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lunedì 8 aprile 2019

Rapporto sulla fuga dei Rohingya: spuntano gli orrori dei trafficanti di esseri umani

Avvenire
Convinti a imbarcarsi dal Myanmar a centinaia su pescherecci verso Thailandia, Malaysia e Indonesia, in realtà finivano in schiavitù o morivano. Indagine delle Ong sulla tratta di 170mila disperati

Un nuovo rapporto, frutto dell'impegno congiunto della Ong Fortify Rights e della Commissione per i Diritti umani della Malaysia fornisce dati che per la prima volta confermano il ruolo dei trafficanti di esseri umani nella fuga via mare tra il 2012 e il 2015 di 170mila Rohingya, con caratteristiche di crimini contro l'umanità. 

Il dramma dei Rohingya, coinvolti in vicende terribili in alcuni casi durate anni e in molti altri finite con un'uccisione brutale e una sepoltura sommaria nella foresta o in fondo al Mare delle Andamane era stato scoperto nella primavera 2015 per il ritrovamento di centri di detenzione in Thailandia a ridosso del confine malese. Il rapporto di 121 pagine, intitolato "Sold Like Fish"(Venduto come pesce,) è il risultato di laboriose ricerche e di 270 interviste a testimoni oculari, sopravvissuti, trafficanti, funzionari governativi e altri tra il 2013 e il 2019. Ne emerge che nel periodo considerato, criminali di nazionalità birmana, thailandese e malese, guadagnarono sulla pelle dei Rohingya tra 50 e 100 milioni di dollari l'anno.
Le complicità

Nelle pagine si sottolineano le responsabilità della autorità locali, non solo al corrente dei drammi che si svolgevano al largo o a terra, ma che vi avrebbero lucrato e, una volta emersi i primi casi di uccisioni, avrebbero cercato di insabbiare le inchieste, distruggendo in alcuni casi i campi di detenzione individuati oppure impiegando mesi a riesumare i cadaveri e procedere con i rilievi autoptici. 

Nel rapporto si evidenzia come i trafficanti, in rapporto con la criminalità locale, convinsero i musulmani Rohingya a imbarcarsi dal Myanmar (o dalla zona dei campi profughi in Bangladesh) a centinaia su natanti da pesca verso mete (Thailandia meridionale, Malaysia e Indonesia) considerate sicure perché abitante da correligionari, per poi privarli di cibo e acqua, torturandoli, violentando le donne e spingendone un numero ancora incerto al suicidio in mare. Una volta sbarcati venivano detenuti in condizioni di schiavitù, chiedendo per molti un riscatto alle famiglie lontane, cedendone altri a trafficanti o imprenditori locali. Per chi non era in grado di pagare, cibo, acqua, cure erano negati anche fino alla morte.

Stefano Vecchia, Bangkok

8 Aprile - Giornata dei Rom: “Auguri a tutti i Rom, Sinti e popolazioni romanì, contro ogni discriminazione e razzismo"

santegidio.org
Parole e comportamenti razzisti fanno male a tutti. L'integrazione dei Rom è possibile, ed è un vantaggio per la società


In occasione del Romanò Dives, la giornata internazionale dei Rom, che si celebra l’8 aprile, la Comunità di Sant’Egidio rivolge gli auguri a tutti i Rom, Sinti e alle popolazioni romanì che si identificano con questo nome. Invitando a ricordare una storia segnata da persecuzioni e sofferenze - come il Porrajmos, lo sterminio durante la seconda guerra mondiale - occorre condannare con fermezza parole e comportamenti discriminatori, razzisti e violenti, come accaduto recentemente a Torre Maura, un quartiere di Roma, quando si è impedito a poche decine di persone - quasi per la metà bambini - perfino di mangiare, arrivando al vergognoso gesto di calpestare il cibo. 

Sono gesti che fanno male a tutti e disonorano la città, senza risolvere o, meglio, aggravando i problemi esistenti in periferie abbandonate ormai da tempo da istituzioni e forze politiche.

Non bisogna abituarsi ad un linguaggio aggressivo che offre un'immagine distorta della realtà, ma al contrario occorre valorizzare tanti esempi di inclusione sociale, molto più diffusa nel nostro Paese di quanto si pensi. L'impegno di Sant'Egidio per favorire l'inserimento scolastico dei Rom, anche attraverso le Scuole della Pace (luoghi in cui i più piccoli apprendono a vivere insieme nel rifiuto di ogni violenza), la formazione e l'inserimento nel mondo del lavoro, incontra quotidianamente l'atteggiamento positivo e costruttivo di tanta parte - associazioni, istituzioni, famiglie - della società italiana.

