Pagine

Visualizzazione post con etichetta prostituzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prostituzione. Mostra tutti i post

domenica 29 luglio 2018

Ventimiglia, la denuncia di Save the Children: "Minori costrette a prostituirsi per pagare il passaggio della frontiera"

AnsaMed
"Survival sex", sono indicate così le minorenni costrette a prostituirsi per pagare il passaggio del confine a Ventimiglia o reperire cibo e un posto dove dormire.
E' la nuova tappa dell'orrore della tratta dei minori, denunciata nell'ultimo rapporto di Save the Children.



Si tratta di ragazze provenienti per lo più dal Corno d'Africa e dall'Africa-sub-sahariana che devono versare ai "passeurs" tra i 50 e i 150 euro per il viaggio in auto.
La situazione, sottolinea Save the children, si è aggravata anche dopo lo sgombero, ad aprile 2018, dell'accampamento nell'area lungo il fiume Roja. Da allora, gli operatori di Save the Children hanno rilevato la permanenza in strada di molti minori "in condizioni degradanti, promiscue e pericolose".

Il fenomeno colpisce in particolare i minori eritrei a Ventimiglia nei primi mesi del 2018 ha fatto registrare un notevole incremento rispetto all'anno precedente, quando rappresentava appena il 10% dei transitanti. Nel rapporto di Save the Children si evince che degli oltre 750 migranti transitati a Ventimiglia a marzo 2018, più della metà erano eritrei, di cui più di uno su cinque minorenne.

lunedì 26 marzo 2018

Bambine Rohingya: Scappate dalla persecuzione del Myanmar, in Bangladesh baby-prostitute e vittime di abusi

Panorama
Tragedia nella tragedia, per bambine e donne Rohingya la fuga dal Myanmar che li perseguita è la porta di una nuova angheria: lo sfruttamento sessuale. Il caos che regna nei campi profughi, le rende "merce" ghiotta del mercato della prostituzione in Bangladesh.


A portarlo alla luce è un'inchiesta della Bbc.
Come funziona l'adescamento delle bimbe Rohingya
Nei campi profughi che sorgono in Bangladesh, al confine con il Myanmar (ex Birmania), i traffici di persone a scopo sessuale sono all'ordine del giorno. Le principali vittime sono donne e bambine, adescate con la promessa di un lavoro o di un aiuto. Offrire la possibilità di una vita migliore a famiglie disperate è la tattica crudele usata dai trafficanti.

Come ha detto una madre, "ovunque è meglio" di una vita dentro i campi. Ecco così che alcuni genitori piangono per i loro figli, finiti chissà dove, altri invece sorridono sperando in una prospettiva di vita migliore.

"Sapevo cosa mi sarebbe successo", ha raccontato una quattordicenne Rohingya alla Bbc. "Tutti sanno che la donna che mi ha offerto lavoro fa fare sesso alla gente; è una Rohingya, è qui da molto tempo, la conosciamo, ma non avevo scelta. Non c'è niente per me qui".
Come vengono trattate le baby prostitute Rohingya
Molte delle ragazzine Rohingya vittime dello sfruttamento minorile finiscono nella città bengalese di Cox's Bazar. Hanno per lo più tra i 13 e i 17 anni. Nella gerarchia della prostituzione di Cox's Bazar, le Rohingya sono in fondo alla lista: sono ritenute sporche, le meno desiderabili e le più economiche in "commercio". Il loro ingresso nel mercato del sesso ha costretto il prezzo della prostituzione a scendere.

C'è molto ricambio nel "parco" ragazze della prostituzione: le giovanette non sono tenute a lungo perché i clienti sono soprattutto bengalesi del posto e si annoiano, vogliono variare. E poi "le ragazze più giovani fanno più casino, quindi ci liberiamo di loro", ha detto un pappone al team investigativo della Bbc, presentatosi sotto copertura, come stranieri in cerca di sesso.

