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giovedì 16 maggio 2019

Vaticano: 3 milioni spesi per pagare le bollette dei poveri nel 2018.

La Repubblica
Tanto ha versato nel 2018 l'elemosiniere del Papa, Krajewski, che l'altro giorno ha riattaccato la luce in uno stabile occupato a Roma. La solidarietà dei francescani: "Se è illegale quello che ha fatto compiendo un gesto di umanità, allora arrestateci tutti”.

Citta' del Vaticano - Tre milioni e mezzo di euro. A tanto, secondo quanto apprende Repubblica, ammonta la spesa che l’elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, ha sostenuto nel 2018 per pagare le bollette della luce, del gas, della spazzatura, e diverse rate per spese varie sempre inerenti la gestione di case, che singole persone e famiglie, molte italiane, non sono riuscite a sostenere in tutto il Paese.

Il dato, che filtra dal Vaticano in un momento in cui la stessa comunità ecclesiale si divide sul gesto di «don Corrado» di riattaccare la luce in uno stabile occupatodi Roma, è sostanzialmente il medesimo degli anni passati. Krajewski ha attinto dalle offerte che diversi benefattori inviano per questo scopo al Papa e alla stessa elemosineria, ed anche dalla rendita, significativa, che il dicastero vaticano ha con l’invio a chi ne fa richiesta di benedizioni apostoliche attraverso delle pergamene. Molti soldi vengono inviati in tutta Italia su richiesta delle diocesi che non riescono da sole a far fronte alle esigenze di diversi indigenti.

Ieri il cardinale Pietro Parolin ha difeso l’elemosiniere dicendo che col suo gesto ha voluto «attirare l’attenzione su un problema reale». Il segretario di Stato ha anche replicato al ministro Salvini, commentando quanto detto dal titolare del Viminale, che aveva invitato la Santa Sede a pagare le bollette degli italiani in difficoltà: “La Chiesa lo fa già: aiuta tutti”, ha detto.

Krajewski ha confidato di aver agito d’istinto, anche dopo aver visto un bambino del palazzo che necessita per vivere dell’ausilio di un apparecchio che si alimenta a corrente. Nei giorni precedenti, fra l’altro, aveva visitato, uscendone particolarmente provato, i profughi di Lesbo, inviato dal Papa per rinnovare la vicinanza ai rifugiati ospitati nei campi di accoglienza.

“Davanti a situazioni di pericolo per una persona non c’è legge che tenga”, ha invece affermato Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma da poco nominato a Siena.

Anche i francescani di Assisi hanno fatto quadrato attorno all’elemosiniere. Padre Enzo Fortunato, direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi, interpellato a margine della presentazione dell’evento voluto dal Papa che per marzo prossimo ha radunato nella cittadella umbra gli economisti di tutto il mondo, ha affermato: “Se è illegale aiutare bambini e persone che soffrono, ditemi che cosa è legale?”. E ha ribadito: “Se è illegale quello che ha fatto Krajewski compiendo un gesto di umanità dettato dal cuore e da quanto dice il Vangelo, allora arrestateci tutti”.

venerdì 25 agosto 2017

Vaticano accoglierà i rifugiati sfollati: “Sgomberi non sono la risposta. Rifiuti restano in strada, rimossi donne e bimbi”

Il Fatto Quotidiano
Lo conferma a IlFattoQuotidiano.it monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio: "E' arrivato il momento di stabilire politiche di convivenza pacifiche per una integrazione reale. Servono politiche di convivenza pacifiche"

La diocesi del Papa è pronta ad accogliere i rifugiati sgomberati oggi nella Capitale. La conferma a IlFattoQuotidiano.it è arrivata al termine di una giornata che ha visto violenti scontri dei migranti con le forze dell’ordine. A pochi giorni dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che sarà celebrata nel 2018, arriva un impegno concreto da parte delle istituzioni ecclesiali.