Non sono pochi infatti i nuclei familiari che in diverse città vivono in case e non sono pochi i Rom che lavorano, contribuendo al benessere della società. Esempi positivi di integrazione non mancano pure in numerose scuole, grazie al lavoro silenzioso e tenace di maestri e insegnanti, a cui le istituzioni sono chiamate ad assicurare maggiore continuità, evitando gli sgomberi che interrompono il percorso scolastico di bambini e ragazzi e vanificano, di fatto, gli sforzi dei loro educatori. A ciò si aggiunga che gran parte dei Rom, non più nomadi da anni, sono cittadini italiani.

Auspichiamo dunque che la Giornata Internazionale dedicata al popolo Rom sia occasione per prendere le distanze da un linguaggio e da pratiche che tendono ad allargare le distanze e i pregiudizi e per intraprendere con coraggio iniziative volte a favorire la piena integrazione nel tessuto sociale del nostro Paese, certi che da questo trarranno beneficio tutti gli italiani.

domenica 7 aprile 2019

7 aprile 1994 - Genocidio in Ruanda, 25 anni fa uno dei peggiori massacri della storia dell’Africa

TPI
Domenica 7 aprile ricorre il 25esimo anniversario di uno dei più tragici e sanguinosi eventi che la storia dell’Africa del XX secolo possa ricordare: il genocidio del Ruanda.



Il 7 aprile del 1994, infatti, iniziò il barbaro conflitto tra Hutu e Tutsi, le due etnie presenti nel paese: per circa 100 giorni gli Hutu, etnia maggioritaria e al potere, massacrarono circa un milione di Tutsi a colpi di machete, mazze chiodate e armi da fuoco. Il genocidio – ordinato appunto dal regime allora al potere e fomentato da rivalità etniche che nel corso del tempo sono state acuite in primis dai coloni europei – avveniva sotto gli occhi, un po’ distratti e un po’ indifferenti, della comunità internazionale.

L’odio fra le due etnie, infatti, che si nutriva anche e soprattutto di differenze di carattere razziale, è infatti considerato uno dei lasciti del retaggio culturale del Belgio, paese che ha dominato sul Ruanda per vent’anni sotto mandato della Società delle Nazioni dal 1926 fino al 1946. Il paese africano è poi passato sotto tutela dell’Onu dal 1946 al 1962, quando si rese indipendente separandosi anche dal Burundi.

Ma fu appunto l’amministrazione coloniale belga a gettare le basi di quel massacro che si sarebbe realizzato diversi anni più tardi, trasformando delle differenze socio-economiche tra i due gruppi etnici in odio razziale basato su differenze di carattere fisico. Gli Hutu infatti, per lo più coltivatori agricoli più bassi e tozzi, avevano sempre convissuto con i Tutsi più alti e slanciati, dediti invece nella maggior parte all’allevamento: i due gruppi si erano sempre uniti, praticando matrimoni misti e non risentendo alcuna differenza.

Questo finché, durante la colonizzazione belga, furono marcate delle differenze tra le due tribù: ai Tutsi vennero date posizioni chiave all’interno dell’amministrazione del paese e buoni stipendi, mentre agli Hutu furono riservati compiti più umili e mal retribuiti. Quando in seguito nel 1952 gli Hutu presero il potere in Ruanda, spalleggiati per altro proprio dai belgi, iniziò la persecuzione nei confronti dei Tutsi, la quale culminò proprio nel tremendo massacro tra ex “vicini di casa”.

Era il 1990 quando il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) – un gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi trasferitasi in Uganda quando le cose avevano cominciato a mettersi male per quel gruppo etnico – tentò il colpo di stato in Ruanda alimentando quella guerra civile a cui fece seguito il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell’RPF.

Molti Hutu scapparono in Zaire, ma lì trovarono anch’essi la morte per mano dei Tutsi nel 1996. Il genocidio del 1994 è quindi solo una delle tragedie che bagnarono di sangue quella regione dell’Africa anche dopo il 1994. Numerosi eccidi, oltre al Ruanda, furono infatti perpetrati anche nei paesi vicini: in Uganda, Burundi, Congo e Tanzania.

Il genocidio ruandese, comunque, si considera ufficialmente concluso con l’Opération Turquoise – l’operazione turchese – intrapresa dai francesi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma fu anche l’attuale presidente ruandese, Paul Kagame, il leader dell’RPF, a svolgere un ruolo chiave nella fine della guerra civile tra i due “schieramenti etnici”.

Ad oggi il Ruanda è un paese ancora traumatizzato da quello che è successo, ma che negli ultimi anni ha vissuto una crescita economica che però non è andata di pari passo con quella della democrazia. Insomma, possiamo dire che il Ruanda vive in quella contraddizione che ad oggi caratterizza la maggior parte dei paesi africani, che non riescono ancora a coniugare libertà e sviluppo.