Al giornalista sotto mentite spoglie sono state presentate foto di baby prostitute, per far scegliere la preferita. C'è una grande disponibilità di ragazze e un soprendente margine di scelta. Molte delle bambine vivono con le famiglie dei magnaccia. Quando non sono con un cliente, spesso o cucinano o fanno pulizie.
Divise tra povertà e prostituzione, molte delle ragazzine non vedono altra prospettiva se non il lavoro sessuale, senza il quale non sarebbero in grado di provvedere a se stesse o alle loro famiglie.

Le Rohingya vengono "smerciate" anche a Chittagong e a Dacca in Bangladesh, a Katmandu in Nepal, a Calcutta in India. Qui, dove l'industria del sesso è fiorente, ricevono carte di identità indiane e sono assorbite dal sistema, perdendo le loro vere identità.

Internet è il mezzo che facilita la comunicazione tra i diversi gruppi di criminalità organizzata. I gruppi Facebook, aperti o chiusi, sono una via d'accesso a un'industria del sesso minorile sotterranea.
La crisi dei rifugiati ha offerto a pedofili e trafficanti l'ennesima opportunità per depredare gli individui più vulnerabili.

lunedì 15 maggio 2017

“Imbrogliate, stuprate e vendute”. Tra le nigeriane vittime della tratta

La Stampa
Nel 2016 ne sono arrivate in Italia 11 mila: l’80% è finito sui marciapiedi. Il business dei trafficanti di sesso ha raggiunto i livelli record di 10 anni fa


Cisom ha 21 anni, ma minuta com’è sembra un’adolescente. Nella sua vita precedente abitava in un villaggio rurale dell’Imo State, a 300 chilometri dall’edificio dai muri color ocra e l’odore di disinfettante dove vive oggi a Benin City, sotto la protezione dell’agenzia governativa anti-tratta (Naptip).

«Studiavo in una scuola per parrucchiere, sognavo di aprire un negozio, ma in una famiglia di sei persone che tira avanti con il raccolto dei campi i soldi non bastano mai, così quando una vicina mi ha proposto di andare in Germania per guadagnare bene non ci ho pensato due volte, diceva che le avrei pagato i 30 mila euro del servizio una volta sistemata», racconta con un filo di voce, gli occhi bassi, le mani nervose che tormentano la maglietta bianca. La giovane psicologa che la assiste le tiene le spalle, lei continua guardandosi i piccoli piedi nudi: «Siamo state accompagnate a Benin City, c’era anche mia sorella. Poi siamo andate in Mali, ci hanno tolto i passaporti, ci hanno chiuso dentro una casa, piangevamo tutto il giorno». Cisom è una delle decine di ragazze che ogni settimana vengono adescate dai trafficanti e avviate alla prostituzione. Il business, tornato ai livelli record di dieci anni fa (ma più violento e affamato di minorenni), lievita senza sosta da mesi. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City.

Fa caldo nella capitale polverosa dell’Edo State, un milione e mezzo di anime disseminate in un groviglio di strade senza piano regolatore e senza memoria dell’antico Regno dove due famiglie su tre vivono con un centinaio di dollari al mese, quanto ricchi e stranieri pagano al ristorante. Julie Okah Donoi, braccia poderose sotto la polo con il numero di telefono “Naptip Hotline”, guida questa struttura che in 15 anni, operando sotto l’ombrello del ministero della Giustizia, ha recuperato 10 mila vittime e portato in tribunale 323 carnefici: «Lavoriamo con le intelligence dei Paesi vicini per intercettare le ragazze prima che partano per l’Europa, dalla Libia e dal Niger ne tornano indietro 120 a settimana. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. Con l’Italia abbiamo un accordo che funziona, negli ultimi 15 giorni sono state rimpatriate in 150. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute». Cisom e le altre restano sullo sfondo come i poster che tappezzano le pareti. Fuori da qui la città, che al calare del sole piomba nel buio, nasconde gli artigli, le capanne della paura dette «shrines» dove, tra feticci organici e riti voodoo, viene imprigionata l’anima delle ragazze per smerciarne meglio il corpo, i sottoscala per i documenti falsi, i locali per il sesso prêt-à-porter.