Per monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, 
“è arrivato il momento di stabilire politiche di convivenza pacifiche per una integrazione reale. Gli sgomberi, come quello di oggi, non sono certamente una risposta adeguata”. 
Il presule, da sempre vicino ai migranti e ai rom, è stato presente allo sgombero di rifugiati eritrei ed etiopici in piazza Indipendenza a Roma.
“Sono seriamente preoccupato – prosegue Lojudice – per quanto avvenuto che non porta però a nulla senza risposte concrete e capillari in tutta la città. Da qui, come detto anche da altri esponenti del mondo cattolico, c’è bisogno di una risposta progettuale e strutturale. Per questo siamo disponibili a partecipare a incontri di programmazione con le istituzioni competenti e con chi ha veramente a cuore questi problemi per trovare vere e proprie soluzioni per garantire un futuro diverso a questi uomini, donne e bambini che hanno solo la colpa di essere fuggiti da realtà di guerra e povertà nella speranza un futuro diverso”.
Lojudice non fa sconti a nessuno: 
“Possiamo chiamarla la ‘città degli sgomberi’: sì, la città ‘eterna’, la ‘Roma Capitale’ si è trasformata in una città che fa ‘piazza pulita’, dove, nel cuore dell’estate, con i terremoti che incombono e con gli attentati che ci fanno aver paura, devono emergere il diritto e la giustizia a scapito di altro. Magari l’immondizia, quella vera, resta per le strade, ma le persone, famiglie intere con donne e bambini vanno rimosse. Due sgomberi in pochi giorni, – sottolinea ancora il presule – in due punti della nostra città, uno a via Quintavalle a Cinecittà, e uno a via Curtatone, a due passi dalla Stazione Termini: due sgomberi che hanno provocato degli accampamenti: uno, direi molto originale, nel portico della basilica dei Santi Apostoli e uno nei giardini di piazza dell’Indipendenza”.
Il vescovo ausiliare di Roma tiene a precisare anche 
“l’inadeguatezza del termine ‘sgombero’, usato per macerie e rifiuti e non adatto alle persone. Stiamo rivelando il vero volto delle nostre intenzioni: liberarci di qualcosa, o forse di qualcuno. Ma è pura illusione: quelle persone esistono, sono vive, in carne e ossa, respirano, mangiano: sono come noi, come me come tutti. L’unica differenza è che sono nate nel posto sbagliato, sono cresciute nel posto sbagliato e, purtroppo, non vorrei dirlo, sono ‘arrivate’ nel posto sbagliato. Mi piacerebbe pensare che sono arrivate nel posto giusto”.
Da queste considerazioni nasce la domanda di Lojudice: 
“Perché non immaginare di accogliere, proteggere, promuovere, integrare, come ha recentemente proposto Papa Francesco, migranti, rifugiati e chiunque si trova in una situazione di marginalità, italiani compresi? ‘Abbiamo già tanti problemi noi italiani! Non riusciamo a trovare lavoro e occupazioni decenti noi…’. Questi sono i discorsi che si propongono, dietro i quali ci mascheriamo. Se è vero che oggi la guerra è globale, perché non pensare di rendere globale anche la solidarietà?”.
Per il presule 
“non si tratta di favorire alcuni a scapito di altri ma di combattere insieme, uniti dal comune ideale di costruire realmente e concretamente un mondo migliore, quello che nel linguaggio della fede chiamiamo il ‘Regno di Dio’, che è ‘già’ ma ‘non ancora’. Si sente dire che in mezzo a queste persone ce ne sono alcune che strumentalizzano, che approfittano di situazioni per propri interessi, i ‘professionisti dell’occupazione’, come vengono chiamati e viene rimproverato a noi uomini di Chiesa di difendere persone che non hanno nessun diritto e nessun bisogno, a volte veri e propri delinquenti. Ma in mezzo ci sono anche anziani, bambini, donne la cui unica professione è quella di essere mamme. Ecco perché non possiamo non stare dalla parte dei più piccoli, dei più deboli: perché ce ne sono, e sono anche tanti. E noi non possiamo non stare dalla loro parte”.
Lojudice sottolinea, inoltre, che 
“il Comune solitamente propone accoglienze per mamme e bambini: perché non cominciare a pensare a delle accoglienze vere per tutta la famiglia? Ci sono delle esperienze in atto: basta riproporle. E non si dica che è un problema di costi: purtroppo costano molto di più le case famiglia, in alcuni casi indispensabili, che non altri luoghi di accoglienza più autonoma per l’intero nucleo. Non servono guerre, né polemiche con le Amministrazioni pubbliche, né tantomeno con le forze dell’ordine, che fanno solo il loro dovere di obbedire a dei comandi. Né guerre né polemiche risolvono problemi: serve un dialogo serio e serrato da parte di tutte le forze in campo, istituzionali e non, volontariato e terzo settore”.
L’appello del presule è chiaro: 
“Ognuno faccia la sua parte e chi non vuole dialogare si ritiri in disparte. Troppa sofferenza è già stata vissuta da chi non ne aveva e non ne ha nessuna colpa. Non ci può essere un dominatore e un dominato, chi comanda e chi è costretto a subire: le conquiste di civiltà del nostro tempo, anche se subiscono attacchi continui, non possono essere messe in discussione da nessuno. Stabiliamo una convivenza più pacifica, una integrazione più reale, una collaborazione in cui ognuno possa dare il meglio di sé e saremo più sicuri anche dalle violenze e dagli attentati”.
“L’Italia – conclude Lojudice – ancora è stata risparmiata e tutti ci chiediamo il perché: ci auguriamo che lo sia ancora, che non accada anche a noi di dover piangere qualche persona cara. Ma non possiamo affidarci al fatalismo o alla casualità: dobbiamo con responsabilità costruire una fraternità vera che magari metterà in discussione qualche nostro ‘diritto acquisito’, ma ci permetterà di garantire un futuro diverso, migliore ai nostri figli e forse anche ai nostri nipoti”.
Sulla stessa linea la Caritas di Roma, presente allo sgombero avvenuto in piazza Indipendenza con un equipe di operatori, che si è subito attivata concretamente a sostegno dei nuclei più fragili. “Un intervento di questo tipo – sottolineano i vertici della Caritas della Capitale – per l’alto numero delle persone interessate, per la presenza di bambini e nuclei familiari e per la storia di sofferenze e violenze che queste persone hanno subito, richiedeva da tempo interventi sociali mirati e programmati, inseriti in un più vasto programma di iniziative che riguardano gli alloggi popolari e le strutture di accoglienza di emergenza. Purtroppo queste politiche, come hanno dimostrato i fatti di ‘Mafia Capitale’, sono assenti da anni nella nostra città e di questo ne approfittano gruppi e organizzazioni che vivono sulle spalle dei poveri anche nei fenomeni delle occupazioni”.