Giulia Angeletti

Camerun, rapporto Human Rights Watch: uccisi 170 civili in 6 mesi nelle regioni anglofone da forze governative

Nema News
Secondo il nuovo rapporto di Human Rights Watch, le forze governative nelle regioni anglofone del Camerun hanno ucciso almeno 170 civili negli ultimi sei mesi. Anche se a causa delle continue violenze e delle difficoltà di accesso a zone remote, il numero di decessi tra i civili potrebbe probabilmente essere superiore. I disordini in corso hanno determinato lo spostamento di più di mezzo milione di persone.


Il conflitto armato è scoppiato nel 2017 nelle regioni anglofone nord-occidentali e sud-occidentali del Paese dopo che il governo ha represso violentemente le proteste pacifiche iniziate l’anno prima contro l’emarginazione percepita della popolazione di lingua inglese.


Nel rapporto di Human Rights Watch si descrive l’uso della forza indiscriminata da parte delle unità speciali dell’esercito. Distrutte centinaia di case e edifici pubblici nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali.

Naturalmente il governo Biya ha negato che le forze di sicurezza dello Stato abbiano effettuato abusi ai danni dei civili.

Almeno 30 casi sono pendenti nei tribunali militari di Bamenda e Buea per crimini quali tortura, distruzione di proprietà, violazione di ordini e furti.

Federica Iezzi

Libia. Il segretario Onu António Guterres, scioccato dalla condizione dei migranti detenuti

L'Osservatore Romano
"Sono profondamente scioccato e commosso dalla sofferenza e dalla disperazione che ho visto nel centro di detenzione di Tripoli, in Libia, dove migranti e rifugiati sono detenuti per un tempo illimitato e senza alcuna speranza di riconquistare le loro vite": lo ha scritto su Twitter il segretario generale dell'Onu, António Guterres, che si trova in visita nel paese nordafricano.


"Il mio appello è rivolto alla comunità internazionale affinché comprenda la necessità che la legge internazionale sui rifugiati sia pienamente rispettata, e la necessità di affrontare il problema della migrazione in modo compatibile con la difesa degli interessi dello stato, ma anche con i diritti umani dei migranti", ha precisato il segretario generale Onu durante una conferenza stampa a Tripoli. 

Tornando alla sofferenza che ha trovato nei centri di detenzione, Guterres ha affermato che "questa è non solo una responsabilità per la Libia, è una responsabilità per l'intera comunità internazionale".

sabato 6 aprile 2019

Migranti. Meno rifugiati in Italia, ma più detenuti in Libia

L'Osservatore Romano
Il rapporto 2019 del Centro Astalli. Più precarietà, disagio sociale ed emarginazione. È quanto registra il rapporto annuale del Centro Astalli per rifugiati, presentato ieri a Roma. Oltre al resoconto delle attività in Italia legate al Servizio per i rifugiati dei gesuiti (noto nel mondo come Jesuit refugees service), il rapporto 2019 presenta statistiche e storie utili per capire cosa stia succedendo in tema di migranti e rifugiati.


A partire dalla prima considerazione: il calo degli sbarchi sulle coste italiane dell'80 per cento "non può essere motivo di soddisfazione" - si legge nel rapporto - se si considera che l'85 per cento dei migranti soccorsi in mare vengono riportati nei centri di detenzione in Libia, con "conseguenze tragiche" perché la situazione umanitaria nel paese nordafricano è disastrosa. Dunque, "i primi esclusi dalla protezione sono i rifugiati che non riescono più a raggiungere l'Italia e l'Europa".

Il rapporto denuncia "il moltiplicarsi di ostacoli burocratici a tutti i livelli", che escludono di fatto un numero crescente di migranti dai servizi territoriali e dai circuiti dell'accoglienza. Il riferimento è al decreto sicurezza approvato dal governo in Italia a fine novembre scorso, che ha messo insieme quelli che inizialmente dovevano essere due testi separati: il decreto sicurezza e il decreto immigrazione. "L'aver bloccato ogni azione di soccorso e ricerca in mare da parte di governi, Unione europea e ong non ha risolto il problema della mancanza di vie legali di accesso alla protezione: rende solo meno visibili le sue tragiche conseguenze".

"I primi frutti di una politica meno inclusiva sono già visibili", ha avvertito il direttore del centro Astalli, padre Camillo Ripamonti. Nei sette centri di accoglienza del Centro Astalli è stato riscontrato l'aumento dei migranti e richiedenti asilo in condizione di seria difficoltà: più di 900 nuovi utenti a Palermo, con una crescita dell'80 per cento allo sportello lavoro; più 35 per cento di persone sostenute a Roma dal servizio di accompagnamento all'autonomia e 4000 che fruiscono ogni anno della mensa; 1018 persone ospitate complessivamente in Italia, di cui 375 a Roma. 

