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venerdì 21 settembre 2018

Allarme Save the Children: Yemen, 5 milioni di bambini rischiano di morire di fame

Ansa
Sono più di 5 milioni i bambini che rischiano di morire di fame in Yemen, secondo Save the Children. Lo riferisce Gulf Times.

"Milioni di bambini non sanno quando o se arriverà il loro prossimo pasto" ha dichiarato Helle Thorning-Schmidt, CEO di Save the Children International. 

"Questa guerra rischia di uccidere in Yemen una generazione intera di bambini che affrontano diverse minacce, dalle bombe alla fame, a malattie che si possono prevenire come il colera - ha aggiunto - In un ospedale che ho visitato nel nord dello Yemen, i neonati erano troppo deboli per riuscire a piangere, i loro corpi erano stremati dalla fame". 

Dal 2015 è in corso un conflitto in Yemen tra le forze governative, sostenute dalla Coalizione Araba a guida saudita, e le milizie Houthi: in questi tre anni le vittime sono state circa 10mila, soprattutto fra i civili.

“Sembra mio figlio” - “Un film per spiegare la sofferenza del mio popolo perseguitato da decenni: gli Hazara”

Amnesty.it
“Mohammad Jan Azad ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia in modo che diventasse un film, così io e Basir Ahang abbiamo trovato il nostro di coraggio per partecipare, per affrontare questo film che ci faceva ricordare il nostro passato, il nostro viaggio, soprattutto il nostro dolore“.
Sono le parole di Dawood Yousefi che ci parla del film “Sembra mio figlio“, di Costanza Quatriglio, che ha avuto il patrocinio di Amnesty International e che sarà nelle sale italiane dal 20 settembre.

Il film racconta la storia di due fratelli (Basir Ahang e Dawood Yousefi), appartenenti alla minoranza Hazara, scampati da bambini alle persecuzioni in Afghanistan, rifugiati in Italia, e della loro ricerca della famiglia perduta e della madre, un ritorno verso Oriente che segnerà il destino di entrambi.

Come sei arrivato al film?
Sono stato contattato per la prima volta nel 2016, da Basir Ahang, colui che oggi è l’altro protagonista del film.
A luglio abbiamo fatto molti provini e i primi giorni di settembre mi hanno selezionato.

Cosa hai pensato quando hai letto la storia?
C’è una regista che ha deciso di portare avanti un progetto, di raccontare il genocidio del popolo Hazara e cosa ha spinto queste persone a lasciare l’Afghanistan.
Costanza Quatriglio è stata forse la prima persona a raccontare la storia vera di Mohammad Jan Azad, a farlo in un film, sia a livello europeo che mondiale.
Il film racconta il dramma che vive il popolo Hazara in Afghanistan, ma soprattutto in Pakistan. Un popolo pacifico che ha cercato sempre nella storia di usare il cervello, il dialogo piuttosto che l’uso delle armi.
Purtroppo è finito per essere sempre vittima, prima da parte dei talebani, poi da parte dell’Isis.


Da quanto va avanti questa persecuzione?
Questa situazione ha avuto inizio più di cento anni fa con il re dell’Afghanistan che ha cominciato a uccidere più del 60 per cento del popolo Hazara.
È li che ha avuto inizio il genocidio, da allora ogni governo ha calpestato i diritti fondamentali del popolo Hazara, come quello all’abitazione. Anche tanti genocidi sono stati compiuti durante le guerre civili, e dalla nascita dei talebani il massacro in qualche modo è andato avanti.
L’Is, presente in Afghanistan da oltre tre anni, ha avuto un ruolo molto importante: per loro uccidere o far sparire il popolo Hazara è una vera e propria missione.
Non lo considerano un popolo dell’Afghanistan. E uno dei pochi popoli a maggioranza sciita. Gli attacchi vanno avanti a Kabul, centinaia, e i grandi media non hanno raccontato bene quanto accaduto. Gli attacchi non avvengono in un campo di guerra, succedono nelle scuole, per strada, nei mercati, nelle moschee, nelle palestre, durante le manifestazioni pacifiche organizzate dal popolo Hazara.
Anche solo viaggiando, le persone vengono fermate per strada. Ricordo che gli Hazara come me hanno tratti facilmente riconoscibili.


