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giovedì 3 agosto 2017

Giordania, abolita la legge che salva gli stupratori che sposano le loro vittime

La Stampa
Soppresso il famigerato articolo 308 che permetteva agli uomini di evitare il processo. Ora la nuova regola dovrà essere approvata dalla Camera alta e controfirmata da Re Abdullah

La Camera Bassa del Parlamento giordano ha abolito il famigerato articolo 308, che permetteva agli stupratori di evitare il processo se sposavano la loro vittima. Ora la nuova legge dovrà essere approvata dalla Camera alta e poi controfirmata da Re Abdullah, ma il percorso ormai è scontato. Le organizzazioni per i diritti umani segnano così una importante vittoria.

Il governo soddisfatto
L’abrogazione è passata all’unanimità e all’annuncio del presidente della Camera Atef Tarawneh è scattato un lungo applauso, con i deputati in piedi. Fuori dall’aula i manifestanti, moltissime donne, hanno esultato e si sono abbracciati. Il primo ministro Hani Mulki si è congratulato con il Parlamento: «Ringraziamo tutti, quell’articolo era contro i nostri valori».

Negli altri Paesi arabi
Dopo i passaggi istituzionali l’articolo 308 sarà cancellato dal codice penale della Giordania. Le leggi pro-stupratori erano una volta la norma nei Paesi arabi e resistono ancora in molte nazioni con un codice penale laico, come Libano, Algeria, Iraq, Kuwait, Libia, Siria. In Tunisia, Marocco, Egitto norme di questo tipo sono state invece già abolite.

La gioia degli attivisti
«Questa è una vittoria per le donne e il movimento dei diritti umani in Giordania», ha commentato Salma Nims, segretario generale della Commissione giordana per le donne. La legge è stata approvata anche dai partiti vicini ai Fratelli musulmani, che l’hanno considerata «contraria alla Sharia e all’Islam».

I delitti d’onore
Resta però la piaga dei «delitti d’onore». L’anno scorso ci sono stati 36 casi di omicidi con vittime donne, e in otto casi il movente era «l’onore» di mariti, padri e fratelli che si sono sentiti in dovere di punire con la morte un comportamento “disonorevole”. Nel 2015 i casi di femminicidi sono stati 39, 9 per motivi “d’onore”.

Giordano Stabile

Siria, "Safadi è stato giustiziato". Da un Paese senza libertà contribuì alla libertà di Internet

La Repubblica
Ingegnere informatico e attivista di origini palestinesi, aveva legato il suo nome allo sviluppo di Wikipedia, dei Creative Commons, del browser Mozilla. E lavorava a un progetto per il restauro di Palmira. E' stato ucciso nel 2015, ma solo oggi la moglie lo ha scoperto.
Bassel Khartabil Safadi
La comunità tecnologica che vorrebbe fare del web un mondo libero piange un suo esponente. Non uno qualsiasi. Bassel Khartabil Safadi, ingegnere informatico e attivista siriano di origini palestinesi, arrestato nel 2012 e considerato disperso dal 2015, è morto. "Giustiziato" proprio nel 2015, alcuni giorni dopo il suo trasferimento dalla prigione di Adra a un luogo ignoto. Dove Safadi è stato torturato dai servizi, poi ucciso. Lo annuncia su Facebook sua moglie, l'avvocatessa siriana Noura Ghazi.

Alla notizia, molti appartenenti alla comunità del software libero, compreso il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, hanno espresso il loro cordoglio, esortando a mantenere viva la memoria di Safadi. Il suo nome reta legato a un patrimonio mondiale come l'enciclopedia libera, ma anche allo sviluppo della piattaforma "araba" di Creative Commons, una rivoluzione nel mondo del diritto d'autore e nella condivisione del sapere nell'era di Internet. Per non parlare del browser Mozilla.

