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lunedì 7 gennaio 2019

Esodo dal Venezuela: è crisi umanitaria. Due milioni di profughi in Colombia, il Messico chiede aiuto alla comunità internazionale

Atlante Guerre
L’esodo dal Venezuela è una crisi umanitaria: così è necessario definirla, poichè secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, due milioni circa di venezuelani sono stati costretti ad abbandonare il loro paese negli ultimi quattro anni. 

Ma sono certamente di più. Ha destato un certo scalpore la notizia che la situazione venezuelana fosse indicata come una delle dieci più gravi del mondo: per l’Irc, International Rescue Committee, merita di essere messa accanto a Yemen, Siria e Afghanistan, come una vera catastrofe.

Il rapporto dell’Acnur è della fine di ottobre del 2018. In seguito alla crisi, anche la OEA. l’organizzazione degli stati americani, ha istituito un gruppo di lavoro con esperti di tutta America, Venezuela compreso, per affrontare la crisi, che coinvolge anche gli altri Paesi dell’America latina.

Secondo il segretario generale, Luis Almagro, gli esperti dovranno “fornire soluzioni all’esodo del popolo venezuelano, il volto più visibile della crisi umanitaria in Venezuela, che oggi percorre a piedi tutte le città e le città delle Americhe in cerca del pane che non possono ottenere nella propria terra “. 

Secondo le statistiche dell’ACNUR, circa 750.000 sono quelli che hanno richiesto lo status di rifugiato. Ma per una stima del settimanale colombiano Semana, nella sola Colombia sarebbero arrivati già due milioni di migranti. E la cifra che viene riportata dai media internazionali parla di un totale di tre milioni di persone.
[...]

La causa principale dell’esodo è la povertà. Da uno studio del venezuelano Instituto Nacional de Estadistica (ENCOVI), quasi il 90% della popolazione vive in stato di povertà, e il sistema sanitario è al collasso. L’inflazione è all’82.766% e potrebbe arrivare al 1.000.000% in breve. Sono dati confermati dallo stesso governo di Maduro. Che però attribuisce la causa della crisi al sabotaggio delle “economie imperialiste”, che con le sanzioni imposte per le violazioni dei diritti umani avrebbero strangolato l’economia nazionale.

Un’altra causa del collasso dell’economia di Caracas è determinata dal crollo dei prezzi del petrolio, che è la principale fonte di entrate per il Paese. Con esso, anche una buona parte dei fondi necessari a sostenere il traballante progetto avviato da Chavez è sfumata. Ma i rapporti che giungono dai rifugiati e dai migranti parlano di assistenza medica negata a chi è contrario al regime. Di assassini di oppositori in via extra giudiziaria. E semplicemente non c’ è da mangiare.

Il Paese che più ha ricevuto l’impatto dell’esodo, definito “biblico” da El Pais, è la Colombia. Secondo Semana, il settimanale fondato da Gabriel Garcìa Marquez, Semana , occorre

“…quantificare e ottenere le risorse necessarie ad assorbire una popolazione di 2 milioni di venezuelani in fuga. Quanto costa integrarli nel paese e soddisfare i loro bisogni di base? Collegarli al sistema educativo e al sistema sanitario?”.

Anche l’impatto demografico di questa migrazione di massa contribuisce ad aumentare la tensione fra Venezuela e Colombia, che è costellata di incidenti. Anche una parte della guerriglia Bolivariana colombiana è passata in Venezuela: si tratta di coloro che non hanno aderito al processo di pace e di disarmo, che è andato in porto, ma in mezzo a mille polemiche sulla sua efficacia. Lo spauracchio della guerra fra i due Paesi è probabilmente solo un arma retorica, usata da entrambe le parti più ad uso interno: per denunciare lo stato d’assedio in cui vive il Venezuela, o per accomunare crimini della guerriglia e di Maduro.

