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lunedì 17 dicembre 2018

La Corea del Nord più vicina. Delegazione di Sant'Egidio con Marco Impagliazzo ricevuti da Kim Yong.

Faro di Roma
Una delegazione della Comunità di Sant’Egidio, guidata dal presidente Marco Impagliazzo, ha compiuto una visita in Corea del Nord nel quadro della cooperazione umanitaria e del dialogo con il Paese. 


A Pyongyang la delegazione è stata ricevuta dal Presidente del Presidium dell’Assemblea del popolo, che ha il ruolo di Capo di Stato, Kim Yong Nam. Nel corso dell’incontro Kim si è congratulato con la Comunità per l’instancabile lavoro per la pace nel mondo e per il 50° anniversario. 

Ha ringraziato per il sostegno umanitario ai bambini e agli anziani di Wonsan e Munchon e ha auspicato che la cooperazione si intensifichi in futuro anche sul campo culturale e educativo. 

Marco Impagliazzo ha illustrato al Presidente le attività della Comunità a favore degli anziani e dei bambini in vari luoghi del mondo e il recente lavoro per la pace in Africa, ha quindi assicurato il Presidente dell’intenzione di rafforzare e estendere la cooperazione nel campo umanitario e educativo e ha auspicato che i recenti passi di pace tra le due Coree abbiano successo per il bene della popolazione della penisola.
La delegazione ha anche incontrato il vice ministro degli Esteri per l’Europa, Im Chon Il (nella foto), con il quale si è intrattenuta sulle relazioni bilaterali con la Comunità e alcuni aspetti di politica internazionale per la pace.

La Comunità di Sant’Egidio, fondata da Andrea Riccardi, spesso precede la diplomazia vaticana, con la quale ha stretti rapporti.
A Pyongyang la delegazione ha reso visita alle varie associazioni cristiane presenti, quella cattolica nell’unica chiesa della città a Changchung, la Federazione cristiana di Corea e la Chiesa ortodossa russa presente nella città con due preti che celebrano nella chiesa ortodossa inaugurata nel 2006 dal patriarca Kirill.

La visita si è svolta in varie città: Pyongyang, Wonsan, Munchon, Panmunjom. Sant’Egidio sostiene da sei anni con aiuti alimentari, farmaci e attrezzature mediche l’ospedale pediatrico di Wonsan che è di riferimento per tutta la provincia di Kangwon nell’est del Paese. Il sostegno alimentare raggiunge anche più di 300 anziani in strutture statali a Munchon.

La delegazione ha avuto anche incontri con studenti e professori dell’Università di studi stranieri di Pyongyang, tra cui studenti di lingua e cultura italiana. Grande interesse è stato manifestato dai docenti e dagli studenti all’apertura di scambi culturali con la Comunità e con istituzioni culturali italiane.

A Panmunjom, lungo il 38esimo parallelo nella zona demilitarizzata che separa le due Coree, è stato ricordato il recente storico incontro tra i leader del Nord e del Sud che ha avviato una stagione di riavvicinamento segnata dalla ripresa del dialogo.

martedì 21 agosto 2018

Coree - Quelle lacrime che dopo 60 anni raccontano l'orrore della Guerra di Corea

Globalist
È la Settimana della Riunificazione: le famiglie separate dalla Guerra di Corea si incontrano per la prima volta dopo 60 anni. Non capitava più da tre anni.


Non succedeva da tre anni ma, dati i recenti sforzi delle due Coree per riprendere quantomeno un dialogo pacifico, la "settimana dell'unificazione" vede centinaia di uomini e donne, per lo più tra i 70 e i 90 anni, incontrarsi in un punto comune per rivedere, dopo lunghissimi anni, i propri familiari persi durante la Guerra di Corea, che stabilì il confine tra Nord e Sud. 

Secondo i calcoli dell'Onu, sono almeno 700mila le famiglie coreane letteralmente spezzate dalla guerra e il regime di Kim ovviamente non ha mai consentito ai suoi abitanti di scambiare informazioni con quelli del Sud, nemmeno con i propri figli, nipoti e fratelli. 

Ed è così che Lee Keum-seom, 92 anni, ha completamente perso le tracce del figlio Ri Sang Chol, 71 anni, quando questi di anni ne aveva 4. Non si vedono da allora. La donna non sapeva se il figlio o il marito, che era con lui, erano vivi, se stavano bene. 


Poi la chiamata a sorpresa dal governo: Lee Keum è tra le fortunate che potranno partecipare all'evento. E riabbracciare suo figlio, dopo 67 anni. Inutile dire che le lacrime non lasciano spazio alle parole. 

venerdì 27 aprile 2018

Storico incontro al confine tra Corea del Sud e Nord, successo degli sforzi e delle preghiere per la pace. Si allontana per il mondo il rischio di uno scontro nucleare

Corriere della Sera
Entrambi i leader erano sorridenti al momento di stringersi la mano. Kim Jong-Un ha varcato il 38° parallelo per entrare nel territorio del Sud. Poi ha invitato Moon a fare anche lui un passo al Nord. Infine, il colloquio: è durato due ore.



Il momento in cui il leader sud coreano invita Kim Jong-Un a varcare il confine tra le due coree
Fino a pochi mesi fa, erano i missili nordcoreani ad attraversare il territorio sudcoreano. Oggi è stato Kim Jong-un a varcare il 38° Parallelo per entrare nel territorio del Sud a parlare di «una nuova era di pace» con il presidente sudista Moon Jae-in. A Panmunjom hanno camminato uno verso l’altro sorridendo, si sono fermati davanti al gradino di cemento che segna la Linea di demarcazione militare che spacca la Corea in due da 65 anni. Kim ha fatto il grande passo superando il gradino della frontiera alle 9:30 del mattino ora coreana, le 2:30 di notte in Italia.