Safadi aveva messo il suo ingegno e il suo talento al servizio di progetti legati al concetto, tanto complesso, di libertà in Rete. Proprio lui che, nella realtà del mondo materiale, vedeva la libertà schiacciata dalla guerra civile. E' allora il sito in lingua inglese dell'emittente del Quatar al-Jazeera a ricordare il contributo di Safadi al New Palmyra Project, lanciato nel 2005 per salvare le antiche rovine, progetto divenuto ancora più importante dopo la furia iconoclasta dell'Isis che durante l'occupazione dei jihadisti della città ne ha distrutto una gran parte.

di Paolo Gallori


mercoledì 2 agosto 2017

Amnesty International: "Inviare navi da guerra in acque libiche esporrà i rifugiati a terribili violazioni"

La Repubblica
Secondo il piano del governo italiano sei unità navali potrebbero essere impiegate per collaborare con la Guardia Costiera libica nell'intercettamento e nel ritorno di migranti e rifugiati in Libia, dove affronterebbero oltraggi alla loro sicurezza e dignità.

Alla vigilia della discussione e del possibile voto parlamentare di domani, Amnesty International ha dichiarato che il progetto del governo italiano di inviare navi da guerra per pattugliare le acque territoriali libiche è un vergognoso tentativo di aggirare gli obblighi di salvataggio di migranti e rifugiati e di offrire protezione a chi ne ha bisogno. 

Secondo il piano del governo, fino a sei navi potrebbero essere impiegate per collaborare con la Guardia Costiera libica nell'intercettamento e nel ritorno di migranti e rifugiati in Libia, dove affronterebbero terribili violazioni dei diritti umani. Il personale militare italiano potrebbe essere autorizzato a usare la forza nei confronti di scafisti e trafficanti e, di conseguenza, migranti e rifugiati potrebbero essere colpiti dal fuoco incrociato.

"Una tempesta perfetta". "Invece d'inviare navi per salvare vite umane e offrire protezione a migranti e rifugiati disperati, l'Italia si sta preparando a mandare navi da guerra per respingerli in Libia", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l'Europa. 

"Questa vergognosa strategia non persegue l'obiettivo di porre fine al crescente numero di morti nel Mediterraneo centrale, bensì quello di tenere migranti e rifugiati alla larga dalle coste italiane. Le affermazioni secondo cui i diritti delle persone riportate in Libia verrebbero rispettati suonano vuote alle orecchie di chi è fuggito dalle terribili violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia", ha concluso Dalhuisen. Il recente rapporto di Amnesty International "Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale" ha evidenziato che i governi europei non stanno impedendo le morti in mare e chiudono gli occhi di fronte alle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia, tra cui stupri e torture.

In Libia non esiste sistema d'asilo. La Libia rimane un paese estremamente insicuro per i migranti e i rifugiati, che vengono regolarmente uccisi, rapiti a scopo di riscatto, ridotti in schiavitù, costretti ai lavori forzati e sottoposti a stupri e altre violazioni dei diritti umani. 

In Libia non esiste alcun sistema d'asilo per chi ha necessità di protezione e l'ingresso e la permanenza irregolare sono considerati reati per i quali automaticamente è previsto il carcere, motivo per cui migliaia di persone si trovano nei centri di detenzione.

Siria: migliaia rifugiati dal Libano possono tornare

AnsaMed
Dopo battaglia di Arsal, al via seconda fase accordo Hezbollah
Migliaia di rifugiati siriani al confine tra Siria e Libano possono tornare in Siria, secondo quanto affermano le autorità libanesi citate dai media di Beirut.


Il ministro degli esteri libanese Gibran Bassil ha fatto riferimento al ritorno di circa 9mila "ospiti" siriani rimasti per anni sull'altopiano frontaliero di Arsal, teatro nei giorni scorsi di una battaglia tra miliziani di Hezbollah e loro rivali qaidisti.

