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venerdì 22 marzo 2013

Papa Francesco, Giovedì Santo in carcere Il Pontefice celebrerà la Messa e il rito della Lavanda dei piedi nel carcere minorile di Casal del Marmo


Corriere della Sera
Roma - Papa Francesco celebrerà la messa del pomeriggio del Giovedì Santo, il prossimo 28 marzo, nel carcere minorile romano di Casal del Marmo. Lo riferisce un comunicato della sala stampa vaticana.
Papa Francesco il giorno della Messa d'insediamento in piazza San Pietro (Ansa)Papa Francesco il giorno della Messa d'insediamento in piazza San Pietro (Ansa)
Il 28 Marzo- Il Giovedì Santo, celebrerà al mattino nella basilica di San Pietro la Messa Crismale e al pomeriggio - informa il comunicato - «si recherà all'Istituto Penale per Minori di Casal del Marmo per la celebrazione della "Messa nella Cena del Singore", alle ore 17.30». «Com'è noto - sottolinea la sala stampa vaticana - la Messa della Cena del Signore è caratterizzata dall'annuncio del Comandamento dell'amore e dal gesto della Lavanda dei piedi. Nel suo ministero come Arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio usava celebrare tale Messa in un carcere o in un ospedale o in un ospizio per poveri o persone emarginate». Con la celebrazione a Casal del Marmo, «il Papa Francesco continua tale uso, che dev'essere caratterizzato da un contesto di semplicità». Le altre celebrazioni della Settimana Santa si svolgeranno invece secondo l'uso abituale, come poi renderà noto l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche. Papa Benedetto XVI aveva visitato l'Istituto di Casal del Marmo il 18 marzo 2007, celebrandovi la Messa nella Cappella del «Padre Misericordioso».

giovedì 21 marzo 2013

Italia - Slitta di un anno la chiusura degli OPG

Avvenire
Il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro della Salute, un decreto legge che contiene interventi urgenti in materia sanitaria. Con uno di questi, spiega la nota, «viene prorogata all'1 aprile 2014 la chiusura degli opg in attesa della realizzazione da parte delle Regioni delle strutture sanitarie sostitutive. Nel decreto si sollecitano le Regioni a prevedere interventi che comunque supportino l'adozione da parte dei magistrati di misure alternative all'internamento, potenziando i servizi di salute mentale sul territorio. Si prevede, in caso di inadempienza, un unico commissario per tutte le Regioni per le quali si rendono necessari gli interventi sostitutivi».

La decisione, tuttavia, non giunge inattesa. «La situazione è che il ministero della Giustizia, in particolare il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha fatto tutto quello che era nelle sue competenze – aveva spiegato questa mattina il capo dipartimento del Dap, Giovanni Tamburino -. Il passaggio alle regioni, che sono venti e hanno livelli di attuazione diversi tra di loro, sta comportando una impossibilità di rispettare il termine originario che era il 31 marzo». Ritardi che però non cambiano la sostanza della sorte degli ospedali psichiatrici giudiziari. «Tutte le regioni hanno fatto dei notevoli passi in avanti – ha detto Tamburino -. Il percorso che porterà sicuramente alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari ha già compiuto dei passi notevoli».

In Italia ci sono sei ospedali psichiatrici giudiziari: Barcellona Pozzo di Gotto (Messina, chiuso dopo essere stato posto sotto sequestro il 19 dicembre del 2012), Aversa (Caserta), Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Napoli. In totale le persone che oggi sono ancora all’interno degli Opg sono 1.215 (dato aggiornato a febbraio 2013).

È la legge 9/2012, approvata a febbraio del 2012, a fissare per il 31 marzo la data di chiusura e a stabilire che sia concluso un accordo tra le regioni e l’amministrazione penitenziaria per individuare strutture sostitutive degli Opg. Per il superamento degli Opg, la legge prevede un finanziamento di 273 milioni di euro (93 per il personale e gli altri per le strutture). All’approvazione della legge, nata da un disegno di legge presentato dalla Commissione Sanità presieduta dal senatore Ignazio Marino che nel 2011 ha visitato i 6 Opg, ha contribuito anche una grande mobilitazione della società civile riunita nel Comitato Stop Opg. Mobilitazione che è proseguita anche dopo la sua emanazione, in particolare in relazione al dibattito sorto sulle strutture sostitutive, evidenziando il rischio di un ritorno ai manicomi, nella forma dei cosiddetti mini-Opg.