Un salto al Nord
Lunga stretta di mano tra i due nemici fermi sul confine. Poi Kim si è girato, ha indicato il versante Nord e ha invitato Moon a fare anche lui un passo, ad avventurarsi nell’altra metà della penisola divisa. Così, per un secondo, anche Moon ha restituito la visita e ha messo piede al Nord.

Pace e spaghetti
Si sono colte le prime parole. «Attraversare il confine è stata una decisione coraggiosa», ha detto Moon. «Spero che le piaceranno i noodles che abbiamo portato da Pyongyang», ha detto Kim riferendosi agli spaghetti tradizionali che saranno serviti al banchetto ufficiale. Sul registro degli ospiti della Peace House Kim ha scritto: «Una nuova pagina, la storia inizia, un’era di pace».

Uniformi storiche
Moon e Kim poi si sono incamminati verso la Peace House sul versante sudcoreano, scortati da un picchetto militare sudista che però vestiva la divisa storica dell’antico regno unito di Corea. Il primo di uno di molti accorgimenti simbolici studiato dal cerimoniale.

Guido Santevecchi - da Seul

sabato 17 giugno 2017

Corea del Nord. Detenuto americano 22enne rimpatriato in coma

Il Fatto Quotidiano
Gli Usa smentiscono Pyongyang. "La causa non è il botulismo". Secondo la versione del regime, Warmbier - condannato a 15 anni di lavori forzati - è finito in coma per un'infezione alimentare poco dopo la sentenza. Ma dalle analisi in Ohio non è emersa traccia di botulino. E il 22enne è rientrato a casa in stato vegetativo.




Qualunque sia la causa del coma in cui versa Otto Warmbier non si tratta di botulismo. Le conclusioni cui sono arrivati medici dell'University Of Cincinnati Medical Center smentiscono la versione del regime nordcoreano sulle condizioni di salute dello studente statunitense, scarcerato mercoledì scorso dopo un anno e mezzo di detenzione e una condanna a 15 anni anni lavori forzati per "atti ostili". 

La stampa di Pyongyang si è affrettata a dire che il giovane, condannato con l'accusa di aver tentato di rubare uno striscione di propaganda, è stato liberato per ragioni umanitarie.
Secondo la versione ufficiale, Warmbier, che al momento del fermo si trovava in Corea per una vacanza, avrebbe contratto il botulismo, normalmente causato da una tossina presente nei cibi, e sarebbe in un secondo momento caduto in stato di coma per l'assunzione di sonniferi. 

Dalle analisi in Ohio non sarebbe però emersa traccia di botulino. Presenta invece un danno cerebrale diffuso compatibile con un arresto cardio-respiratorio e con l'interruzione del flusso di sangue al cervello. Uno stato in cui il ventiduenne verte da circa un anno. Il tutto sarebbe infatti avvenuto ad aprile dello scorso anno, poche settimane dopo il processo di appena un'ora che gli costò i lavori forzati.
Le sue attuali condizioni sono stabili, ma Warmbier resta comunque in uno stato di fatto vegetativo e senza capire gli stimoli che arrivano dall'esterno. Ciò che i medici escludono sono però violenze nei confronti dell'ostaggio. Il che conferma quanto già avvenuto in casi analoghi. Il New York Times ne ha ricordati alcuni, precisando che le torture fisiche non sono di solito riservate ai detenuti statunitensi. Almeno così emerge dai racconti degli ultimi anni.

Dal 1996 sono stati almeno 16 gli americani incarcerati e fermati dal regime, di cui tre ancora in mano a Pyongyang. Nei loro resoconti descrivono interrogatori durati anche 15 ore, finalizzati alla confessione di ciò che il regime vuole. 

Ma ai detenuti Usa sembra essere concesso un trattamento speciale. Laura Ling, fermata nel 2009 assieme alla giornalista Euna Lee e condannata a 12 anni (furono rilasciate lo stesso anno con l'intercessione di Bill Clinton) ricorda di non essere stata mandata in un campo di lavoro. Rimase in una stanza, normale, per essere curata dall'ulcera. Anche Kenneth Bae, missionario di origine coreana, ha raccontato che gli era consentito leggere le email che riceveva dalla famiglia.
È stato anche ricoverato tre volte, a causa di diabete e problemi alla schiena. Addirittura, spiega nelle sue memorie, gli è stato concesso di poter leggere la Bibbia. Questo comunque soltanto dopo gli interrogatori e il lavoro in un campo di soia. Per Stephan Haggard, esperto di Corea al Peterson Institute for International Economics, il rilascio di Warmbier riflette la volontà di dialogo non soltanto da parte nordcoreana, ma anche statunitense.
"Gli ostaggi non vengono rilasciati per magia", scrive in un commento sul suo blog. Non a caso sottolinea gli incontri avvenuti tra Joseph Yun, inviato speciale del Dipartimento di Stato, con alcuni rappresentanti di Pyongyang. Il primo faccia a faccia c'è stato il mese scorso a Oslo, l'ultimo una settimana fa a New York. Allora gli Usa sono stati informati delle sue condizioni di salute e la Corea del Nord ha accettato di fare rimpatriare il giovane americano.

di Andrea Pira

domenica 12 luglio 2015

Corea del Nord e pena di morte, esecuzioni in aumento.