Sei venuto in Italia diversi anni fa, cosa si prova a recitare una storia che in parte hai vissuto?
La storia di “Sembra mio figlio”, in cui viene narrata la vicenda di Mohammad Jan Azad, somiglia molto alla mia storia e a quella di Basir Ahang, e alle storie di tanti ragazzi che hanno deciso di uscire dal paese alla ricerca di una vita, per non uccidere e non essere uccisi a 13, 14 anni in un paese come l’Afghanistan.
Il nostro popolo ha sempre cercato di studiare, la maggior parte dei laureati sono Hazara, nonostante le difficoltà e la povertà. Ma arriva il momento in cui decidi di lasciare tutto: la terra, i genitori, per non morire, per non essere ucciso in un modo brutale.
Quello che succede in Afghanistan oggi non è una guerra faccia a faccia.

Anche tu hai dovuto lasciare tutto..
Mentre studiavo e lavoravo, davo una mano alla Croce Rossa Internazionale. Andavo a soccorrere le vittime subito dopo gli attentati. Poi è arrivato il momento in cui quello che facevo dava fastidio. Troppo fastidio.

Ho ricevuto minacce e ho visto morire compagni di scuola, così ho deciso di lasciare tutto.
Cosa hai provato mentre recitavi il film?
All’inizio non è stato facile ma siamo rimasti forti, insieme, sia io che Basir capivamo che era un sogno che poteva diventare realtà. Ossia che finalmente esisteva un film che racconta il genocidio del popolo Hazara.
Si parla ancora troppo poco del popolo Hazara.
Le organizzazioni internazionali ancora non riconoscono questo come un genocidio.
Non è stato facile. Costanza Quatriglio e gli altri sono stati i primi a girare un film in Iran (dove si sono girate le scene), dopo 50 anni. Ci sono stati problemi anche per le autorizzazioni.
Gli Hazara sono il primo popolo a livello mondiale rifugiato di richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan, oltre 1 milione in Iran, in Pakistan altri milioni.


Quando è stata la prima volta che lo hai visto e cosa hai sentito dentro di te?
La prima volta ho visto il film a Festival di Locarno. È stato bello perché ho visto concretizzarsi i 4 mesi di lavoro. È stato emozionante perché ho avuto la certezza che il progetto era andato a buon fine.

Venezuela: Amnesty denuncia oltre 8mila casi esecuzioni extragiudiziali

AdnKronos/Dpa
Buenos AiresUn rapporto di Amnesty International denuncia migliaia di casi di esecuzione extragiudiziali da parte delle forze di sicurezza del Venezuela, di cui sono vittima soprattutto giovani uomini delle fasce più povere della popolazione.


La Cofavic, una Ong venezuelana che rappresenta le famiglie delle vittime, ha documentato 6.385 esecuzioni extragiudiziali fra il 2012 e il 2017, nota il rapporto. Ma secondo Amnesty, i casi fra il 2015 e il 2017 arrivano a 8.292.

Il rapporto, presentato in una conferenza stampa a Buenos Aires, cita anche i dati della procura generale venezuelana, secondo i quali 4.667 persone sono state uccise dalle forze di polizia nel 2016 e 1.848 nei primi sei mesi del 2017. 

Secondo Amnesty, la polizia fa un'uso eccessivo e militarizzato della forza, spesso con l'intento di uccidere. Le vittime vengono poi presentate come criminali, anche se erano manifestanti o persone disarmate. Nel 2017, il 95% di queste vittime erano maschi fra i 12 e i 44 anni.

Le uccisioni extragiudiziali si aggiungono al contesto di estrema violenza del Venezuela, che ha un tasso di 89 omicidi ogni 100mila abitanti, uno dei più alti del mondo. Solo in un paese in guerra come la Siria vi sono livelli maggiori di violenza, ha denunciato il portavoce di Amnesty Esteban Beltran. 

"La violenza è uno dei motivi per i quali i venezuelani sono stati costretti a lasciare il paese negli ultimi anni", ha sottolineato Mariana Fontoura Marques, della sezione argentina di Amnesty, ricordando gli oltre 2,3 milioni di persone che dal 2014 hanno lasciato il Venezuela guidato dal presidente Nicolas Maduro, in preda ad una drammatica crisi politica ed economica.

giovedì 20 settembre 2018

Aumenta l'export di armi. Amnesty: Italia complice di crimini di guerra in Yemen

La Repubblica
Con la guerra l'export di armi è cresciuto a dismisura. Le Ong protestano, i governi discutono. Ma a Roma è rimpallo tra Difesa ed Esteri. Davanti ai massacri dello Yemen e allo strazio dei civili, nessuno può nascondere le sue responsabilità. 


Amnesty International punta il dito contro gli Stati produttori di armamenti, che con questa guerra hanno moltiplicato a dismisura i loro affari: "Chi vende armi alla coalizione a guida saudita rischia di essere ricordato come complice di crimini di guerra", denuncia Steve Cockburn, vicedirettore per gli Affari globali.