Ma una guerra “a bassa intensità”, come è stato definito il lungo confronto fra e Farc e il governo Colombiano, che dal 1948 al 2013 ha fatto 220.000 morti, di cui 170.000 civili e solo 50.000 combattenti, in qualche modo continua.

Il Messico si dissocia. Ultima ora: un gruppo di 13 Paesi dell’America Latina ha firmato un comunicato, nel quale si chiede aiuto alla comunità internazionale per l’emergenza causata dall’afflusso in massa di profughi e migranti dal Venezuela. Poichè però il comunicato dichiara illegittime le ultime elezioni in Venezuela, che hanno confermato Maduro alla presidenza, il Messico non ha firmato. Andrés Manuel López Obrador, il nuovo presidente, che ha promesso una svolta radicale, manda così un segnale proprio all’inizio del suo incarico.
Maurizio Sacchi

sabato 4 marzo 2017

Immigrazione USA: Trump vuole mettere in detenzione le mamme clandestine e separarle dai figli

La Stampa
L’amministrazione Trump sta valutando una proposta che prevede di separare donne e bambini che insieme attraversano illegalmente il confine sud degli Stati Uniti. Il provvedimento è al vaglio del Dipartimento alla sicurezza nazionale e ha come obiettivo quello di scoraggiare l’immigrazione irregolare e l’arrivo di madri con i propri figli. Lo riporta la Abc citando fonti della Homeland Security.



I genitori, quindi, verrebbero tenuti in custodia mentre aspettano l'udienza per ottenere l'asilo (o contestano l'espulsione). I loro bambini, invece, verrebbero essere posti in custodia protetta sotto il Dipartimento di servizi sociali e sanitari, sottoposti ad un regime "meno restrittivo", fino al momento in cui non saranno presi in carico dai parenti negli Stati Uniti.

Inoltre la Casa Bianca ha in programma l’assunzione di ulteriori 15 mila agenti per rafforzare la lotta all’immigrazione irregolare. Lo riporta la Cnn, citando fonti del dipartimento della Sicurezza nazionale.

L’amministrazione Trump vuole assumere 10 mila nuovi agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia federale a cui nelle ultime settimane è stata ordinata un’escalation nei raid contro i migranti irregolari, e altri 5 mila agenti del Customs and Border Protection, l’agenzia addetta al controllo degli ingressi negli Usa.


L’ultima massiccia ondata di assunzioni nelle due agenzie risale all’amministrazione di George W. Bush, che assunse 7 mila agenti tra il 2006 e il 2009.

lunedì 27 luglio 2015

Mexico missing students: Search uncovers 60 mass graves

BBC News
Sixty mass graves have been uncovered in the southern Mexican state of Guerrero during a search for 43 student teachers abducted last September, official documents have revealed.

The attorney general's office says the remains of 129 bodies have been recovered from the graves.
None of the remains have been linked to the students who vanished in Iguala.


The information was released after a freedom of information request by the Associated Press.
The majority of the bodies are male, but the remains of some 20 women were also found.
The unmarked graves were discovered during the huge investigation into the disappearance of the 43 students.

The number of mass graves found from October to May could be higher because the information given to AP only covers instances in which specialists became involved.
The students, from a teachers' college in Guerrero, had travelled to Iguala and, as part of a protest, commandeered a number of buses.
The government says the 43 were intercepted by police and handed to members of a drugs gang who killed them and incinerated their bodies.

Gang members confessed to killing the students and burning their bodies after they were mistakenly told they belonged to a rival gang.
The badly burnt remains of one student have been found at a rubbish dump, but many families of the remaining 42 refuse to believe the students are dead.
Correspondents say the case has highlighted the huge number of people who have gone missing in Mexican states where drug violence is widespread.

giovedì 23 gennaio 2014

Pesar y frustración en México por la ejecución en Texas de Edgar Tamayo

Agencia EFE
México, - México recibió hoy con pesar y frustración el ajusticiamiento en Texas del reo Edgar Tamayo, decidido en claro desacato a un fallo de derecho internacional y desoyendo las peticiones de clemencia hechas a ambos lados de la frontera.
El preso mexicano, de 46 años, murió por una inyección letal en la cárcel de Huntsville (Texas), después de que fuera condenado a la pena capital en 1994 por el asesinato del policía Guy Gaddis cuando iba detenido en un auto policial.

