliti a bordo all’ultimo momento Russia, Nicaragua e Turkmenistan.

La risoluzione viene messa ai voti ogni due anni: la ratifica dell’Aula e’ attesa a dicembre. Per la delegazione italiana e europea l’obiettivo era di consolidare il risultato del 2012 con tutte le difficolta’ del caso: negli ultimi due anni alcuni paesi astensionisti o con moratorie di fatto avevano segnalato l’intenzione di ridare lavoro al boia.

E’ stato invece un successo ottenuto grazie a un approccio “flessibile e inclusivo” (come ha riconosciuto nelle dichiarazioni di voto, tra gli altri il rappresentante del Benin) e che ha permesso di portare a casa, nel testo negoziato, alcuni passi avanti importanti rispetto alla risoluzione del 2012: c’e’ una maggiore attenzione ai disabili “mentali e intellettuali”, un paragrafo sui diritti consolari (“ricevere informazioni sull’assistenza consolare nell’ambito di un contesto di azione legale”) e un invito agli Stati membri di fornire all’Onu dati “disaggregati sulle esecuzioni” anche se ogni menzione esplicita a quali tipo di disaggregazione (sesso, eta’, etc) e’ stato eliminato in fase di negoziato.

venerdì 21 novembre 2014

Usa, testimone mentì: 57enne libero dopo 39 anni di carcere da innocente. Triste primato nella storia degli USA

TGCom24
Ricky Jackson era stato ingiustamente condannato per omicidio. Gli fu inflitta la pena di morte, sentenza trasformata poi in ergastolo
Ha trascorso 39 anni dietro le sbarre, ma era innocente: Ricky Jackson, un afroamericano di 57 anni, è stato scagionato dopo aver passato buona parte della sua vita in prigione per un omicidio che non ha mai commesso. La condanna che gli era stata inizialmente inflitta era addirittura la pena di morte, ma poi la sentenza venne trasformata in ergastolo, perché il suo Stato, l'Ohio, sospese le esecuzioni.
L'uomo è stato scagionato perché Eddie Vernon, il testimone che lo aveva incastrato, ha confessato di aver mentito, spiegando alle autorità che in realtà non aveva assistito all'omicidio. Nel momento dell'assassinio, infatti, era lontano, a bordo di uno scuolabus, come confermato successivamente da altri testimoni.

Così per Jackson, nei cui confronti non c'erano altre prove, si apriranno finalmente le porte della prigione in cui è entrato quando aveva solo 18 anni. E ne uscirà con un triste primato: sarà infatti il detenuto innocente rimasto in carcere più a lungo nella storia dell'America.

giovedì 20 novembre 2014

L’UNHCR ha iniziato il trasferimento in Etiopia di 15.000 rifugiati del Sud Sudan

AGENPARL
Roma, Il 17 novembre, con un primo gruppo di 125 rifugiati, l’UNHCR ha iniziato il trasferimento via mare di circa 15.000 rifugiati del Sud Sudan dalla stazione di Matar in Etiopia orientale. Il loro arrivo al campo rifugiati di Pugnido, distante circa 300 km, è previsto nel pomeriggio di martedì.

Altri 29 rifugiati con bisogni particolari, tra cui persone non vedenti, donne incinte, madri che allattano e anziani che non possono viaggiare sulle imbarcazioni, verranno trasferite con un elicottero noleggiato dall’UNHCR.

I rifugiati sono rimasti bloccati in una stazione di passaggio vicina al confine con il Sud Sudan dopo che il campo di Nip Nip, dove si stavano dirigendo inizialmente, si è inondato di colpo a causa delle violenti piogge stagionali e dello straripamento del fiume Baro nell’agosto di quest’anno. Il campo rifugiati di Pugnido ospita già quasi 45.000 persone, la maggior parte provenienti dal Sud Sudan.

[...]

Dallo scoppio del conflitto in Sud Sudan, a metà dicembre 2013, oltre 191.000 rifugiati sudsudanesi hanno cercato rifugio nella regione di Gambella in Etiopia. Circa 100 rifugiati al giorno, provenienti dagli stati sudsudanesi di Upper Nile e Jonglei, continuano ad entrare in Etiopia, principalmente attraverso la frontiera di Burbiey. 

