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giovedì 12 luglio 2018

Myanmar. Incriminati due giornalisti Wa Lone e Kyaw Soe Oo. Indagavano sui crimini contro i rohingya

Corriere della Sera
Era difficile immaginare che sarebbe andata diversamente. Ieri, in una giornata nerissima per la libertà di stampa, due giornalisti birmani dell'agenzia Reuters sono stati formalmente incriminati per violazione della legge sui segreti di stato. 
Ora rischiano fino a 14 anni di carcere. 

Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno fatto ciò che ogni giornalista investigativo coraggioso dovrebbe fare: dopo lo scoppio della crisi nello stato di Rakhine, che ha causato la fuga di oltre 700.000 civili rohingya in un crescendo di violenze e brutalità da più parti definiti crimini contro l'umanità, hanno cercato di raccontare la verità. 

Per questo, il 12 dicembre dello scorso anno sono stati arrestati nell'ex capitale Yangon, con ogni probabilità attirati in una trappola dalle forze di sicurezza di Myanmar. 

Da allora Amnesty International chiede la loro immediata e incondizionata scarcerazione. L'incriminazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, gravissima di per sé, rappresenta anche un segnale nei confronti dei loro colleghi: non occupatevi di cose che non vi riguardano.

Riccardo Noury

venerdì 16 febbraio 2018

Turchia, ergastolo per Ahmet e Mehmet Altan e Nazli Iliack. Fnsi: «È la morte dello stato di diritto»

FNSI
«Le autorità italiane ed europee non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi», è l’appello del segretario generale Lorusso e del presidente Giulietti.


Una delle manifestazioni che si sono svolte davanti al
Tribunale di Istambul contro la carcerazione dei giornalisti
«La condanna all’ergastolo inflitta dai giudici turchi ai giornalisti Ahmet e Mehmet Altan e Nazli Iliack e agli tre imputati, tutti già in detenzione preventiva da oltre un anno, decreta la morte dello stato di diritto in Turchia». Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, commentano così la notizia della sentenza decretata dal tribunale penale del penitenziario di Silivri, vicino Istanbul.

«Le autorità italiane ed europee – proseguono – non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi. Chiederemo alla Federazione internazionale dei giornalisti di attivarsi subito per promuovere una grande manifestazione contro questa sentenza e scriveremo al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, per chiedere che l’Europa prenda una posizione unita e decisa contro la sistematica violazione della libertà di stampa e dei diritti civili in Turchia».

Gli imputati, accusati di 'tentativo di rovesciare l'ordine costituzionale' e di aver sostenuto movimenti terroristici attraverso la loro attività giornalistica, erano finiti in manette all’indomani del tentato golpe del 15 luglio 2016. La Corte Costituzionale turca aveva di recente dichiarato illegittima la loro carcerazione preventiva, riconoscendo che ne violava i diritti, ma i giudici di merito hanno negato la scarcerazione.

mercoledì 9 novembre 2016

Cambogia. Esponente partito opposizione condannato a 7 anni per un post su Facebook

Corriere della Sera
In Cambogia è sufficiente un post, per nulla violento e molto spiritoso, per essere condannati a sette anni di carcere. La sentenza è stata comminata, lunedì 7 novembre, ai danni di Hong Sok Hour, esponente del Partito del riscatto nazionale cambogiano, all'opposizione. 

Il senatore Hong Sok Hour
Il Partito del popolo cambogiano è impegnato in una campagna di pubbliche relazioni per convincere la comunità internazionale, in particolare i paesi donatori, che nel paese sono rispettare le regole della democrazia, tanto più che c'è un partito di opposizione.

Peccato che contemporaneamente il partito al potere non risparmi gli sforzi per ridurre al silenzio oppositori, attivisti ed esponenti dei movimento per i diritti umani. Così è capitato che il senatore Hong Sok Hour venisse arrestato nell'agosto 2015 per aver pubblicato su Facebook un divertente video su un inesistente accordo tra Cambogia e Vietnam per la risoluzione di dispute sui confini. Il potere giudiziario non ha mostrato altrettanto spirito: dopo un anno e tre mesi di detenzione preventiva, Hong Sok Hour è stato giudicato colpevole di diffusione di false informazioni e istigazione.