En una reacción difundida muy poco después de que se confirmara la muerte del reo, el Gobierno mexicano lamentó el ajusticiamiento y recordó que viola un fallo adoptado hace 10 años por la Corte Internacional de Justicia de La Haya.

Ese fallo del llamado Caso Avena ordenó a EE.UU. revisar los veredictos de culpabilidad y la pena capital impuestas a Tamayo y otros 50 mexicanos porque se violó su derecho a ser notificados y recibir asistencia consultar al ser detenidos.

En un comunicado oficial, la cancillería mexicana recordó los pasos adoptados en el caso de Tamayo "hasta agotar todas las instancias a su alcance, tanto internas como internacionales, con el fin de obtener la revisión y consideración del caso por parte de las autoridades judiciales texanas, a la luz de la falta de notificación consular".

"El Gobierno de México hace un llamado para que tomen acciones efectivas y eviten que se ejecuten otras condenas en desacato del fallo Avena que dañen el régimen de asistencia y protección consular acordado entre los países", añadió la nota oficial.

El comunicado también reitera que "la importancia fundamental de este caso es el respeto al derecho de acceso a la protección" que ofrecen los consulados mexicanos en el exterior.

Recuerda que las autoridades mexicanas han brindando "la debida asistencia consultar" a los familiares de Tamayo. "A solicitud de la familia Tamayo, dicha ayuda se mantendrá en el proceso de traslado a México de los restos de Edgar Tamayo", agrega la nota.

A la inmediata reacción del Gobierno se sumaron organizaciones comoAmnistía Internacional, que en una nota consideró que las circunstancias del juicio del reo, como el hecho de que no se tomaron en cuenta elementos aportados por la defensa, como una discapacidad mental leve, "convierten esta ejecución en un asesinato sin ninguna justificación".

"Lo que el mundo atestiguó hoy no fue acto de justicia sino de crueldad. Un hombre hoy fue asesinado bajo la falsa pretensión de justicia, un hombre cuyo proceso no conoció más que la injusticia", afirmó Perseo Quiroz, director ejecutivo de Amnistía Internacional en México.

En México existía la esperanza de que a última hora quedara cancelada la ejecución, confiando en que algunos de los recursos presentados en las últimas horas forzaran al gobernador de Texas, Rick Perry, a aplazar el ajusticiamiento o conmutar la pena.

Mientras se realizaban estos esfuerzos legales y políticos, en el pueblo donde nació Tamayo, Miacatlán, en el estado central de Morelos, vecinos del reo realizaban una cadena de oración siguiendo a distancia los hechos que se desarrollaban en Texas.

Pero ni las plegarias ni las peticiones oficiales de clemencia tuvieron éxito, y Tamayo se convirtió en el tercer mexicano que es ejecutado desde que se conoció el fallo del Caso Avena, desoyendo incluso peticiones hechas desde la Casa Blanca.

Apenas ayer, el Gobierno de Estados Unidos reiteró su petición a las autoridades de Texas para que se aplazara esta ejecución por los efectos que puede tener en los estadounidenses detenidos en el extranjero.

"Estamos pidiendo un retraso en su ejecución hasta que pueda proporcionársele una revisión adecuada y una reconsideración de si la falta de acceso consular influyó en el resultado del proceso", afirmó el martes la portavoz del Departamento de Estado, Marie Harf.

Estados Unidos "quiere poder pedir a otros países las mismas protecciones garantizadas en la Convención de Viena, y no quiere que eso quede minado" por su propia falta de cumplimiento en casos como el de Tamayo, agregó.