L'accordo raggiunto tra le parti prevede, dopo la resa dei qaidisti sconfitti e la loro evacuazione di Arsal verso la regione siriana di Idlib, lo scambio di salme dei rispettivi combattenti avvenuto nelle ultime ore e, a partire dai prossimi giorni, il trasferimento di migliaia di rifugiati dall'altopiano di Arsal al Qalamun siriano, dall'altra parte del confine.

Centrafrica, cristiani e musulmani insieme per evitare il massacro

La Stampa
Parla il vescovo di Bangassou assediato nella cattedrale che ospita 2100 islamici minacciati da milizie cristiane. «Solo l’accoglienza reciproca e il dialogo ci potranno salvare»


«Da noi ormai vige la legge “occhio per occhio” e in breve tempo, se continua così, saremo tutti ciechi». È un appello disperato quello che lancia il vescovo comboniano di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre Muños, raggiunto al telefono da Vatican Insider nel corso di una delle sue regolari visite ai campi profughi disseminati nella sua diocesi. La sua cattedrale è ormai cinta d’assedio da mesi e a minacciare di morte tutti gli oltre 2mila musulmani che lui ha scelto di ospitare, sono qualche centinaio di sbandati affiliati alle milizie cristiane anti-Balaka.

«Siamo letteralmente in ostaggio, in ginocchio, terrorizzati da quattrocento ragazzi armati molto violenti e crudeli. Sono stato testimone di numerosi atti efferati che posso senza dubbio giudicare crimini contro l’umanità. Ho visto bambini lanciati in aria e colpiti, una crudeltà che ha dell’incredibile. Delle undici missioni della mia diocesi, tre sono in mano delle truppe anti-Balaka e una è ostaggio di un’altra formazione. La cattedrale è circondata, hanno vietato che arrivino acqua e cibo, hanno minacciato tutti i commercianti che vendono prodotti alimentari nei pressi della chiesa. Il 13 maggio, le zone islamiche della città sono state abbandonate dalle forze Minusca (Missione Onu in Centrafrica) e immediatamente attaccate dalle milizie cristiane. Noi abbiamo così deciso di aprire le porte della cattedrale e ospitarli tutti, e siamo andati a prelevarli direttamente per evitare un massacro. Al momento ci sono 2100 musulmani, tra questi, moltissimi bambini. Ma l’assedio dura da oltre due mesi e la situazione sta precipitando».

Non sono solo i musulmani a essere terrorizzati…
«No, qui ormai il terrore è trasversale: al momento le parlo da un campo di sfollati non musulmani mentre stamattina ho fatto visita a un campo di musulmani. La gente non ne può più, il 50% della popolazione è fuggita e ha superato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove, peraltro, la situazione è molto instabile. Non sono solo le varie milizie cristiane o musulmane a fare paura. Molta gente, in realtà, teme di più i soldati della Minusca».

Quelli che dovrebbero garantire la pace?
«Sì proprio loro. Il contingente è formato da giovani marocchini, tutti musulmani. Si tratta di una forza inefficace se non dannosa. Non penso sia sensato inviare in un Paese dove c’è una radicalizzazione etnico-religiosa un contingente interamente musulmano, non credo si trovi nella migliore posizione per fare mediazione tra due fazioni al momento così ostili. I nostri concittadini sono ormai il bersaglio incrociato di varie entità, incluse le truppe Onu. È una specie di “tutti contro tutti” che peggiora una situazione già sull’orlo del baratro».

Il complesso quadro della situazione, in cui è ormai difficile distinguere chi combatte contro chi e le appartenenze entico-religiose, è ben rappresentato da un terribile episodio avvenuto poco più di una decina di giorni fa, che ha innescato un domino di reazioni molto violente. Lo scorso 21 luglio alcuni soldati anti-Balaka (cristiani) hanno rapito una ragazza di fede islamica incinta e un gruppo di giovani musulmani, in risposta, ha sequestrato le famiglie di due operatori della Caritas, in tutto una trentina di persone. La Minusca (come detto, interamente formata da islamici) è intervenuta riuscendo a liberare tutti e i giovani estremisti, furibondi, si sono diretti verso la cattedrale (che offre rifugio a migliaia di musulmani ma che è assediata da truppe cristiane) cercando di appiccare incendi e distruggendone varie parti. La tensione è salita ulteriormente e alcuni effettivi della forza Onu hanno reagito seminando il terrore in città e uccidendo anche civili inermi.

