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sabato 25 maggio 2013

Algeciras (Cádiz) - Rescatan a 28 inmigrantes en cinco embarcaciones neumáticas en el Estrecho

EFE
Efectivos de la Gendarmería marroquí han rescatado esta mañana a 28 inmigrantes de origen subsahariano cuando intentaban alcanzar las costas españolas a bordo de cinco embarcaciones neumáticas de juguete en aguas del Estrecho de Gibraltar.
Según han informado fuentes de Salvamento Marítimo, las actuaciones se han producido a partir de las 08.00 horas, cuando el Centro de Coordinación de Salvamento (CSS) Marítimo de Tarifa (Cádiz) ha recibido varias llamadas de alerta realizadas desde teléfonos móviles de numeración marroquí.

Inmediatamente se ha activado un dispositivo de búsqueda en el que se han desplegado las embarcaciones "Salvamar Alkaid", de Salvamento Marítimo, y "Hermes", de la Cruz Roja, además del helicóptero Helimer 201.

Pese a ello, han sido finalmente las patrulleras marroquíes las que han interceptado a las embarcaciones a partir de las 09.00 horas en aguas próximas a las costas de Marruecos.

La Gendarmería ha localizado a dos primeras embarcaciones neumáticas con tres inmigrantes subsaharianos cada una, una tercera con diez inmigrantes y una cuarta con cuatro.

Poco después se ha localizado una quinta embarcación con ocho subsaharianos a bordo.

Los 28 inmigrantes han sido trasladados al puerto de Tánger por las autoridades marroquíes.

Roma - Il modello "Isola dell'Amore Fraterno" - Carcere senza sbarre, carcere del futuro?

La Repubblica
Ecco cosa è il "casale" in campagna al quale il Ministro della Giustizia Cancellieri ha dato la sua "benedizione". Una struttura che esiste da anni ma che negli intendimenti del Ministro va replicata, moltiplicata e fatta diventare un pilastro del sistema carcerario. E' l'Isola dell'Amore Fraterno", un villone nell'agro romano, sull'Ardeatina dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana
 di ENRICO BORELLINI

Roma  - Un carcere senza sbarre. Ecco cosa è il "casale" in campagna al quale il Ministro della Giustizia Cancellieri ha dato la sua benedizione inaugurando un campetto sportivo e compiendo una "visita pastorale" che ha riempito di gioia detenuti e operatori di una struttura che esiste da anni ma che negli intendimenti del Ministro va replicata, moltiplicata e fatta diventare un pilastro del sistema carcerario.

Il villone nell'Agro romano. 
La struttura-pilota oggetto delle attenzioni del Ministro è l'Isola dell'Amore Fraterno". Un villone nell'agro romano, sull'Ardeatina dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana la restrizione della libertà. Gente che ha commesso degli errori, che attende un processo e che invece di stare in carcere - una struttura che molti addetti ai lavori individuano come l'università del crimine - aspettano il giudizio in un luogo dove devono lavorare per partecipare a mandare avanti la "Casa", assistiti da personale qualificato e - per l'Isola - religioso. A che costo per lo Stato? Zero.

Un modello dunque. 
Che risolverebbe non pochi problemi allo Stato per il quale pende entro l'anno una condanna dalla Corte Europea se non "umanizzerà" il carcere. E allora cosa meglio che creare strutture esterne al carcere per deflazionare - termine orribile - la popolazione carceraria? Funziona così il modello: si creano delle "case", delle "strutture" di non più di trenta quaranta detenuti che debbono accudire a se stessi, lavando, stirando, facendo le pulizie, facendosi da mangiare, coltivando orto, facendo piccoli lavori che stiano economicamente in equilibrio. Senza contributo dello Stato. Oggi ce ne sono poche, ma se il modello sarà individuato dal Parlamento come efficace, presto una nuova legge le istituirà.