La Caritas di Roma “chiede l’istituzione di un tavolo permanentepresso la Prefettura, con Comune e Regione, per il monitoraggio e la gestione delle occupazioni. Fenomeni così complessi non possono infatti essere lasciati gestire alla magistratura e alle forze dell’ordine. Occorre prevedere percorsi di integrazione mirati che tengano conto dei nuclei familiari, del livello di istruzione e del percorso migratorio dei singoli. Non bastano pochi mesi nelle strutture di accoglienza perché si possa parlare di accoglienza. Occorre prendere coscienza che il riconoscimento della protezione internazionale a un cittadino straniero non è solo un atto amministrativo, ma un impegno per il nostro Paese ben delineato da Papa Francesco”.

martedì 19 gennaio 2016

Papa Francesco, card. Schoenborn: segue caso di Richard Allen Masterson condannato a morte in Texas da 13 anni nel braccio della morte

ANSA
Richard Allen Masterson
Città del Vaticano - "Sono in collegamento stretto con un condannato a morte in Texas che subira' l'esecuzione domani. C'e' un gruppo di cristiani che segue questo caso: quest'uomo da dodici anni aspetta che sia eseguita la pena capitale". Lo ha rivelato con parole accorate il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, durante la conferenza stampa in Vaticano per la presentazione del Congresso Apostolico Europeo della Misericordia (Roma, 31 marzo-4 aprile 2016) e del Congresso Apostolico Mondiale della Misericordia (Filippine, 16-20 gennaio 2017), parlando del caso di Richard Allen Masterson, per la cui salvezza movimenti cattolici, tra cui la Comunita' di Sant'Egidio, hanno diffuso pubblici appelli. "Anche il Papa e' informato su questo Richard che sara' messo a morte domani", ha quindi detto il card. Schoenborn.

"L'apostolato della misericordia - ha spiegato il porporato austriaco - che fanno alcuni cristiani in Texas, nel seguire il condannato a morte e la famiglia, e' la testimonianza della vicinanza di Gesu' a quest'uomo, che cosi' fa la dolce esperienza del cuore misericordioso di Gesu'".

Richard Allen Masterson e' nato il 5 marzo 1972 nella Contea di Harris in Texas. E' stato accusato dell'omicidio di Darin Shane Honeycutt, avvenuto quando aveva 29 anni, a Houston (Texas) il 9 febbraio 2001. A Masterson e' stata data la sentenza di morte presso la Contea di Harris il 15 Maggio 2002 ed e' stato imprigionato presso la Polunsky Unit, a South Livingston (Texas). La sua esecuzione e' prevista per il 20 gennaio 2016.

Ad oggi Richard e' stato detenuto nel Braccio della Morte per 13 anni e mezzo.