Poco più di un mese fa è stato siglato a Roma un accordo di pace tra le varie fazioni in conflitto…
«Sì ma purtroppo per il momento non funziona per niente. Alcuni dei giovani appartenenti alle milizie probabilmente non hanno neanche saputo dell’accordo. Continua a esserci una enorme dose di violenza che porterà tutti noi alla cecità. Forse l’accordo di Sant’Egidio un giorno sarà efficace, lo speriamo tutti. Per il momento nessuno dei gruppi armati ci crede davvero. Due formazioni, peraltro, quella di Noureddine Adam, sostenuto dal presidente del Ciad, che opera nel nord, al confine settentrionale con il Ciad, e l’Upc di Ali Darass, una milizia molto violenta in gran parte composta da una etnia nomade, non lo hanno neanche firmato».

Che cosa spera che succeda da ora in poi?
«Concretamente credo che il governo debba immediatamente inviare qui un prefetto militare che prenda il potere totale e faccia capire che lo Stato, a differenza di quello che ormai credono tutti, non è assente. Inoltre spero che al più presto cambi la composizione delle truppe Minusca, che vengano, come sembra, militari dal Gabon, dal Bangladesh, dal Ruanda. Per quanto riguarda i marocchini spero che vadano via al più presto: mi creda, al momento sono detestati e di poco aiuto.

Fino alla fine, però, continueremo a ripetere che con la pace si vince tutto, con la guerra si perde tutto. Da anni vediamo sangue sparso ma non cesseremo mai di lanciare un appello alla fratellanza, al dialogo. Non sono solo le armi a essere “armate”, anche i nostri cuori e dobbiamo fare di tutto perché si disarmino al più presto. Le gente vuole vivere in pace e noi questo chiediamo al Signore, senza distinzione tra religione, etnia o stato sociale».


Luca Attanasio

martedì 1 agosto 2017

Nel campo dei bambini dell’Isis orfani dei jihadisti e senza patria

La Stampa
A 55 chilometri da Raqqa vivono con le madri vedove dei foregin fighter. Dopo l’indottrinamento a 11 anni doveva cominciare l’addestramento militare



Ziad sbuca dalla tenda che chiude la porta della sua casupola nel campo profughi di Ain Issa, 55 chilometri a Nord di Raqqa. Ha tre anni, i capelli lunghi fino alle spalle, castano chiari, e occhi che guardano dritti verso il nuovo mondo. Da meno di due mesi vive in questa distesa di ghiaia bianca infuocata, dove le tende in pieno giorno si trasformano in forni. Ziad e un’altra decina di bambini se ne stanno un po’ in disparte, nella casetta in muratura, accanto a quella dell’amministrazione. Sono i «bambini dell’Isis», nati nel Califfato, figli di combattenti stranieri e spose della jihad, senza patria e senza padri, tutti morti o fatti prigionieri. 

Dietro la tenda c’è una porta in metallo e le quattro mura assomigliano a una prigione. Ci sono tre donne in rigoroso niqab nero, con la veletta sul naso. Gli sguardi bastano a raccontare molto. La fine di un’utopia folle e sanguinaria che ha trasformato in vittime anche i suoi seguaci, a partire da donne e bambini. La mamma di Ziad è una libanese di 25 anni, Nur al-Hoda. Il padre, tunisino, si è consegnato ai combattenti curdi all’inizio dell’assedio di Raqqa, assieme a due compagni e alle famiglie. Ora sono in un limbo, in attesa di poter tornare in patria, con i figli che non hanno una nazionalità.