"Un'esperienza da replicare"
Ci aveva provato il Ministro Severino nella scorsa legislatura, ma il disegno di legge è stato approvato solo in un ramo del Parlamento e poi è morto assieme alla legislatura e non se ne è fatto nulla. In questi giorni il nuovo Ministro della Giustizia Cancellieri lo ha ritirato fuori dai cassetti e vuole farne un punto qualificante del suo operato. "Un'esperienza da replicare" sono state le parole del Ministro dopo aver visitato la struttura e parlato con Padre Vittorio, il cappellano del carcere di Regina Coeli grande sostenitore di questo progetto. Un "carcerato" particolare perché è il cappellano del carcere di Regina Coeli da 34 anni. Grande esperto di carcere con migliaia di "persone - dice lui - non detenuti" passate sotto le sue cure.

L'episodio raccontato da padre Trani
Padre Vittorio Trani ama raccontare una storia. In ogni convegno, incontro, dibattito in cui si parla di carcere si fa accompagnare da un distinto signore che di mestiere fa il dirigente in Banca d'Italia e che intrattiene l'uditorio su temi economici. Finito il dibattito tanti si fanno intorno al dirigente per domande, spiegazioni, delucidazioni. L'economia è argomento che tira. Fino a quando Padre Vittorio prende sottobraccio il signore e spiega che "voi lo vedete così, fra noi, tranquillo. Ma dovete sapere che lui è stato due anni in carcere. Accusato ingiustamente e poi assolto, tanto è vero che la Banca d'Italia lo aveva sospeso e ora lo ha reintegrato nelle sue funzioni di dirigente".

Tutti di fronte ai propri pregiudizi. Passa qualche nanosecondo e si fa il vuoto. E' il pregiudizio. E nemmeno il fatto che la Banca d'Italia lo abbia reintegrato, basta a tranquillizzare gli astanti. Padre Vittorio, usa poi questo test nel dibattito che segue - fa questa scenetta generalmente nel coffee break - e mette tutti di fronte ai propri pregiudizi. Perché avere a che fare con i detenuti è complicato. E' un po' come la malattia. Fino a quando non la si incontra, non se ne è colpiti, non si sa cosa sia. E insieme a tante iniziative caritatevoli - chi non si pulisce la coscienza regalando un obolo, anche in tempi di crisi, adottando un bambino a distanza, un animale, allungando una banconota a un bisognoso - se la richiesta fosse quella di adottare un detenuto a distanza? Come reagisce la gente?

Neanche una lira dallo Stato
E' la scommessa, la provocazione, dell'Isola, la Onlus che gestisce la casa esterna per detenuti oggetto della attenzioni del Ministro della Giustizia. Una struttura che non riceve una lira dallo Stato ma che ospita una quarantina di detenuti, che fa risparmiare allo Stato 250 mila euro al mese. Tre milioni di euro l'anno. I conti sono presto fatti: un detenuto costa alle casse dello Stato più di 200 euro al giorno. 200 per 40 fa ottomila. Ottomila per 30, fa 250 mila, arrotondati. Che moltiplicati per dodici mesi, fanno appunto tre milioni di euro. Dice Domenico Naccari, un avvocato che si è imbattuto nell'Isola per motivi professionali e che ne è diventato un sostentitore - "perché è una associazione che merita di essere sostenuta" - "che se non lo si vuol fare per i detenuti, lo si faccia per contribuire alla spending rewiew".

Ortaggi e frutta da mangiare e vendere. 
Ma l'aspetto economico è la cosa meno avvincente dell'attività dell'"Isola dell'amore fraterno", il grande casale sull'Ardeatina con qualche ettaro di terra che i detenuti coltivano. Campi e serre producono ortaggi e frutta da mangiare e da vendere - perché la casa si deve autofinanziare - ma sopratutto producono l'occupazione del tempo in un lavoro a chi altrimenti passerebbe la giornata chiuso in cella a non far nulla. Una esperienza da incentivare dice il Ministro, soprattutto per i detenuti in attesa di giudizio. Per evitare di dover costruire nuovi carceri - la popolazione carceraria è in continuo aumento e soldi non ce ne sono, per ridurre l'Imu, per la sanità, per gli esodati, ma nemmeno per costruire nuove carceri - la strada imboccata dalla Cancellieri è questa. Strada risparmiosa e umana.