L'uomo, ora di 43 anni, ha avuto un'infanzia difficile, sottolineano i movimenti che ne chiedono la salvezza. E' nato in una famiglia numerosa con limitate risorse economiche. A 14 anni e' scappato di casa e ha iniziato a vivere di espedienti in strada (piccoli furti, droga, prostituzione maschile). Da allora, e' cresciuto nel difficile mondo della piccola delinquenza di strada ed ha alternato periodi di onesto lavoro ad altri di piu' oscure attivita', imparando a fare uso di alcool e droga, finche' a 29 anni ha avuto il tragico incontro che ha portato alla morte di Darin Shane Honeycutt.

Nel corso di questi anni, a causa della sua limitata disponibilita' economica, Richard e' stato difeso da avvocati d'ufficio alternati ad altri poco motivati, che non sono stati in grado di aiutarlo a dimostrare che l'omicidio e' avvenuto in un impeto d'ira, dopo una nottata di abusi di alcool e di droga, non a scopo di rapina. Tutti i suoi appelli ai competenti uffici giudiziari sono stati respinti. Nei tredici anni e mezzo di permanenza nel Braccio della Morte, Richard ha avuto una fitta corrispondenza epistolare con numerose persone sia italiane che di altri Paesi, le lettere hanno fatto emergere la sensibilita' dei suoi sentimenti e la sua maturazione come uomo.

"Il duro e complesso percorso umano che Richard ha attraversato, anche in questi lunghi anni di carcere - osservano le associazioni che ne chiedono la sospensione della condanna -, ha fatto di lui, a 43 anni, una persona migliore di quella entrata in carcere a 29 anni. Una persona ben consapevole della gravita' dell'atto compiuto nel 2001".

lunedì 14 settembre 2015

SOS ragazzi di strada. Sono 150 milioni. In Vaticano un summit per trovare soluzioni

Corriere della Sera
E’ sos abbandono di minori. Nel mondo, i ragazzi di strada raggiungono la drammatica soglia dei 150 milioni. 

Proprio per affrontare con concretezza la piaga dell’abbandono e dello sfruttamento, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ha organizzato un incontro internazionale in Vaticano che vede riuniti, a partire da domenica 13 settembre, esperti da tutto il mondo. Fino al prossimo 17 settembre, dunque, l’Istituto `Maria Bambina´ di Roma, ospita il simposio internazionale con più di settanta esperti impegnati in prima persona nella lotta alla tratta di donne e bambini.
«Un incontro – spiega il dicastero presieduto dal cardinale Antonio Maria Vegliò – che mira a studiare strategie efficaci per combattere la piaga dei bambini e delle donne di strada e delle loro famiglie, dramma che richiede di affrettare i tempi di intervento sia da parte della Chiesa che dalle istituzioni civili». Il simposio darà modo agli esperti di confrontarsi sull’attualità dei problemi che riguardano donne e bambini di strada.Nel corso del Simposio, i relatori si confronteranno sulla tratta di esseri umani con particolare attenzione al fenomeno dei bambini e delle donne di strada nelle realtà dei diversi Paesi del mondo, anche alla luce dell’esortazione apostolica `Evangelii Gaudium´ di papa Francesco. Giovedì mattina, Vegliò e i partecipanti al simposio saranno ricevuti in udienza speciale dal Papa.

Secondo le stime, nel mondo sono 5,5 milioni i minori vittime di lavoro forzato o tratta ai fini di sfruttamento sessuale e lavorativo, su un totale di 20,9 milioni di persone coinvolte; dati che nascondono una realtà sommersa non calcolata nei dati ufficiali. A livello mondiale si stima che, tra abbandonati e non, sono circa 150 milioni di bambini che fanno della strada la propria casa, il 40% di loro è senza dimora mentre, il restante 60%, lavora per le strade per sostenere la famiglia. Il numero più alto di abbandono minorile si conta in Paesi come l’America Latina e l’Africa centrale anche se, questa realtà, raggiunge cifre elevate anche in molti Paesi dell’Europa orientale.

“Nascere in un posto o in un altro del mondo – ha sottolineato il cardinale Antonio Maria Vegliò in un suo intervento sull’Osservatore Romano – non è una colpa né un merito. Una vita dignitosa deve essere garantita a tutti, in modo particolare alle fasce più vulnerabili come donne e bambini. Un solo bambino maltrattato o una sola donna sfruttata è un abuso da parte della società”.

Dati alla mano, il capo del dicastero vaticano che si occupa di migranti, nel suo intervento sul quotidiano d’Oltretevere ricorda che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), “sono circa 21 milioni le persone vittime di lavori forzati nel mondo. Di queste, 11,4 milioni sono donne e 4,5 milioni di loro sono sfruttate sessualmente. Solo in Italia si contano, sempre secondo l’Oil, tra 50 e 70 mila vittime di traffico di esseri umani, soprattutto ai fini sessuali. Parlando, invece, di bambini di strada, sempre secondo le stime, si raggiunge la soglia dei 150 milioni”.


