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lunedì 8 febbraio 2021

Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada

La Repubblica
Cinquantanove anni, la sua morte riaccende le polemiche a Torino. L'arcivescovo Nosiglia: "Pronti a fornire minialloggi"

Fonte: Corriere della Sera

Dormiva nel dehors di un bar in corso Re Umberto. È stato trovato morto questa mattina intorno alle 7.30 dal gestore della caffetteria del Re. che ha visto il corpo riverso nel dehors esterno. 

L'uomo è un marocchino di 59 anni, Mostafa Hait Bella, che viveva per strada cercando riparo dove poteva. Sull'accaduto sono in corso le indagini della polizia. Un mese fa era l'uomo, seguito dal Servizio adulti in difficoltà del Comune, stato ricoverato all'ospedale torinese Mauriziano per crisi epilettiche e poi dimesso. 

venerdì 5 febbraio 2021

Vicenza - Gravi violenze contro i "clochard": coperte gettate, bagnati con gli idranti, multe per violazione del "coprifuoco" per chi dorme per strada. 5 sono morti di freddo

Fanpage
A Vicenza gli addetti alla pulizia urbana sparano acqua gelida sui clochard e prendono le coperte per gettarle via. I vigili urbani fanno fioccare multe per violazione di coprifuoco contro i senza tetto. Immediata la polemica in città.


La linea dura dell'amministrazione comunale di Vicenza contro i senza tetto fa discutere. A denunciare i fatti sono stati i volontari dell'associazione Welcome Refugees di Vicenza: "è da diverso tempo che cerchiamo di porre fine agli episodi di violenza fisica e psicologica rivolta a chi dorme per strada" spiegano le attiviste Elena Guerra e Giorgia Zilio. 

"Tra i vari tentativi una lettera mandata al sindaco in persona e l'esposizione delle problematiche durante i vari incontri con l'assessore al sociale Matteo Tosetto e i servizi sociali del comune. La denuncia sollevata in queste settimane non si basava, così come vorrebbero le accuse, su un vociare tra volontari ma su testimonianze concrete sia di volontari sia di senzatetto".


Le video inchieste che i volontari di Welcome Refugees hanno condotto in queste settimane per raccogliere le testimonianze dei senza tetto, mostrano il grado di violenza psicologica e fisica a cui i clochard sono sottoposti. Ad un clochard sono state prese le coperte e gettate nell'immondizia per due notti di seguito, poi gli idranti sparati sui senza tetto dai dipendenti comunali della pulizia urbana mentre ancora stavano dormendo, infine le multe per violazione di coprifuoco a chi una casa nemmeno ce l'ha. 

Tutti questi fatti hanno avuto luogo negli ultimi mesi, ma i volontari di Welcome Refugees non escludono che anche a gennaio sia continuata la vessazione contro questa categoria di svantaggiati.

Elena Guerra e Giorgia Zilio di Welcome Refugees hanno mosso un appello alla città di Vicenza e all'amministrazione comunale affinché tutto questo finisca: "ribadendo il preziosissimo lavoro dei servizi sociali e dell'assessorato che hanno ampliato notevolmente i servizi per le persone senza dimora, non possiamo tuttavia far finta di niente di fronte ad azioni che ledono la dignità umana e peggiorano le condizioni di salute fisica e psicologica di persone già fragili".

Ci sono stati anche dei morti tra le persone che vivevano in strada. Nell'indifferenza di molti, sono stati in totale cinque i clochard a perdere la vita nell'ultimo periodo: "la scorsa settimana è venuto a mancare A., appena cinque giorni e ci viene comunicato il decesso di E., la quinta persona senza fissa dimora a perdere la vita nel vicentino da dicembre ad oggi", denunciano da Welcome Refugees Vicenza.

Elia Cavarzan

Fonte: Fanpage

sabato 9 febbraio 2019

Trieste - Dal gesto disumano del vicesindaco contro i clochard nasce un gruppo di 40 volontari che li aiuta ogni giorno.

L'Espresso
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” cantava Fabrizio De André. E questa storia che arriva da Modena merita di iniziare con una citazione del grande cantautore genovese.

Il letame da cui si parte è il caso del vicesindaco leghista di Trieste Paolo Polidori che si vanta circa un mese fa sui social network di aver buttato nel cassonetto le coperte di un clochard quando questi era lontano. Di più, l'esponente del Carroccio dichiara di averlo fatto “con soddisfazione”.

Lo stesso gesto di accanimento gratuito nei confronti di una persona in difficoltà fa indignare mezza Italia e diventa, che beffa per il leghista, la molla che fa scattare un'iniziativa di resistenza civile a Modena.

Appena letta la notizia che arrivava dal Friuli Venezia Giulia infatti, due ragazze che studiano e lavorano nella città emiliana decidono di fare qualcosa. Un gesto piccolo ma significativo: chiedere ai loro amici su Facebook se hanno delle coperte da mandare a Trieste per aiutare quel senzatetto. Il risultato? «Di coperte, cappotti e maglioni in appena 24 ore da quel messaggio sui social ce ne sono arrivati circa un centinaio» spiega a L'Espresso Rossella Giulia Caci, che insieme all'amica Chiara Ciccia Romito è la persona dietro questa storia.