Diritto di critica
Circa 1.400 esecuzioni pubbliche a partire dal 2000, tra le vittime illustri anche lo zio del dittatore Kim Jong-un e il funzionario governativo Jang Song-Thaek. La furia del leader supremo nordcoreano, quando si tratta di minaccia alla sua leadership e di alto tradimento alla Repubblica Popolare, non sembra placarsi, nonostante gli appelli della comunità internazionale e delle associazioni dei Diritti Umani.
Attualmente, non esistono rapporti ufficiali che testimoniano la carneficina in atto. L’ Istituto coreano per l’Unificazione nazionale, finanziato dalla governo della Corea del Sud, nella sua pubblicazione annuale parla di 1.382 esecuzioni pubbliche, monitorate in un periodo di 13 anni.
Il numero, secondo interviste approfondite e dichiarazioni di alcuni disertori nordcoreani, potrebbe essere anche superiore. Il dato più alto dovrebbe riguardare il 2009, anno in cui furono fuciliate 160 persone. Ufficialmente, i media della Corea del Nord hanno comunicato due sole esecuzioni nel 2014, nessuna nel 2015 e una fucilazione nel 2009.
Tortura, detenzione e pena capitale rappresentano gli strumenti più utilizzati per soffocare il crescente dissenso nel paese. Il quotidiano sudcoreano Joongang Daily ha riferito che negli ultimi due anni migliaia di cittadini nordcoreani sono stati costretti ad assistere alle esecuzioni pubbliche, molte delle quali fucilazioni, negli stadi. 

Ciò rappresenta uno strumento, a disposizione del regime, per mantenere alto il consenso popolare, nonostante il traffico di droga e quello delle pellicole cinematografiche sia in aumento. 

Numerosi i “crimini contro il regime” e Amnesty International stima che circa 200mila nordcoreani siano in prigione. 

Un’emergenza umanitaria, della cui portata le associazioni umanitarie faticano a quantificarne l’effettiva entità, dato che la Corea del Nord non consente loro l’accesso. Il paese asiatico a nord del 38° parallelo ha lo 0,3% della popolazione mondiale, ma il 10% delle esecuzioni del globo (776 totali). Il restante numero è conteso da paesi come Iran, Iraq e Arabia Saudita, che rappresentano l’80% delle esecuzioni mondiali. Gli Stati Uniti hanno giustiziato tra il 2000 e il 2013 ben 761 persone. Atri paesi, come la Cina, rifiutano di comunicare il dato ufficiale. Dal 1996 l’Istituto coreano per l’Unificazione nazionale ha pubblicato statistiche annuali sulle esecuzioni. Il dato si basa sulle testimonianze di 221 nordcoreani, selezionati su base demografica e sul totale di 1.396 fuggitivi che lo scorso anno hanno raggiunto il sud del paese.

Alessandro Proietti

venerdì 31 ottobre 2014

Corea del Nord - Ufficiali dell'esercito condannati a morte per aver guardato soap opera alla TV

Il Sussidiario
Secondo i servizi segreti, almeno dieci ufficiali dell'esercito nord coreano sarebbero stati condannati a morte per aver guardato alla televisione delle soap opera della Corea del sud. 


Un doppio crimine dunque: aver guardato canali televisivi dei nemici sud coreani e aver guardato delle banali fiction amorose. 

Per il sanguinario regime di Kim Jong-un questo tipo di programmi induce a non credere più alla ideologia comunista che regola la vita nel paese, dunque sono strettamente vietati.
Nonostante questo internet e la diffusione di dvd clandestini permettono a sempre più nord coreani di guardare programmi televisivi vietati. 

Gli uomini ad esempio amano i film d'azione di produzione occidentale mentre le donne preferiscono le soap opera e i drammi. Recentemente un gruppo di attivisti della Corea del sud ha inviato in Nord Corea chiavette usb che permettono di guardare i programmi vietati al computer attaccaei a dei palloncini.

La Corea del Nord risponde con il carcere duro nei campi di lavoro per chiunque sorpreso a guardare programmi esteri e la pena di morte per chi li distribuisce. 

Tornando alla notizia, gli ufficiali sono stati uccisi in pubblico, allo stadio della città di Wonsan davanti a circa 10mila persone radunate appositamente per assistere all'esecuzione.

martedì 30 settembre 2014

Corea del Nord: io, ex detenuto, vi racconto com'è la vita nei campi di lavoro forzato

Corriere della Sera
"Ora muoio, ho pensato questo quando le guardie mi hanno trascinato di fronte al campo delle esecuzioni. Dopo mesi di torture e isolamento, quella mattina ho pensato che stessero per uccidermi. Solo quando ho visto mia madre con una corda al collo, pronta per essere impiccata, e mio fratello legato ad un palo, pronto per essere fucilato, ho capito che non ero io quello che stavano per ammazzare. Sono morti poco dopo. Ma in quel momento non ho provato nessuna emozione. Anzi. Ho pensato che fosse giusto così. Del resto li avevo denunciati io agli agenti".
Shin Dong-hyuk è l'unica persona nata, cresciuta e poi riuscita a fuggire da un campo di internamento della Corea del Nord.
Come tutti i prigionieri, conosceva bene le regole del Campo 14: "Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga sarà ucciso all'istante". Per questo, quando una notte sentì la madre e il fratello parlare di un piano per scappare, il suo istinto di sopravvivenza gli disse che doveva salvarsi. Tradire i suoi familiari. Fare la spia. Era il suo dovere del resto, quello che gli avevano insegnato fin dalla nascita. E forse avrebbe potuto pure guadagnarci qualcosa. Una razione in più di cibo, magari. Le cose andarono diversamente. Le guardie pensarono che avesse anche lui intenzione di fuggire. Lo portarono in cella e lì lo torturano per mesi. "A quel tempo odiavo mia madre per avermi messo al mondo in un campo di tortura. Oggi invece, se fosse ancora viva, le chiederei perdono".