In barba alla costituzione del paese e degli obblighi assunti dalla Cambogia all'atto della ratifica del Patto internazionale sui diritti civili e politici, per quel video Hong Sok Hour ha preso sette anni di carcere. Questo è il clima in Cambogia, quando deve ancora iniziare la campagna per le elezioni generali del 2018. E non è finita qui: mentre Hong Sok Hour veniva condannato, un portavoce del governo annunciava che l'ufficio locale dell'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite in Cambogia è "illegale".

mercoledì 5 ottobre 2016

Turchia - Chiusa la TV filo-curda IMC con un blitz e sospesi 12.801 agenti delle forze di polizia

Blog Diritti umani - Human Rights
Al momento ancora presenti su Twitter @imc_televizyonu
e Facebook https://www.facebook.com/imcmedya/
Oscurato e riaperto il sito web: http://www.imctv.com.tr

La giornalista @banuguven: Noi continueremo a fare il nostro lavoro

AnsaMed
Un blitz in diretta della polizia per oscurare le trasmissioni della tv Imc, voce di molte minoranze etniche e religiose in Turchia, mentre era in corso un dibattito sulla contemporanea chiusura di un'altra emittente filo-curda, Hayatin Sesi. 


L'ultimo schiaffo alla libertà di espressione in Turchia dopo il fallito golpe del 15 luglio ha il sapore di un paradosso. Il destino di Imc Tv era segnato già dalla scorsa settimana, quando sulla base di un decreto dello stato d'emergenza l'operatore satellitare di stato l'aveva oscurata insieme ad altre 22 radio e televisioni, accusate di "propaganda terroristica" a favore del Pkk. Ma l'emittente, nota per il suo appoggio ai curdi ma anche ad altre minoranze come gli armeni, era riuscita a restare in onda grazie a un altro satellite e alle trasmissioni sul web. Così i tecnici statali sono entrati con la forza nella redazione di Istanbul, scortati dalla polizia, staccando fisicamente i cavi dalla cabina di regia. Un blitz in piena regola trasmesso in diretta.

All'indomani dell'annuncio del prolungamento di altri 3 mesi dello stato d'emergenza, a partire dal 19 ottobre, il presidente Erdogan continua a colpire le opposizioni. Stamani, nuove purghe di massa hanno preso di mira ancora una volta le forze di polizia, con 12.801 agenti sospesi per legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Tra loro, ci sono anche 2.523 ufficiali. Dal fallito golpe, sono almeno 32 mila le persone arrestate e circa 100 mila i dipendenti pubblici licenziati o sospesi, soprattutto da esercito, polizia, magistratura e dal mondo della scuola.

giovedì 11 febbraio 2016

Messico, trovata morta la giornalista Anabel Flores Salazar rapita a Veracruz. Almeno 16 i giornalisti uccisi dal 2010

Huffingtonpost
Una giornalista 32/enne di Veracruz, Anabel Flores Salazar, è stata trovata morta oggi: lo ha reso noto la procura locale, precisando che lunedì scorso la donna era stata sequestrata dalla sua abitazione da un gruppo di uomini armati.
Anabel Flores Salazar
Il corpo della cronista è stato trovato ai margini di un' autostrada nello stato di Puebla, confinante con Veracruz. La giornalista aveva le mani legate ed era seminuda. Flores Salazar, 'freelance' di 'El Sol de Orizaba' e madre di un bebè e di un bambino di 4 anni, nel quotidiano si occupava in particolare degli omicidi e degli altri fatti della cronaca nera locale, precisano i media messicani.

Nell'agosto del 2004 la reporter si trovava insieme ad un uomo di una gang criminale nel momento in cui questo era stato arrestato, ha d'altra parte ricordato il 'Comitato per la protezione dei giornalisti', sottolineando che le autorità stanno tra l'altro indagando su questo fronte.