"Adotta un detenuto a distanza"
Sono troppo poche le strutture, come l'Isola sull'Ardeatina che svolgono quel ruolo che la nostra Costituzione vorrebbe fosse l'espiazione della pena e cioè la rieducazione del detenuto. Perché se è vero come dicono le statistiche, che il 65 per cento di chi è entrato in carcere, ci ritorna, chi sconta la pena in una di queste case ha più possibilità di reinserirsi nella società e di non tornare a delinquere. Imparano un mestiere: che sia il falegname, l'agricoltore, il giardiniere, il cuoco. Mestieri manuali che spesso lasciano i detenuti diventati ex, in contatto con queste strutture. Dice Claudio Guerrini, direttore dell'"Isola dell'amore fraterno" e che lancia il progetto - la provocazione - dell'"adotta un detenuto a distanza": "è un piacere accogliere i tanti ex detenuti che ci vengono a trovare, magari con le famiglie, con i bambini, gente che riconosce che proprio grazie al periodo passato in questa struttura è riuscita a rialzarsi. Sono loro che ce lo dicono: "Se fossi rimasto in carcere, non sarebbe andata così". Perché si può cadere, ma ci si può anche rialzare".

Una piccola cosa, una grande idea. 
Che non deve diventare la privatizzazione del carcere che qualcuno già vede come pericolo. Un saggio di Michael J. Sandel "Quello che i soldi non possono comprare, i limiti morali del mercato" inizia con un articolo del New York Times: "una cella di categoria superiore a 82 dollari a notte. A santa Ana, in California, e in qualche altra città i criminali non violenti possono pagare per una sistemazione migliore una cella pulita e silenziosa lontano da quelle dei detenuti che non pagano". E' il rischio che è dietro l'angolo di questa idea: la privatizzazione del carcere, l'istituzione di un carcere per "censo" con celle a due tre quattro e cinque stelle. Un rischio da scongiurare perché, come dice Sandel, anche il mercato deve avere dei limiti morali.

New Book - A cura di Marco Impagliazzo - Integrazione - Il modello Italia - Contributi di L.Bini Smaghi, G.Dalla Zuanna, U.Eco, A.Riccardi


È possibile oggi pensare un "modello italiano" per le politiche di integrazione, che tenga conto delle caratteristiche demografiche ed economiche, della storia e della tradizione culturale del nostro Paese. È il fatto nuovo che emerge dalle pagine di questo volume. Una "cultura diffusa" dell'integrazione già si manifesta spontaneamente nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, negli enti locali. È tempo che essa permei anche lo Stato, e che una regia statale gestisca l'immigrazione, accompagni il passaggio dall'emergenza a opportune politiche di integrazione. È ciò che è accaduto a partire dal novembre 2011, con la creazione di un ministero per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione. "La nostra può essere una città migliore. Per chi viene da altre storie, per chi viene dalla nostra storia. Per chi costruirà, d'ora in poi, l'unica storia degli italiani di domani. C'è un gap da colmare, c'è una casa comune da edificare. Al di là degli umori, dei luoghi comuni, delle parole gridate o superficiali. Perché la realtà - ed è la realtà che ci viene presentata in questo volume - ci dice che i tempi sono cambiati, sono maturi, che è giunto il momento di passare dall'emergenza e dal silenzio all'integrazione"
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Marco Impagliazzo, docente di Storia contemporanea all'Università per Stranieri di Perugia, è presidente della Comunità di Sant'Egidio. Fra i suoi lavori ricordiamo: Duval d'Algeria (Roma 1994); per le edizioni  Guerrini e Associati ha pubblicato: Algeria in ostaggio (con Mario Giro, 1997), Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni (2000), La diocesi del Papa. La Chiesa di Roma e gli anni di Paolo VI (2006), e ha curato La nazione cattolica. Chiesa e società in Italia dal 1958 a oggi (2005)
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Guerrini e Associati - pp.109 - €12.00
ISBN 978-88-6250-422-5

Obama atteso discorso sulla sicurezza: Guantánamo deve essere chiuso, ripresa del trasferimento dei detenuti in Yemen

ANSA
Nel suo discorso sulla sicurezza nazionale pronunciato ieri davanti alla platea della National Defense University di Washington, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha difeso la sua idea di lotta al terrorismo, esposto le nuove linee guida per l’uso dei droni e ribadito il suo impegno per risolvere il problema della prigione di Guantánamo - dove due terzi dei 166 prigionieri sono in sciopero della fame da mesi - attraverso il trasferimento dei prigionieri in Yemen

Per Obama l’America è a un bivio: deve superare le politiche e le tattiche usate a partire dall’11 settembre, basate sulle idee di un conflitto senza confini e di una guerra perpetua, tutte capaci di rivelarsi autolesioniste. “Dobbiamo definire la natura e la portata di questa lotta, altrimenti sarà destinata lei a definire noi”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, facendo riferimento anche a quelle tattiche interrogatorie che hanno compromesso i valori degli Stati Uniti. 

