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domenica 21 settembre 2014

Immigrazione, migliaia di migranti 'respinti' dall'Austria al Brennero

La Repubblica
Secondo il sindacato di polizia Coisp è emergenza al commissariato di frontiera dove si sta verificando un "un flusso migratorio di proporzioni mai viste".
Da Lampedusa l'emergenza immigrazione sembra spostarsi al confine settentrionale della penisola, sul Brennero, dove, secondo il sindacato di Polizia Coisp, al commissariato di frontiera è in corso un'emergenza immigrazione.

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L'emergenza nasce questa estate, quando le autorità austriache hanno cominciato a "rispedire" in Italia migliaia di stranieri che avevano passato le frontiere in precedenza. Si tratta di oltre 1400 stranieri solo nei mesi di luglio e agosto, a cui si vanno ad aggiungere gli oltre 700 del mese di settembre, per un totale di oltre 2mila migranti.


L'emergenza è aggravata anche dal rifiuto degli stranieri di sottoporsi ai rilievi dattiloscopici previsti dalla legge, a cui deve necessariamente seguire la denuncia con la conseguente difficoltà di reperire interpreti. La media dei riammessi è di circa 200 alla settimana, negli ultimi giorni anche siriani ed eritrei.

Il Coisp chiede che la situazione "non ricada sulle spalle dei colleghi, lasciati soli a gestire un flusso migratorio di proporzioni mai viste".

La notizia giunge nel giorno della visita in Italia del cancelliere austriaco Werner Faymann, che ha incontrato a Roma il ministro degli Esteri Federica Mogherini. Entrambi si sono detti d'accordo sulla necessità di trovare una soluzione a livello europeo del problema delle politiche di asilo e dell'immigrazione.

Faymann ha chiesto che l'Europa si faccia carico anche delle "esigenze delle persone in fuga", ricordando che l'Austria ospita un'alta percentuale di rifugiati. "Senza soluzione Ue, la questione dei profughi non potrà risolversi umanamente e politicamente in maniera decente", ha sottolineato Faymann.

Sulla questione dei rifugiati pochi giorni il ministro dell'interno bavarese Joachim Herrmann aveva accusato l'Italia di ignorare le leggi sui rifugiati per non farsene carico e "permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese"

sabato 20 settembre 2014

Le studentesse nigeriane dimenticate dal mondo. Ricordate l'hashtag #BringBackOurGirls?

Articolo 21
Duecentocinquanta giorni. Domenica scorsa, tanti ne abbiamo contati da quando oltre 270 studentesse di una scuola di Chibok, in Nigeria, furono rapite dal gruppo armato islamista Boko haram. 

Nei primi giorni dopo il 14 aprile, 57 di loro riuscirono a scappare. Delle altre, non sappiamo più nulla. È una situazione paradossale, se si considera l’aiuto internazionale fornito da diversi stati alle operazioni di ricerca condotte dalle forze di sicurezza nigeriane. 

Il problema sta proprio là, nell’inefficienza dell’esercito di Lagos, che ha adottato dal 2009 la tecnica del terrore per sconfiggere il terrorismo, senza riuscirci ma rendendosi responsabile, nel frattempo, di migliaia di arresti e torture e centinaia di esecuzioni sommarie di presunti membri di Boko haram che a sua volta, in un crescendo di brutalità, dall’inizio dell’anno ha assassinato oltre 2000 civili.

Il rapimento delle ragazze poteva essere evitato. Nelle settimane successive, Amnesty International rivelò che il quartier generale delle forze armate di Maiduguri era a conoscenza dell’imminente attacco dalle 19 del 14 aprile, quasi quattro ore prima che Boko haram iniziasse le operazioni. L’incapacità di radunare i soldati – a causa delle scarse risorse a disposizione e della paura di fronteggiare un gruppo armato meglio equipaggiato – fece sì che quella notte non venissero inviati rinforzi a difendere la scuola di Chibok. Il piccolo contingente presente – 17 militari e qualche agente della polizia locale – cercò di respingere l’assalto di Boko haram ma venne sopraffatto e costretto alla ritirata.