Un piccolo esercito
I bambini del califfato, che hanno visto la luce sotto i tre anni e passa di regno di Abu Bakr al-Baghdadi, sono centinaia di migliaia, e forse diecimila quelli nati dai foreign fighters. Al campo di Ain Issa se ne stanno per i fatti loro isolati. I segni del trauma della guerra sono evidenti. Lo sguardo duro, l’aggressività fra di loro, la diffidenza verso lo «straniero». «Cercavamo il Paradiso in terra e abbiamo trovato solo il male». A parlare è Kaddouja Homri, tunisina di 29 anni, la leader del piccolo gruppo: «Quelli volevano soltanto tre cose: l’imarat, l’argent e les femmes», cioè il potere, i soldi e le donne. Quelli sono i capi dell’Isis, una «mafia» formata dagli sceicchi della tribù locale degli Shawir e dagli emiri stranieri, maghrebini, iracheni e del Golfo.

Kaddouja parla un francese fluente, imparato «chiacchierando su Skype con le mie cognate in Francia». Per definire l’Isis però usa una parola araba, Daula, cioè lo «Stato», perché nel califfato l’Isis era semplicemente lo «Stato». È una scelta significativa. Potrebbe usare il dispregiativo Daesh, ma non lo fa. Kaddouja è arrivata in Siria nel 2013 con suo marito, «professore di matematica». Tutti e due nati e cresciuti a Tunisi ma «senza il sogno di un avvenire». La «rivoluzione» siriana diventa il loro orizzonte: una società islamica giusta e «uguale per tutti». Abu Baraka, il marito, si unisce subito all’Isis e tutti e due si trasferiscono ad Aleppo, dove nasce la loro figlia Baraa. Daula, lo «Stato», controllava allora «quasi tutta Aleppo ma poi sono cominciati gli scontri con Ahrar al-Sham e Jyash al-Khor, l’Esercito libero siriano». Abu Baraka muore in battaglia e Kaddouja si ritrova da sola nel califfato nascente.

Raqqa, invece, è appena stata conquistata e trasformata in capitale ed è lì che Kaddouja viene trasferita. «Ci tenevano segregate al Panorama, un grande albergo. C’era un’emira, marocchina, Um Adam, a dirigere tutto. Ci controllava, picchiava, e decideva tutto per noi, anche chi dovevamo sposare, il nostro primo compito era dare figli al califfato». Kaddouja, tramite un’amica, riesce a risposarsi con un altro combattente tunisino e insieme hanno tre figli: le piccole Sajada e Aysha, e Daoud, un anno appena, il maschio. Al Panorama ci sono anche due italiane. Una nata da genitori maghrebini, un’altra, Silian, con padre italiano. «Ora sono scappate a Mayadin - racconta Kaddouja - i capi di Daula sono tutti là assieme agli “immigrati” e le famiglie».

A Raqqa è rimasto soltanto «il wali, il governatore della provincia, Abu Loqman Shawir, della tribù locale». Ma dentro la città vecchia, nascosti dentro i tunnel, ci potrebbero essere ancora «migliaia» di combattenti. E migliaia e migliaia di civili, compresi tantissimi bambini. «Daula controllava tutto, ed era interessantissimo ai bambini. C’erano scuole private, al costo di 4 mila lire siriane (8 dollari) al mese. Tutto era sorvegliato, prepararsi alla jihad era la prima cosa, poi lo studio del Corano, poi matematica, arabo, ma anche inglese e francese. C’erano anche le scuole normali, dove andavano i locali, ma sempre con lo stesso programma». La realtà delle scuole del califfato è però ben diversa. I bambini non imparano nulla, se non la preparazione ideologica alla jihad.