Come motivi della fuga, i nuovi arrivati citano l’instabilità, dovuta anche agli sporadici scontri tra fazioni rivali, e la mancanza di sicurezza alimentare. Una risposta multi-agenzia guidata dal governo dell’Etiopia e dall’UNHCR sta fornendo protezione e assistenza a quei rifugiati. Con oltre 600.000 rifugiati nel proprio territorio, l’Etiopia ha superato il Kenya, ed è al momento il paese africano che ospita più rifugiati.

La bufala dei rom che tentano di rapire un bimbo di 8 mesi a Roma

FrontiereNews
La "notizia" continua a girare sui social ricevendo commenti razzisti e violenti

Una coppia di rom tenta di rapire un bimbo di soli 8 mesi a Tor Tre Teste, nella periferia della capitale. Quale migliore notizia poteva capitare ieri alla stampa frettolosa di cavalcare la rabbia dei romani contro gli stranieri e i campi nomadi? Deve essere sembrata loro una manna dal cielo. 

E vai giù di titolone sparato in prima pagina: “Roma, tentano di rapire un bimbo: rom bloccati durante la fuga” (Il Messaggero). E sui social network parte la condivisione compulsiva accompagnata da commenti carichi di odio e razzismo.

Poi oggi arriva la smentita: l’uomo che ha tentato il rapimento sarebbe il padre naturale del bimbo. Lui e la madre si conoscono da tempo e in passato avrebbero avuto una relazione che ha portato alla nascita del bimbo ora conteso. Sono bastate meno 24 ore per trasformare una notizia in una bufala che continua però a girare online come una verità. 

Come era già successo in passato e come continuerà ad accadere in futuro. Perché quello che conta non è il fatto che mai in Italia si è verificato un rapimento di un minore non rom da parte di una famiglia rom. Quello che conta è fare un click in più senza curarsi delle conseguenze delle proprie azioni. Sarebbe bastato omettere dal titolo la parola “rom” in attesa che le indagini chiarissero l’accaduto. Ma quante condivisioni avrebbe ottenuto l’articolo?

Certo, la responsabilità è anche di chi ormai legge solo i titoli degli articoli alla ricerca di conferme, senza mai mettere in dubbio le proprie certezze. Per dire ai propri amici, “hai visto che avevo ragione io?!”. No, non avevi ragione tu… E siamo sicuri che nessuno di loro sentirà il bisogno di chiedere scusa.

India, sterilizzazioni di massa: c'è una strage di donne tra falsi medici e malasanità

La Repubblica
La morte di otto donne e il ricovero di decine di altre per la campagna di contenimento della natalità di massa voluta dal governo. L'ultimo episodio nello stato centrale di Chhattisgarh, dove più di 80 donne erano state sottoposte a legatura delle tube: sessanta di loro si sono sentite male poco dopo. Tutto avviene in accampamenti mobili in varie regioni del Paese con 1 miliardo e 260 milioni di abitanti
Roma - Otto donne sono morte in India e decine di altre sono ricoverate in ospedale (dieci versano in gravi condizioni) in conseguenza della campagna di sterilizzazione di massa voluta dal governo: ma è solo il caso più recente. L'ultimo episodio si è verificato nello stato centrale di Chhattisgarh, dove l'8 novembre più di 80 donne erano state sottoposte a legatura delle tube in laparoscopia presso l'ospedale Nemi Chand di Pendari, nella regione di Bilaspur: sessanta di loro si sono sentite male poco dopo. Gli interventi di sterilizzazione vengono condotti in accampamenti mobili istituiti periodicamente in varie regioni dell'India, dove il contenimento della popolazione è un problema fortemente avvertito dalle autorità. Dopo l'intervento le donne hanno accusato cali di pressione, vomito e altri disturbi. Quattro medici sono stati sospesi e il primo ministro dello stato, tra i più poveri dell'India, ha ordinato un'inchiesta.