"Il governatore di Veracruz, Javier Duarte de Ochoa, ha alle spalle una triste storia di impunità ed è stato incapace, e poco disposto, a perseguire i delitti contro la stampa", ha precisato il coordinatore dell'organismo, Carlos Lauria. Dal 2000 a oggi i cronisti uccisi a Veracruz sono sedici, dieci dei quali, ricordano altre fonti, negli ultimi cinque anni.

mercoledì 21 gennaio 2015

Etiopia, i giornalisti nel mirino del governo: azzerata la libertà di stampa alla vigilia delle elezioni di maggio

La Repubblica
La denuncia di Human Rights Watch. Il rapporto è di 76 pagine - intitolato "Il giornalismo non è un crimine: Violazioni della libertà dei media in Etiopia"- contiene dettagli su come il governo etiopico ha ridotto il giornalismo indipendente dal 2010 ad oggi
Nairobi - La repressione sistematica del governo etiope di media indipendenti ha creato un paesaggio desolante in vista delle elezioni generali del prossimo maggio. Lo segnala Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi. L'anno scorso, sei pubblicazioni di editori privati sono state chiuse, dopo vessazioni da parte del governo; almeno 22 giornalisti, blogger, editori sono stati perseguiti penalmente e più di 30 giornalisti sono fuggiti dal paese per paura di essere arrestati, sotto il peso di leggi repressive.

Gli arresti e i soprusi contro giornalisti. Il rapporto è di 76 pagine - intitolato "Il giornalismo non è un crimine: Violazioni della libertà dei media in Etiopia"- contiene dettagli su come il governo etiopico ha ridotto il giornalismo indipendente dal 2010 ad oggi. Human Rights Watch ha intervistato più di 70 giornalisti ancora in attività e alcuni in esilio, tra il maggio 2013 e il dicembre 2014. sono state scoperti abusi da parte del governo nei confronti di giornalisti, 19 dei quali sono stati arrestati per aver esercitato il loro diritto alla libera espressione. Altri 60 hanno invece scelto l'esilio, fin dal 2010.

Tutto in mano allo Stato e scatta l'autocensura. "Il governo dell'Etiopia ha sistematicamente aggredito voci indipendenti del paese, trattando i media come una minaccia piuttosto che come una fonte di informazioni e di analisi", ha dichiarato Leslie Lefkow, vice direttore per l'Africa di Human Rights Watch. "I media dell'Etiopia dovrebbero giocare un ruolo cruciale nelle elezioni di maggio, ma molti giornalisti temono che il loro lavoro possa farli finire in prigione". La maggior parte della stampa, della televisione, delle stazioni radiofoniche dell'Etiopia sono controllate dallo Stato e le poche voci appartenenti ad editori privati spesso si auto-censurano, specie su questioni politicamente sensibili, per paura di ritorsioni o arresti.

Giudici poco indipendenti. Mentre la situazione di alcuni giornalisti etiopi famosi è nota, decine di altri cronisti di Addis Abeba e delle regioni rurali hanno sofferto abusi sistematici per mano di funzionari della sicurezza, senza che questo si venisse a sapere. Le minacce nei confronti di giornalisti avvengono quasi sempre nello stesso modo: chi pubblica un articolo critico riceve chiamate telefonate intimidatorie, messaggi, o visite di funzionari della sicurezza, o quadri del partito. Alcuni hanno riferito di aver ricevuto centinaia di queste minacce. In genere se non si smette o non ci si autocensura, le minacce si intensificano e scatano gli arresti. I tribunali hanno mostrato poca o nessuna indipendenza nei casi contro i giornalisti, che hanno subito condanne pesanti al termine di processi iniqui, spesso con accuse legate addirittura al terrorismo.