Oltre la metà delle persone che si sono rivolte all'ambulatorio non risultava iscritto al Servizio sanitario nazionale, un segnale - è stato sottolineato - di quanto sia complicato riuscire ad ottenere la residenza o il permesso di soggiorno. Nel 2018 sono stati 25.000 gli utenti, di cui 12.000 a Roma. 54.417 i pasti distribuiti. 594 i volontari.

Armi italiane in Yemen. Il parlamento continua a rimandare la discussione. Un silenzio che uccide.

Today
Armi italiane in Yemen, anche oggi il parlamento ne riparla domani: "Ingiustificabile"
"La discussione di due risoluzioni sul conflitto, ferme da mesi in Commissione Esteri, è stata rinviata ancora. Grido d'allarme: "Ingiustificato, e oramai ingiustificabile". L'Italia resta a guardare (e fornisce armi) nonostante la più grave catastrofe umanitaria del mondo

Il tema non sembra essere di pressante attualità per il mondo politico italiano. Ma l'Italia c'entra, in questa drammatica vicenda. La discussione di due risoluzioni sul conflitto in Yemen, ferme da ben cinque mesi in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, calendarizzata per l’ennesima volta la settimana scorsa e poi spostata a mercoledì, è stata nuovamente rinviata. I fatti: la Commissione Esteri della Camera avrebbe dovuto finalmente discutere, e auspicabilmente votare, due risoluzioni presentate già da diversi mesi, riguardanti la situazione del conflitto in Yemen. Pochi giorni fa, in occasione del quarto anniversario dall’inizio delle ostilità, molti parlamentari hanno ricordato la più grave crisi umanitaria in corso. Ma in pratica la politica resta silente.

Un gruppo di organizzazioni, tra cui Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children Italia, si aspettava "passi avanti significativi che, ancora una volta, non ci sono stati".

Armi di produzione italiana in Yemen: silenzio ingiustificato
Lo Yemen non può più attendere. "Il conflitto in questi anni ha avuto impatti devastanti sulla popolazione civile yemenita. Decine di migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini, continue violazioni di diritti umani, crimini di guerra accertati da esperti internazionali, bombardamenti di ospedali (di pochi giorni fa l’ultimo) e strutture sanitarie al collasso, difficoltà di accesso ad acqua potabile, e l’epidemia di colera" dicono. "Sin dall’inizio del conflitto molte Organizzazioni della società civile italiana hanno sottolineato la propria preoccupazione non solo per la sua evoluzione e le drammatiche conseguenze sulla popolazione civile, ma anche sulla fornitura di armi di produzione italiana ad alcune delle parti coinvolte nei combattimenti".

"Ingiustificato, e oramai ingiustificabile" viene definito il rinvio del dibattito alla Camera dei Deputati. L'appello è chiaro: "Il Parlamento ed il Governo si impegnino affinché il nostro Paese assuma un ruolo attivo di facilitazione della fine del conflitto e non contribuisca invece alla sua continuazione con forniture militari. Mentre molti altri Paesi hanno deciso di sospendere l’invio di armamenti (Germania, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Finlandia tra tutti) l’Italia non può limitarsi ad osservare passivamente l’impatto del conflitto su centinaia di migliaia di civili yemeniti, ma deve al contrario fare scelte forti e concrete".

"Stop alle armi (anche italiane) alle parti in conflitto in Yemen"
L'appello delle numerose organizzazioni contiene un riferimento molto chiaro al commercio di armi, che lega il nostro Paese al conflitto in corso in Yemen: bisogna "imporre (in linea con le risoluzioni del Parlamento europeo del 4 ottobre e 25 ottobre 2018 e nel rispetto della normativa nazionale - legge 185/90 -, del Trattato internazionale sul commercio di armamenti e della Posizione Comune dell’Unione europea sull’export di armamenti) un embargo immediato sulle armi e la sospensione delle attuali licenze di esportazione di armi a tutte le parti nel conflitto dello Yemen, in quanto è presente un chiaro rischio di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario (come testimoniano numerosi episodi di questi ultimi mesi). L’embargo dovrebbe riguardare anche tutti i tipi di armamento presenti nell’elenco comune delle attrezzature militari e delle tecnologie di uso duale dell'Unione europea al fine di garantire che nessun arma, munizione, equipaggiamento militare o tecnologia, o supporto logistico e finanziario per tali trasferimenti sia oggetto di forniture dirette o indirette alle parti in conflitto nello Yemen". La parola passa alla politica: si spera in tempi ragionevoli. In ogni caso è già tardi.

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