Da qui l’appello del porporato: “Sfruttati, abusati e trafficati, i più deboli perdono tutto e la Chiesa non può restare a guardare in silenzio. La Chiesa è impegnata costantemente per offrire aiuto e protezione ai più deboli e per combattere questo genere di soprusi. La Chiesa deve farsi garante della tutela dei diritti umani, proponendo una valida alternativa alla strada; deve spendersi totalmente per soccorrere quel Gesù umiliato e abbandonato che nessuno si ferma ad aiutare”,

Monica Ricci Sargentini

martedì 11 agosto 2015

I rifugiati in Vaticano? Sono 1500 i presidi in Italia realizzati dalla Chiesa, molti altri non sono noti.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Davanti alla tragedia dei migranti che arrivano sulle nostre coste fuggendo da condizioni di vita rese impossibili dalla guerra, dalla violenza diffusa o da regimi dittatoriali l'esortazione di Papa Francesco sull'accoglienza ai migranti e per ultimo la le parole di  mons. Galantino Segretario Generale della CEI: "Contro migranti atteggiamento da piazzisti da quattro soldi per prendere voti, dicono cose straordinariamente insulse", non sono parole vuote ma hanno alle spalle uno sforzo importante della Chiesa in tutte le sue realtà di aprirsi in modo concreto all'accoglienza dei migranti. I numeri sono rilevanti.



Innanzitutto occorre ricordare che la Chiesa ogni anno distribuisce 6.000.000 di pasti. Inoltre attraverso la Caritas, la Fondazione Migrantes e l’impegno delle parrocchie la Chiesa in questi anni ha dato accoglienza a circa 10.000 migranti, generando nel territorio migliaia di servizi di prima necessità come mense, prestiti, dormitori e ambulatori per stranieri ed italiani in difficoltà.

Sono 1500 presidi in Italia. Inoltre le mense per i poveri legate alla chiesa sono 449, promosse per un quarto dalle parrocchie, per un quarto da Caritas e per un quarto da ordini religiosi, congregazioni, comunità ecclesiali, e per un quarto dalle diocesi: quattro su cinque di queste mense non ricevono aiuti pubblici, quindi non costano niente alle casse dello Stato; anzi, tenendo conto che ogni pasto costa 4,5 euro, questa rete della Chiesa fa risparmiare allo Stato italiano 27.000.000 di euro ogni anno.

A questa attività si devono aggiungere le numerose attività svolte nelle parrocchie, ma che restano difficile a catalogare perché fatte con carità, come doposcuola, asili multietnici o progetti di housing sociale pensati per il ricongiungimento familiare. Poi c’è poi la tutela dei minori che vede le chiese locali prendersi cura di 13.000 bimbi attraverso la rete degli affidi familiari.

Un’accoglienza silenziosa, lontana dalla bolla mediatica, ma sparsa in modo capillare su tutto il territorio italiano: ci sono i guanelliani a Como, Lecco, Nuova Olonio e a Sormano, i francescani ad Enna, Roma e Piglio, i comboniani a Brescia, i pavoniani a Maggio di Valsassina, gli scalabriniani a Roma e Foggia, sempre Roma le mense e le strutture di accoglienza della Caritas e della Comunità di San'Egidio, le suore mercedarie a Valverde di Scicli, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza a Lora (Como) ed Ardenno (Sondrio), le Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia, i salesiani a Palermo… e tanti altri che lo lavorano senza neanche comunicarlo anche per la scelta suggerita dal Vangelo di Matteo: "Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà"


a cura di ES

[Dati www.korazym.org]

sabato 7 marzo 2015

Pena di morte, il presidente del comitato Diritti Umani della Camera Mario Marazziti: bene Vaticano, chiede svolta civilta'

ANSA
Roma - Dichiarazione del presidente del comitato Diritti Umani della Camera Mario Marazziti: "Dal 2007 l'Assemblea generale dell'ONU invita con forza gli Stati a fermare tutte le esecuzioni capitali e a lavorare per l'abolizione definitiva della pena di morte. E' la nuova soglia della giustizia e di una giustizia capace sempre di rispettare la vita, consapevole della possibilita' di commettere errori irreparabili.

