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martedì 2 giugno 2015

Siria: appello dei leader islamici per il rilascio di padre Mourad

Radio Vaticana
I leader musulmani della comunità, i capi del villaggio, i capi dei clan hanno stigmatizzato il rapimento di padre Jaques Mourad - il sacerdote sequestrato nella zona di Homs il 21 maggio - che era noto e apprezzato nell’area di Al-Qaryatayn, dove viveva, nel monastero di Sant’Elia. 

Padre Jaques Mourad
Così riferisce una fonte, riportata da Fides, secondo la quale i principali esponenti della comunità sunnita di Al-Qaryatayn stanno cercando in tutti i modi di aprire un canale e individuare una strada per il rilascio del sacerdote gesuita, che nel recente passato ha prestato la sua opera di prossimità, dialogo, vicinanza e amicizia verso tutta la comunità locale. 

Tuttavia, ha aggiunto la fonte di Fides, nella Chiesa locale, “per ora gli sforzi sono vani, in quanto sembra che le persone o i gruppi che lo hanno sequestrato siano estranei al tessuto sociale, etnico e religioso dell’area”. “La tempestività tra la caduta di Palmira, città vicina, e il sequestro di padre Mourad, avvenuto subito dopo - ha proseguito la fonte - lascia supporre un collegamento con lo Stato islamico. Se questo fosse confermato, non sarebbe un segnale promettente: le autorità islamiche locali non hanno influenza sull’Is. L’ipotesi circolante è che alcuni abitanti della zona, per puro odio settario, lo abbiano preso per poi consegnarlo o venderlo allo Stato Islamico”.

Padre Mourad, una vita impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso
Padre Mourad risiedeva nel villaggio di Al-Qaryatayn, nei pressi di Homs, da oltre 10 anni. Fin dal 1991 aveva contribuito a scavare per recuperare i resti dell’antico monastero di Sant’Elia, dove poi si era stabilito. Ora il monastero è chiuso. Il sacerdote, della stessa comunità monastica di padre Paolo Dall’Oglio, animava la parrocchia siro-cattolica locale, con circa 300 fedeli, promuovendo molte iniziative a livello ecumenico e interreligioso, costruendo una sostanziale armonia fra tutte le diverse componenti etniche e religiose locali. 

Negli ultimi due anni, con lo scatenarsi della guerra, la propaganda settaria si è acuita e gruppi jihadisti hanno iniziato a screditare e disprezzare i non musulmani. Nonostante il deteriorarsi della situazione “padre Jaques viveva una costante dedizione al dialogo, alla preghiera, alla riconciliazione - ricorda ancora la fonte -. 

Promuoveva il lavoro comune, la solidarietà tra le famiglie di diverse religioni, era un esempio di servizio umanitario senza etichette religiose o etniche. La sua vita era un esempio per disinnescare il settarismo”. La fonte Fides conclude la sua testimonianza spiegando che le speranze di un suo rilascio oggi “vengono solo dalla comunità locale, dalle autorità islamiche, dalle persone di buona volontà. Ma sarà difficile, in quanto non ci sono ponti con l'Is, dato che questa è una entità senza legami con la comunità sul territorio”. (M.G.)

Death Penalty Activists Say Nebraska Is The First Domino

The Daily Caller
The recent repeal of the death penalty in deeply conservative Nebraska surprised the nation, and now repeal advocates are saying this is just the beginning.

Nebraska’s legislature voted Wednesday to override Republican Gov. Pete Ricketts’ veto of a bill that would abolish the death penalty, making the home of Big Red the first red state to abolish the death penalty since North Dakota in 1973. This has given hope to repeal advocates in other conservative states that still enforce capital punishment.

Gallup polls show that in 1994, 85 percent of Republicans favored the death penalty. That number dropped to 76 percent in 2014. This coincides with the lessening up of a wave of a tough on crime mentality that swept America in the 90’s because of high crime rates.

Nebraska, in which 36 of 49 state legislature seats are Republican, voted for Mitt Romney by a wide margin in the 2012 presidential race which is why so many were surprised by the repeal effort being not only strong enough to pass but also to override a veto.


Heather Beaudoin is the National Coordinator for Conservatives Concerned About The Death Penalty. She says CCATDP, which was formally launched at CPAC in 2013, is the only national conservative group dedicated to this issue, and that their strategy is to win over fiscal conservatives and evangelicals.