Obama ha poi difeso la sua guerra al terrorismo, fatta con l’utilizzo dei droni: “I miliziani di al Qaeda passano più tempo a pensare a come difendersi da noi” ha detto Obama, “anche se la nostra operazione in Pakistan contro Osama Bin Laden non può essere la norma”. Per questo, spiega Obama, il Presidente ha firmato una nuova direttiva che codifica le linee guida per l’utilizzo dei droni. Potranno essere utilizzati solo per prevenire attacchi imminenti, quando la cattura di un sospetto non è praticabile e se c’è una “quasi certezza” che non vengano coinvolti civili. Regole e criteri che, si precisa, valgono anche contro quei cittadini americani che si sono arruolati nei gruppi terroristici o combattono per loro. Obama ha poi ribadito che il carcere di Guantánamo deve essere chiuso; su questa strada intanto verrà ripreso il trasferimento dei detenuti verso lo Yemen; una procedura per cui bisognerà comunque analizzare caso per caso e per la quale Obama nominerà nuovi supervisori dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono.

AMNISTIA. Istituto importante di pacificazione. Premessa di una profonda riforma della giustizia


Tempi
di Guido Brambilla (Magistrato di Sorveglianza a Milano)
Un importante istituto che potrebbe favorire un clima di pacificazione in questo momento storico è rappresentato dall’amnistia.

Essa, infatti, non avrebbe solo lo scopo di deflazionare l’insopportabile sovraffollamento carcerario, che ha raggiunto ormai livelli “sudamericani” con numerose sentenze di condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea, ma anche quello “simbolico” di far respirare il rovente agone giudiziario introducendo quella serenità necessaria per por mano alle nuove sfide che la riforma della giustizia impone. Intendo qui però chiarire entro quale orizzonte e con quali finalità ultime dovrebbe - sotto il primo profilo sopra esposto - inserirsi un auspicabile provvedimento di clemenza.

Senza soffermarmi (anche se si tratta di un problema importante e delicato) sul problema dei detenuti in attesa di giudizio (per i quali sarebbe innanzitutto auspicabile una maggior celerità dei processi con una semplificazione globale dell’iter procedi-mentale), per quanto concerne i detenuti cosiddetti “definitivi” (quindi condannati con sentenza irrevocabile) è diffusa, infatti, nell’opinione comune, amplificata dal sensazionalismo mass-mediatico, una concezione della “sicurezza” ridotta a mera “espulsività-segregazione-isolamento”: il carcere viene visto pertanto nel solo aspetto custodialistico, specie quando si tratta di stranieri e ritenuto l’unico mezzo utile a placare il dilagante senso di insicurezza dei cittadini. L’articolo 27, 3° comma, della Costituzione, invece, recita che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Già il noto giurista Francesco Carnelutti affermava in quei tempi che il processo penale avrebbe fallito il suo scopo se anche con l’irrogazione della giusta pena non si fosse raggiunto l’obiettivo del riabbraccio ultimo tra la società e il reo. Se dunque il principio dell’effettività della pena non può essere disatteso, va anche evidenziato che la rieducazione è la tensione propria dell’esecuzione penale e che vi è una stretta correlazione tra la rieducazione e lo stesso bisogno di sicurezza. Non esiste una definizione normativa o giurisprudenziale del concetto di rieducazione, sicché gli operatori del settore, per lo più, fanno coincidere tale concetto con quello laico e pragmatico di “abbattimento o riduzione della recidiva”. A mio parere, tale definizione rappresenta, però, più una conseguenza della rieducazione, che non la sua essenza. Tuttavia, anche accettandola così formulata, non si può non percepire come un successo riabilitativo abbia benefici effetti anche in tema di sicurezza sociale.