La vita dentro
Fino all'età di 22 anni, nella vita e nella testa di Shin non ci sono stati la tv, internet, gli hamburger, gli Stati Uniti o la Corea del Nord. Non sapeva nemmeno se la terra fosse piatta o rotonda. La sua esistenza, da quando era nato, era solo il Campo 14. I giorni tutti uguali. Fatti di violenza e regole da seguire. "Nessuno mi aveva mai spiegato perché stessi là dentro", racconta. "Pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro. Forse per questo non ho mai pensato di fuggire".

Quando parla, la sua voce sembra non tradire nessuna emozione. Non gesticola. Sorride poco. Si muove appena. Senza fare rumore. Alla presentazione del volume sulla sua vita, a Milano, arriva un pò in ritardo. Dice al microfono che gli hanno rubato la borsa e il portafoglio. Ma non ha voluto fare denuncia. Spera di ritrovarlo. Da anni gira il mondo per raccontare la sua esperienza. Il regista Marc Wiese l'ha tradotta nel documentario Camp 14, il giornalista Blaine Harde nel libro Fuga dal Campo 14 (Codice Edizioni, 2014), diventato in breve tempo un bestseller tradotto in 27 lingue. Di fronte alla prima Commissione d'inchiesta istituita dalle Nazioni Unite per indagare sulla catastrofe umanitaria nel suo Paese le sue parole erano intervallate da lunghe pause.

A quasi 10 anni dalla sua fuga, il suo corpo è una cartina geografica dell'orrore. Le caviglie deformate dai ceppi per tenerlo appeso a testa in giù durante l'isolamento. La parte bassa della schiena e le natiche marchiate dalle ustioni. Le braccia piegate ad arco per i lavori forzati. Il dito medio della mano destra mozzato, punizione per avere fatto cadere una macchina da cucire. Il basso ventre forato dal gancio con cui le guardie l'avevano appeso sopra le fiamme, per torturarlo. Gli stinchi bruciati dal recinto elettrificato scavalcato durante la fuga.

I suoi genitori si conobbero nel gulag. Tra le baracche. I loro rapporti sessuali erano un premio cui solo i detenuti modello avevano diritto - permessi 5 volte all'anno: una ricompensa per la buona condotta. Dal loro incontro, il 19 novembre 1982, nacque Shin. Che oggi è più o meno coetaneo del dittatore Kim Jong-un. A 32 anni sono le due facce della Corea del Nord di oggi. "Una società nominalmente senza classi - ha scritto Blaine Harde - ma dove in realtà tutto dipende dal sangue e dal lignaggio".
Il primo ricordo
"Il mio primo ricordo, avrò avuto quattro anni, è un'esecuzione. Quel giorno ero con mia madre. Ci siamo infilati tra la folla, io mi sono fatto largo tra le gambe degli altri detenuti. Per raggiungere la prima fila. Di fronte alle guardie con le armi puntate, c'era un uomo legato a un palo. Per evitare che urlasse, maledicendo magari il governo nordcoreano, gli avevano riempito la bocca di sassi. Poi ricordo un paio di colpi, la morte dell'uomo e il silenzio". Al Campo le esecuzioni erano sempre pubbliche e i detenuti erano costretti a partecipare. Ma a dire la verità "spesso erano considerate un diversivo rispetto alla vita monotona che facevamo". Dei sei campi di internamento nordcoreani, dicono che il 14, quello dove è nato Shin, sia il più duro di tutti. Nascosto tra le montagne e il fiume Taedong, a circa 80 km da Pyongyang. Ma non abbastanza per sfuggire ai satelliti di Google Maps. Le strade, i campi dove avvengono le esecuzioni, le miniere e le baracche compaiono sugli schermi dei pc di tutto il mondo impuniti. Recensiti dai troll, addirittura. Zoomando un pò, Shin ha riconosciuto l'edificio dove è nato. Quello dove è stato rinchiuso in isolamento. Al 14 i detenuti scontano tutti la stessa pena: l'ergastolo. Un luogo dove "amore, pietà e famiglia erano parole prive di significato", ha scritto Harde. E dove "Dio non era né morto né scomparso, Shin semplicemente non lo aveva mai sentito nominare".

La fame e la fuga
"Era la mancanza di cibo, non la violenza, il problema più grande al Campo 14". Nel piatto di Shin, per i primi 23 anni della sua vita, ci sono state solo due cose: minestra di cavolo e pasticcio di mais. Tre volte al giorno, 7 giorni su 7. Razioni così misere che capitava di leccare la zuppa che finiva sul pavimento. "Ogni tanto chiedevamo il permesso di prendere un topo. Se la guardia ci dava l'ok, lo catturavamo e lo mangiavamo".

A volte invece si riusciva a rubare qualcosa. E i prigionieri lo ingoiavano subito, senza farsi vedere. Perché ancora una volta le regole del Campo erano chiare. "Chi ruba o nasconde cibo sarà ammazzato". Chi sgarrava finiva male. Durante una ispezione, a scuola, una insegnante trovò in tasca a una bambina cinque chicchi di mais. Le ordinò di andarsi a mettere in ginocchio di fronte alla lavagna. Poi iniziò a picchiarla con una bacchetta. I bambini, avevamo nove anni, se ne stavamo lì a guardare. La testa e il naso della ragazzina iniziarono a sanguinare. Poi crollò a terra svenuta. Shin e i compagni la portarono a casa trascinandola per le braccia. Morì durante la notte.