La Santa Sede rilancia questa scelta necessaria al mondo per una autentica svolta di civilta'. E' il messaggio che da Giovanni Paolo II in poi la Chiesa Cattolica in maniera sempre piu' chiara a livello mondiale sostiene anche in zone difficili del mondo fino all'appello radicale di Papa Francesco a costruire un mondo senza pena di morte". 

venerdì 6 marzo 2015

Pena di morte: Vaticano all’ONU dice basta con le esecuzioni

ONU Italia
Citta’ Del Vaticano – Il Vaticano chiede al mondo di rinunciare alla pena di morte e lo fa da una tribuna dell’Onu. Mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite di Ginevra ha lanciato un nuovo appello per “una moratoria globale sull’uso della pena capitale” in vista della sua abolizione.

Tomasi ha parlato durante la 28/ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani in corso nella città elvetica. E intanto negli Usa, in una rara manifestazione di unità, i principali media cattolici sia di stampo progressista che conservatori hanno pubblicato oggi un editoriale contro la pena di morte negli Stati Uniti.

“Noi direttori di quattro giornali cattolici – America magazine, National Catholic Register, National Catholic Reporter, e Our Sunday Visitor – chiediamo ai lettori delle nostre diverse pubblicazioni e all’intera comunità cattolica negli Usa di prendere posizione con noi e dire che la pena capitale deve finire”, si legge nell’editoriale che e’ stato ripubblicato dall’Osservatore Romano e che prende spunto dall’esame in corso alla Corte Suprema sui protocolli delle iniezioni letali.

A Ginevra mons. Tomasi, ricordando quanto affermato da Giovanni Paolo II nella Evangelium Vitae, ha ribadito come appaia evidente che al giorno d’oggi ci sono altri mezzi che non siano la pena di morte “per difendere le vite umane dall’aggressore e per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza”.

Citando Papa Francesco, Tomasi ha ricordato inoltre “la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziale e l’uso che ne fanno i regimi totalitari e dittatoriali, come strumento di soppressione della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e culturali”.

mercoledì 25 febbraio 2015

Papa Francesco: "Il clochard non ha una tomba: diamogli una degna sepoltura in Vaticano"

HuffingtonPost
Ancora una volta Papa Francesco apre le porte agli emarginati per eccellenza, i clochard. Dopo l'apertura del barbiere e delle docce dedicate ai senzatetto, il Santo Padre ha deciso di dare degna sepoltura a uno dei barboni più conosciuti a Piazza S. Pietro riservandogli un posto tra le tombe dei nobili benefattori della Chiesa.
Come racconta il Messaggero, Willy Herteleer era uno dei tanti barboni che affollano i vialetti e le arcate della città santa. Era un uomo mite e dal temperamento docile e innocuo, tanto che era conosciuto e benvoluto dai negozianti, dai portieri degli stabili della Città Leonina e dai sacerdoti. Come tanti altri nella sua condizione tutti i suoi averi erano concentrati in un piccolo trolley che portava sempre con sé. Le guardie svizzere che montano la guardia a Porta Sant'Anna avevano imparato a riconoscerlo e gli avevano attribuito affettuosamente il soprannome di "Araldo di sant'Anna".

Le sue giornate passavano tra la ricerca di un po' di calore in inverno e di un po' di fresco in estate; religiosi e non si fermavano spesso a salutarlo e in molti, discretamente, gli donavano un po' di denaro, del cibo caldo, una coperta, della frutta.

Fiammingo di nascita, Willy aveva vissuto una vita turbolenta e per molti versi sconosciuta a tutti. Erano ormai decenni che si trovava nella condizione di vivere senza fissa dimora.

Monsignor Ciani, giurista rotale e canonico di San pietro, era diventato suo amico: Willy lo seguiva quando andava in basilica o nella chiesetta di sant'Anna e spesso pregavano insieme. Il canonico spesso si fermava a scambiare due chiacchiere con l'uomo, lo aiutava in ogni modo possibile, lo invitava a pranzo: erano diventati amici.

Durante una notte, lo scorso Gennaio, Willy muore all'ospedale Santo Spirito in Sassia. Il freddo ha la meglio sul suo corpo vecchio e malandato; alcuni passanti, notando la sua agonia, hanno chiamato un'ambulanza e prestato i primi soccorsi. Ma, per Willy, era troppo tardi.