A poche decine di metri dalla casupola dei figli dei foreign fighters c’è la tenda della famiglia di Ahmad Ahmad, 42 anni, piccolo commerciante del quartiere di Al-Jalah a Raqqa. Ahmad è fuggito un mese fa dai combattimenti, ha cinque figli, il più piccolo di tre anni. Nessuno di loro è in grado di leggere e scrivere. «Daesh all’inizio sembrava debole, poi ha conquistato Raqqa in due ore, non ci potevano credere. La prima cosa che hanno fatto è stato chiudere le scuole e arrestare tutti gli insegnanti che non si adeguavano alle loro idee. Potevi mandare i figli solo nelle loro madrase. Io sono riuscito a tenerli a casa. Meglio analfabeti che educati in quel modo, a uccidere».

L’indottrinamento
L’Isis «stava sempre addosso ai bambini, a quattro anni cominciavano “i corsi” per imparare “il vero islam”, a partire da 11 anni li portavano nei loro campi, per prepararli alla jihad e insegnarli a sparare, le famiglie hanno lottano per tenerli con sé, ma non tutti ce l’hanno fatta». 
Molti bambini «partivano per il fronte senza nemmeno salutare i genitori, sembravano impazziti, l’onore più grande era diventare “martiri” ma il vero martirio lo abbiamo vissuto noi padri». Fin dalla sua nascita, nell’aprile del 2013, l’Isis ha portato avanti il suo progetto di indottrinamento. Per un ex combattente, ora «pentito» e in carcere, «ancora due anni così e si formerà un esercito di adolescenti che nessuno potrà più recuperare». La corsa a liberare Raqqa, e quel che resta del califfato in Siria e Iraq, è anche una corsa contro il tempo, prima che la legione dei «bambini dell’Isis» diventi adulta.

Giordano Stabile
Inviato ad Ain Issa

La povertà non è un reato, lo dice la Cassazione, ma anche il buon senso di un’Italia solidale

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Andrea Riccardi
La povertà non è un reato. E quindi non si può colpevolizzare o, peggio, punire con una multa o addirittura con misure giudiziarie, chi vive e dorme per strada. Così ha deciso la Corte di Cassazione salvando un clochard di Palermo dall'ingiusto pagamento di una salatissima ammenda che gli aveva inflitto un tribunale sulla base di un'ordinanza del Comune. La colpa? Dormire all'aperto, riparato da cartoni.


C'è già chi parla di sentenza "buonista". Ma in realtà, oltre ad esprimere il buon senso comune, non fa altro che ripetere pubblicamente una verità che spesso amiamo nascondere: esiste anche in Italia un popolo di senza dimora, uomini e donne di diversa età che vediamo e incontriamo ogni giorno e che, a seconda delle circostanze e delle persone, suscitano reazioni diverse. 
Ignoriamo, commiseriamo, respingiamo, facciano finta di non vedere. Oppure ci fermiamo, ascoltiamo, cerchiamo di fare qualcosa là dove le istituzioni non riescono, per assenza o inefficacia.

Il secondo atteggiamento è quello vincente: lo abbiamo visto durante l'emergenza freddo dello scorso inverno, quando l'offerta di aiuto per i senza dimora ha fatto argine all'indifferenza e certamente ha contribuito a salvare tanti con una mobilitazione che non ha conosciuto precedenti nel nostro paese. Un fenomeno che dimostra tre cose: che esiste un'Italia "buona" (non buonista), che tutti possiamo fare qualcosa per chi è in difficoltà e che le istituzioni dovrebbero impegnarsi di più, visto che il "popolo" dei senza dimora in Italia non è una folla, come in altri paesi del Nord del mondo: circa 50 mila persone in tutto, in gran parte italiani, rimasti indietro per tante ragioni diverse fra loro, economiche o familiari.

Restano per tutti una domanda aperta, una ferita da sanare nella nostra società. Si può e si deve fare di più per integrarli. Anche d'estate, quando la solitudine e l'isolamento sociale, specialmente nelle grandi città, possono fare male quanto il freddo dell'inverno.

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