Non basta lo Stato a rieducare
Quando viene condannata, una persona viene consegnata sì ad un luogo (in principalità il carcere), ma anche a una serie di rapporti con altre persone; un universo di incontri con soggetti preposti alla custodia, ma soprattutto al percorso trattamentale e rieducativo. Durante la sua vita detentiva il carcerato è seguito (oltre che dalla polizia penitenziaria), dai direttori degli istituti di pena, dai magistrati di sorveglianza, e poi da educatori, volontari, medici, psicologi, criminologi, assistenti sociali, insegnanti ecc. 

Nell’organizzazione della città detentiva intervengono, a fini di sostegno e aiuto, anche gli Enti locali, banche, fondazioni, imprese e cooperative, proprio perché l’interesse alla promozione umana e alla reinclusività sociale è prevalente rispetto a quello, pur indispensabile, della mera retribuzione, anche in termini di riduzione dei costi sociali, di valorizzazione delle risorse umane e del territorio. 

Chiarito quello che a me pare esse re l’essenza dell’intervento rieducativo, ritengo che il medesimo non possa essere solo monopolio dello Stato. Abbiamo visto che attraverso l’intervento di una pluralità di soggetti, pubblici e privati, più vicini al detenuto (nel tempo dell’esecuzione della pena e nello spazio ove essa viene espiata), può realizzarsi appieno, attraverso il recupero del reo e all’interno di rapporti significativi, quella “sicurezza integrata” che più efficacemente tutela i cittadini e il territorio dalla devianza di ritorno e quindi dalla recidiva

Ed è per questo che lo Stato deve abbandonare una politica meramente “segregativa-assistenzialistica” del detenuto, lasciando, in una piena attuazione del principio di sussidiarietà, agli enti locali e al privato-sociale il compito di un intervento più capillare e fattivo che possa investire in modo costruttivo nel rapporto con i detenuti. Ma il carcere dovrebbe poi costituire, in un sistema orientato al recupero e all’emenda, l’extrema ratio” dell’intervento punitivo. 

In tale logica, lo Stato, dopo (o con) una terapeutica amnistia, dovrebbe quindi potenziare le misure alternative (affidamento in prova, affidamento terapeutico, le varie forme di detenzione domiciliare ecc.), rendendole visibili alla collettività come vere e proprie sanzioni tese al reinserimento più che come forme di assistenzialismo sociale, con una contestuale semplificazione delle stesse (le predette misure alternative potrebbero unificarsi in una sola misura, chiamata efficacemente da un ex Dirigente dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Milano-Lodi, “Pena Comunitaria”: in altri termini una pena alternativa unica che verrebbe poi calibrata individualmente tenendo conto dei profili di pericolosità sociale del soggetto e delle sue necessità riabilitative).

Le potenzialità del privato sociale
Tra il carcere così come attualmente esistente e le misure alternative potrebbero poi essere realizzate strutture detentive “a bassa sicurezza”, recuperando caserme o edifici pubblici dismessi. 
Non ha senso infatti, oggi come oggi, mantenere una promiscuità tra soggetti considerati, per la natura dei reati commessi ed i profili criminologici, come altamente pericolosi ed altri la cui eteroaggressività è talmente bassa o di diverso tipo (ad esempio gli autori di reati in materia economico-finanzaria, contro il patrimonio, i tossicodipendenti, i semiliberi, o stranieri privi di un domicilio) da non rendere necessaria una contenzione “severa” con impiego di personale di polizia penitenziaria. 