Ricordate l’hashtag #BringBackOurGirls? Dopo la fatua ed effimera mobilitazione di vip, star e politici, a chiedere che le studentesse rapite 250 giorni fa sono rimaste solo le loro famiglie, le organizzazioni per i diritti umani e qualche organo d’informazione sensibile.

Myanmar - Arcivescovo di Yangon: tratta di essere umani, “inferno che copre di vergogna il paese"

AsiaNews
Duro intervento di mons. Charles Bo contro questa forma moderna di schiavismo, diffusa in particolare nel Sud-est asiatico. La dittatura birmana ha generato una “nazione dell’esodo” e anche l’attuale governo mostra “indifferenza”. Pesanti accuse alla Cina e alla politica del figlio unico, alla base di un “abominevole” traffico.
Yangon - La tratta di esseri umani è un "inferno virtuale" che "copre di vergogna" il Myanmar, anch'esso coinvolto in un fenomeno che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. È quanto denuncia in una accorata lettera-appello, diffusa il 13 settembre scorso, mons. Charles Bo, arcivescovo di Yangon. Il presule è da tempo attivo nella difesa dei diritti umani, dell'unità e della libertà religiosa nella ex Birmania, teatro ancora oggi di violenze e abusi verso minoranze e dissenso interno. 

Egli si rivolge al governo chiedendo di interrompere questa nuova forma di moderno schiavismo, che colpisce in modo particolare le donne che vengono sfruttate non solo per lavoro, ma anche con finalità sessuali. Ed è proprio il Sud-est asiatico, avverte, l'area dell mondo "in cui risiede la parte più povera e vulnerabile".

Per mons. Bo la regione ha "perduto la propria dignità" a causa dei "baroni della droga, che manipolano con cinismo i governi", oltre che i sistemi messi in campo per "guadagnare il maggior denaro possibile" con mezzi illeciti. Un problema che riguarda soprattutto Cambogia, Laos e Myanmar. Paese che il presule chiama "la nazione dell'esodo", fenomeno dovuto a "catastrofi provocate dall'uomo", prima fra tutte i 60 anni "di una dittatura senza pietà" che ha causato "sotto-sviluppo".

"Quanti praticano la tratta di essere umani - accusa mons. Bo - hanno molto da guadagnare nel traffico di giovani birmane innocenti", che vengono vendute "come mercanzia". Molti altri, donne e uomini, finiscono per "morire all'interno dei container", durante tentativi non riusciti di "emigrazione clandestina".

Il prelato rilancia la denuncia di Ong internazionali, che accusano di "indifferenza" il governo, se non addirittura di "connivenza" in certi suoi elementi, con la rete di trafficanti che finiscono per veicolare giovani "alla pratica del lavoro forzato". "Quello che più ci rattrista - aggiunge - è l'assenza totale di lotta contro il fenomeno. E la rete dei trafficanti cresce sempre più florida". Non mancano poi riferimenti ai protagonisti della guerra civile negli Stati abitati da minoranze etniche, sia sul fronte governativo che fra le miliziani, accusati di "non aver fatto nulla per proteggere le figlie del Myanmar". "Gli uomini sono stati sottomessi alla stregua di schiavi - afferma mons. Bo - e le donne esposte ad abusi sessuali".

A fronte di uno sviluppo economico e sociale del recente periodo, per il prelato è evidente una crescita di un capitalismo di tipo "clientelare" che "arricchisce i ricchi e impoverisce ancor più quanti sono già poveri". Egli denuncia anche il fenomeno della confisca progressiva dei terreni e la perdita sempre più marcata di diritti. Comunità, istituzioni e gruppi religiosi devono "sensibilizzare" la popolazione "riguardo a questi problemi e fare campagna", contando sulla "collaborazione del governo".