Tanta solidarietà, in gran parte inattesa. Persino troppa forse, se mai ci può essere “troppa” solidarietà. E così, mentre la casa di Rossella si riempe di coperte, per la gioia della sua coinquilina, si decide di puntare un po' più in alto. Di quelle cento coperte raccolte, venti vanno a Sant'Egidio a Trieste, ma le altre ottanta rimangono in Emilia dove, tra Modena e Bologna, diventano il primo seme di un progetto per aiutare chi ne ha più bisogno.

Rossella e Chiara infatti non si fermano e continuano nella loro iniziativa. Intorno a loro si aggrega un nucleo di una quarantina di persone. Non sono un'associazione, non hanno un nome. Il loro gruppo WhatsApp si chiama “La voce degli ultimi”. 

Sono avvocati, commercialisti, studenti, ingegneri, alcuni già vicini al mondo delle associazioni e altri invece più scettici, che decidono di dare una mano a chi ne ha bisogno. Si incontrano di solito nel weekend e portano indumenti e coperte raccolti durante la settimana ai senza tetto che, magari per vergogna o per altre ragioni personali, decidono di non andare nei rifugi messi a disposizione del Comune.

«Nell'ultimo mese non c'è stato un solo giorno in cui non ci sia stato dato qualcosa per aiutare i clochard» spiega Rossella. «Ma il nostro aiuto cerca di andare anche oltre il semplice supporto di vestiario. Spesso parliamo con queste persone finite ai margini della società e con noi vengono anche alcuni bambini: una loro domanda che non ti aspetti può aprire un dialogo, abbattere un muro e creare una relazione». E tutto questo “grazie” a un vicesindaco che ha buttato in un cassonetto delle coperte.

Mauro Munafò

domenica 30 dicembre 2018

Varsavia 6 clochard muoiono nell'incendio della loro baracca. Appello di Sant'Egidio per mobilitare le istituzioni nella difesa dei più poveri

santegidio.org
Nella notte del 25 dicembre alla periferia di Varsavia sono morti 6 senza dimora a causa dell'incendio della loro baracca di legno. In luoghi simili, in tutta la Polonia, questo inverno sono già morte per assideramento più di 30 persone. 

“Siamo profondamente addolorati per questa tragedia e esprimiamo la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime. Queste morti sono inaccettabili, anche perché avvenute nel giorno in cui ci siamo seduti alla tavola del pranzo di Natale con 450 poveri e senzatetto, nostri amici tutto l’anno, in un’atmosfera di calore e amicizia familiare”, hanno dichiarato i membri della Comunità di Sant’Egidio di Varsavia. 

“Per questo chiediamo a tutti gli abitanti della città, che si sono impegnati nella preparazione del pranzo di Natale, una maggiore solidarietà verso i senzatetto, soprattutto quelli che vivono in luoghi isolati e sono più esposti alla rigidità dell’inverno. Rivolgiamo anche un appello alle istituzioni, perché vengano ampliati i posti nei centri per i senza dimora e venga consentito l’accesso ai rifugi anche a chi non ha la residenza nella città di Varsavia”. Secondo dati ufficiali, nella capitale della Polonia vivono 2700 senza dimora, a fronte di soli 1400 posti nei rifugi.

“Siamo convinti che per evitare ulteriori morti a causa del gelo o degli incendi è necessaria la solidarietà di tutti: le autorità della città, le associazioni di volontariato e i cittadini”, scrivono i membri di Sant'Egidio, che hanno pubblicato, proprio in questi giorni, la terza edizione della guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi”, disponibile da oggi anche online.

giovedì 1 febbraio 2018

Clochard a Torino - Il paradosso del Comune: l'Assessorato alle Politiche Sociali di notte da le coperte e di giorno la Polizia Municipale le butta

La Stampa
Quando Amiat e vigili li allontanano, buttano nei rifiuti le coperte donate.
Una mano dà, l’altra toglie. La Città di Torino si occupa dei senzatetto con i provvedimenti contro l’emergenza freddo: nel piano di potenziamento dello scorso ottobre parla della necessità di portare beni di conforto. 


Anche le coperte. Questo fa l’assessorato alle Politiche sociali. Poi c’è l’assessorato alla Polizia municipale, che una volta a settimana manda i vigili in centro ad allontanare i clochard al risveglio. Ci vanno con Amiat: se non trovano nessuno, o se qualcuno rifiuta di andarsene, prendono le coperte e le buttano via. Le stesse coperte donate per ripararsi.

Cortocircuito 
È un cortocircuito che accende polemiche, tanto più dopo la morte di freddo di Mohamed Hamed alla Pellerina e dopo le dichiarazioni nette della sindaca e dell’assessora al Welfare Sonia Schellino. «Non provvederemo mai a un allontanamento forzoso di chi dorme in strada», aveva detto Chiara Appendino. Quello dei vigili, una volta a settimana, non sembra però qualcosa di molto diverso. Peraltro perfettamente inutile: sotto i portici, i clochard sono sempre decine. È della città anche un’altra iniziativa, il Servizio itinerante notturno (la cosiddetta Boa Urbana Mobile, gestito in appalto da Strana Idea Onlus): anche questo distribuisce coperte per ripararsi dal freddo. 

