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domenica 5 novembre 2017

Colazione, pranzo e cena a 3,90 euro per i detenuti. Tar: non è garantita la qualità ma non solo ...

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'articolo svela un problema presente nelle carceri italiane da anni.  Una diaria di 3,90€ non garantisce la qualità del vitto e costringe ad acquistare il "sopravvitto" per cucinare un pranzo adeguato in cella a prezzi fissati e costosi. Questo "extra" è sempre fornito dalla stessa ditta che ha l'appalto del vitto e realizza così il guadagno reale dell'appalto. 
Questo meccanismo innesca una tendenza dove peggiore sarà il vitto più sarà il ricorso a al "sopravvivo". E chi è più povero o chi non ha una famiglia a sostenerlo, come gli immigrati, resta solo un vitto di cattiva qualità.

Il Dubbio
Il Tar del Piemonte ha sospeso la gara per il servizio di mantenimento dei detenuti del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta




La diaria giornaliera prevista per garantire dei pasti di qualità per i detenuti piemontesi non è stata ritenuta sufficiente. Per questo motivo il Tar del Piemonte ha sospeso la gara suddivisa in lotti indetta dal ministero della Giustizia relativo all’affidamento del servizio di mantenimento dei detenuti e internati degli istituti penitenziari del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta attraverso l’approvvigionamento di derrate alimentari derivanti da processi di produzione a ridotto impatto ambientale per il confezionamento di pasti giornalieri completi ( colazione, pranzo e cena) ai ristretti negli Istituti penitenziari, con assicurazione del servizio di Sopravvitto. 

Il valore stimato dal bando corrisponde per un totale 24.193.104,00 Iva esclusa per un totale di 36 mesi di erogazione del servizio da parte del vincitore di gara. Una gara però sospesa – il sette settembre scorso sono scaduti i termini di presentazione – perché i giudici ritengono che la diaria giornaliera (€ 3,90 per detenuto per tre pasti quotidiani) indicata a base d’asta non fosse sufficiente a garantire una offerta di qualità, competitiva e remunerativa. 

L’udienza di merito è fissata al 10 gennaio 2018. Nel frattempo, questa sospensione, riapre la questione rimasta tuttora irrisolta del vitto e sopravvitto dei penitenziari. Sì, perché la diaria giornaliera è rimasta tale e quale a quanto ha denunciato un vecchio rapporto della Corte dei Conti, risalente al 2014, che mette all’indice il business del vitto e conseguentemente il sopravvitto. 

Se con 3 euro e 90 viene garantita la colazione, pranzo e cena a ciascun detenuto, viene da se immaginare che nessuno di loro riesca a sfamarsi con quello che offre lo Stato. Motivo per il quale i detenuti sono costretti a ricorrere al cosiddetto “sopravvitto”: gli alimenti da acquistare negli empori interni agli istituti

I prodotti in vendita sono gestiti dalla stessa ditta appaltatrice che fornisce anche i generi alimentari per la cucina. Il problema è che i prodotti in vendita hanno cifre da capogiro e non tutti i detenuti hanno la possibilità di acquistarli. 

Per capire i prezzi abbiamo l’esempio recente di un listino riportato da una lettera di denuncia dei detenuti del carcere di Secondigliano: 500 grammi di provola 4,30 euro, un chilo di banane 99 centesimi, cento grammi di prezzemolo 0,26 euro, una bottiglia di olio extravergine da un litro 4.99 euro, 250 grammi di caffè 2,70 euro, un chilo di scarole in confezioni 2,30 euro. una singola bottiglia d’acqua da un litro e mezzo va da 0,37 a 0,55 euro. E così via. I detenuti evidenziano nel prezzario anche alcuni articoli da cucina, come la bomboletta gr. 190 ( 2,05 euro) e una serie di articoli natalizi: biglietti augurali ( 1.35 eu- ro), datteri gr. 250 ( 1,49 euro) e i mustaccioli gr. 400 ( 4,50 euro). E ancora: carta igienica 10 rotoli ( 2,42 euro), l’accendino bic ( 1.02 euro).

L’istituzione del sopravvitto risale al 1920 – anno nel quale fu stabilito il Regolamento Generale per gli stabilimenti carcerari – e le ditte che si vincono le gare d’appalto per entrambi i servizi nelle carceri italiane sono 14. 