Nel mirino c'è il governo spagnolo, che il 4 settembre aveva annunciato di non voler più vendere a Riad le bombe a guida laser e il 12 settembre ha fatto una precipitosa marcia indietro, con tutta probabilità legata all'irritazione dell'Arabia Saudita, che avrebbe cancellato anche l'acquisto di cinque corvette per due miliardi di euro.

Madrid deciderà domani, ma il "pentimento" Usa del 2016, in un contesto simile, fa pensare che le pressioni del Regno siano pesanti. Alla potenza economica di Riad ha resistito, solo in parte, la Germania, che ha bloccato però solo le nuove licenze di export verso Arabia, Emirati e Turchia. I governi hanno una foglia di fico ideale nella non lineare situazione yemenita: il Consiglio Onu per i diritti umani l'ha definita "un conflitto armato non internazionale", pur ricordando che il diritto umanitario è comunque cogente.

E la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza ha dato via libera alla coalizione che doveva sostenere il governo in carica. Ma nonostante in Yemen sia impossibile l'accesso ai giornalisti, in Europa il dibattito è aperto. Ieri Elisabetta Trenta ha scritto su Facebook che aveva chiesto al collega Enzo Moavero Milanesi una verifica di legalità sulla fornitura di bombe italiane RWM all'Arabia Saudita.

La titolare della Difesa ha sottolineato che "finora, erroneamente, si era attribuita la paternità della questione al ministero della Difesa, mentre la competenza è del ministero degli Affari Esteri (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento)". In realtà l'Autorità per gli armamenti, ospitata al ministero degli Esteri e diretta da un diplomatico, è un ente amministrativo, con personale di altri dicasteri.

Come tale si conforma alle linee di indirizzo politico della Farnesina ma anche della Difesa, da cui vengono valutazioni di merito per le diverse autorizzazioni. Il problema è che queste direttive politiche, oltre che su post nei social network, devono passare per procedure formali, e per ora non è successo. Durante la scorsa legislatura le mozioni dei Cinque stelle che chiedevano l'embargo totale sono state respinte.

Il governo potrebbe fermare le consegne già autorizzate, ma aprendo la strada a complicati contenziosi giuridici. E a oggi non c'è traccia del fondo previsto per la riconversione dei lavoratori impegnati nel settore. Le vendite italiane, come per gli altri Paesi esportatori, erano esplose con gli scontri in Yemen: secondo i dati del Sipri da 31 milioni di dollari nel periodo 2008-2012 erano arrivate a 226 milioni fra il 2013 e il 2017.

Nel solo 2016 l'Autorità per gli armamenti ha autorizzato vendite (da diluire in più anni) per 427 milioni di euro. Ora però le nuove licenze sono crollate e non arrivano a otto milioni per i primi sei mesi del 2018: in questa cifra non sono previste nuove autorizzazioni di export per le bombe della RWM.

Bambini in carcere. Tra emozione e burocrazia una lucida analisi di Gianpaolo Cassitta

Sardegna Blogger
Tutti si chiedono, si domandano, provano a spiegare, a cercare il bandolo della matassa e, soprattutto, trovare un colpevole.
Perché quella donna ha potuto avere i propri figli in carcere? Per quale motivo in un paese come il nostro ci sono ancora bambini che subiscono la detenzione insieme alla madre? Non si era parlato, una volta, di Istituti a custodia attenuata, di quell’esperienza di Milano? Possibile che ci sia questa leggerezza, questa terribile faciloneria nell’amministrare la giustizia? 


Speriamo che la Magistratura faccia piena luce di ciò che è accaduto ieri in carcere a Rebibbia dove una madre, di nazionalità tedesca, in carcere perchè accusata di spaccio internazionale di sostanze stupefacenti, ha gettato la propria figlia di pochi mesi dalle scale uccidendola e ferendo seriamente il secondo.

Le accuse, da più parti, sono contro il “sistema penitenziario”, cattivo, ignavo e cinico.
Stupisce che al coro di queste accuse si siano uniti, insieme alla solita canea di “specialisti facebucchiani” anche alcuni giornalisti e stupisce, davvero, che l’articolo di “La Repubblica” firmato da Federica Angeli contenga un errore davvero “grossolano”.
Provo a raccontarla in maniera semplice.
La legge del 1975 (l’ordinamento penitenziario) prevedeva che i bambini sino a tre anni potessero stare all’interno del carcere insieme alla madre. Una condizione forse terribile, affrontata da tutti gli operatori dei penitenziari in maniera davvero dignitosa.
Ho visitato molti nidi in molti istituti carcerari italiani e ho sempre notato una variegata e bellissima umanità divisa equamente tra detenute, poliziotte, operatori del trattamento (educatori, assistenti sociali) e volontari.