Tali strutture intermedie potrebbero essere gestite con accordi tra il settore pubblico ed il privato sociale, senza presenza di personale di polizia penitenziaria all’interno, con la permanenza di controlli solo al di fuori delle mura. 
Nel modello “modulare” spagnolo, per esempio, il controllo delle persone è stato sostituito quasi interamente dalla tecnologia (così come nelle carceri svedesi); l’uso delle chiavi è limitatissimo e quasi tutti i cancelli sono automatizzati, compresi quelli delle celle : la sicurezza interna è assicurata prevalentemente da “ civili”. Solo all’esterno la sicurezza è invece garantita dalla “Guardia Civil” (l’equivalente dei nostri Carabinieri). 
La legge, peraltro, offre già dei criteri orientativi in tal senso: l’articolo 101, comma 8, del Dpr 30.06.2000, n. 230 (Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario), prevede, ad esempio, che “sezioni autonome di istituti per la semilibertà possono essere ubicate in edifici o in parti di edifici di civile abitazione”. 
Tali soluzioni, oltre ad un possibile risparmio economico, rappresenterebbero sicuramente un rimedio al problema del sovraffollamento. Concludo, benché un tema simile richieda ben altri spazi, osservando che non ci si deve occupare dei detenuti, anche nei modi sopra descritti, solo per “far del bene”, per un buonismo o per praticare “outing” culturale. Ma perché conviene. Conviene a tutti: ai detenuti, a chi se ne occupa e alla società. Ciò in termini di recupero delle marginalità, di valorizzazione delle risorse e di sicurezza della collettività, per una riduzione dei costi sociali e per fare anche “impresa” dentro un’autentica carità.

venerdì 24 maggio 2013

Teenagers trapped on Yemen’s death row. One survivor is fighting for those left behind

The Indipendent
Prisons are packed with children in the Middle Eastern state. But one survivor is fighting for those left behind
"My hands were tied. The doctor drew a circle on my back around my heart. I was to lie on the sand for the executioner to shoot me. Then I heard the phone call.” Hafedh Ibrahim’s words trip mechanically off his tongue as he describes being moments from the carrying out of his death sentence. I feel guilty making him relive it for my television camera. Especially because, being television, I make him relive it again “just one more time, please Hafedh, show me where the pile of sand was”. 

The memory is clearly painful, more so for all the friends who never got a clemency call from the President’s office. During seven years on death row, Hafedh waited up with prisoners on their last night, sharing their last meal, talking about their lives, refusing to sleep as long as he could so that when the condemned men were led out to the executioner in the morning he’d collapse in tiredness and sleep through the sound of shots. Hafedh was just 16 when he was put on death row. He says the killing he was blamed for was an accident. Like virtually every boy in rural Yemen, Hafedh was given a gun as a teenager. 

Carrying it one day, he was mugged, and in the struggle, the gun went off, killing an innocent bystander. “I had no intention of killing him. But the weapon was in my hands. I thought about his family every day and always felt if they wanted to take my life then I could understand that.” In court, Yemen’s Islamic judges treated Hafedh as an adult, as they traditionally did with anyone over 15, and sentenced him to death. 

That sentence is illegal for juveniles in Yemen but the Sharia courts are famous for sometimes preferring their own standards. “The main problem”, says Hafedh, “is that they don’t recognise official documents. They don’t accept the killer is a child. The judges try to break law to get the execution verdict.” In Hafedh’s case, the mercy call came only because his campaigning was noticed by Amnesty International, who took up the case with the former President, Ali Abdullah Saleh, who was trying to shore up his regime from the threat of al-Qa’ida with Western allies like the US and Britain. That was six years ago. 

Yet today, post Arab Spring uprising, with Yemen in the middle of a National Dialogue on a democratic future, its prisons are still full of people awaiting execution for crimes committed as children. Two have been shot dead this year despite international human rights campaign. Hafedh worked hard for his school exams in prison. 

On being released there was only one place he wanted to go: law school, to fight for those he’d left behind. On getting there he found one of the judges who sentenced him to death was one of the professors. He qualified and went straight to the case of his best friend in prison, Mohammed Hazaa, who was executed in March this year, despite arguing that the murder for which he was convicted took place when he was a juvenile. In their last conversation, Mohammed told Hafedh of a boy whose case was urgent. 

AbduRahman Al Alimi was only 16 when he was arrested after his brother-in-law was killed during a family feud. Mohammed believed the boy’s story that he’d been wrongly blamed and knew he could end up on death row. He made Hafedh promise to save the boy. That is why Hafedh has come back to his old prison – again. “Mohammed died but AbduRahman will survive”, he says, with a steely determination. It will not be much easier than saving Mohammed. 

Vast numbers of Yemenis in poor rural areas don’t know their birthdays and their parents didn’t get birth certificates. Documents are often forged and rarely trusted. The Yemeni prosecutors get doctors to X-ray suspects and estimate age from the density of the bones. It is regarded as having a margin of error of between a few months and a couple of years. AbduRahman’s test left the doctor saying he was three years older than he claims: old enough to be executed. 