«Dicono di non sapere cosa significhi partire per l’Italia ma non è vero, lo sanno tutti, qualsiasi famiglia di Benin City ha o ha avuto almeno una persona nella tratta, magari ci si aspetta che sia meno peggio, che i clienti siano pochi e che sia facile trovarne uno disposto a trasformarsi in marito, ma il business è chiarissimo e paradossalmente il problema non è tanto finirne vittima quanto tornare a casa a mani vuote». La riflessione di Evon Idahosa è spietata. Bella, assertiva, questa avvocatessa che lavora al reinserimento delle ex prostitute attraverso l’ong Pathfinders Justice Initiative beve succo d’anguria e mostra i dati Onu: un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. «Siamo una società conservatrice ma il bisogno ridimensiona i valori e nei villaggi il biasimo morale pesa meno dell’ammirazione per le “madame” che si arricchiscono». Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin Citye dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Beki, 30 anni, ammette di aver capito cosa l’aspettava una volta entrata in Libia. La permanenza nella «connecting house» di Tripoli, con le compagne messe incinta per far scattare la protezione extra, garantita alle mamme da molti Paesi europei, l’ha riportata in sé. «Mi sono consegnata alla polizia e sono stata rimpatriata», spiega emergendo dal cofano della grande automobile tipo Buick che sta aggiustando con una coetanea. Lavorano da Sandra, la titolare «dell’officina di recupero» finanziata dal governatore di Benin dove sono state reinserite un centinaio di ragazze.

«Abbiamo il dovere morale e la responsabilità legale di aiutare queste ragazze, dobbiamo unire le forze per creare un’alternativa che scoraggi chi vuole partire e favorisca il reintegro di chi torna», ha notato la presidente della Camera Laura Boldrini durante la visita a Benin City, tappa centrale del suo viaggio istituzionale in Nigeria. Cisom stringe la mano senza vigore, ha recuperato il corpo ma l’anima è ancora persa, rubata come le altre, come le ragazze di Benin City, come le studentesse di Chibok.

Francesca Paci - Inviata a Benin City (Nigeria)

martedì 2 maggio 2017

Grecia, migranti minori si prostituiscono per 15 euro nel centro di Atene

Fanpage
In Grecia molti profughi minorenni vendono il proprio corpo nelle piazze e parchi pubblici per trovare i soldi necessari a proseguire il loro viaggio verso il Nord Europa. In alcuni casi, la prostituzione diventa l’unico mezzo per riuscire a sfamarsi e sopravvivere.



Per le migliaia di adolescenti afghani, iracheni o siriani la fuga dalla guerra e dalla persecuzione si ferma in Grecia, e lì inizia un inferno fatto di prostituzione, violenze e abusi. Un’emergenza nell'emergenza, come l’hanno definita Vasileia Digidiki e Jacqueline Bhabha autori di una ricerca per conto dell’università nordamericana di Harvard sullo sfruttamento sessuale dei minori nel Paese ellenico. Nel loro rapporto, i due ricercatori hanno raccolto le testimonianze di pediatri, psicologi, personale di Ong e funzionari greci. Il quadro che ne esce è desolante: bambini e adolescenti costretti a vendere il proprio corpo per racimolare i soldi necessari a pagare i trafficanti e proseguire così il resto del viaggio verso il Nord Europa. E, in alcuni casi, la prostituzione diventa l’unico mezzo per riuscire a sfamarsi e sopravvivere.