Verso gli inizi del 2000 a Milano, con un protocollo di intesa firmato dalla provincia e dal carcere di San Vittore, si è sperimentato un tentativo rivoluzionario: una Istituto a custodia attenuata per madri detenute al di fuori del carcere (un edificio di proprietà della provincia) dove non c’erano delle sbarre, i bambini potevano giocare in un giardino, le stanze erano colorate e le poliziotte non indossavano la divisa.

Quando lo visitai mi resi conto che quella era, con una buona dose di coraggio e dignità, la strada da intraprendere e percorrere. A seguito di quella prima esperienza in altre regioni si tentò di aprire degli ICAM e anche in Sardegna si decise per questa scelta che cadde su una vecchia casa mandamentale (un piccolo carcere dove dormivano i semiliberi e ormai in disuso) a Senorbì, un piccolo paese alle porte di Cagliari.

Fu una bella esperienza dove tutti parteciparono con creatività ed interesse: si scelsero i letti coloratissimi, le luci soffuse, la cucina con i fornelli ad induzione, il giardino con i personaggi di Walt Disney a fare da contorno ed una bellissima ludoteca con molti giocattoli e un enorme materasso gonfiabile.

Il 21 aprile 2011, lo Stato promulgò la Legge n. 62, tuttora in vigore, con la quale modificava il codice di procedura penale e in alcune parti l’ordinamento penitenziario recependo l’idea che i bambini, in quanto bambini, in quanto innocenti, non potevano vivere in carcere.
Quello che non si capisce è perché dal 2011 ad oggi (sono passati ben sette anni) quella Legge è poco e male utilizzata.
La giornalista di “la Repubblica” nell’articolo apparso oggi (In cella con i figli da venti giorni li lancia dalle scale, muore neonata, La Repubblica, pagina 16) afferma che la normativa è un paradosso in quanto “per le donne condannate con i figli minori è possibile scontare la pena in strutture differenti dal carcere insieme ai piccoli, chi invece attende una sentenza non ha questo diritto” .Non è vero.

Proprio l’articolo 1 della Legge (basta cercarla su un motore di ricerca, non è difficilissimo, purtroppo non si trova su facebook) recita che “quando imputati (e quindi anche non condannati ndr.) siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza.” A decidere di mandare la donna (o l’uomo) in una casa a custodia attenuata per detenute madri è il giudice (comma 3 dell’articolo 1) che “può disporre la custodia, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano”.
La legge aveva previsto davvero tutto e tutelato le madri (e i padri) e i bambini in qualsiasi condizione giuridica, anche se semplicemente imputate, come nel caso della madre che ha commesso il folle gesto a Rebibbia. Se quella donna era da venti giorni in carcere è perché il Giudice aveva deciso per quella custodia e non altra in quanto, secondo quanto rilevato dal fascicolo processuale, sussistevano per quel giudice “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”.
Chiaramente non entro nel merito della decisione del magistrato che ritengo assolutamente legittima.
Mi vengono in mente alcune piccole considerazioni, che sono poi le stesse evidenziate anche nel caso di Stefano Cucchi:
Prima di esprimere qualsiasi giudizio nel merito occorre conoscere dei fatti di cui si parla;
Se non si conoscono è necessario informarsi e verificare le fonti (in questo caso bene avrebbe fatto la giornalista di Repubblica a leggersi almeno il primo articolo della Legge 21 aprile 2011, n. 162)
E’ facile giocare nell’accusare le istituzioni che soffrono insieme agli operatori che ci lavorano: troppo semplice dire che il carcere non funziona, che è disumano, che tutti sono aguzzini. Non è così: bisogna viverle quotidianamente le situazioni e verificarle. Negli asili nido, dove sono presenti i bambini, ho visto una bellissima umanità da parte soprattutto delle poliziotte e dei poliziotti penitenziari che hanno dimostrato la loro sensibilità di genitori e di professionisti;
Le Leggi in questo paese esistono e, come in questo caso, a volte nascono da intuizioni felici della società civile o da esperienze di operatori che conoscono specificamente il problema. E’ chiaro che poi è il Giudice a dosare ed effettuare le scelte. La custodia attenuata non è un carcere, ma è pur sempre presidiato da poliziotti penitenziari.