Da ultimo, egli lancia un'accusa precisa alla Cina e alla sua nefasta politica del figlio unico, che ha causato gravi danni non solo in patria. Milioni di uomini si ritrovano senza donne, sottolinea mons. Bo, e senza alcuna prospettiva di vita coniugale e per questo è nato uno dei più "abominevoli" traffici di essere umani "registrato su questa terra negli ultimi anni". Fate di questo Paese una opportunità "non solo per i ricchi, ma per tutti", conclude l'arcivescovo di Yangon, che augura "una nuova epoca di libertà" con "l'abolizione totale" di "ogni forma di schiavitù".

di Francis Khoo Thwe

In fuga dall'Isis, Turchia apre ai profughi curdi. Dalla Siria centinaia di donne, bambini e anziani

Ansa
La Turchia ha aperto il proprio confine a centinaia di profughi curdi siriani in fuga davanti all'avanzata dei miliziani jihadisti dell'Isis nel nord della Siria, hanno riferito i media turchi. 

Le autorita' di Ankara in un primo tempo avevano chiuso la frontiera davanti al nuovo afflusso di rifugiati siriani. Il premier Ahmet Davutoglu aveva ordinato di assisterli sul lato siriano del confine. "Abbiamo aperto la frontiera. Daremo ovviamente assistenza a questa gente: secondo le ultime informazioni sono 4mila" ha detto il premier Ahmet Dautoglu ai cronisti durante una visita ufficiale in Azerbaigian. 

Il capo del governo di Ankara ha aggiunto che "l'obiettivo principale" della Turchia e' tuttavia "di aiutarli entro i limiti delle frontiere siriane".

venerdì 19 settembre 2014

Nigeria - Amnesty International: uso sistematico della tortura nei posti di polizia

La Presse
La polizia e l'esercito della Nigeria torturano regolarmente donne, uomini e bambini anche di 12 anni con pestaggi, spari, stupri, shock elettrici e pinze per estrarre denti e unghie. Lo denuncia Amnesty International in un nuovo rapporto che raccoglie centinaia di testimonianze raccolte in 10 anni. 

Lo studio afferma che la maggior parte dei detenuti non ha accesso alla famiglia o agli avvocati. La tortura è diventata così istituzionalizzata, riporta Amnesty, che molte stazioni di polizia hanno un "funzionario incaricato di tortura" informale. Il direttore per l'Africa di Amnesty, Netsanet Belay, ha spiegato che i rastrellamenti indiscriminati di centinaia di sospetti che vengono torturati per trovare estremisti islamici assomigliano più a "una caccia alle streghe medievale".

Compilato sulla base di testimonianze e prove raccolte negli ultimi 10 anni, il rapporto di Amnesty International rivela l'uso istituzionalizzato delle stanze della tortura nelle stazioni di polizia e il regolare uso della tortura da parte dell'esercito. La maggior parte delle vittime è detenuta senza poter avere contatti col mondo esterno, con le famiglie, gli avvocati e i magistrati. La tortura è diventata così parte integrante delle attività di polizia che molte stazioni di polizia hanno un "addetto alla tortura". Estrazione delle unghie o dei denti, soffocamento, scariche elettriche e violenza sessuale sono tra i metodi di tortura impiegati.
Abosede, 24 anni, ha raccontato ad Amnesty International le torture subite in una stazione di polizia, che le hanno provocato danni permanenti: "Una donna poliziotto mi ha portato in una piccola stanza e mi ha ordinato di togliermi tutti i vestiti. Poi ha allargato le mie gambe e ha spruzzato gas lacrimogeno dentro la mia vagina. Mi dicevano che dovevo confessare di aver fatto delle rapine a mano armata. Sanguinavo. Ancora oggi provo dolore".

L'esercito nigeriano si rende responsabile di analoghe violazioni dei diritti umani, arrestando migliaia di persone nelle operazioni di ricerca di membri di Boko Haram. Mahmood, un 15enne dello stato di Yobe, è stato arrestato dai soldati insieme ad altre 50 persone, per lo più ragazzi tra il 13 e i 19 anni. Durante tre settimane di detenzione è stato colpito ripetutamente coi calci dei fucili, con bastoni e machete, gli è stata versata plastica bollente sulla schiena, è stato costretto a camminare e a rotolare su cocci di bottiglia e ad assistere all'esecuzione extragiudiziale di altri detenuti. È stato rilasciato nell'aprile 2013.