Una situazione di squallore diffusa sia nelle città sia nelle isole che ospitano i migranti: ad Atene, Salonicco, Lesbo e Chios, lo sfruttamento sessuale dei minori avviene alla luce del sole. Nella centrica piazza della Vittoria o nel Pedion tou Areos, il più grande parco pubblico di Atene, ogni giorno giovanissimi afghani, siriani o pachistani si prostituiscono per pochi spiccioli. “Ho visto personalmente – ha raccontato uno dei volontari che si occupano dei minori – gli adulti avvicinarsi ai ragazzi in modo sospetto”. In molti casi il personale delle Ong nulla può fare per impedire questo avvilente mercato del sesso. Gli adolescenti con più di quindici anni, infatti, possono muoversi liberamente, senza accompagnatore, rendendoli però facile preda degli sfruttatori: uomini disposti a pagare quindici euro per un rapporto sessuale, consumato all'ombra di un albero dell'immenso parco o in qualche sordido hotel della zona. “Non ho mai pensato che un giorno avrei fatto una cosa simile – ha detto uno dei ragazzi obbligato a prostituirsi – ma quando ho finito i soldi, sono stato costretto”.

Dopo la chiusura della rotta balcanica, i contrabbandieri hanno aumentato i prezzi per trasportare i migranti e così, per i tanti minori non accompagnati e senza nessuna risorsa finanziaria, cadere nella prostituzione diventa inevitabile, nella convinzione che sia la loro unica speranza. 


di Mirko Bellis

Continua a leggere l'articolo >>>

martedì 5 luglio 2016

Emergenza migranti minori non accompagnati. La tratta delle baby-schiave che arrivano con i barconi.

Avvenire
La tratta di minori viaggia sui barconi dei migranti. Tutto organizzato, con le madame che accompagnano e sorvegliano le ragazzine, da avviare poi alla prostituzione. E con gli stessi trafficanti a bordo a tirare le fila. 

Lo abbiamo visto sabato scorso con l’ultimo sbarco nel porto di Reggio Calabria, grazie agli occhi allenati dei volontari. Ad allertarli è stato subito il gran numero di minori, ben 78 su 745. Quasi tutti nigeriani e in gran parte ragazzine poco più che adolescenti. «Due anni fa non arrivavano così tante ragazzine nigeriane. Quest’anno ne abbiamo già viste molte ma non con questi numeri», ci spiega Giovanni Fortugno, della Comunità Papa Giovanni XXIII, che da tempo si occupa di questo grave fenomeno.

E così non gli sfuggono alcuni movimenti. Alcune donne si mettono dietro alle ragazzine, con una posizione del corpo particolare, in avanti. «Sono le madame e in quel modo le controllano, si fanno sentire fisicamente ». E così, con quella presenza, le ragazzine dicono di essere maggiorenni, per non essere separate. Sperando di passare inosservate. Ma Giovanni e gli altri volontari che operano in stretto contatto con le forze dell’ordine, non ci cascano. Le donne vengono separate e improvvisamente le ragazzine si dichiarano minorenni. Così per loro scatta un percorso diverso.

Vengono allontanate e ospitate in un tendone diverso da quello degli adulti, dove le possono seguire persone specializzate, compresa una psicologa, oltre ai volontari del Coordinamento ecclesiale sbarchi della diocesi di Reggio Calabria. «Si possono ancora recuperare e per questo le separiamo subito», ci spiega ancora Giovanni che storie simili ne ha viste tantissime. Non è certo un impegno facile. Ci vuole professionalità, attenzione e delicatezza. Si parla, si cerca di sapere, di aiutarle a raccontare e, se se la sentono, a denunciare. «Un tempo era più facile, perché molte denunciavano per ottenere i documenti grazie alle procedure previste dall’articolo 18. Oggi non è più così, perché i documenti riescono ad averli in altro modo in quanto minorenni». Per questo è fondamentale tenerli separati dagli adulti. Oltretutto questa volta c’è il sospetto che tra di loro ci siano anche i trafficanti. Che provano a raggiungerle.

Alcuni maschi dicono di avere le mogli tra le minorenni, ma gli uomini della Polizia che stanno procedendo all’identificazione dicono che non è vero. «Ha ragione la Polizia», concorda Giovanni. A fine mattinata sei minorenni nigeriane vengono portate via e alloggiate in una struttura protetta. Si spera che qui, tranquillizzate, lontane dagli adulti, accettino di collaborare. Anche perché ormai a Reggio Calabria è davvero emergenza minori non accompagnati. 