Come la tela di penelope 
Dopo l’ultimo servizio di martedì mattina, non si fanno attendere neppure le reazioni della galassia di volontari che spende tempo e fatica per raccogliere e donare coperte e sacchi a pelo ai senzatetto e ieri ha scoperto che le stesse coperte rischiano ogni settimana di finire nella spazzatura. Qualcuno, in realtà, era già a conoscenza del giro degli agenti tra via Roma, corso Vittorio, via Cernaia e Piazza Vittorio, come Melchiorre Giammona, coordinatore dei City Angels di Torino, che cinque sere la settimana portano cibo, coperte e vestiario ai senzatetto di centro e periferie: «Purtroppo sappiamo bene come funziona. Spesso le persone non riescono a portarsi in giro tutto, quindi lasciano qualcosa dove dormono, e poi non trovano più niente. Ci capita spesso di girare intorno a questo circolo vizioso».

Dalla Croce Rossa, che tra i molti servizi effettua anche la distribuzione di sacchi a pelo e bevande calde tre volte la settimana, non si capacitano dell’operazione: «È assurdo e anche preoccupante - dice il presidente Graziano Giardino – È come la tela di Penelope, da un lato si costruisce e dall’altro si annulla tutto». A rimanere basiti, anche i membri dell’Aipsd, l’associazione che da giugno scorso riunisce i senzatetto di Torino. Il presidente Antonio De Prisco sa bene cosa significhi togliere a chi vive in strada quel poco che ha: «È un’umiliazione ulteriore, oltre a essere pericoloso, dato che poi rimangono solo i cartoni per coprirsi di notte. Quello che sta accadendo è un controsenso, soprattutto dopo che l’amministrazione ha detto che non ci sarebbe mai stato un “Daspo” per chi vive in strada»

Bernardo Basilici Menin

sabato 13 gennaio 2018

Orrenda verità - A Verona Clochard bruciato vivo 'per scherzo' da due ragazzini

Globalist
Ahmed aveva 64 anni e viveva in Italia dal 1990. Una fine orribile per mano di figli di immigrati come lui.


Lo hanno bruciato vivo per uno scherzo, dopo averne fatto per settimane il bersaglio dei loro dispetti. Lui si chiamava Ahmed Fdil, aveva 64 anni e dal 1990 viveva in Italia, dove, sin che ha potuto, ha lavorato in una fabbrica come operaio specializzato. 


Poi con la crisi ed il licenziamento, è finito a vivere per strada, facile preda per chi crede che tutto sia lecito. Come i due ragazzi di 13 e 17 anni che lo hanno perseguitato con scherzi sempre più crudeli, fino a causarne la morte. 

E accaduto a Zevio, poco lontano da Verona, quando il 13 dicembre la vecchia automobile nella quale Ahmed dormiva è andata a fuoco. Il su corpo era stato trovato davanti alla vettura e inizialmente qualcuno aveva pensato che l'incendio potesse essere stato causato da una sigaretta spenta male. Ma qualcuno ha riferito ai carabieri che in zona erano stati visti girare, prima dell'incendio, i soliti ragazzini e che, qualche istante prima che si levassero le fimme, 'era anche sentito uno scoppio.
Per i carabinieri non c'è voluto molto a risalire ai due ed a farli confessare quell'aggressione nata per combattere la noia e ''perfezionata'' con un petardo lanciato contro la vettura. Due ragazzi figli di immigrati, da tempo residenti in Italia e, come si usa dire, integrati. Ma ci sono dei punti ancor da chiarire nella ricostruzione che i due hanno fatto e che vorrebbe fare rientrare tutto in uno scherzo come altri, ma finito male. Una tesi che non convince i familiari della vittima, che parlano invece di un omicidio vero e proprio.

mercoledì 27 dicembre 2017

Panchine anti-clochard a Roma. Si afferma l'architettura ostile che elimina anche le briciole di accoglienza che la città offre.

Fanpage
Panchine antibivacco in via Giovanni Da Procida a Roma per tenere lontani i senza tetto. Ad installare i ‘dissuasori’ un comitato di cittadini che ha avuto in gestione l’area da parte del II Municipio.

È nota come ‘architettura ostile', defensive architecture, ed è quel fenomeno che vede l'installazione di strutture di arredo urbano volte a dissuadere alcuni comportamenti, e in particolare a tenere lontani cittadini considerati indesiderati, primi tra tutti i senza tetto. Spuntoni sui gradini e su ogni superficie dove ci si potrebbe sedere, sbarre per rendere impossibile sdraiarsi sulle panchine.

Anche in Italia sono ormai centinaia i comuni grandi e piccoli dove si trovano esempi di defensive architecture L'ultimo di questi è spuntato a Roma e vale la pena parlarne perché vede una sinergia di azione tra un soggetto di privati i cittadini (un comitato di cittadini contro il degrado) e l'amministrazione pubblica, in particolare il II Municipio. Siamo in via Giovanni da Procida, a due passi da piazza Bologna, un tranquillo quartiere borghese della capitale. Qui su alcune panchine sono stati installati dei braccioli di ferro ‘anti barbone'. Le sbarre (come si può vedere nella foto), creano tre sedute sulla panchina, rendendo impossibili sdraiarvici sopra, ma anche solo abbracciarsi.