"Un giorno al Campo arrivò un nuovo prigioniero, il suo nome era Park. Mi raccontò di quello che stava fuori. Della Cina, del mondo, della tv. Ma soprattutto dei pasti squisiti e abbondanti che aveva mangiato quando era un uomo libero. Galline allo spiedo, carni arrostite, manzo, riso. Tutte cose che avrei potuto mangiare anche io, se fossi riuscito a scappare". La libertà per Shin iniziò ad assumere la forma di un pollo arrosto. Decise che valeva la pena provare. Il 2 gennaio 2005 i due compagni tentarono la fuga. Park finì fulminato sulla recinzione elettrificata. Shin usò il suo corpo come una sorta di messa a terra e passò dall'altra parte. Arrivò al confine con la Cina dopo mesi di viaggio. Corruppe le guardie e abbandonò il Paese. Dopo alcuni anni raggiunse il consolato della Corea del Sud e si trasferì a Seul.

Migliaia di detenuti
Da quando è un uomo libero, Shin è stato sottoposto al test della macchina della verità più volte. E il risultato è stato sempre lo stesso. Le cose che dice sono vere. "Tutto coincide con le cose che altri ex detenuti dei campi hanno raccontato", ha spiegato al Corriere l'attivista David Hawk, della Commissione Usa per i Diritti umani in Corea del Nord, che ha intervistato decine di ex detenuti e ex guardie. "Non ho mai avuto dubbi sulla veridicità della sua storia".

La vita di Shin oggi è fatta di viaggi per testimoniare l'orrore. Come quella delle sorelline Andra e Tati Bucci, bambine ad Auschwitz dal marzo 1944 al gennaio 1945. Che ancora oggi, coi capelli bianchi e le gambe instabili, vanno in giro a raccontare "perché la gente deve sapere cosa è successo, perché non accada più". Invece, accade ancora, a 21 ore d'aereo da Milano. In quei campi di cui il governo nordcoreano ha sempre negato l'esistenza. Secondo il governo sudcoreano ci sono rinchiuse 150 mila persone. La cifra sale a 200 mila per il Dipartimento di Stato americano. Chi è dentro spesso ha nessuna "colpa". Visto che "la fetta più grande della popolazione carceraria è composta dai figli o dai nipoti di detenuti", spiega David Hawk. Perché in Corea del Nord - unico Paese al mondo - esiste una legge che prevede la "Punizione per tre generazioni", istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il padre, il nonno, la nonna e due zii di Shin finirono al Campo 14: per "colpa" di due zii fuggiti a Seul ai tempi della Guerra di Corea.

Negli ultimi giorni qualcuno ha raccontato a Shin del viaggio a Pyongyang di due politici italiani. "Due parlamentari, credo, non ricordo di che partito", spiega alle persone sedute ad ascoltarlo in una piccola libreria vicino alla Stazione. "Tornati in Italia hanno detto ai giornalisti che la Corea del Nord assomiglierebbe alla Svizzera". In sala qualcuno mormora due nomi. Un signore sospira. Altri sorridono e scuotono la testa. Shin non aggiunge altro. "Sono stati ospiti di un dittatore, non del popolo nordcoreano". Ancora una volta, la sua voce e il suo volto sembrano non tradire nessuna emozione.

di Federica Seneghini

lunedì 3 marzo 2014

Corea del Nord: liberato il missionario australiano John Short

Radio Vaticana
Le autorità della Corea del Nord hanno rilasciato questa mattina John Short, missionario australiano 75enne arrestato lo scorso 16 febbraio con l'accusa di "aver distribuito materiale religioso in maniera illegale". 

Short, che vive da decenni a Hong Kong insieme alla moglie - riferisce l'agenzia AsiaNews - è arrivato oggi all'aeroporto di Pechino. Qui ha dichiarato di essere "molto, molto stanco" e ha aggiunto che per ora "intende solo riposare". Pyongyang lo ha liberato "in considerazione della sua età" e "alla luce del fatto che ha confessato i suoi crimini e chiesto scusa. Si tratta di una decisione generosa". 

Nel comunicato ufficiale della Kcna, agenzia di stampa ufficiale del regime del Nord, si legge: "John Short ha commesso atti criminali, diffondendo versetti della Bibbia nei pressi di un tempio buddhista di Pyongyang. Ha ammesso le sue attività criminali, che danneggiano l'assoluta fiducia del popolo nei suoi leader e violano i diritti indipendenti del Paese. Ma ha chiesto con onestà il perdono, e le autorità hanno deciso di espellerlo dimostrando tolleranza e in considerazione della sua età avanzata".

Al momento restano ancora nelle mani del regime guidato da Kim Jong-un altri due missionari protestanti: uno è Kenneth Bae, di nazionalità americana, condannato nel maggio 2013 a 15 anni di carcere per "atti ostili contro la nazione"; l'altro è Kim Jeong-wook sudcoreano, arrestato nell'ottobre 2013 e sparito del tutto fino allo scorso 27 febbraio, quando è apparso in una conferenza stampa per "ammettere i suoi crimini" e chiedere "il perdono dello Stato". Pyongyang ha rifiutato la richiesta di scarcerazione presentata dal governo di Seoul, ma non ha ancora annunciato per quali crimini intende processarlo.

La Costituzione nordcoreana garantisce sulla carta la libertà religiosa, ma di fatto essa non esiste nel Paese. L'unica forma di religiosità permessa dal governo è il culto della personalità del dittatore e dei suoi avi: Kim Il-sung e Kim Jong-il sono considerati delle semi-divinità da riverire, e il leader in carica Kim Jong-un il loro diretto discendente. 

A Pyongyang esistono tre chiese - due protestanti e una cattolica - ma sono ritenute una facciata per i turisti e le organizzazioni non governative. All'interno non operano sacerdoti o religiosi, ma solo funzionari delle Associazioni istituite dal governo per controllare le religioni. (R.P.)

mercoledì 22 gennaio 2014

Corea del Nord: troppi detenuti muoiono nei gulag, chiesto l'aiuto alle famiglie

Tempi
Il terribile Campo di rieducazione numero 12 ha aperto alle visite dei familiari per i detenuti, che potranno ricevere cibo e vestiti. "La maggior parte dei detenuti è stata mandata nelle miniere e sono morti in troppi". 