Società che però, indirettamente, vengono facilitate dai bandi stessi: uno dei criteri di selezione, come si legge nel recente bando, è il «fatturato annuo medio specifico nel settore di attività oggetto del presente appalto nel triennio 2014 – 2016». Quindi viene da se pensare che abbiano più chance le ditte che nel triennio precedente abbiano regolarmente svolto rapporti analoghi con gli enti pubblici. 

Da anni i detenuti segnalano che i prezzi sono troppo cari, e da anni i volontari che provano a fare una verifica nei supermercati della zona hanno verificato che i prezzi interni al carcere sono uguali a quelli dei negozi. Apparentemente quindi sembrerebbe che il costo del ‘ sopravvitto’ rispetti l’ordinamento penitenziario, il quale recita: «I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto». Ma non è esattamente così. La regola dell’ordinamento è vecchia e andrebbe aggiornata. Era l’epoca in cui non esistevano i discount, e i prezzi erano accessibili. Oggi, soprattutto con la crisi economica, molte persone non possono permettersi di fare spesa nei negozietti e quindi ricorrono ai discount, oppure fanno acquisti nei mercati a Km zero dove hanno tagliato i costi del trasporto e distribuzione. 

Ma per i detenuti non è così. Per loro vale la dittatura del prezzo unico e ciò crea malumore all’interno delle carceri. Soprattutto quando c’è un gran numero di detenuti che non hanno una famiglia alle spalle, basti pensare agli immigrati. Un problema che esiste da anni. Eppure proprio grazie ad un esposto del partito radicale, nel 2011, l’allora capo del Dap aveva predisposto un’indagine approfondita e una valutazione attenta sui costi del sopravvitto.

Libia - Tragedia dei profughi nei campi libici: tenere alta attenzione internazionale ed interventi urgenti

Avvenire
La Libia, per più motivi, va tenuta in primo piano nell'attenzione internazionale e nazionale. Se infatti è stata salutata positivamente dall'opinione pubblica la netta diminuzione degli sbarchi sul nostro territorio, rimane aperto il problema della permanenza e del trattamento riservato ai profughi nei campi libici.



Dobbiamo esigere che si faccia tutto il possibile, anche a fronte dei consistenti interventi economici assicurati dal nostro governo, per imporre attraverso organismi internazionali dei controlli finalizzati al rispetto dei diritti umani; obiettivo che si potrà raggiungere pienamente solo con la chiusura degli attuali campi e con la costruzione di luoghi che rispondano alla tutela della dignità umana.

A tal proposito ho chiesto al Governo, in una interrogazione, cosa intenda fare per togliere la gestione dei campi alle milizie libiche e assegnarla a organizzazioni internazionali sia dell'Onu sia non governative (Ong), e se esiste un calendario in proposito. È indispensabile l'ingresso di Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e Acnur-Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) per garantire condizioni dignitose ai migranti che sono in questo momento dentro il Paese nordafricano.

Il Governo italiano va sollecitato, perché eserciti un'adeguata pressione su Onu e Ue per un'azione più efficace e perché organizzi un sistema di "corridoi umanitari" per le persone che hanno diritto allo status di rifugiato. La situazione con cui ci misuriamo richiama una precisa responsabilità della politica. Non basta accogliere, e per questo esistono numerose agenzie da quelle educative a quelle religiose, e la cultura stessa può fare la sua parte.

Coordinare tutto questo è compito della politica. E in particolare dei politici più favorevoli all'accoglienza dei rifugiati. Essi hanno il dovere di creare le condizioni perché l'accoglienza sia fatta con la prudenza necessaria, attraverso una concreta integrazione che risolva il problema di alloggio e lavoro, contribuendo a creare un contesto di sicurezza che possa rassicurare e ben disporre tutta la popolazione perché, come ha detto il Papa, "non si può chiudere il cuore a un rifugiato e gli Stati devono essere molto aperti a riceverli" e, insieme, fare "il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare".

Se questo è vero per i Paesi di destinazione, a maggior ragione deve esserlo per quelli di transito come la Libia. La presenza internazionale nei campi profughi per il rispetto dei diritti umani deve procedere di pari passo con un'azione politica. Le speranze su un più efficace intervento internazionale sono riposte su quanto stabilito nel settembre scorso al tavolo della 72a sessione dell'Assemblea generale Onu.

In quella sede, l'inviato speciale delle Nazioni Unite nel paese africano, Ghassan Salame, si è impegnato per accelerare gli accordi per il pieno ritorno in scena delle grandi organizzazioni umanitarie. Il problema, come sappiamo, sta nell'individuare l'interlocutore libico che possa assicurare un'efficace stabilizzazione.