Según un experto mexicano, el empeño de Texas de terminar con la vida de Tamayo y de otros reos incluidos en el Caso Avena hace necesarios cambios legislativos en el país vecino para que el presidente conmute una pena capital cuando los gobernadores se nieguen a dar ese paso.

"Creo que el derecho a otorgar el perdón, la conmutación, debe ser en primera instancia del gobernador, pero en una instancia superior, del presidente", dijo a Efe Luis de la Barreda Solórzano, coordinador del Programa de Derechos Humanos de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM).

De la Barreda recordó que EE.UU. "es un solo país" y debe acatar los fallos internacionales.
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sabato 28 settembre 2013

El Senado mexicano debe poner fin a la impunidad de las violaciones de derechos humanos de las fuerzas armadas

Amnesty International
El sistema de justicia militar de México no se ocupa de las víctimas de las presuntas violaciones de derechos humanos cometidas por el ejército y la marina del país, pero el Senado mexicano tiene una oportunidad clave para cambiar esta situación, ha manifestado Amnistía Internacional hoy.

“Si la cámara legislativa mexicana quiere demostrar que está realmente decidida a hacer valer los derechos humanos, aprovechará esta oportunidad clave para reformar el sistema de justicia militar de una vez por todas y garantizar que la justicia civil investiga y enjuicia todos los casos de violaciones de derechos humanos cometidas por las fuerzas armadas”, ha señalado Daniel Zapico, director de Amnistía Internacional México.

“De este modo, México se ajustaría a las normas internacionales de derechos humanos, así como a los fallos que la Corte Interamericana de Derechos Humanos ha dictado sobre esta cuestión a lo largo de los últimos años.”

Numerosos mecanismos de derechos humanos de la ONU han recomendado que las autoridades mexicanas reformen el sistema de justicia militar, en particular que limiten su alcance y garanticen que el sistema de justicia civil se ocupa de la investigación y enjuiciamiento de los presuntos casos de violaciones de derechos humanos cometidas por las fuerzas armadas. La Corte Interamericana de Derechos Humanos y la Corte Suprema de Justicia de México han determinado además que el Estado tiene la obligación de hacerlo.

Con ocasión del debate en el Senado mexicano de un proyecto de ley de reforma del Código de Justicia Militar, Amnistía Internacional pide a los senadores que modifiquen el proyecto de ley presentado para garantizar que las violaciones de derechos humanos se investigan y enjuician en el sistema de justicia civil.

Amnistía Internacional México ha escrito a los miembros del Congreso mexicano y ha estado captando apoyos entre ellos, y su director, Daniel Zapico, hará hoy una presentación ante el Senado en el marco de una serie de sesiones públicas sobre el proyecto de ley de reforma del Código de Justicia Militar.

“La experiencia de Amnistía Internacional en el mundo, en la región de América y en México en particular muestra que la justicia militar es un obstáculo a la hora de poner fin a la impunidad de las violaciones de derechos humanos cometidas por las fuerzas armadas, pues carece de independencia, imparcialidad y transparencia”, ha afirmado Zapico.

“Desde la matanza de Tlatelolco de 1968 hasta la desapariciones forzadas de Nuevo Laredo de agosto de este año, Amnistía Internacional ha documentado una ausencia sistemática de investigación de las violaciones de derechos humanos cometidas por las fuerzas armadas mexicanas, lo que deja a la víctimas y a sus familiares sin acceso a la verdad y la justicia”, ha explicado Zapico.

Según el informe Aumento de las violaciones de derechos humanos y de la impunidad, que Amnistía Internacional presentará en el examen periódico universal de la ONU en octubre de 2013, desde 2006 ha aumentado el número de casos de violaciones graves de derechos humanos cometidas por las fuerzas armadas, y en la mayoría de ellos ha habido impunidad.