In un anno quattro milioni di donne sterilizzate. I decessi in conseguenza di interventi di sterilizzazione non sono purtroppo una novità in questo paese, dove tra il 2013 e il 2014 sono stati compiuti più di quattro milioni di operazioni simili. Il sistema sanitario indiano è gravemente carente, mancano attrezzature di base come i disinfettanti e i farmaci che si utilizzano sono spesso scaduti. Tra il 2009 e il 2012 il governo ha pagato risarcimenti alle famiglie di 568 donne morte dopo interventi di sterilizzazione. Lo scorso anno le autorità di una località dell'India orientale erano state al centro di uno scandalo, scoppiato dopo che una rete tv aveva mostrato decine di donne prive di conoscenza scaricate in un campo dopo l'operazione. I responsabili si erano giustificati spiegando che l'ospedale locale non era attrezzato per far fronte a un numero così ingente di pazienti.

Nel 2030 ci saranno 1 miliardo e mezzo di abitanti. Il quotidiano Indian Express scrive che gli 80 interventi di Chhattisgarh sono stati condotti da un solo medico e dalla sua équipe in appena circa cinque ore; le autorità locali assicurano che il medico non ha peccato di negligenza e sarà in grado di discolparsi pienamente. Questi "accampamenti di sterilizzazione" sorgono a Chhattisgarh tra ottobre e febbraio, nell'ambito del programma governativo di contenimento della popolazione (che in India ha raggiunto il miliardo e 260 milioni, e continua a crescere al ritmo dell'uno per cento l'anno, ma negli anni settanta il tasso di crescita era del 2,3%). Si prevede che nel 2030 l'India sarà il paese più popoloso del mondo, con un miliardo e mezzo di abitanti.

Ad ogni donna un "incentivo" di 18 euro. A Chhattisgarh alle donne che si sottopongono alla procedura vengono date 1.400 rupie, circa 18 euro; a quelle che accettano di farsi sterilizzare volontariamente altri governi locali offrono come incentivi automobili ed elettrodomestici. I medici vengono pagati a cottimo per queste operazioni, condotte spesso in modo frettoloso e trascurato; il disinfettante negli ospedali scarseggia e viene annacquato, e la corruzione impera ovunque. Le organizzazioni umanitarie sostengono che la "catena di montaggio" delle sterilizzazioni mette a repentaglio la vita delle donne, e che l'incentivo economico è deleterio. Il peso della contraccezione grava esclusivamente sulle donne, perché gli interventi di vasectomia maschile, più semplici e meno rischiosi, sono socialmente osteggiati.

Operano anche finti medici. "Il pagamento è una forma di coercizione, specialmente nelle comunità più marginali", ha detto al Guardian Kerry McBroom, direttore del programma Diritti riproduttivi dello Human Rights Law Network di Nuova Delhi. Il governo dello stato ha assicurato che le famiglie delle donne saranno risarcite con un pacchetto di 200mila rupie per quelle morte e di 50mila per quelle finite in ospedale. Finti medici "operano" senza alcuna igiene. Due anni fa la polizia dello stato orientale di Bihar aveva arrestato tre uomini che si spacciavano per medici e che avevano sterilizzato 53 donne, senza anestetico e nel disprezzo delle più elementari norme igieniche, in due ore, e in mezzo a un campo.

Meno di otto donne ogni 10 uomini. Quella dei praticoni che si improvvisano medici è una delle piaghe dell'India; qualche tempo fa una bambina di un anno è morta dopo essere stata "operata" con un coltello da cucina da uno di questi imbroglioni. Un altro grave problema dell'India è lo squilibrio di genere, dovuto alla predilezione per il figlio maschio e alla pratica dell'aborto selettivo contro i feti di sesso femminile; in alcune zone vi sono meno di otto donne ogni dieci uomini, e il rapporto è anche più squilibrato tra le ultime generazioni.

di Emanuela Stella

mercoledì 19 novembre 2014

Qatar, le promesse non mantenute del governo sui diritti dei lavoratori immigrati trattati da schiavi