Per questo è importante che accanto al primo interlocutore, cioè il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, legittimato dall'Onu, si consideri anche la possibilità di coinvolgere nel processo di pacificazione e stabilizzazione della Libia il generale Khalifa Haftar, l'uomo della Cirenaica. L'Italia in tal senso può avere, e lo sta avendo, un ruolo importante. Si potrà aprire a quel punto un percorso, con tappe ben individuate che punti alla stabilizzazione e che passi anche per la sinergia tra Onu e impegno europeo e attraverso alcune modifiche all'Accordo nazionale sottoscritto nel dicembre del 2015 a Skhirat, in Marocco da 90 componenti della Camera dei rappresentanti di Tobruk e 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli (accordo che scadrà il 17 dicembre): l'adozione di una Costituzione ed elezioni politiche.

Auspicabile sarebbe anche una missione Onu ai confini meridionali del Paese e il perdurare dell'impegno italiano con le tribù del Fezzan, Tebu e Tuareg, unito alla formazione della Guardia Costiera. Ciò che non è più accettabile è il traffico e la detenzione di esseri umani in Libia; e l'attenzione internazionale non può calare.

Ernesto Preziosi

sabato 4 novembre 2017

Turchia - A Gaziantep i bambini rifugiati siriani iniziano ad andare a scuola

TPI
Nella provincia sudorientale turca di Gaziantep, alcuni bambini siriani rifugiatisi in Turchia hanno cominciato a seguire le lezioni a scuola insieme ai loro coetanei turchi, secondo un programma di integrazione voluto dal ministero dell’Istruzione di Ankara.


Il progetto, sviluppato negli ultimi due anni, intende facilitare l’inclusione scolastica dei bambini fuggiti dalle violenze della guerra civile. Almeno 976.200 degli oltre 3 milioni di rifugiati siriani che vivono in Turchia sono bambini in età scolare.
Il maggiore ostacolo alla loro integrazione è rappresentato dalla lingua, per questo il ministero dell’Istruzione di Ankara ha provveduto a creare un progetto finanziato in parte dall’Unione europea.

Il maggior numero di bambini siriani che siedono nelle aule turche si trova nella provincia di Gaziantep, dove, nella sola scuola elementare Şehit Karayılan, si contano 625 rifugiati su 1.638 studenti

“Questi bambini diventeranno parte della nostra società”, ha detto al quotidiano Hurriyet, Buşra Erkan, un’insegnante di lingua turca della scuola elementare.

“I bambini parlano arabo a casa, perciò ci vorrà un po’ di tempo perché imparino il turco. Ma i bambini sono bambini, non importano le differenze culturali”.

Secondo il direttore provinciale dell’Istruzione, Cengiz Mete, sono almeno 38.850 i bambini siriani che stanno frequentando le scuole pubbliche della provincia di Gaziantep. Gli insegnanti impiegati in questo progetto sono 720, insieme a 61 consulenti scolastici.

Questi numeri non sono però sufficienti all’integrazione scolastica dei bambini siriani rifugiati nel sud della Turchia. “Abbiamo bisogno di altre 3.200 classi perché il numero di siriani a Gaziantep è in aumento”, ha concluso Mete.

Zimbabwe - Mugabe vuole ripristinare la pena di morte, non applicata dal 2005

Ansa
Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, si è pronunciato a favore di una ripresa delle esecuzioni capitali nel Paese dell'Africa australe dove la pena di morte è prevista dal codice penale ma non viene più applicata dal 2005. Lo riferisce il sito del quotidiano The Guardian.


"Ripristiniamo la pena di morte", ha detto Mugabe nella capitale, Harare, al funerale di un veterano della lotta per l'indipendenza dello Zimbabwe. Il controverso presidente ha ammesso che il governo è diviso su tale questione ma ha avvertito che "se sentirete che qualcuno è stato giustiziato, sappiate che il pensiero di Mugabe ha prevalso". 

Organizzazioni per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, si sono spesso appellate allo Zimbabwe affinché abolisca per sempre la pena capitale togliendo dall'incubo in cui vivono 92 detenuti nel braccio della morte. La Costituzione dello Zimbabwe del 2013 esclude la pena capitale per le donne, i minori di 18 anni e gli anziani sopra i 69.

Migranti, si continua a morire nel Mediterraneo. 23 morti, 700 salvati.