In galera quelli di "Zona 9". I social media sono anche fortemente limitati e molti blog o siti web gestiti da etiopi della diaspora sono bloccati. Nel mese di aprile, le autorità hanno arrestato sei persone di Zona 9, un collettivo di blogging che fornisce il commento sugli eventi sociali, politici, ed altre questioni di interesse per i giovani. L'aumento della repressione dei media influenzerà il panorama dei media per le prossime elezioni di maggio, ha commentato Human Rights Watch. "Il governo ha ancora tempo per fare le riforme significative che potrebbero migliorare le libertà dei media, prima della consultazione elettorale", ha detto Lefkow.

sabato 4 ottobre 2014

Sud Sudan - ONG giornalisti denuncia “censura inaccettabile” - (Reporters Sans Frontières)

MISNA
“Una censura inaccettabile”: a denunciarla è l’ong internazionale Reporters Sans Frontières (Rsf), in riferimento alla chiusura di Radio Bakhita e a pressioni esercitate su un’altra emittente cattolica affinché non trasmetta informazioni sulla politica e il conflitto armato in corso in Sud Sudan.
“Forse la copertura di fatti politici e militari non è la priorità per le radio locali – si legge in una nota – ma vietarla del tutto è impensabile in un paese dove la guerra civile condiziona così tanto la vita della popolazione”.

Le trasmissioni di Radio Bakhita, che ha sede a Juba, sono state sospese ad agosto in seguito a un servizio nel quale era citato un portavoce ribelle. Minacce di chiusura sono state fatte anche a Voice of Hope, che trasmette dalla città di Wau.

giovedì 27 febbraio 2014

Egitto: al-Jazeera lancia campagna mondiale per suoi giornalisti in carcere

Aki
La tv del Qatar al-Jazeera ha lanciato una campagna mondiale per ottenere la liberazione dei suoi quattro giornalisti in carcere in Egitto, tre dei quali sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di collaborare con un'organizzazione - i Fratelli Musulmani - che Il Cairo ha messo al bando con l'accusa di terrorismo. 

La campagna - ha spiegato Ghassan Abu Hussein, responsabile relazioni internazionali della tv - prevede lo svolgimento di manifestazioni davanti alle ambasciate egiziane di tutto il mondo per chiedere il rilascio dei giornalisti.

"Lanciamo un appello a tutti i giornalisti e a chi sostiene la libertà di stampa di organizzare delle veglie davanti alle ambasciate egiziane di tutto il mondo", ha dichiarato Abu Hussein nel corso di una conferenza stampa a Doha. "Al-Jazeera spera che l'attenzione dei media di tutto il mondo possa fare pressione e spingere le autorità egiziane a tornare sui loro passi", ha aggiunto il responsabile della tv, precisando che la campagna prevede anche una petizione on line per chiedere la scarcerazione dei reporter. Tre giornalisti di al-Jazeera English sono attualmente in carcere con l'accusa di aver collaborato con "un'organizzazione terroristica".

Si tratta dell'australiano Peter Greste, dell'egitto-canadese, Mohamed Fahmy e dell'egiziano Baher Mohamed. Tutti e tre sono stati arrestati al Cairo il 29 dicembre. Un altro giornalista della tv, Abdullah Elshamy, è detenuto dal 14 agosto al Cairo. Contro Elshamy, che dal 23 gennaio è in sciopero della fame, non è ancora stata formulata un'accusa, ha denunciato la tv del Qatar.

lunedì 17 febbraio 2014

India: cronisti incarcerati e torturati, paese all'ultimo posto per libertà di informazione

Il Tempo
La libertà di stampa non abita in India: il paese che da due anni tiene prigionieri i nostri due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ha raggiunto il suo livello più basso nella classifica sulla libertà di informazione di Reporters sans frontiéres e figura, nel 2013, al 140mo posto, con un declino costante di posizioni rispetto agli anni precedenti.

Dal 2002, a causa di una crescente impunità per la violenza contro i giornalisti e anche perché la censura di Internet continua a crescere, l'India sta andando sempre più in fondo nella classifica sulle libertà. In India le autorità insistono - spiega l'analisi di Rsf - nella censura del web e impongono sempre più tabù, mentre la violenza contro i giornalisti resta impunita e le regioni del Kashmir e del Chhattisgarh diventano sempre più isolate.

Tra le storie degli ultimi anni che Reporters sans frontiéres ha raccolto sulla situazione della libertà in India, c'è anche la testimonianza di Maqbool Sahil, un giornalista di Srinagar, nello stato di Jammu in Kashmir. Il giornalista - si legge nel sito web Reporters sans frontiéres "da più di diciannove anni si occupa dei conflitti in Kashmir che hanno fatto diverse migliaia di morti".