Quando alcuni cittadini hanno cominciato a chiedersi chi e perché abbia installato le sbarre di dissuasione, è emerso come l'area verde dove si trovano le panchine è stata affidata dal II Municipio al Comitato Decoro Urbano, un gruppo di cittadini della zona riunitisi in associazione, che si sono fatti carico della manutenzione della piazzetta. 

A confermarlo su Facebook alla consigliera di Sinistra Italiana Giovanna Maria Seddaiu è la stessa presidente del II Municipio del Partito democratico Francesca Del Bello che, seppur non essendo sicura che l'installazione dei ‘dissuasori antibivacco' fosse autorizzata, mette le mani avanti parlando della necessità di restituire ‘sicurezza e decoro' alle piazze, e come questo non sia in contraddizione con accogliere i più deboli e svantaggiati.

"Provo solo una profonda tristezza e spero non sia una decisione dell’amministrazione municipale, al rientro dalle vacanze chiederò spiegazioni alla Presidente Francesca Del Bello e all’assessora alle Politiche sociali Cecilia D'Elia Riviello chiedendo che vengano immediatamente rimosse", ha dichiarato Seddaiu. Aspettando la risposta del II Municipio, la sensazione è che il ritiro dell'impegno dell'amministrazione pubblica dalla manutenzione e dal governo della città, lasci spazi a forme di gestione dello spazio pubblico che assomigliano a forme proprietarie, dove comitati (spesso composti da qualche decina di cittadini), assumono prerogative che non gli sono proprie (come la scelta di allontanare cittadini indesiderati da sotto le proprie finestre).

Così invece di valorizzare l'impegno volontario dei cittadini e delle associazioni, si finisce per privatizzare la manutenzione della città, con conseguenze non sempre prevedibili, come nel caso di via Giovanni da Procida. Dietro l'impegno contro il ‘degrado' troppo spesso si nasconde la volontà di allontanare i poveri da (in questo caso letteralmente) sotto casa propria, magari relegandoli in luoghi invisibili.

sabato 11 marzo 2017

Palermo, clochard bruciato vivo: si indaga per omicidio

Adnkronos
Un clochard di 45 anni, è morto bruciato nella notte a Palermo. Sembra che l'uomo sia stato prima cosparso di benzina e poi dato alle fiamme, nei pressi di via Cappuccini davanti alla mensa dei poveri, chiusa da tempo. La Squadra mobile indaga per omicidio. Poco prima dell'una di notte, qualcuno ha sentito le grida del senzatetto che era completamento avvolto dalle fiamme. L'inchiesta per la morte del clochard è coordinata dalla pm di turno, Maria Forti.

Marcello Cimino, questo il nome del clochard, di solito dormiva proprio sotto il portico della missione San Francesco usato come rifugio. Poco prima dell'una sarebbe stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme, all'arrivo dei vigili del fuoco non c'era già più niente da fare. 

Cimino è morto con il corpo completamente bruciato. Gli uomini della Squadra mobile, che indagano per omicidio, per tutta la notte hanno setacciato al zona alla ricerca di eventuali tracce del contenitore dei benzina usato per cospargere il corpo dell'uomo. Sembra che ci sia anche una telecamera che potrebbe avere ripreso un uomo nei pressi dei cappuccini. "Ma è ancora presto per potere avere certezze", si limitano a dire gli inquirenti.

martedì 15 dicembre 2015

Min del Lavoro: Italia, clochard in aumento, 50.724 contro i 47.648 del 2011 e diminuiscono i servizi

Il Sole 24 Ore
Clochard in aumento nel nostro Paese: sarebbero 50.724, infatti, contro i 47.648 del 2011, secondo la stima del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali contenuta nell'indagine presentata la scorsa settimana con l'Istat, la Caritas e la Fio.PSD (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora).
Nord e Sud. Il numero corrisponde al 2,43 per mille della popolazione residente nei Comuni considerati, che nella distribuzione geografica rispecchiano il sempiterno divario tra Nord e Sud. Sostanzialmente stabile nelle regioni del Nord-ovest, del Centro e delle Isole, la quota dei senza dimora diminuisce nel Nord-est del Paese e aumenta al Sud.

Rispetto al 2011, comunque, il numero dei servizi di mensa e accoglienza notturna diminuisce del 4,2%, mentre aumentano le prestazioni erogate mensilmente dai servizi attivi (+ 15,4%).

Chi sono. I senza dimora sono quasi tutti uomini (85,7%), stranieri (58,2%), e come si può facilmente immaginare ha un basso titolo di studio. Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo (da 72,9% a 76,5%), a svantaggio di chi ha un partner o un figlio (dall'8% al 6%). Il 51%, inoltre, dichiara di non essersi mai sposato.

Rispetto all'indagine del 2011, inoltre, si riduce il divario tra utenti stranieri e italiani in termini di età, durata della condizione di senza dimora e titolo di studio. Gli italiani sono mediamente più anziani e meno istruiti. La perdita di un lavoro stabile insieme alla separazione dal coniuge e/o dai figli si confermano come gli eventi più rilevanti nel percorso di emarginazione. Un peso importante, seppur più contenuto, lo hanno anche le cattive condizioni di salute: disabilità, malattie croniche e dipendenze.