Nel Centro di primissima accoglienza di Archi, gestito dal Comune, ce ne sono 286, e di questi 160 sono arrivati tra venerdì e sabato. La conferma che trafficanti e sfruttatori stanno operando a pieno regime.

mercoledì 10 febbraio 2016

Jasmine: la lunga fuga per liberarsi dalla schiavitù. 22 anni costretta a prostituirsi denuncia i trafficanti

La Stampa
Nigeriana, 22 anni, era costretta a prostituirsi. Ora ha denunciato i trafficanti
C’è chi l’ha insultata, chi l’ha picchiata quando si è rifiutata di dire di sì ad alcune richieste. C’è chi l’ha violentata, chi ha preso quello che voleva e non l’ha pagata, e chi l’ha tenuta prigioniera. In tanti le stanno dando la caccia anche se Jasmine ha solo 22 anni. La trattano come un oggetto di loro proprietà, compreso un ragazzo che a dicembre l’ha messa incinta e che sta insistendo perché abortisca.

In cinque mesi in Italia soltanto una persona ha aiutato Jasmine a liberarsi dalla schiavitù in cui era finita: un prete incontrato per caso in treno. Gli altri - italiani e stranieri - l’hanno ingannata e sfruttata senza alcuna pietà. Come accade a tutte le donne finite nelle mani dei trafficanti: dopo droga e armi sono loro il terzo business più redditizio nel mondo.

Negli ultimi due anni il numero di nigeriane arrivate in Italia attraverso il Mediterraneo è esploso all’improvviso: nel 2014 sono sbarcate in 1454, tre volte di più delle 433 del 2013. E sono state 4397 alla fine di ottobre del 2015. Dal mese di luglio di quest’anno interi barconi carichi di donne tra i 16 e i 25 anni sono stati intercettati in mare. I Cie si sono riempiti di ragazze destinate alla strada. Non è più solo un fenomeno da combattere ma un’emergenza da sconfiggere al più presto.

La Riflessione 
8 febbraio, prima Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone mentre la Comunità di sant’Egidio e altre associazioni stanno organizzandosi per mettere a disposizione luoghi protetti dove accoglierle. In questo momento ci sono circa 50 ragazze «che sono state collocate in piccoli centri in tutta Italia e stanno pian piano costruendo una via di autonomia alternativa allo sfruttamento», spiegano Daniela Pompei e Monica Attias della Comunità di Sant’Egidio. 

Non c’è nulla di semplice, però. E Jasmine lo sa bene. «Non volevo fare la prostituta», racconta. «Volevo venire in Europa per trovare un lavoro ma non quello». Ma ha un figlio di tre anni, una madre malata, un padre assente e dei fratelli più piccoli da mantenere. Non è mai andata a scuola, non sa né leggere né scrivere. Deve assolutamente lavorare. Parla con un «brother», uno dei ragazzi che gestiscono le partenze in Europa, ottiene la promessa di poter guadagnare senza prostituirsi e si mette in viaggio.

Attraversa il deserto, arriva in Libia. «Volevo fermarmi lì», racconta. Ma i brothers hanno altri progetti: «Sei destinata all’Europa»; e la mettono su un gommone. Arriva a Cagliari, resta nel Cie finché non vanno a prenderla due ragazzi. È settembre quando Jasmine viene chiusa in un appartamento vicino a Padova. Resta un mese segregata. Una sera la costringono a vestirsi con abiti provocanti e la portano in strada. Protesta ma non serve a nulla: «E’ l’unico lavoro che puoi fare», le dicono gli uomini che la tengono prigioniera. Alle quattro del mattino torna nell’appartamento. È stanca, ha fame ma i ricatti non sono finiti: «Mi sfamavano solo se davo i soldi della serata. Se non guadagnavo nulla restavo a digiuno». 