Dopo qualche tempo Monsignor Ciani si è accorto dell'assenza del suo amico e ha iniziato a chiedere in giro se qualcuno sapesse dove fosse. Le indagini lo hanno condotto all'ospedale, dove Willy era ancora in obitorio. Nessuno aveva idea di dove seppellirlo.
"Santità, non sanno dove seppellirlo" - ha confidato il monsignore a Papa Francesco - "Diamogli una degna sepoltura in Vaticano" è stata la sua risposta.
Un evento fuori dalla norma, mai avvenuto prima. La vita di Willy, l'Araldo di sant'Anna, spesa dormendo sui marciapiedi attanagliato dal freddo, si è conclusa con un funerale sfarzoso dove è stato ricordato e onorato da quanti gli volevano bene.
Il clochard riposerà alle spalle della Basilica nel più antico cimitero germanico tra principi, cavalieri e nobili d'altro lignaggio.

lunedì 15 dicembre 2014

Gli Usa chiedono il sostegno al Vaticano per chiudere Guantanamo

Vatican Insider
Il segretario di Stato John Kerry un’ora dal cardinale Parolin esprime il desiderio di una «favorevole attenzione della Santa Sede alla ricerca delle soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti»

Il segretario di Stato John Kerry ha espresso il desiderio che «la Santa Sede favorisca soluzioni umanitarie adeguate» per la chiusura del campo di prigionia di Guantamano, nel corso dell'incontro di un’ora avvenuto stamane in Vaticano con il cardinale Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin.

Fin dal 2008 Barack Obama ha manifestato l’intenzione di chiudere il carcere di massima sicurezza aperto nel 2002 dal suo predecessore, Gorge W. Bush, nella base navale sull’isola di Cuba per la detenzione – in condizioni umanitarie controverse – dei prigionieri catturati in Afghanistan e in altri paesi con l’accusa di terrorismo. Intenzione mai realizzata anche per l’opposizione del Senato Usa.

[...]

Nel corso dell’incontro, durato un’ora, dalle 9.30 alle 10.30, «i temi principali – ha riferito il direttore della Sala Stampa vaticana - sono stati la situazione in Medio Oriente, e l’impegno degli Stati Uniti per evitare l’aggravarsi delle tensioni e l’esplosione della violenza; inoltre l’impegno per favorire una ripresa dei negoziati fra Israele e i Palestinesi. È stato anche illustrato l’impegno degli Stati Uniti per la chiusura del carcere di Guantanamo e il desiderio di una favorevole attenzione della Santa Sede alla ricerca delle soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti».

Esclusa, ovviamente, l’ipotesi che essi vengono accolti nel piccolo Stato pontificio, non sono stati comunicati i dettagli della proposta che, verisimilmente, si concretizza nella speranza di Washington che la Santa Sede, con la sua ampia rete diplomatica, possa sensibilizzare altri paesi ad assumere la responsabilità di accogliere i presunti terroristi nelle proprie strutture detentive. La chiusura del carcere, si è limitato ad aggiungere padre Lombardi, "guarda con favore" alla prospettiva che il supercarcere di Guantanamo venga chiuso.

“La brevità del tempo a disposizione – ha concluso il portavoce vaticano – ha impedito di approfondire altri temi, che sono stati quindi solo toccati, in particolare la situazione in Ucraina e le sue prospettive e l’emergenza per la epidemia di Ebola”.

E’ la seconda volta che il capo della diplomazia statunitense viene ricevuto dal principale collaboratore del Papa nel corso dei suoi passaggi da Roma. La prima volta, a gennaio scorso, Kerry e Parolin parlarono di Medio oriente, e Siria in particolare, Africa, e nello specifico il ruolo della Chiesa in Sud Sudan, ma anche di Cuba e del ruolo dei cattolici negli Stati Uniti.
[...]

venerdì 14 novembre 2014

Papa Francesco ordina Installazione docce per i Clochard sotto il colonnato del Vaticano

La Stampa
«Padre, non posso venire con te al ristorante, perché puzzo...». Franco è un clochard di origini sarde con la barba ispida e grigia, e la pelle rovinata dal sole. È stato lui, nei primi giorni d’ottobre, a spiegare al vescovo che lo invitava a cena per festeggiare il compleanno, quale sia la necessità maggiore per i senza tetto di Roma: «Qui nessuno muore di fame, un panino si rimedia ogni giorno. Ma non ci sono posti dove andare in bagno e dove lavarsi».
Quel vescovo è Konrad Krajewski, l’elemosiniere di Papa Francesco.

Il messaggio viene immediatamente recepito: lunedì 17 novembre inizieranno i lavori per realizzare tre docce all’interno dei bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato di San Pietro. Saranno dedicate ai senza tetto che bazzicano nei dintorni della basilica. Potranno lavarsi e cambiare la loro biancheria sotto le finestre del palazzo apostolico. E su invito dell’elemosiniere del Papa, già una decina di parrocchie romane nei quartieri più frequentati dai clochard hanno realizzato delle docce da mettere a loro disposizione.