Il contrasto all'emarginazione. Per contrastare i casi più gravi di emarginazione e povertà, il ministero del Lavoro ha proposto linee di indirizzo approvate dalla Conferenza Unificata il mese scorso e presentate congiuntamente all'indagine. "Affrontare i problemi con la logica dell'emergenza non è il modo giusto per risolverli - ha commentato il ministro Poletti - e rischia anzi di essere una scusa per rinviarli e, di conseguenza, renderli più difficili. Occorre invece, come nel caso del contrasto ai casi di emarginazione più grave e in generale alla povertà, un approccio strategico che permetta di definire interventi strutturali coordinati tra più soggetti e, per questo, in grado di produrre risultati concreti".

Le linee di indirizzo, che raccolgono le migliori esperienze locali, nazionali ed europee, sono state elaborate dai rappresentanti dei diversi livelli di governo (in particolare delle Città metropolitane), in collaborazione con i diversi soggetti che offrono servizi come la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora.

Le risorse. Le risorse del Pon Inclusione per i senza dimora e del programma operativo del Fead (il Fondo europeo di aiuti agli indigenti) sono associate alle linee guida. "Il Governo - ha chiarito Poletti - ha deciso di destinare, nell'ambito di questi due programmi comunitari, 100 milioni di euro in sette anni al finanziamento di servizi coerenti con le linee guida, cui potranno aggiungersi le risorse che le Regioni vorranno destinare con la programmazione regionale e le grandi città con la programmazione del Pon Metro. Ed è motivo di soddisfazione che la Commissione europea, intervenuta alla presentazione, abbia manifestato grande apprezzamento per questa modalità di utilizzo delle risorse comunitarie, ringraziando il Governo per aver saputo cogliere in maniera esemplare le opportunità offerte dal nuovo ciclo di Programmazione".
di Alessandro Vitiello

lunedì 22 giugno 2015

Cadaveri dimenticati, la morte anonima di immigrati e clochard. Sono 1385 negli obitoiri italiani

Linkiesta
Di fronte a questa realtà di uomini e donne "invisibili" a Roma, Caritas e Comunità di Sant'Egidio cercano di rintracciare l'identità della persona deceduta e dove è possibile il contatto con la famiglia e collaborano con l'AMA per una degna sepoltura. Questo gesto di pietà restituisce la dignità anche nella morte.
Blog Diritti Umani - Human Rights 
Negli obitori di tutta Italia giacciono 1.385 corpi senza vita che nessuno reclama. Persone invisibili nella vita e nella morte
Per distinguerli, si usano i numeri. Come documenti tutti uguali da archiviare. “Non identificato” uno, due, tre, e così via. Fino al numero 1.385 (dato aggiornato a giugno 2015). Da Nord a Sud, negli obitori di tutta Italia e nelle celle frigorifere degli istituti di medicina legale, sono conservati 1.385 cadaveri senza nome che nessuno reclama, 122 in più rispetto a un anno fa.

La metà si trova in Sicilia: sono i corpi dei migranti annegati in mare durante le traversate nel Mediterraneo. A seguire c’è il Lazio: 154 corpi senza nome si trovano solo negli obitori del Comune di Roma. Sono italiani e stranieri, clochard senza documenti, immigrati irregolari e anziani malati di Alzheimer. Alcune volte ci sono famiglie che li cercano senza trovarli, altre volte sono gli “invisibili” che vivono ai margini della società e che muoiono senza che nessuno ne senta la mancanza. Persone che da vive sostano negli angoli delle stazioni e dei parchi. E che anche da morte vivono in un limbo nell’attesa che qualcuno vada a recuperarli prima di essere sepolti, di solito per mancanza di spazio negli obitori, con la scritta “sconosciuto” sulla lapide. Un problema non solo italiano, ma europeo a quanto pare. In tutta Europa, circa il 30% dei cadaveri senza nome verrà sepolto senza identità, mentre l’altro 70% verrà identificato con mesi o anni di ritardo.

«Sono persone scomparse e senzatetto andate via di casa da anni», spiega il prefetto Vittorio Piscitelli, dal 2014 Commissario straordinario per le persone scomparse del Viminale. «In molti casi, dietro ci sono storie di povertà e solitudine». Ci sono resti carbonizzati in una baracca, corpi uccisi dal freddo all’angolo di una strada, annegati in mare, fiumi o laghi, investititi da un treno o per strada. Il Registro generale dei cadaveri non identificati del ministero dell’Interno, istituito nel 2007, li descrive uno a uno, con il luogo e la data di ritrovamento, l’età presunta e i segni particolari, dai tatuaggi alle amputazioni fino ai vestiti che indossavano nel giorno della morte. «Il problema è che c’è un difetto di circolarità delle notizie», spiega Piscitelli. «Manca l’incrocio tra i dati delle persone scomparse e quelli dei corpi senza vita non identificati. Dare un nome ai corpi non identificati, però, è un dovere etico. Finché non diamo un’identità a un corpo siamo tutti un po’ in torto».

Solo a marzo 2015 a Milano è stato firmato un protocollo da adottare nel caso delle morti in ospedale di persone senza identità o di ritrovamento di corpi non identificati. E dal 2014, sempre nel capoluogo lombardo, è partito in via sperimentale il cosiddetto “protocollo Lampedusa” per mettere a punto un modello replicabile per l’identificazione dei cadaveri dei migranti annegati nel Mediterraneo (ne abbiamo parlato qui).