Jasmine vive per tre settimane così. Una notte si fa coraggio: dopo essere stata con un cliente si fa lasciare lontano dai brothers e fugge. È senza documenti ma ha abbastanza soldi per acquistare il biglietto di un autobus diretto alla stazione e un altro per un treno verso sud. La libertà dura poco, in treno conosce un ragazzo che la porta vicino a Firenze e la fa tornare in un altro giro di prostituzione. Un mese dopo Jasmine fugge di nuovo. Stavolta sul treno incontra un prete africano, è lui a metterla in contatto con la Comunità di Sant’Egidio.

Da gennaio Jasmine ha iniziato a imparare a leggere e scrivere. Ha deciso di denunciare i suoi sfruttatori. Rischia molto a farlo ma è l’unico modo che ha per avere il permesso di soggiorno e trovare un lavoro. Ha saputo di essere incinta ma non vuole abortire. Di giorno in giorno è più sicura: «Posso farcela», dice.

giovedì 20 agosto 2015

Immigrazione - Con gli sbarchi arrivano anche le schiave del sesso. Devono ottenere protezione

La Stampa
La denuncia dell’associazione LasciateCIEentrare: «Provengono dalla Nigeria, sono state violentate e torturate, dovrebbero essere messe sotto protezione»
Non ci sono soltanto i disperati in fuga da guerre, torture, povertà sui gommoni che continuano a sbarcare sulle coste italiane. Arrivano anche donne giovani, ventenni. Forse anche più piccole ma nessuna ha documenti. Sono giovani, nient’altro. Giovani abbastanza per avere un mercato. Le ultime 69 sono arrivate a luglio in Sicilia, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra ma con imbarcazioni e viaggi diversi. Allo sbarco nessuno ha chiesto del loro viaggio, né le ha informate della possibilità di ottenere protezione. Si sono accontentati di sapere che arrivavano dalla Nigeria dunque, in teoria, non un Paese in guerra o con problemi tali da giustificare una richiesta di asilo. Hanno preso le loro impronte digitali, qualche giorno dopo le hanno imbarcate su un aereo per Roma, le hanno rinchiuse nel Cie e subito dopo un addetto del consolato della Nigeria ha dato il via alle operazioni di rimpatrio. 

Se qualcuno avesse chiesto notizie sul viaggio e su di loro, come d’altra parte prevede la procedura, avrebbe scoperto uno dei mille traffici nascosti dietro gli sbarchi, quello delle donne destinate al mercato del sesso in strada. Lo ha fatto una delegazione della campagna LasciateCIEntrare, giunta ieri per la seconda volta nel centro per parlare con le ragazze. Gabriella Guido, portavoce dell’associazione: «Ci hanno raccontato storie che non lasciano dubbi, ci hanno mostrato i segni delle torture sui loro corpi».

Le ragazze hanno spiegato di essere partite dalla Nigeria dopo aver perso i genitori ed essere finite nelle mani di bande criminali. Dietro la promessa di prendersi cura di loro ormai da sole, gli uomini di questi gruppi le hanno violentate, torturate e poi spedite lungo le rotte della disperazione con un biglietto dove era scritto un nome e un riferimento di un contatto italiano. Le nigeriane sono arrivate in Libia, hanno trascorso mesi nelle terribili prigioni di Tripoli. Altre sevizie, altre torture. Tutte ben visibili sui loro corpi. In tre all’arrivo in Italia erano anche ben oltre il quarto mese di gravidanza dopo gli stupri subiti.

Ce n’è a sufficienza per inoltrare una domanda di asilo. Le associazioni «A buon diritto» e «Be Free» sono riuscite a sospendere il rimpatrio e a informare le giovani dei loro diritti. Anche perché tornare in patria significherebbe soltanto gettarle di nuovo in pasto ai trafficanti e alle torture.

Le prime commissioni per la richiesta di asilo si riuniranno a partire dalla settimana prossima. La vita delle ragazze dipende dalla loro decisione. Gabriella Guido: «L’amarezza più grande è che non è questo che ci si aspetta dall’Italia e dall’Europa. Sarebbe stato un obbligo morale rendersi conto della storia di queste ragazze e metterle sotto protezione invece di rinchiuderle in una struttura che alla fine è solo un’altra prigione».