Delaware - Bill repealing death penalty, sparing current death row inmates, clears Senate panel

Associated Press

DOVER, Del. — A bill that would repeal Delaware’s death penalty and spare the lives of 17 killers already on death row cleared a Senate committee on Wednesday and is heading to the full Senate for a vote.

Members of the Senate Executive Committee voted 4-2 to release the bill after hearing from both supporters and opponents.

Supporters of the bill argue that the death penalty is morally wrong, racially discriminatory, ineffective as a deterrent to violent crime and far more costly than putting killers in prison for life.

They also point to cases in other states where condemned killers have later been exonerated.

“If it happened to me ... it can happen to anybody,” said Kirk Bloodsworth, a Maryland man who was the first person in the United States freed because of DNA evidence after being convicted in a death penalty case.

Bloodsworth was convicted of killing a 9-year-old girl outside Baltimore in 1984 based on eyewitness testimony. He spent two years on death row before a retrial that resulted in a life sentence. He was later exonerated based on DNA evidence. Another man pleaded guilty to the murder in 2004 and was sentenced to life in prison.

But Lewes Police Chief Jeffrey Horvath, chairman of the Delaware Police Chiefs’ Council, said there’s no evidence that an innocent person has ever been sentenced to death in Delaware.

“The Delaware system, in the opinion of the Delaware Police Chiefs’ Council, is not broken,” Horvath said. “We have many safeguards in place, and one of finest court systems in the country.”

“We believe that the residents of Delaware have faith in our criminal justice system in deciding the fate of a murderer,” he added.

Brendan O’Neill, head of the state public defender’s office, countered that the death penalty is morally wrong, and that killers facing the death penalty often are mentally ill, poor, and victims of substance abuse.

“We do and can punish them, but we should not kill them,” O’Neill said.

Attorney General Beau Biden, whose office has sought the death penalty in several cases, issued a statement last week reiterating that he believes capital punishment is appropriate for criminals who commit “the most heinous crimes.”

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Nigeria - Al menos 45 personas murieron cuando un barco con 166 inmigrantes se hundió frente a las costas

Reuter

Afausat, de Benín, ingresada en el Centro
Médico de Bákor, tras 42 horas en el agua
- En el bote iban 166 inmigrantes a Gabón con la promesa de un trabajo

- 'Una gran ola golpeó el bote, arrancó el motor y comenzó a inundarse'

- Hasta ahora 27 personas han sido rescatadas y sigue la búsqueda


Al menos 45 personas han muerto al naufragar frente a las costas nigerianas un bote con 166 inmigrantes indocumentados a bordo que se dirigía a Gabón, según han informado testigos y fuentes médicas a la agencia de noticias Reuters.

Kive Sani, de 27 años de edad y uno de los supervivientes, ha relatado que acordó con un hombre nigeriano que le consiguiera un buen trabajo en Gabón a cambio de pagarle parte de su salario por un periodo indefinido.

Hafsat Zakare, de 13 años de edad, otro superviviente, ha indicado que la mayoría de las personas que iban a bordo del bote eran mujeres y niños de África Occidental. Las autoridades nigerianas creen que casi todas eran de Ghana.

La embarcación partió el pasado viernes de la localidad nigeriana de Oron a través del golfo de Guinea. "Una gran ola golpeó el bote y arrancó el motor, entonces comenzó a inundarse", ha dicho Zakare, que consiguió sobrevivir aferrándose a una bombona de gas vacía.

El director de la Agencia de Gestión de Emergencias Estatal de Cross River (SEMA), Vicent Aquah, ha informado de que hasta ahora 27 personas han sido rescatadas y de que el operativo de búsqueda de supervivientes sigue en marcha.

Por otro lado, un médico forense local ha revelado a la agencia de noticias británica que el pasado martes ya había 45 fallecidos a causa del naufragio, aunque este extremo carece de confirmación oficial.