That is despite school records and identity papers saying otherwise. Amid the brutalities of the system there are contradictions too. When Hafedh entered the prison to meet AbduRahman he was welcomed as a returning hero. Inmates crowded around, kissing him enthusiastically, shouting out and telling him of cases he should fight. But the prison soldiers seemed just as pleased to see him. 

The man who would have witnessed his execution gave him a warm embrace and said: “He’s a good man. A very good man.” Later that week, I followed Hafedh to court as he went to argue AbduRahman’s case . This was to be the day the boys age was settled. A victory would mean he’d be transferred to the juvenile system and there’d be no question of the death penalty. 

Yemen’s courts are open to the media and we were given permission to film. But once they realised what case and issue we were following, the court was adjourned and everyone sent home. Speaking alone, the judge asked Hafedh to split whatever money he was being paid for the case. “I’ve always known under the table deals go on but I’ve never been asked so directly for a bribe,” said the young lawyer, anxious that AbduRahman’s case might now depend on corruption. What is clear is that the post-Arab Spring government does not respond well to outside pressure. 

In March, Human Rights Watch and other organisations tried to highlight the issue with a campaign. Within days, Mohammed Hazaa had been executed. And those organisations have still to be given the kind of access given to Channel 4. In two weeks we met dozens of prisoners who claimed their crimes were carried out while they were juveniles. We met several teenagers who said their cases were going back to court as victims’ families tried to argue they were adults eligible for the death penalty. The fact a television documentary team was allowed into Yemen’s prisons, and given access to controversial cases, suggests the people in charge want change too. Right now, it is left to people like Hafedh to take all those cases on. He does it voluntarily, in the spare time from his government job. “Having escaped jail are you now trapped by a need to fight these cases?”, I wondered. “Yes”, he replies “now I have a wife and baby I try to get on with my own life too. But I often wake up suddenly in the night thinking of people like AbduRahman in prison, worrying what I must do to stop him being killed.”

ACT Alliance Preliminary Appeal: Assistance to Malian Refugees and HostCommunities in Mauritania

Reuteur
The 2011 drought in the Sahel region and the military operations in Mali launched by France and other African countries in January 2013 have led to the increase of Malian refugees hosted in the Mbera Camp in Mauritania. As of April 21, 2013, the total number of Malian refugees in Mbera Camp was 74,452 people which included 21,636 refugees arriving between January and March 2013. The presence of Malian refugees in the drought-affected area has further put pressure on the scarce resources (including food, water, social facilities, fire wood, etc.).

The security situation in the South-East Mauritania remains volatile due to the presence of AQMI (Al Qaida au Maghreb Islamique) in the Sahel Region and also due to the on-going armed conflict in North Mali. As a consequence of the deteriorating security situation, the Government of Mauritania has declared the Hodh El Charghi region (where Mbera Camp is located) as a military zone. Hence, the Government has increased the number of troops in order to further provide protection to the civilian population, and ensure convoys and escorts to humanitarian organizations.

The Mauritania Programme of The Lutheran World Federation/Department of World Service (LWF/DWS) has already provided assistance to Malian refugees and host communities in 2012 through the appeal MRT121 in partnership with UNHCR, government and other agencies. The appeal funding enabled LWF to provide cash transfers to the most vulnerable households, train women on the production of enriched food, distribute high protein biscuits (BP5) to the malnourished Malian children and to provide water collection and storage materials to the Malian refugees.

This preliminary appeal will be followed by a full appeal with an estimated total cost of the response of US$400,000. This appeal is a continuation of the 2012 response (MRT121) to implement the following activities planned with the Malian refugees in the Mbera Camp and for host communities’ people:

• Provide shelters to some people with specific needs among the Malian refugees (shelters and survival kits)
• Provide psychosocial support to the Malian refugees (consultation and counselling, cultural and recreation activities, child friendly spaces)
• Provide nutritional support to Malian refugees and host communities’ people (high protein biscuits, nutrition education/sensitization, supplementary centres, production of enriched food)
• Support Farmers and Pastoralists from host communities in agro-pastoral activities (training, technical support)

The new appeal (MRT131) will use the balance of funds form MRT121 and additional funding requested from ACT Alliance.