La Repubblica
Dopo sei mesi, niente è cambiato: salari e condizioni di lavoro continuano a violare i diritti fondamentali dei lavoratori. A dirlo il rapporto di Amnesty international. Il sistema della Kafala prevede che il datore di lavoro faccia da "sponsor" e diventi responsabile del visto e dello status sociale del migrante, innescando un sistema di ricattabilità che spesso sfocia nel lavoro forzato
Roma - A poco sono servite le promesse fatte dal governo di Doha, che a maggio 2014 aveva messo sul tavolo una serie di riforme per combattere lo sfruttamento dei lavoratori migranti, in vista dei mondiali di calcio del 2022. Dopo sei mesi, niente è cambiato: salari e condizioni di lavoro continuano a violare i diritti fondamentali dei lavoratori. A dirlo il rapporto di Amnesty international "No time extra: How Qatar is still failing on workers' rights".

Il Mondiale dello sfruttamento. Sotto accusa sono soprattutto due leggi: la Kafala e la norma che definisce le modalità d'uscita dal paese degli stranieri. Il sistema della Kafala prevede che il datore di lavoro faccia da "sponsor" e diventi responsabile del visto e dello status sociale del migrante, innescando un sistema di ricattabilità che spesso sfocia nel lavoro forzato. Nel secondo caso invece, il principale può monitorare gli spostamenti del dipendente fino al punto di poter vietargli l'uscita dal paese. Sponsorizzazione e norme d'uscita sono solo due delle gravi violazioni riportate dalle organizzazioni umanitarie. A queste vanno aggiunti salari irrisori, condizioni di lavoro insicure, abusi fisici e psicologici e povertà estrema. "Nonostante le ripetute promesse in vista della Coppa del Mondo - afferma Sherif Elsayed-Ali, responsabile Amnesty dei diritti di migranti e rifugiati - il governo del Qatar non ha ancora attuato nessuno dei cambiamenti più importanti, come l'abolizione del permesso di uscita e la revisione del sistema di sponsorizzazione abusiva".

Promesse non mantenute. Criticato da stampa, istituzioni e organizzazioni umanitarie, il governo di Doha alla fine del 2013 ha aperto un'indagine per verificare le accuse di abuso. Nel maggio 2014 lo studio legale a capo della verifica ha redatto una relazione molto dettagliata che tra le altre cose, criticava duramente il sistema di sponsorizzazione. Poco dopo, il governo del Qatar ha annunciato una serie di riforme, tra cui proposte di modifica del sistema della Kafala e del permesso di uscita e di abolire una regola che impedisce ai lavoratori di tornare in Qatar per due anni dopo la fine di un contratto. Oltre ad essere insufficienti per arginare la piaga dello sfruttamento dei lavoratori stranieri, le riforme previste da Doha non sono state mai attuate. "Il tempo - continua Sherif Elsayed Ali - si sta esaurendo velocemente. Sono passati quattro anni da quando il Qatar ha vinto la gara per ospitare la Coppa del Mondo e finora la risposta sugli abusi non è andata oltre le promesse e i piani di azione. Occorre un intervento urgente per evitare che il Mondiale ponga le basi sul lavoro forzato e lo sfruttamento".

I punti cruciali. Il rapporto analizza la risposta del governo ai punti considerati cruciali per garantire dignità e diritti ai lavoratori migranti in Qatar.

- Niente è stato fatto per risolvere il problema della Kafala, dell'exit-pass
- Nulla per quanto riguarda gli abusi fisici e sessuali o per garantire un salario accettabile
- Poco, troppo poco, invece è stato compiuto per migliorare le condizioni di sicurezza ed eliminare altri tipi di abuso.

Insomma, ciò che è stato fatto finora è insufficiente. Non agendo rapidamente per contrastare la violazione dei diritti dei lavoratori, il Qatar rischia di danneggiare seriamente la sua credibilità e mettere in discussione il suo ruolo rispetto ai diritti umani".

Cities for Life - Cities against the Death Penalty - Video promo - Community of Sant'Egidio