Los accidentes marinos son bastante comunes en África. En 2010, un barco se hundió en un río de República Democrática del Congo dejando 138 muertos. En 2008, en un accidente similar, 35 personas fallecieron cuando su barco se dirigía desde Nigeria a Gabón.

Siria - 6 rifugiati annegati al largo di Lesbo, fra cui 3 bambini

AFP
Erano partiti dalle coste della Turchia, tre persone disperse
Atene, Sei rifugiati siriani, fra cui una donna incinta e tre bambini, sono annegati mentre cercavano di raggiungere l'isola greca di Lesbo dalle coste della Turchia: lo ha reso noto l'Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu, precisando che altre tre persone risultano al momento disperse.
Il gruppo, a bordo di un gommone, avrebbe cercato di raggiungere Lesbo il 6 marzo scorso: la Guardia costiera ellenica ha recuperato fino ad ora sei corpi, ma secondo i familiari delle vittime - che erano rientrate recentemente in Siria dalla Grecia - all'appello mancherebbero ancora tre persone.

Stati Uniti: a Guantánamo raddoppiato numero detenuti in sciopero fame, adesso sono 24

TM- News

Il numero dei detenuti in sciopero della fame nella prigione di Guantánamo è quasi raddoppiato dalla scorsa settimana, con almeno due prigionieri che sono stati ricoverati a causa della disidratazione. Il capitano Robert Durand - scrive il sito di Al Jazeera - ha confermato che oggi 24 prigionieri sono in sciopero della fame, mentre lo scorso 11 marzo erano in 15. Si tratta della protesta più diffusa finora mai resa nota nella struttura di massima sicurezza di Guantánamo, ma secondo Durand non ci sono elementi per dire che lo sciopero della fame si estenderà a tutti i 166 prigionieri, come riportato da alucni media. I detenuti accusano le guardie di maltrattamenti, di sottrazione di beni personali. (...)

mercoledì 20 marzo 2013

Corea del Nord: se questo è un uomo, Shin nato in catene negli orrori dei campi di prigionia