La Repubblica
Si teme che il bilancio sia più grave. Tratte in salvo 64 persone che erano cadute in mare. Solo nella giornata di oggi sono state sei le operazioni di soccorso, con il recupero di circa 700 persone. Mercoledì individuati su barcone tre sospetti jihadisti.


Palermo - Ventitre cadaveri recuperati, 64 superstiti e diversi dispersi. È il bilancio ancora assolutamente parziale di una nuova tragedia del mare nel Mediterraneo dove da qualche giorno le partenze dei migranti sembrano riprese ad un ritmo decisamente più alto del trend degli ultimi mesi.

Il gommone ormai semiaffondato è stato notato da un elicottero alzatosi in volo dalla nave militare spagnola Cantabria, che aveva appena salvato 140 persone su un'altra imbarcazione. Aggrappati disperatamente ai tubolari sgonfi decine di persone, moltissime altre in acqua. In 23, però, non ce l'hanno fatta e sono morti annegati prima che la nave spagnola giungesse sul posto per i soccorsi. Il bilancio del naufragio potrebbe essere però anche più pesante. Dalle prime testimonianze dei 64 superstiti, a bordo del gommone partito dalla Libia erano più di cento. Se così fosse, ci sarebbero anche diversi dispersi.

A dare notizia del naufragio dell'imbarcazione partita dalle coste africane e diretta verso l'Italia è stato il dispositivo Eunavformed a cui appartiene la nave che ha partecipato ai soccorsi che sono stati coordinati dalla centrale operativa della Guardia costiera di Roma che oggi è stata impegnata nel dirigere le operazioni di soccorso di altri sei barconi avvistati. Circa 700 le persone recuperate grazie anche all'aiuto delle poche navi delle Ong rimaste in zona Ricerca e soccorso.

Un'altra nave spagnola della Proactive Arms ha recuperato prima cento migranti a bordo di un gommone ed è poi intervenuta in extremis per soccorrere un grosso peschereccio in legno con due ponti sul quale erano ammassate 312 persone. "Il ponte in alto stava per cedere - raccontano - li abbiamo salvati per miracolo".

Duemila i migranti salvati solo questa settimana a cui devono aggiungersi gli arrivi dei cosiddetti "sbarchi fantasma", quasi tutti cittadini tunisini approdati tra Lampedusa e le coste dell'Agrigentino. La più parte di queste imbarcazioni sono state intercettate dal dispositivo messo a punto dal Viminale nelle ultime settimane dopo l'allarme partito dai sindaci di Lampedusa e da Pozzallo.

Un nuovo flusso che il ministero dell'Interno monitora con attenzione per il rischio che tra i migranti possano infiltrarsi elementi a contatto con organizzazioni terroristiche. Un timore confermato dal ministero dell'interno di Tunisi che ha dato notizia che tra i 94 migranti bloccati mercoledì a bordo di barcone partito dalla Tunisia e diretto verso le coste italiane c'erano anche tra sospetti jihadisti. Uno "era stato sottoposto a indagine per legami con terroristi di un paese confinante e un secondo aveva subito delle perquisizioni". Dal Ministero hanno inoltre spiegato che "i tre non volevano consegnarsi ai soccorritori della Guardia costiera minacciando di gettarsi in mare".

venerdì 3 novembre 2017

Egitto. Le omissioni di Cambridge e gli interessi di Roma: su Regeni zero verità

Il Manifesto
L'ex premier Renzi e inchieste giornalistiche chiedono conto all'ateneo britannico delle reticenze sul caso Regeni. L'università risponde: "Pronti a collaborare". La Procura manda la terza rogatoria, ma a preoccupare sono i tentativi di sviare l'attenzione da al Sisi, con cui la Farnesina continua a fare affari. 

Mentre in Italia l'ex primo ministro Renzi chiedeva conto delle "bugie" dell'università britannica di Cambridge e le agenzie rilanciavano l'inchiesta di Repubblica sul ruolo della tutor di Giulio Regeni, Maha Abdelrahman, al Cairo l'ambasciatore Cantini passava dall'incontro con il ministro della Cooperazione internazionale Nars a quello con il ministro dell'ambiente Fahmy.