Monsignor Krajewski, per tutti «don Corrado», da anni porta viveri e aiuti a chi vive accampato per la strada. Papa Francesco l’ha scelto proprio per questo, nominandolo vescovo e affidandogli l’Elemosineria: ha il compito di essere il suo «pronto intervento», di portare piccoli aiuti economici a chi è in difficoltà.

Così il prelato polacco racconta quell’incontro degli inizi di ottobre, che gli ha aperto gli occhi. «Ero appena uscito dalla chiesa di Santo Spirito, dove vado a confessare. In via della Conciliazione ho incontrato Franco, un senza tetto. Mi ha detto che proprio quel giorno compiva cinquant’anni e che da dieci vive per strada». Il vescovo lo invita a cena, al ristorante. Si sente rispondere: «Ma io puzzo...». «L’ho portato lo stesso con me. Siamo andati a mangiare cinese. Mentre eravamo a tavola, mi ha spiegato che a Roma qualcosa da mangiare si trova sempre. Quello che manca sono i posti dove lavarsi».

Nella capitale ci sono le mense Caritas, c’è la mensa della Comunità di Sant’Egidio, ma ci sono anche tante iniziative delle parrocchie. Chi vive per la strada sa dove andare. Esistono anche luoghi dov’è possibile fare una doccia.

La Comunità di Sant’Egidio, in prima linea nell’aiuto a chi vive per la strada, ha pubblicato un vademecum aggiornato intitolato «Dove mangiare, dormire, lavarsi». «C’è sempre tantissima gente - ha spiegato Franco - e poi c’è poco tempo a disposizione. Per questo preferisco mettere da parte dei soldi e andare a prenotare di tanto in tanto una cabina doccia alla stazione Termini».

L’elemosiniere del Papa, che fino a quel momento aveva sempre considerato quello dei pasti come la necessità primaria dei senza tetto, non perde tempo. È abituato ad agire subito, senza fare grandi progetti, senza organizzare raccolte fondi che richiedono mesi. «Nel Vangelo Gesù usa sempre la parola “oggi”... Ed è oggi che dobbiamo rispondere al bisogno». Così decide di visitare una decina di parrocchie romane, nel cui territorio stazionano molti clochard. Entra nei locali parrocchiali. Se non ci sono già, chiede che vengano realizzate delle docce, pagate con la carità del Papa. Non si tratta di progetti dispendiosi, non devono diventare grandi centri di aggregazione. Piuttosto un servizio capillare, destinato alle persone del quartiere, in una città dove i bagni pubblici sono chiusi e i senza tetto non possono entrare nei bar per andare la toilette.

«Non è semplice - spiega monsignor Krajewski - perché è più facile preparare dei panini che gestire un servizio di docce. Servono dei volontari, servono gli asciugamani, serve la biancheria». Ai parroci don Corrado dice: «Paga il Santo Padre!». E la Provvidenza non manca di farsi sentire. Andrea Bocelli, con la sua fondazione, stacca un assegno consistente. Un senatore del Nord fa intervenire un’impresa che regala i lavori per realizzare le docce nelle parrocchie che ne sono sprovviste.

Anche il Vaticano fa la sua parte. Già da tempo il Governatorato stava progettando di ristrutturare i bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato, a poche decine di metri dal Portone di Bronzo, sulla destra guardando la basilica. Le esigenze manifestate da Franco, il clochard cinquantenne con dieci anni di vita di strada e tanti compagni morti di freddo, fanno studiare in tutta fretta una significativa variante al progetto, con la benedizione di Francesco. Tre docce per i senza tetto sotto l’imponente colonnato del Bernini, uno dei luoghi più belli e più visitati del mondo.

«La basilica esiste perché custodisce il Corpo di Cristo - fa osservare Krajewski al cronista che gli chiede se qualche turista potrebbe storcere il naso - e nei poveri noi serviamo il corpo sofferente di Gesù. Da sempre, nella storia di Roma, attorno alle basiliche si radunavano i poveri».

Nelle docce all’ombra del Cupolone, come in quelle nelle varie parrocchie della capitale, non ci saranno insegne esterne. Il servizio è pensato a dedicato per coloro che già vivono nella zona, per decongestionare i grandi centri di assistenza. L’elemosiniere del Papa sta cercando di coinvolgere gli allievi di una scuola per parrucchieri, così da poter offrire di tanto in tanto, oltre alla doccia, anche il taglio dei capelli. Potersi lavare e tenersi ordinati renderà i clochard - anzi i «pellegrini senza tetto», come li chiama don Corrado - meno vulnerabili alle malattie che si trasmettono con la sporcizia. A cominciare da Franco, che quel pomeriggio di un giorno assolato d’ottobre si vergognava di essere invitato a cenare al ristorante.