Il Sole 24 Ore

Campi di prigionia in Korea del Nord

“Quando hanno impiccato mia madre e fucilato mio fratello ho pensato che se lo meritavano: avevano infranto le regole del campo meditando di fuggire”. Shin Dong Hyuk all’epoca aveva 14 anni, tutti passati dentro un recinto di filo spinato.
È l’unica persona nata nei campi di prigionia della Corea del Nord che sia mai riuscita a scappare. Internate da generazioni in questo inferno a cielo aperto da dove nessuno esce vivo ci sono almeno 200mila bambini, donne e uomini ridotti a degli automi, tenuti in bilico sulla soglia della morte per fame e sfinimento, fucilati per un nonnulla, torturati fino alla fine, violentati per il sollazzo delle guardie, privati persino del più elementare conforto della nostra comune umanità.
È sconvolgente la testimonianza di Shin, al centro del documentario “Camp 14. Total control zone”, vincitore del “Festival du film et forum international sur les droits humains” di Ginevra che si svolge in concomitanza con l’annuale Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che sta infine pensando di aprire un’inchiesta per crimini contro l’umanità in Corea del Nord.
Sono settimane, queste, in cui la composta città svizzera risuona del racconto in prima persona degli abusi più atroci, per esempio lo stupro usato come arma dalle milizie stanziate nel l’Est della Repubblica democratica del Congo, dove il 23 per cento degli uomini e 30 per cento delle donne - bambine di due anni o ottuagenarie - sono stati violentati.
Ma il racconto di Shin toglie il sonno anche a chi pensava di avere già sentito tutto. “Il nostro unico scopo era seguire le regole del campo e morire. Non sapevamo nulla di ciò che c’era fuori. Sapevamo solo che i nostri genitori e i nostri nonni erano colpevoli, e che noi dovevamo lavorare duro per questo. Nessuno di noi aveva mai pensato che avremmo potuto lasciare il campo. Ogni tanto qualcuno fuggiva, spinto dalla paura di morire di fame o di essere picchiato, ma veniva subito catturato e giustiziato, divenendo oggetto dell’odio di chi aveva lasciato indietro”. Perché anche i parenti di chi cerca di scappare sono spesso torturati e uccisi, così come chi non avvisa subito le autorità se sospetta che qualcuno abbia intenzione di evadere o di infrangere il regolamento del campo.
Quando Shin vede che suo fratello ha lasciato la fabbrica di cemento prima del tempo sa bene che assentarsi dal lavoro è un errore punito con la morte. Osserva sua madre consegnargli del riso tenuto da parte: non gli resta che la fuga. Shin non perde tempo, va subito a denunciarli al suo insegnante. “Non ho pensato di fare finta di non avere visto - confessa in un primo momento - . Forse ero arrabbiato perché avevo così fame e mia madre non mi dava mai una razione in più. Ero solo un bambino”. Un bambino il cui primo ricordo, a quattro anni, è un’esecuzione, un bambino che ha visto picchiare a morte una sua compagna di classe perché aveva in tasca cinque chicchi di granturco forse rubati, che lavora da quando ha sei anni e mangia anche le ossa dei topi perché la sua razione di cibo è 300 grammi di mais al giorno e un cucchiaio di zuppa di cavolo. Non conosce altro: si è nutrito di questo per tutta la sua vita, a colazione, pranzo e cena.
Poi quello che è ormai un bel ragazzo di trent’anni dalle braccia deformate dal lavoro infantile e dalla tortura ci ripensa e aggiunge “Se non avessi denunciato mia madre e mio fratello probabilmente mio padre e io non saremmo sopravvissuti. Lo traduca questo”. Ma fare la spia non basta: il mattino dopo lo arrestano, lo torturano per otto mesi fino a quando per caso dice: “perché mi fate questo se ho denunciato i miei parenti?”.
Si scopre così che l’insegnante non aveva riportato la delazione. Shin viene trascinato in una cella dove c’è un vecchio carcerato che gli cura le ferite infettate e lo aiuta a non morire. “Era la prima volta che provavo un supporto emotivo. Non sapevo che gli uomini potessero aiutarsi a vicenda, che fossero degli animali sociali” racconta, con questa insolita espressione scientifica che avrà letto chissà dove cercando di capire la nuova emozione che era entrata nella sua vita. Poi lui e il padre, che a sua insaputa era nella stessa prigione, vengono rilasciati, per essere portati ad assistere all’esecuzione della madre e del fratello.
“Non ho provato nulla, il concetto di famiglia mi era estraneo. Non sapevo che si doveva piangere, tutto quello che avevo imparato è che si doveva obbedire alle regole del campo”, racconta Shin, la cui madre era stata data “in premio” al padre dalle guardie. Nel 2004 arriva un nuovo detenuto, nelle interminabili giornate di lavoro gli racconta che fuori dal campo c’è un mondo diverso.
Non è il desiderio di libertà che spinge Shin a fuggire, ma descrizioni della carne di pollo che lui non ha mai provato, e la brama di mangiare per una volta nella vita riso fino a sazietà. Un giorno i due vedono che non ci sono guardie e si lanciano verso la recinzione elettrificata. Il nuovo prigioniero muore fulminato, il suo corpo, riverso sul filo spinato, apre un varco. Passando sopra il cadavere, pur prendendo la scossa, Shin riesce a scappare. È il 2006. “Fuori ho visto la gente ridere e girare liberamente. Non potevo credere che quel mondo esistesse”.
“Quando sono arrivato in Corea del Sud i servizi segreti mi hanno interrogato, ma sapevano già tutto quel che avveniva nei campi”. Racconta ancora Shin, che dorme tuttora per terra in un disadorno appartamento di Seul. “Si finisce in questi campi per crimini politici, per esempio per non aver anteposto la parola “compagno” al nome del comandante militare supremo Kim Jong - un o per essersi arrotolati una sigaretta con il giornale del popolo senza rendersi conto che vi era contenuta una foto del presidente eterno” spiega uno degli altri due intervistati. Sono un ex - agente segreto Nord coreano e una ex guardia del Campo 22 che ora vivono a Seul e che confermano l’inaudita realtà dei campi, spiegando con volto impassibile di avere ucciso, torturato, stuprato “per il bene della nazione”. “Dovevo solo sorvegliare i prigionieri, se mi stufavo gli sparavo”, racconta.