È accaduto che nel 2004, dopo essersi occupato dello stupro di un'australiana per conto del proprio giornale di allora, Chattan, sia stato arrestato e detenuto per quarantuno mesi. "È stato interrogato in condizioni molto difficili per due settimane. Accusato di spionaggio - scrive Reporters sans frontiéres - da un circolo legato al Pakistan, non è mai comparso davanti ad un giudice. La legge indiana vuole che tutti coloro che sono accusati di un reato vengano giudicati dalla magistratura entro sessanta giorni. Liberato il 9 gennaio 2008 ha scelto di riprendere la propria attività di giornalista".

Maqbool Sahil ha scritto sette libri durante la sua detenzione. E la sua testimonianza "Shabistan-e-wajood" è stata valorizzata appunto da Reporters sans frontiéres. Eccone uno stralcio che il nostro Governo, l'Unione Europea, l'Onu, il futuro premier Matteo Renzi, dovrebbero leggersi attentamente per mettere fine alla prigionia indiana dei nostri due Marò e riportarli in Italia.

"Ero detenuto - scrive Sahil - con criminali comuni di ogni genere, compresi gli assassini. La tortura era prassi regolare e senza pietà. Durante gli interrogatori, i poliziotti utilizzavano degli strumenti di tortura come manganelli in legno contro le gambe. Mi appendevano anche al soffitto, picchiandomi sotto i piedi con delle bacchette e picchiandomi sul resto del corpo".

"L'intensità - prosegue - aumentava quando non ero in grado di fornire loro le informazioni sulla mia presunta appartenenza al circolo incriminato. A causa delle torture non ero più in grado di mettermi in piedi. Alcuni detenuti mi dovevano aiutare a vestirmi e a mangiare... Durante questi 41 mesi di detenzione ho quasi distrutto la mia famiglia. Potevo vedere i miei figli a stento; mia madre l'ho vista solo dopo due anni, presso il centro per le interrogazioni di Humhama. La sua salute peggiorava. Mio fratello lavorava come elettricista a domicilio per far fronte al fabbisogno della mia famiglia di otto persone".

Le sue prigioni, le prigioni tragiche di Sahil, sono la testimonianza che l'India non è un paese che rispetta la libertà. 
[...]
di Massimiliano Lenzi

venerdì 15 novembre 2013

Giornalisti in carcere in Turchia: da Fnsi e Articolo21 appello europeo per libertà

Articolo 21
Quattro giornalisti turchi, Füsun Erdoğan, Ziya Ulusoy, Bayram Namaz, Ibrahim Cicek sono stati condannati all’ergastolo il 2 novembre scorso. Altri giornalisti hanno subìto pene per complessivi 3.000 anni di carcere sulla base della legge antiterrorismo in Turchia. 

Con accuse le più disparate per la loro attività di giornalisti sono stati incriminati e condannati, con l’aggravante dell’accusa di essere membri dell’organizzazione marxista MLKP, illegale nel Paese. Nessuno di loro ha commesso reati e oggi sono in carcere a motivo del loro lavoro espressione di una professione, il giornalismo libero e plurale, elemento distintivo delle democrazie dai regimi, per informare l’opinione pubblica e far circolare le idee.

La Efj, organizzazione europea della Federazione Mondiale dei Giornalisti (Ifj), ha lanciato una campagna per la libertà dei giornalisti Turchi rinchiusi nelle prigioni del Paese (almeno 59) con accuse basate sulla legge antiterrorismo in Turchia.
I giornalisti non sono terroristi. La loro libertà è un fondamento per la libertà di informazione.
La Fnsi – membro attivo Efj/Ifj – lancia anche in Italia, con l’Associazione Articolo21, un appello alla sottoscrizione europea in rete per il riesame urgente di tutti i casi dei giornalisti in carcere in Turchia, per la depenalizzazione dei reati ingiusti a carico dei giornalisti, per la loro libertà”.