Il rappresentante della Farnesina ha discusso di investimenti comuni sul piano della cooperazione (con un progetto di due milioni di euro a favore di studenti svantaggiati) e sul piano dell'ambiente (con il via alla terza fase del programma di cooperazione ambientale, 3 milioni di euro), parlando del "contributo che le imprese italiane possono dare nell'ambito" di agroindustria e demografia,

Il governo italiano, dunque, prosegue spedito nel miglioramento dei rapporti diplomatici e economici con l'Egitto del presidente-golpista al Sisi. Non ha avuto dubbi sulla necessità di rinviare l'ambasciatore al Cairo il 14 agosto scorso. Ma ne ha con le reticenze di Cambridge. Che ci sono e sono innegabili, come però è innegabile che Giulio sia stato ucciso al Cairo, dalla macchina repressiva del regime, e non in un ateneo inglese.
Di certo la superficialità con cui il giovane ricercatore è stato inviato in Egitto ha impedito una sua maggiore protezione. La ricerca, scriveva ieri Repubblica citando conversazioni di Giulio con i genitori (che dimostrano le sue preoccupazioni), era stata suggerita alla tutor Abdelrahman, egiziana e oppositrice del regime. Viene da pensare che le indagini sul terreno di Giulio le fossero utili per lavori propri. Era dunque consapevole del pericolo che una figura come Regeni potesse correre, esposto com'era dalle domande e le interviste che conduceva.

Le ombre ci sono e il silenzio di ferro finora adottato sembra volto a evitare problemi legali all'ateneo: non caso la Procura di Roma ha chiesto con una terza rogatoria alle autorità giudiziarie della Gran Bretagna non solo l'audizione della professoressa, ma anche quelle degli studenti dell'ateneo transitati per la stessa tutor e per Il Cairo dal 2012 al 2015. Il team investigativo guidato dai pm Pignatone e Colaiocco ha chiesto inoltre i tabulati telefonici, mobili e fissi, della professoressa tra il gennaio 2015 e il 28 febbraio 2016.

Quanto Abdelrahman ha condizionato la ricerca di Giulio, diretta a indagare il più generale tema economico, per poi focalizzarsi sui sindacati indipendenti, tema caldissimo nell'Egitto post-golpe? Ha definito lei le domande da porre agli intervistati? Giulio le consegnò i risultati della ricerca quando la vide al Cairo il 7 gennaio 2016, fatto che Abdelrahman continua a negare ma che emerge dalle mail di Regeni ai genitori? Questo la Procura vuole sapere.

Ieri un portavoce di Cambridge ha detto che Abdelrahman "ha ripetutamente espresso la sua volontà di collaborare appieno con i procuratori italiani" e di non aver ancora "ricevuto una richiesta formale per la testimonianza". Eppure questa è la terza rogatoria. Ad emergere è il comportamento privo di prudenza, dettato dall'approssimazione dell'ateneo e dall'interesse accademico personale della tutor. Ma a far paura è il modo in cui le omissioni - gravi - di Cambridge vengano usate per spostare l'attenzione dal vero responsabile politico della morte di Giulio. Anche sminuendo, come fa Repubblica, la figura della tutor che non vanterebbe "esperienze accademiche né di lungo corso né di particolare spessore". Gli autori citano un suo pamphlet pubblicato con la "piccola" casa editrice Routledge. Che però è il primo editore al mondo per articoli accademici nelle scienze sociali e umanistiche. Un'altra superficialità.

di Chiara Cruciati

Migranti, in Grecia minori in condizioni intollerabili: appello da Stoccolma

Redattore Sociale
Nelle isole di Lesbo, Samos e Chios, i centri sono sovraffolallati. I minori finiscono anche in strutture detentive. Melandri (Unicef): "Misure non giustificabili". Fillet (Ens): "Proteggerli è un dovere, nel ricordo di Alan Kurdi". Schininà (Oim): "Condizioni di accoglienza hanno ripercussioni sulla salute mentale".


Stoccolma – Sono arrivati in Europa da soli, e ora vivono in condizioni al limite. In centri non idonei e sovraffollati, come gli hotspot, dove con l’arrivo dell’inverno, la situazione non potrà che peggiorare. Specialmente nelle isole, in cui già si vive in modo precario da mesi. 

A lanciare l’allarme sulla condizione dei minori migranti nei centri di detenzione in Grecia sono state le organizzazioni umanitarie, riunite a Stoccolma per il convegno “Migrant children and young people, social inclusion and transition to adultood”, una due giorni organizzata dall’European social network, per fare il punto sulla situazione dei minori migranti in Europa. 