“I think that the main reason that evangelicals are paying attention is because we believe in redemption,” Beaudoin told The Daily Caller News Foundation. “God has the ability to transform their lives and use them for good.”

Marc Hyden, National Advocacy Coordinator for CCATDP, travels the country trying to convince Republicans that true conservatism is about being pro-life, fiscally responsible, and having limited government, things the death penalty completely contradicts. Recent surveys have found that it is actually cheaper to imprison people for life than to execute them.

“I’m just trying to raise up new voices that are against the death penalty and let others know that traditional conservatism is completely inconsistent with the death penalty,” Hyden told TheDCNF. “If you boil it down to its lowest common denominator and ask any conservative if they support a program that doesn’t achieve its goals, may kill innocent people, and costs millions more dollars than the alternatives, nine out of 10 will say we need to repeal a program that dangerous and that broken.”

lunedì 1 giugno 2015

Juncker minaccia l'Ungheria: "Se introducete la pena di morte uscite dall'Ue"

Ticinonline
Il primo ministro Viktor Orban ha proposto la reintroduzione della pena di morte, proibita nell'Unione Europea
Budapest - Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha messo in guardia l'Ungheria, paese in cui si discute sull'introduzione della pena di morte.

"Chi introduce la pena di morte non trova posto nell'Unione Europea", ha dichiarato Juncker.
Se il presidente del Consiglio dei ministri ungherese Viktor Orban dovesse procedere all'introduzione della pena capitale, "per l'Ungheria significherebbe l'uscita dall'Unione Europea", ha dichiarato alla Süddeutsche Zeitung il presidente della Commissione europea.

Bahrein: torture ai detenuti, sei agenti di polizia condannati a cinque anni di carcere

Reuters
Un tribunale del Bahrein ha condannato sei agenti di polizia a cinque anni di carcere con l'accusa di aver torturato dei detenuti, uno dei quali è morto. 

Lo ha dichiarato una fonte giudiziaria. Gli ufficiali hanno picchiato tre prigionieri nel tentativo di costringerli ad ammettere di essere coinvolti in traffico di droga e telefoni cellulari in carcere. "Li hanno picchiati e presi a calci in testa e in altre parti del corpo", ha detto la fonte. Gli imputati avevano anche convocato il fratello di uno dei detenuti, torturando anche lui per ottenere una confessione.

Roma tre settimanali fa il brutale sgombero della "Comunità della pace" a Ponte Mammolo, rifugiati ancora in strada

Corriere della Sera
Il brutale sgombero dell’insediamento romano di ponte Mammolo chiamato “Comunità della pace”, finito anche sulle pagine del New York Times, fa sentire ancora le conseguenze, a tre settimane di distanza, nei confronti di decine di persone accampate in strada.


In quell’insediamento, su cui si è abbattuta la tanto invocata ruspa – questa volta ad opera del Comune di Roma – vivevano circa 400 persone, in buona parte rifugiati politici, molti dei quali provenienti dal Corno d’Africa. Negli ultimi tempi, vi si erano aggiunti migranti est-europei e latinoamericani nonché richiedenti asilo in transito, che non si erano fatti prendere le impronte all’arrivo in Italia per non incappare nelle maglie del regolamento Dublino III ed essere così costretti a chiedere il riconoscimento nel nostro paese.

C’erano case di fortuna, costruite a poco a poco nel corso degli anni, autogaranzia minima di sopravvivenza, un tetto sotto il quale rientrare (nel contesto di una crisi abitativa che, nella Capitale, riguarda stranieri come italiani) al termine di una giornata di lavoro, sempre cercato, a volte trovato, quasi mai pagato adeguatamente.

Come in altri casi di sgombero “si sapeva”, erano in corso negoziati e trattative informali in cui erano coinvolte le autorità comunali e le associazioni di volontariato che difendono i diritti dei rifugiati. Alla “Comunità della pace” era arrivato anche papa Francesco.

Il diritto internazionale prevede che uno sgombero, per non essere “forzato” ossia illegale, debba essere notificato a tutti gli interessati, per tempo, e che a questi ultimi debba essere fornito un alloggio alternativo adeguato.
Non è andata così, denunciano le persone sgomberate, molte delle quali hanno avuto due minuti di tempo per abbandonare l’insediamento. Altre sono uscite all’alba per andare al lavoro e al rientro hanno trovato solo macerie. Documenti personali, ricordi, vestiti, medicine sono finiti sotto la ruspa.