Siria - Save the Children: 3 milioni di bambini non vanno più a scuola dall’inizio del conflitto

Save the Children
Più del 18% delle scuole sono state distrutte, utilizzate a scopi militari o come rifugio per gli sfollati. Intere generazioni vedono messo a rischio il loro futuro: i tassi d’istruzione nel paese passano da oltre il 90% al 6% negli ultimi quattro anni. Difficile la situazione anche per i bambini rifugiati, spesso costretti a lavorare e vittime di bullismo e violenze.
"Un giorno degli uomini armati sono entrati nella scuola e hanno iniziato a sparare. Il giorno dopo mia madre ha detto che non potevo andare più a scuola." Nagham, 9anni, Siria 

"Se in questo momento chiedete a qualsiasi bambino informazioni sui diversi tipi di armi, sarebbe in grado di nominarle tutte; sanno più cose sulle armi di quelle che riguardano le lezioni a scuola” Hanan , 44anni, insegnante, Siria

Le scuole sono attualmente tra i luoghi più pericolosi della Siria: quasi 3 milioni di bambini in età scolare non frequentano più le lezioni a causa del conflitto. Prima della guerra il tasso di alfabetizzazione era oltre il 90% e la Siria spendeva quasi il 5% del suo prodotto interno lordo annuale (PIL) nell’istruzione. A quattro anni dall’inizio del conflitto, la Siria ora ha il secondo tasso peggiore di istruzione al mondo, arrivando in alcune aree come quella di Aleppo ad appena il 6% di bambini che frequentano la scuola. I tassi di abbandono scolastico nei campi profughi e nelle aree a forte densità di sfollati è addirittura due volte più alta che in altre aree. Questi i dati del rapporto “Futuro a rischio”, sull’educazione in Siria pubblicato oggi da Save the Children.

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I traumi dei bambini legati alla scuola e il grave stress psicologico a cui sono sottoposti sono in aumento e colpiscono duramente anche le loro capacità di apprendimento. [...]

La situazione è molto difficile anche per i bambini che sono riusciti a sfuggire dal conflitto in Siria e si sono rifugiati nei paesi vicini. In tutta la regione risulta che un bambino siriano su dieci svolga attività lavorative, ma probabilmente il dato è molto più elevato. In Giordania il 47% delle famiglie di rifugiati ha dichiarato di fare affidamento in parte o interamente sul reddito dei loro figli per andare avanti.

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Italia - Chiusura OPG - Ancora in ritardo ma ... nell'attesa gli internati sono aumentati di 185 unità

www.lanotiziagiornale.it
Verrebbe da definirla una barzelletta, se non fosse che i ritardi vergognosi del governo ricadono sulla pelle di persone inermi che altro non possono fare che attendere. Nella speranza che, prima o poi, si giunga ad una soluzione. Questo è in sintesi quello che sta accadendo con gli ormai tristemente famosi Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Sono sei in tutto: a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Aversa (Caserta), Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Napoli.

La questione va avanti ormai dal 2011. È di quell'anno infatti il decreto che prevedeva la chiusura definitiva degli Opg fissata al 31 marzo 2013: 273 milioni stanziati dal governo per la riconversione in strutture regionali (180 per la riconversione stessa, più altri 93 per il personale). Tempi insufficienti, si disse poche settimane prima della scadenza. Ed ecco allora la prima proroga al 31 marzo 2014. Ma anche questa seconda scadenza non è stata rispettata: tutto rinviato al 2017, con decreto approvato a giugno di quest'anno.

Passano gli anni, ma i problemi restano sempre gli stessi: l'ultimo decreto infatti prevedeva la formazione di un Organismo di coordinamento per il superamento degli Opg. Il tutto entro 30 giorni dall'entrata in vigore della legge. Ebbene, soltanto ieri sono arrivate le nomine. Con oltre due mesi di ritardo. E intanto - ecco l'assurdo - il numero dei detenuti negli Opg sale: solo pochi mesi fa era sceso sotto i 900. Ora sono 1085. Reclusi in "luoghi di tortura", come li definì tempo fa Amnesty International.

di Antonio Acerbis