Secondo i dati in Grecia ci sono circa 18.500 bambini nei centri di accoglienza per rifugiati, di questi 2.500 sono minori non accompagnati. I posti dedicati sulla terraferma sono poco più di mille, mentre circa 1650 si trovano in centri di detenzione, negli hotspot, nelle aree di sicurezza. Da settembre, infatti, il numero degli arrivi nella penisola ellenica è aumentato, e la situazione è diventata critica specialmente a Samo e Lesbo, dove oltre ottomila persone sono detenute in hotspot che hanno la capienza massima di 3000 posti. Il governo ha annunciato l’imminente trasferimento di circa duemila persone sulla terraferma, ma in queste ultime settimane, in particolare a Lesbo, sono aumentate le proteste dei migranti, che denunciano le condizioni deprecabili in cui sono costretti a vivere.

Un appello internazionale contro la detenzione dei minori migranti. “La detenzione dei minori migranti non è mai giustificata, o giustificabile, neanche con scusanti che tirano in ballo i principi di custodia e prevenzione. Bisogna lanciare un appello a livello internazionale per dire forte e chiaro che la situazione che si sta vivendo in Grecia è inaccettabile. I bambini non devono stare in centri detentivi, le alternative ci sono, sempre”, sottolinea Lucio Melandri, senior emergency manager di Unicef, che si dice preoccupato anche per la situazione dei centri in Libia. 

“Il problema per i minori migranti, inizia da lontano: innanzitutto dovremmo riuscire a prevenire che partano affidandosi ad organizzazioni criminali, cosa che invece avviene il più delle volte, perché in seguito alle politiche di sicurezza, all’associazione che troppo spesso si fa tra migrazione e potenziale terrorismo, tutti i paesi membri, e non solo quelli europei, hanno eretto muri, che favoriscono i cacciatori di migranti. 

Più si erigono barriere, più si incentiva il business delle organizzazioni criminali - spiega -. Se non riusciamo a prevenire questo, dobbiamo almeno garantire una reale protezione quando i minori arrivano qui: e questo non significa solo fornire cibo e un letto ma guardare a percorsi che tengano conto del miglior interesse per questi bambini. E cioè lavorare sull’inclusione, sull’inserimento nel mondo lavoro, sul tutoraggio. 

Più lasciamo questi ragazzi parcheggiati nei centri, più finiranno nella parte oscura dell’immigrazione. In particolare – aggiunge Melandri -. Quando i minori vengono messi in centri di detenzione, soltanto per il fatto di essere migranti, aumenta esponenzialmente il contatto con le organizzazioni criminali, che possono portare a situazioni ad alto rischio sociale”. 

 Come spiega Alfonso Montero, policy director dell’European social network, molti minori soli vengono presi in custodia dalle forze di polizia, e in assenza di alternative, vengono sistemati in centri detentivi. Questo li pone in una condizione di “vulnerabilità” che richiede il massimo dell’attenzione. In apertura dei lavori che hanno visto la partecipazione di 170 delegati di 22 paesi (rappresentanti politici, operatori sociali, direttori di ong, accademici), Christian Fillet, presidente dell’Esn, ha ricordato l’immagine simbolo del piccolo Alan Kurdi, che nel 2015 ha scosso le coscienze. 

Ora, sottolinea, bisogna pensare a come supportare questi bambini: “l’integrazione è l’obiettivo, i servizi sociali sono la chiave. Fondamentale è pensare al loro accompagnamento in ogni fase della vita”. “Dobbiamo mettere i bambini al centro del nostro agire, molti minori scompaiono una volta arrivati in Europa – aggiunge Anna Maria Corazza Bildt, europarlamentare svedese di origine italiana -. In questo momento la situazione della Grecia è terribile, in particolare a Lesbo. 

Dobbiamo sostenere il paese pensando innanzitutto a come mettere in sicurezza i minori che vivono nei centri”. Il problema secondo Bildt è l’accoglienza, ma anche la narrazione che si fa sul tema e che risente sempre più del vento xenofobo che soffia dalle destre. “Non tutti gli stati hanno messo in campo i principi di solidarietà nell’accoglienza dei richiedenti asilo – aggiunge – Dobbiamo, invece, unire le forze per proteggere i minori che oggi sono vittime di violenza non solo in Europa, ma anche nei campi in Libia”.

Le condizioni di accoglienza influiscono sullo sviluppo dei minori, il rischio dell’abuso di alcol o droghe. Mettere i minori in centri di accoglienza non ideonei, come gli hotspot, influisce negativamente sulla loro crescita, ha ricordato Guglielmo Schininà responsabile dei servizi di Salute mentale dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). “Le condizioni di accoglienza, specialmente nei casi di detenzione amministrativa, determinano negativamente la salute mentale dei bambini” spiega. 

Elonora Camilli