Mi raccontava una poliziotta, in servizio presso l’Icam di Milano, che mai e poi mai una mamma abbandonerebbe il proprio figlio per darsi alla fuga. L’unica evasione che vi era stata era scaturita da un episodio che, rivisto con l’esperienza, non si sarebbe più ripetuto: il bambino era stato dato in consegna al padre e lei, la mamma, sicura che il cucciolo fosse in mani sicure, ha deciso di evadere.

E’ difficile, oggi, ragionare sull’episodio accaduto a Rebibbia, che ha coinvolto la madre e i suoi due figli e ha scosso tutti gli operatori di quel carcere. E’ un fatto doloroso, intimo, complesso.
Anche qui camminano nello stesso solco l’emozione e la burocrazia e anche qui, come nel caso di Cucchi, ha vinto la seconda.

Gianpaolo Cassitta

Donna in Pakistan, segregata dal padre rientra in Italia. Aveva chiesto aiuto alla sua scuola in Italia

Ansa
Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, conferma "con grande soddisfazione" che la giovane Menoona Safdar trattenuta contro la propria volontà in Pakistan dalla sua famiglia si è appena imbarcata su un volo diretto in Italia.



"Il positivo esito, che ha posto fine a una grave violazione dei diritti fondamentali della giovane donna, è stato reso possibile, a seguito del personale interessamento del ministro, dall'efficace azione della nostra Ambasciata a Islamabad in stretto raccordo con la Farnesina", si legge in una nota del Ministero degli Esteri.

mercoledì 19 settembre 2018

Grecia - Migranti, nel sovraffollato campo di Lesbo i bambini tentano ogni giorno il suicidio

EUnews
Medici Senza Frontiere denuncia la situazione d’emergenza in corso sull’isola greca. “L’Unione Europea si assuma la responsabilità dei propri fallimenti e attui soluzioni per mettere fine a questa situazione”


Bruxelles – Nel campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, è in corso un’emergenza senza precedenti. È l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (Msf) a richiamare l’attenzione sulla situazione: ogni settimana, l’équipe medica assiste adolescenti che hanno tentato di togliersi la vita o che hanno compiuto atti di autolesionismo.

La politica di contenimento dei richiedenti asilo ha bloccato, fino a data indefinita, oltre 9.000 persone sull’isola, di cui un terzo costituito da minori. Peccato che il campo è pensato per accoglierne poco più di 3.000.

“Posso dire di non aver mai assistito un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica come a Lesbo. La stragrande maggioranza dei pazienti presenta sintomi di psicosi, ha pensieri suicidi o ha già tentato di togliersi la vita”, ha affermato Alessandro Barberio, psichiatra di Msf a Lesbo. Le terapie di gruppo pensate per i bambini in età compresa tra i 6 e i 18 anni, da febbraio a giugno di quest’anno, evidenziano come quasi un quarto dei bambini (18 su 74) “abbia manifestato episodi di autolesionismo o tentativi di suicidio; dei restanti tre quarti, alcuni soffrono di mutismo selettivo, attacchi di panico, ansia, scatti d’ira e incubi costanti”.

Msf chiede un’evacuazione d’emergenza per tutte le persone vulnerabili, in particolare i bambini, verso una sistemazione sicura sulla terraferma, in Grecia o all’interno dell’Unione europea. “Questi bambini arrivano da Paesi in guerra, dove hanno vissuto violenze e traumi estremi. Invece di ricevere cure e protezione in Europa, vivono nella paura, nell’angoscia e sono vittime di episodi di violenza, compresa quella sessuale” evidenzia il dottor Declan Barry, coordinatore medico di Medici Senza Frontiere in Grecia. “Oltre ad essere pericoloso, l’ambiente in cui vivono è caratterizzato da scarse condizioni igieniche, motivo per cui vediamo molti casi di diarrea e infezioni cutanee ricorrenti nei bambini di tutte le età. Con questo livello di sovraffollamento, il rischio di epidemie è molto alto”.

Nel frattempo, solo nel mese di settembre, sono arrivate a Lesbo altre 1.500 persone che, a causa dell’assenza di spazio, dormono senza riparo e senza cibo, oltre ad avere un accesso limitato alle cure mediche. Le condizioni fisiche e psicologiche che necessitano di assistenza, conseguentemente, non possono che degenerare.

[...]

Le condizioni di vita spaventose in cui si trovano le persone a Lesbo, spiega Barberio, “fanno assomigliare l’isola a un vecchio manicomio come non ne esistono più in gran parte dell’Europa, dalla metà del XX secolo”. La situazione è di massima urgenza: è essenziale l’evacuazione urgente delle persone vulnerabili.

Caterina Ristori