Per la prima volta nella storia dei gulag nordcoreani sarà permesso alle famiglie di visitare e rifornire i detenuti di vestiario e cibarie. La notizia sulla nuova politica vigente al Campo di rieducazione numero 12 è stata fornita a Radio Free Asia da un residente della provincia North Hamgyeong, ma la motivazione del cambiamento è tutt'altro che umanitaria. Il gulag situato in Hoeryung City è conosciuto per le violazioni dei diritti umani che avvengono all'interno, tra cui lavori forzati in condizioni di vita disumane, torture, pestaggi ed esecuzioni sommarie pubbliche. Di solito, vengono internati criminali violenti, violatori delle leggi sulla droga e disertori che cercano di scappare dal paese ma vengono scoperti.

Secondo la fonte, solo ai detenuti con pene superiori ai sette anni veniva ordinato di lavorare nelle miniere di rame, dove le possibilità di sopravvivere sono bassissime. "Ma dall'inizio dello scorso anno, la maggior parte dei detenuti è stata mandata nelle miniere e sono morti in così tanti che le autorità non hanno avuto altra scelta che cercare di farli sopravvivere con l'aiuto delle loro famiglie". Ora molti detenuti "riescono a sopravvivere grazie al cibo e all'acqua portato dalle loro famiglie".

Per la prima volta l'Onu sta conducendo un'indagine sulle violazioni dei diritti umani nei gulag della Corea del Nord, dove sono rinchiuse ancora oggi circa 200 mila persone. Il quadro che esce dai primi racconti ascoltati è drammatico: torture sistematiche, morti per mancanza di cibo, esecuzioni sommarie, trattamenti disumani. 

Il giudice Michael Kirby, che conduce l'indagine, non ha rivelato molti dettagli ma tra i casi più terribili che l'hanno mosso fino alle lacrime ci sono quelli di una donna costretta dagli aguzzini comunisti ad annegare il proprio figlio. Il testimone più attendibile della vita nei gulag è Shin Dong-hyuk, nato e cresciuto in un gulag, da cui è riuscito a scappare a 23 anni.

di Leone Grotti

giovedì 19 settembre 2013

Corea Nord: Onu; inferno carceri, atrocità come lager nazisti

www.tio.ch
"Atrocità indescrivibili" vengono commesse nelle prigioni del regime comunista nordcoreano, dove i detenuti sono soggetti ad abusi simili a quelli perpetrati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Lo denuncia un rapporto-shock delle Nazioni Unite che riferisce di detenuti lasciati morire di fame sotto gli occhi dei figli (reclusi con loro) e addirittura di bambini annegati. Le informazioni sugli abusi - descritte in dettaglio a margine della pubblicazione del rapporto di fronte alla commissioni dei Diritti Umani dell'Onu, a Ginevra - sono basati fra l'altro su testimonianze d'esuli nordcoreani: tra cui alcuni reduci di campi di prigionia riservati a detenuti politici, che hanno raccontato delle loro terribili esperienze il mese scorso in alcune sessioni pubbliche tenute a Seul e a Tokyo.

Pyongyang ha immediatamente negato gli abusi testimoniati nel rapporto, difeso invece dal responsabile degli inquirenti, Michael Kirby, che ha parlato di un'inchiesta indipendente. Altra documentazione è stata raccolta grazie ad immagini satellitari che hanno ripreso i campi di lavoro, veri e propri lager. Al team di osservatori non è mai stato d'altronde dato il permesso di visitare queste strutture carcerarie.

"Sono convinto - ha aggiunto Kirby ai membri del Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu a Ginevra, - che chiunque legga il rapporto rimarrà sconvolto e avrà le stesse reazioni che ebbero il generale americano Eisenhower e tutti quelli che scoprirono i campi di sterminio nazisti" alla fine della Seconda guerra mondiale. 

Le situazioni nella Corea del Nord della dinastia rossa dei Kim e nella Germania di Adolf Hitler non sono "per nulla simili", ha puntualizzato Kirby, ma le situazioni descritte nel rapporto "mi hanno fatto venire subito alla mente le immagini dei lager" nazisti.

lunedì 9 settembre 2013

NTC; esecuzioni record in Iraq e Iran e in Corea del Nord

Tm News
NTC lancia l'allarme sul numero record di esecuzioni registrate in Iran, Iraq e Nord Corea negli ultimi venti giorni. Lo indica l'ong italiana in un comunicato ufficiale, che definisce invece positiva la sospensione delle esecuzioni in Pakistan, stabilita dal primo ministro Nawaz Sharif.

Negli ultimi venti giorni, dopo la fine del Ramadan, l'Iran del nuovo Presidente Rohani ha effettuato e reso note almeno 26 esecuzioni, otto delle quali avvenute sulla pubblica piazza e una nei confronti di un ragazzo che era minorenne quando ha commesso il reato. Almeno altre sedici persone sono state giustiziate in segreto: undici a Karaj e cinque a Orumieh.

Dall'inizio dell'anno l'Iraq di Nouri al Maliki, che pare stia seguendo pedissequamente il modello iraniano anche sulla pena di morte, ha già giustiziato almeno 70 persone, 21 delle quali sono state impiccate nelle ultime due settimane. Dal 2005 a oggi, l'Iraq post-Saddam ha eseguito almeno 517 condanne a morte "legali", un trend da regime saddamita.