Ma si tratta di modelli sperimentali, nati da poco e concentrati in alcune realtà. Altrove regna il caos. Può capitare che se un senzatetto di cui è stata denunciata la scomparsa a Napoli muore a Torino, il corpo finisce per non essere mai identificato. Senza contare che spesso, non essendo morti sospette, le procure non autorizzano le autopsie e altri esami per la compilazione delle schede post mortem. «Si tratta di costi che poi i magistrati devono giustificare alla Corte dei conti», dice Piscitelli. E così non si fanno. E di alcuni corpi messi male si finisce per non conoscere neanche il sesso.

Solo all’obitorio di Milano arrivano ogni anno in media cinquanta morti senza nome. «Una volta costruito il profilo biologico, l’ideale poi sarebbe poter confrontare questi dati con una banca dati di persone scomparse», spiega Cristina Cattaneo, direttrice del Laboratorio di antropologia e ontologia forense (Labanof) dell’Istituto di Medicina legale di Milano, centro di eccellenza in Italia per l’identificazione dei corpi. Ma questo non è possibile. Per cui anche se sei una persona con una vita normale e muori lontano da casa senza documenti, rischi di essere sepolto senza un nome. Figuriamoci se sei un senzatetto che vive per strada. O peggio ancora un extracomunitario con i parenti in un altro Stato o continente.

Si resta così in balia della buona volontà di magistrati, poliziotti o trasmissioni televisive, spiega Cristina Cattaneo. Per questo motivo, al Labanof hanno deciso di pubblicare online l’identikit dei morti senza nome passati dal laboratorio per aumentare la possibilità di dare un’identità ai soggetti. Grazie a questo metodo, è stato possibile restituire un’identità a diverse persone. In alcuni casi, i parenti sono capitati per caso sulla lista aggiornata dallo staff della dottoressa Cattaneo; altre volte è stato fondamentale l’incrocio con le segnalazioni della trasmissione Chi l’ha visto?.

Anche la pubblicazione online del registro dei corpi senza cadavere è servita per risolvere alcuni casi. «Abbiamo identificato due corpi rimasti per anni custoditi nelle celle frigorifere», racconta Piscitelli. «Una ragazza inglese, leggendo sul registro le circostanze in cui era stato trovato un corpo, ha riconosciuto il suo fidanzato. Mentre un altro lo abbiamo identificato grazie alle impronte lasciate ai tempi del militare».

Le famiglie spesso non ci sono, non vogliono o non possono farsi carico delle spese di sepoltura. «È capitato con un padre marocchino», racconta Cristina Cattaneo, «che non ha riconosciuto il corpo del figlio morto perché non aveva i soldi per fargli il funerale». In un altro caso, invece, «abbiamo effettuato gratuitamente una cremazione perché i parenti non avevano i soldi per rimpatriare il corpo intero in Bulgaria. In questo modo almeno potevano tenere le ceneri a casa».

Ma se i corpi non vengono reclamati e negli obitori c’è bisogno di spazio, non resta che la sepoltura senza nome. 
A Roma a occuparsene è l’Ama, l’azienda municipale per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Nel cimitero di Prima Porta, nello spazio dedicato alle tombe dei senza nome, vengono sepolti ogni anno oltre 200 corpi. Ma grazie ai volontari della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio negli ultimi anni è stato possibile dare un nome e un funerale a molti dei senzatetto morti per le strade della Capitale. Le due associazioni hanno stipulato una convenzione con l’Ama per garantire un funerale gratuito alle persone che frequentavano le mense e i dormitori. «Il funerale però può essere celebrato solo dopo che sia stata stabilità una identità certa», spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio. «A tutti la prima volta che arrivano da noi diamo un tesserino su cui è scritto un nome fornito da loro stessi e, a volte, anche una foto». Così capita che molti dei senza fissa dimora trovati morti per le strade di Roma abbiano il tesserino della mensa in tasca. «Noi stessi collaboriamo con la polizia per identificare le persone che vengono nelle nostre strutture», racconta Santoro. «Facciamo una dichiarazione in cui diciamo che li conosciamo, che sono non abbienti e che non c’è nessuno che si faccia carico della loro sepoltura». Tramite la polizia e le ambasciate si prova anche a rintracciare le famiglie, ma molte non vogliono essere contattate. «E con gli stranieri la ricerca è ancora più difficile».

Ogni anno, a fine gennaio, in una cerimonia nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, i volontari della Comunità di Sant’Egidio pronunciano uno a uno i nomi di tutti coloro che hanno perso la vita per strada. «Vivono nell’anonimato per tutta la vita, senza una famiglia», dice Carlo Santoro, «noi vogliamo dar loro un nome e la dignità anche nella morte. Il terrore di molti di loro è proprio quello che nessuno li ricorderà più». Ma a quell’elenco pronunciato ogni sfugge sempre qualche nome. «Ogni anno in tutta Roma noi veniamo a conoscenza della morte in strada di circa 30-40 persone, ma ci rendiamo conto che potrebbero essere molti di più. Chi lo saprà mai?». Tanti senzatetto vengono caricati in ambulanza e ricoverati senza nome negli ospedali. E la legge sulla privacy, se non sei un parente, non permette di accedere alla lista dei ricoverati. Oltre al fatto che, per mancanza di posti letto, spesso i senza dimora vengono trasferiti negli ospedali fuori città. Così piano piano si perdono le tracce, e la possibilità di dare un nome a un malato prima e a un corpo senza vita poi si riduce fino a renderli invisibili. Anche da morti.
Lidia Baratta

mercoledì 25 febbraio 2015

Papa Francesco: "Il clochard non ha una tomba: diamogli una degna sepoltura in Vaticano"