Decoro, degrado, allarme sanitario. Le ragioni fornite per giustificare gli sgomberi sono le solite: in fondo lo si fa per il “loro” bene. Ma dopo lo sgombero, cosa si fa per il “loro” bene?

L’intervento rapido promesso dall’assessora alle Politiche sociali Francesca Danese ha significato per alcuni una precaria ospitalità in dormitori e centri di assistenza. Un passo indietro, da una seppur precaria auto-organizzazione abitativa alla dipendenza, altrettanto precaria e in un clima di pesante ostilità.

Restano in strada, dall’11 maggio, decine di sgomberati, accampatisi nel piazzale antistante le macerie. Quali soluzioni degne e adeguate per loro?

All’orizzonte, intanto, si profila un altro sgombero: quello del centro d’accoglienza di via Scorticabove, dove si trovano attualmente oltre 100 rifugiati sudanesi. Dopo l’allarme lanciato dal presidente della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato, Luigi Manconi, l’operazione è stata rinviata a fine giugno.
Riccardo Noury

Sudan - Darfur - I ribelli aderisco a progetto di protezione dei bambini nelle zone di conflitto

MISNA
Le principali sigle della ribellione armata in Darfur hanno aderito ad un programma per la salvaguardia e la protezione dei bambini nelle zone di conflitto. Gibril Ibrahim del Movimento giustizia e l’uguaglianza (Jem), Abdel Wahid al Nur dell’Slm/AW e Minni Minnawi dell’Slm/MM hanno affermato il loro impegno al termine di un incontro organizzato dal Centro studi austriaco per la pace e la risoluzione di conflitti.
“Come parte attiva del conflitto, riconosciamo di avere delle responsabilità nella protezione dei bambini del Darfur. Ci impegniamo quindi a fare tutto quanto in nostro potere per prevenire violazioni gravi ai loro danni” si legge nella dichiarazione resa dai tre capofila della ribellione, che si sono impegnati inoltre a osservare le risoluzioni dell’Onu per la protezione dei bambini nei conflitti armati.

L’incontro è stato organizzato con il patrocinio della Missione congiunta Onu-Unione Africana in Darfur (Unamid) e il rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini nei conflitti armati (Srsg-Caac).

[AdL]

Egypte - Mahienour el-Massry militante des droits de l'Homme condamnée à 15 mois de prison

AFP
Mahienour el-Massry est lauréate du prix français Ludovic-Trarieux 2014, décerné à un avocat
L'avocate égyptienne des droits de l'Homme Mahienour el-Massry a été condamnée dimanche en appel à 15 mois de prison pour avoir pénétré dans un commissariat et agressé des policiers en 2013, a indiqué un responsable de justice.
Mahienour el-Massry
A l'annonce du jugement, la militante, dont tous les recours sont désormais épuisés, a lancé "A bas le régime militaire".

L'armée a destitué en juillet 2013 le président islamiste Mohamed Morsi, premier chef de l'Etat élu d'Egypte. Depuis, l'ex-chef de l'armée Abdel Fattah al-Sissi a été élu à la présidence, et les partisans de M. Morsi - mais aussi les militants laïcs et de gauche - sont la cible d'une violente répression.

Mme el-Massry, lauréate du prix français Ludovic-Trarieux 2014, décerné chaque année à un avocat ayant illustré "la défense du respect des droits de l'Homme", avait été condamnée en février avec deux autres personnes par un tribunal d'Alexandrie à deux années de prison, décision dont elle avait fait appel.

L'avocat de la défense Mohamed Ramadan a précisé que les accusés avaient été arrêtés au moment où ils se rendaient dans un commissariat du Caire en mars 2013 pour s'enquérir du sort d'un autre avocat qui avait été arrêté.

"Il s'agit d'une décision politique contre tous ceux qui ont appelé (à la mobilisation) du 25 janvier", 2011 qui a chassé Hosni Moubarak du pouvoir, a ajouté Me Ramadan.

Mme el-Massry avait déjà été emprisonnée sous Moubarak, et sous Mohammed Morsi.

Dans une autre affaire, elle avait été condamnée à deux ans de prison en janvier pour avoir contrevenu à une loi sur les manifestations interdisant tout rassemblement sans autorisation préalable de la police. Cette peine a été suspendue en appel.