Con le 12 esecuzioni del 20 agosto, tra cui quella di Hyon Song-Wol, l'ex fidanzata del leader nordcoreano Kim-Jong-un, la Corea del Nord resta tra quei Paesi che fanno maggiormente ricorso alla pena di morte anche se il numero delle esecuzioni è tenuto assolutamente nascosto. Positiva invece la notizia che viene dal Pakistan, dove alla fine di agosto il premier Nawaz Sharif ha sospeso l'esecuzione della pena capitale per 468 detenuti, compresi terroristi e altri condannati a morte da tribunali militari. Sharif ha rinviato le esecuzioni capitali fino a nuovo ordine dopo essersi consultato con il Presidente Asif Ali Zardari, da sempre contrario alle esecuzioni. Questa moratoria temporanea - conclude la nota - è stata anche il frutto delle pressioni dell'Ue, che avrebbe posto questo come condizione per assegnare alle esportazioni pakistane uno stato di priorità.

giovedì 22 agosto 2013

Diritti Umani - Nord Corea, sotto lente Onu torture in carcere - Testimonianze degli ex detenuti - Croce Rossa in visita a Pyongyang

Lettera 43
Pubbliche esecuzioni e torture sono all'ordine del giorno nelle carceri della Corea del Nord: a rivelarlo la drammatica testimonianza di alcuni ex detenuti presso una Commissione d'inchiesta delle Nazioni unite, che ha aperto i lavori il 20 agosto nella capitale sudcoreana, Seul.
Prigione - Nord Corea
È la prima volta che le violazioni dei diritti umani in Nord Corea vengono esaminate da un gruppo di esperti, anche se il Paese, ora governato dalla terza generazione della dinastia rossa dei Kim, nega ogni tipo di abuso e rifiuta di riconoscere la Commissione, negando l'accesso agli investigatori.

DITA MOZZATE DALLE GUARDIE. Alcuni sopravvissuti alle carceri nordcoreane riusciti a scappare hanno raccontato di dita mozzate dalle guardie, detenuti costretti a mangiare rane e di una madre costretta a uccidere il proprio bambino.

PRESSING PER I DIRITTI UMANI. Uno di loro, Shin Dong-hyuk, imprigionato per aver fatto cadere una macchina da cucire, ha sottolineato che la commissione Onu è l'unico modo per far pressione sul regime sui diritti umani in un Paese così isolato. «Il popolo nordcoreano non può prendere le armi come in Libia e Siria e quindi questa è la prima e unica speranza rimasta», ha detto Shin.
MISSIONE DELLA CROCE ROSSA. Nelle stesse ore, il presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc) Peter Maurer è arrivato a Pyongyang. Si tratta della prima missione in Corea del Nord da 21 anni di un presidente della Croce Rossa internazionale. Maurer discuterà di una serie di temi umanitari con i funzionari di governo e della Croce Rossa e affronterà in particolare la difficile situazione delle migliaia di familiari separati dalla guerra di Corea.

martedì 30 aprile 2013

Corea de Sud i Vescovi affermano: trasformiamo i rifugiati del Nord da emarginati a fratelli

Radio Vaticana
I saeteomin "sono nostri fratelli nella fede e nella vita. Come fedeli e come Chiesa dobbiamo impegnarci, lavorare di più affinché questi esuli dal Nord si sentano accettati e possano vivere come viviamo tutti noi, con le stesse prospettive e speranze". È il senso del Messaggio firmato da mons. Simone Ok Hyun-jin, presidente della Commissione episcopale per la pastorale dei migranti e dei residenti stranieri, inviato alle diocesi coreane in occasione della Giornata per i migranti. Il Messaggio - riporta l'agenzia AsiaNews - si intitola "Migrazione, pellegrinaggio di fede e speranza", ed è indirizzato alla comunità di immigrati che vive in Corea del Sud. Nel testo mons. Ok sottolinea la necessità di cura pastorale per le nuove forme "multiculturali" di famiglia e invita i fedeli a far maturare un nuovo senso di accoglienza nei confronti dei saeteomin, i nordcoreani che scappano dal regime e cercano di ricostruirsi una vita al Sud. Questi esuli sono malvisti dalla media della popolazione sudcoreana, che li considera quasi sempre "spie del regime" e cerca di tenerli agli ultimi posti della scala sociale: "La Chiesa - scrive mons. Ok - e tutti i fedeli devono impegnarsi per fare in modo che questi nostri fratelli possano trovare una sistemazione dignitosa, allo stesso livello dei cittadini sudcoreani. Lavoriamo ancora più intensamente per questo scopo". D'altra parte, aggiunge il presule, l'accoglienza "è alla base della nostra religione. 'Ero uno straniero e mi avete accolto', dice Gesù, e allo stesso modo dobbiamo accogliere i migranti e fare in modo che i loro diritti fondamentali siano sempre rispettati. Dobbiamo impegnarci affinché queste persone vivano in Corea con orgoglio e tornino nelle loro patrie con lo stesso orgoglio, non limitandosi a stare qui per essere pagati". (R.P.)

mercoledì 20 marzo 2013

Corea del Nord: se questo è un uomo, Shin nato in catene negli orrori dei campi di prigionia