HuffingtonPost
Ancora una volta Papa Francesco apre le porte agli emarginati per eccellenza, i clochard. Dopo l'apertura del barbiere e delle docce dedicate ai senzatetto, il Santo Padre ha deciso di dare degna sepoltura a uno dei barboni più conosciuti a Piazza S. Pietro riservandogli un posto tra le tombe dei nobili benefattori della Chiesa.
Come racconta il Messaggero, Willy Herteleer era uno dei tanti barboni che affollano i vialetti e le arcate della città santa. Era un uomo mite e dal temperamento docile e innocuo, tanto che era conosciuto e benvoluto dai negozianti, dai portieri degli stabili della Città Leonina e dai sacerdoti. Come tanti altri nella sua condizione tutti i suoi averi erano concentrati in un piccolo trolley che portava sempre con sé. Le guardie svizzere che montano la guardia a Porta Sant'Anna avevano imparato a riconoscerlo e gli avevano attribuito affettuosamente il soprannome di "Araldo di sant'Anna".

Le sue giornate passavano tra la ricerca di un po' di calore in inverno e di un po' di fresco in estate; religiosi e non si fermavano spesso a salutarlo e in molti, discretamente, gli donavano un po' di denaro, del cibo caldo, una coperta, della frutta.

Fiammingo di nascita, Willy aveva vissuto una vita turbolenta e per molti versi sconosciuta a tutti. Erano ormai decenni che si trovava nella condizione di vivere senza fissa dimora.

Monsignor Ciani, giurista rotale e canonico di San pietro, era diventato suo amico: Willy lo seguiva quando andava in basilica o nella chiesetta di sant'Anna e spesso pregavano insieme. Il canonico spesso si fermava a scambiare due chiacchiere con l'uomo, lo aiutava in ogni modo possibile, lo invitava a pranzo: erano diventati amici.

Durante una notte, lo scorso Gennaio, Willy muore all'ospedale Santo Spirito in Sassia. Il freddo ha la meglio sul suo corpo vecchio e malandato; alcuni passanti, notando la sua agonia, hanno chiamato un'ambulanza e prestato i primi soccorsi. Ma, per Willy, era troppo tardi.

Dopo qualche tempo Monsignor Ciani si è accorto dell'assenza del suo amico e ha iniziato a chiedere in giro se qualcuno sapesse dove fosse. Le indagini lo hanno condotto all'ospedale, dove Willy era ancora in obitorio. Nessuno aveva idea di dove seppellirlo.
"Santità, non sanno dove seppellirlo" - ha confidato il monsignore a Papa Francesco - "Diamogli una degna sepoltura in Vaticano" è stata la sua risposta.
Un evento fuori dalla norma, mai avvenuto prima. La vita di Willy, l'Araldo di sant'Anna, spesa dormendo sui marciapiedi attanagliato dal freddo, si è conclusa con un funerale sfarzoso dove è stato ricordato e onorato da quanti gli volevano bene.
Il clochard riposerà alle spalle della Basilica nel più antico cimitero germanico tra principi, cavalieri e nobili d'altro lignaggio.

venerdì 14 novembre 2014

Papa Francesco ordina Installazione docce per i Clochard sotto il colonnato del Vaticano

La Stampa
«Padre, non posso venire con te al ristorante, perché puzzo...». Franco è un clochard di origini sarde con la barba ispida e grigia, e la pelle rovinata dal sole. È stato lui, nei primi giorni d’ottobre, a spiegare al vescovo che lo invitava a cena per festeggiare il compleanno, quale sia la necessità maggiore per i senza tetto di Roma: «Qui nessuno muore di fame, un panino si rimedia ogni giorno. Ma non ci sono posti dove andare in bagno e dove lavarsi».
Quel vescovo è Konrad Krajewski, l’elemosiniere di Papa Francesco.

Il messaggio viene immediatamente recepito: lunedì 17 novembre inizieranno i lavori per realizzare tre docce all’interno dei bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato di San Pietro. Saranno dedicate ai senza tetto che bazzicano nei dintorni della basilica. Potranno lavarsi e cambiare la loro biancheria sotto le finestre del palazzo apostolico. E su invito dell’elemosiniere del Papa, già una decina di parrocchie romane nei quartieri più frequentati dai clochard hanno realizzato delle docce da mettere a loro disposizione.

Monsignor Krajewski, per tutti «don Corrado», da anni porta viveri e aiuti a chi vive accampato per la strada. Papa Francesco l’ha scelto proprio per questo, nominandolo vescovo e affidandogli l’Elemosineria: ha il compito di essere il suo «pronto intervento», di portare piccoli aiuti economici a chi è in difficoltà.

Così il prelato polacco racconta quell’incontro degli inizi di ottobre, che gli ha aperto gli occhi. «Ero appena uscito dalla chiesa di Santo Spirito, dove vado a confessare. In via della Conciliazione ho incontrato Franco, un senza tetto. Mi ha detto che proprio quel giorno compiva cinquant’anni e che da dieci vive per strada». Il vescovo lo invita a cena, al ristorante. Si sente rispondere: «Ma io puzzo...». «L’ho portato lo stesso con me. Siamo andati a mangiare cinese. Mentre eravamo a tavola, mi ha spiegato che a Roma qualcosa da mangiare si trova sempre. Quello che manca sono i posti dove lavarsi».

Nella capitale ci sono le mense Caritas, c’è la mensa della Comunità di Sant’Egidio, ma ci sono anche tante iniziative delle parrocchie. Chi vive per la strada sa dove andare. Esistono anche luoghi dov’è possibile fare una doccia.

La Comunità di Sant’Egidio, in prima linea nell’aiuto a chi vive per la strada, ha pubblicato un vademecum aggiornato intitolato «Dove mangiare, dormire, lavarsi». «C’è sempre tantissima gente - ha spiegato Franco - e poi c’è poco tempo a disposizione. Per questo preferisco mettere da parte dei soldi e andare a prenotare di tanto in tanto una cabina doccia alla stazione Termini».

L’elemosiniere del Papa, che fino a quel momento aveva sempre considerato quello dei pasti come la necessità primaria dei senza tetto, non perde tempo. È abituato ad agire subito, senza fare grandi progetti, senza organizzare raccolte fondi che richiedono mesi. «Nel Vangelo Gesù usa sempre la parola “oggi”... Ed è oggi che dobbiamo rispondere al bisogno». Così decide di visitare una decina di parrocchie romane, nel cui territorio stazionano molti clochard. Entra nei locali parrocchiali. Se non ci sono già, chiede che vengano realizzate delle docce, pagate con la carità del Papa. Non si tratta di progetti dispendiosi, non devono diventare grandi centri di aggregazione. Piuttosto un servizio capillare, destinato alle persone del quartiere, in una città dove i bagni pubblici sono chiusi e i senza tetto non possono entrare nei bar per andare la toilette.

«Non è semplice - spiega monsignor Krajewski - perché è più facile preparare dei panini che gestire un servizio di docce. Servono dei volontari, servono gli asciugamani, serve la biancheria». Ai parroci don Corrado dice: «Paga il Santo Padre!». E la Provvidenza non manca di farsi sentire. Andrea Bocelli, con la sua fondazione, stacca un assegno consistente. Un senatore del Nord fa intervenire un’impresa che regala i lavori per realizzare le docce nelle parrocchie che ne sono sprovviste.

Anche il Vaticano fa la sua parte. Già da tempo il Governatorato stava progettando di ristrutturare i bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato, a poche decine di metri dal Portone di Bronzo, sulla destra guardando la basilica. Le esigenze manifestate da Franco, il clochard cinquantenne con dieci anni di vita di strada e tanti compagni morti di freddo, fanno studiare in tutta fretta una significativa variante al progetto, con la benedizione di Francesco. Tre docce per i senza tetto sotto l’imponente colonnato del Bernini, uno dei luoghi più belli e più visitati del mondo.

«La basilica esiste perché custodisce il Corpo di Cristo - fa osservare Krajewski al cronista che gli chiede se qualche turista potrebbe storcere il naso - e nei poveri noi serviamo il corpo sofferente di Gesù. Da sempre, nella storia di Roma, attorno alle basiliche si radunavano i poveri».

Nelle docce all’ombra del Cupolone, come in quelle nelle varie parrocchie della capitale, non ci saranno insegne esterne. Il servizio è pensato a dedicato per coloro che già vivono nella zona, per decongestionare i grandi centri di assistenza. L’elemosiniere del Papa sta cercando di coinvolgere gli allievi di una scuola per parrucchieri, così da poter offrire di tanto in tanto, oltre alla doccia, anche il taglio dei capelli. Potersi lavare e tenersi ordinati renderà i clochard - anzi i «pellegrini senza tetto», come li chiama don Corrado - meno vulnerabili alle malattie che si trasmettono con la sporcizia. A cominciare da Franco, che quel pomeriggio di un giorno assolato d’ottobre si vergognava di essere invitato a cenare al ristorante.

giovedì 3 ottobre 2013

Ungheria: sanzioni e carcere per i clochard, nuova legge proibisce di dormire per strada

Ansa
Il Parlamento ungherese ha approvato una legge che proibisce agli homeless di dormire per strada. Chi verrà sorpreso sdraiato in luoghi pubblici sarà condannato ai servizi sociali o a pagare una multa mentre rischiano il carcere i senzatetto che si costruiscono una baracca. 

Centinaia di senzatetto hanno protestato ieri davanti al Parlamento con cartelli "Siamo poveri, non criminali" e anche in Aula deputati verdi e di sinistra hanno manifestato contro la legge, che è passata grazie ai voti della maggioranza guidata dal premier Orbàn. 

L'esecutivo di destra nell'ultimo anno ha moltiplicato i rifugi per clochard. Ma l'associazione "La città appartiene a tutti" lamenta: ci sono 6 mila posti letto mentre i senzatetto sono 10 mila.