Il Sole 24 Ore

Campi di prigionia in Korea del Nord

“Quando hanno impiccato mia madre e fucilato mio fratello ho pensato che se lo meritavano: avevano infranto le regole del campo meditando di fuggire”. Shin Dong Hyuk all’epoca aveva 14 anni, tutti passati dentro un recinto di filo spinato.
È l’unica persona nata nei campi di prigionia della Corea del Nord che sia mai riuscita a scappare. Internate da generazioni in questo inferno a cielo aperto da dove nessuno esce vivo ci sono almeno 200mila bambini, donne e uomini ridotti a degli automi, tenuti in bilico sulla soglia della morte per fame e sfinimento, fucilati per un nonnulla, torturati fino alla fine, violentati per il sollazzo delle guardie, privati persino del più elementare conforto della nostra comune umanità.
È sconvolgente la testimonianza di Shin, al centro del documentario “Camp 14. Total control zone”, vincitore del “Festival du film et forum international sur les droits humains” di Ginevra che si svolge in concomitanza con l’annuale Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che sta infine pensando di aprire un’inchiesta per crimini contro l’umanità in Corea del Nord.
Sono settimane, queste, in cui la composta città svizzera risuona del racconto in prima persona degli abusi più atroci, per esempio lo stupro usato come arma dalle milizie stanziate nel l’Est della Repubblica democratica del Congo, dove il 23 per cento degli uomini e 30 per cento delle donne - bambine di due anni o ottuagenarie - sono stati violentati.
Ma il racconto di Shin toglie il sonno anche a chi pensava di avere già sentito tutto. “Il nostro unico scopo era seguire le regole del campo e morire. Non sapevamo nulla di ciò che c’era fuori. Sapevamo solo che i nostri genitori e i nostri nonni erano colpevoli, e che noi dovevamo lavorare duro per questo. Nessuno di noi aveva mai pensato che avremmo potuto lasciare il campo. Ogni tanto qualcuno fuggiva, spinto dalla paura di morire di fame o di essere picchiato, ma veniva subito catturato e giustiziato, divenendo oggetto dell’odio di chi aveva lasciato indietro”. Perché anche i parenti di chi cerca di scappare sono spesso torturati e uccisi, così come chi non avvisa subito le autorità se sospetta che qualcuno abbia intenzione di evadere o di infrangere il regolamento del campo.
Quando Shin vede che suo fratello ha lasciato la fabbrica di cemento prima del tempo sa bene che assentarsi dal lavoro è un errore punito con la morte. Osserva sua madre consegnargli del riso tenuto da parte: non gli resta che la fuga. Shin non perde tempo, va subito a denunciarli al suo insegnante. “Non ho pensato di fare finta di non avere visto - confessa in un primo momento - . Forse ero arrabbiato perché avevo così fame e mia madre non mi dava mai una razione in più. Ero solo un bambino”. Un bambino il cui primo ricordo, a quattro anni, è un’esecuzione, un bambino che ha visto picchiare a morte una sua compagna di classe perché aveva in tasca cinque chicchi di granturco forse rubati, che lavora da quando ha sei anni e mangia anche le ossa dei topi perché la sua razione di cibo è 300 grammi di mais al giorno e un cucchiaio di zuppa di cavolo. Non conosce altro: si è nutrito di questo per tutta la sua vita, a colazione, pranzo e cena.
Poi quello che è ormai un bel ragazzo di trent’anni dalle braccia deformate dal lavoro infantile e dalla tortura ci ripensa e aggiunge “Se non avessi denunciato mia madre e mio fratello probabilmente mio padre e io non saremmo sopravvissuti. Lo traduca questo”. Ma fare la spia non basta: il mattino dopo lo arrestano, lo torturano per otto mesi fino a quando per caso dice: “perché mi fate questo se ho denunciato i miei parenti?”.
Si scopre così che l’insegnante non aveva riportato la delazione. Shin viene trascinato in una cella dove c’è un vecchio carcerato che gli cura le ferite infettate e lo aiuta a non morire. “Era la prima volta che provavo un supporto emotivo. Non sapevo che gli uomini potessero aiutarsi a vicenda, che fossero degli animali sociali” racconta, con questa insolita espressione scientifica che avrà letto chissà dove cercando di capire la nuova emozione che era entrata nella sua vita. Poi lui e il padre, che a sua insaputa era nella stessa prigione, vengono rilasciati, per essere portati ad assistere all’esecuzione della madre e del fratello.
“Non ho provato nulla, il concetto di famiglia mi era estraneo. Non sapevo che si doveva piangere, tutto quello che avevo imparato è che si doveva obbedire alle regole del campo”, racconta Shin, la cui madre era stata data “in premio” al padre dalle guardie. Nel 2004 arriva un nuovo detenuto, nelle interminabili giornate di lavoro gli racconta che fuori dal campo c’è un mondo diverso.
Non è il desiderio di libertà che spinge Shin a fuggire, ma descrizioni della carne di pollo che lui non ha mai provato, e la brama di mangiare per una volta nella vita riso fino a sazietà. Un giorno i due vedono che non ci sono guardie e si lanciano verso la recinzione elettrificata. Il nuovo prigioniero muore fulminato, il suo corpo, riverso sul filo spinato, apre un varco. Passando sopra il cadavere, pur prendendo la scossa, Shin riesce a scappare. È il 2006. “Fuori ho visto la gente ridere e girare liberamente. Non potevo credere che quel mondo esistesse”.
“Quando sono arrivato in Corea del Sud i servizi segreti mi hanno interrogato, ma sapevano già tutto quel che avveniva nei campi”. Racconta ancora Shin, che dorme tuttora per terra in un disadorno appartamento di Seul. “Si finisce in questi campi per crimini politici, per esempio per non aver anteposto la parola “compagno” al nome del comandante militare supremo Kim Jong - un o per essersi arrotolati una sigaretta con il giornale del popolo senza rendersi conto che vi era contenuta una foto del presidente eterno” spiega uno degli altri due intervistati. Sono un ex - agente segreto Nord coreano e una ex guardia del Campo 22 che ora vivono a Seul e che confermano l’inaudita realtà dei campi, spiegando con volto impassibile di avere ucciso, torturato, stuprato “per il bene della nazione”. “Dovevo solo sorvegliare i prigionieri, se mi stufavo gli sparavo”, racconta.