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lunedì 22 febbraio 2016

Il progetto del Papa. Pena di morte, una proposta importante. Editoriale di Andrea Riccardi

www.riccardiandrea.it
L’invito ad una moratoria durante l’Anno Santo mobilita autorevolmente i fedeli, i vescovi e i governanti cattolici e rappresenta un’innovazione rispetto al passato

Papa Francesco lancia una proposta rilevante: «Propongo a quanti sono cattolici di compiere un gesto coraggioso ed esemplare: che nessuna condanna venga eseguita in questo Anno Santo della Misericordia». Mobilita autorevolmente i fedeli, i vescovi e i governanti cattolici per la moratoria delle esecuzioni. Quali reazioni positive o critiche ci saranno? Si pensi ai governatori americani. Bergoglio delegittima religiosamente la pena capitale: «Il criminale mantiene l’inviolabile diritto alla vita, dono di Dio».

La sua posizione ha innovato rispetto al passato. Wojtyla e Ratzinger avevano fatto passi in avanti, ma pesava l’ipoteca della continuità con l’insegnamento tradizionale. Si poteva smentire la storia della Chiesa? Ancora nel 1868, furono eseguite due condanne a morte (approvate da Pio IX) nella Roma papale. Francesco è consapevole di quanto lucidamente affermava papa Giovanni: «Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». E il Vangelo narra dell’iniqua condanna alla croce dell’unico «giusto» per i cristiani. La moratoria delle esecuzioni per il Giubileo è parte d’un disegno ambizioso del Papa: l’abolizione della pena di morte.

Su questo la Chiesa dovrà dialogare anche con gli altri cristiani e le religioni. La posizione del Papa è però oggi di grande rilievo, quando vari governi pensano a reintrodurre la pena capitale, nella lotta al terrorismo e al narcotraffico. Francesco delegittima la pena di morte anche dal punto di vista dell’efficacia sociale: le società hanno altre possibilità «di reprimere il crimine». In Messico, il Papa ha incontrato un’escalation di violenza. Una società violenta non deve trascinare lo Stato ad altra violenza. La proposta del Giubileo della Misericordia è invece la realizzazione di un’inclusiva «salute sociale», che generi cultura, crei reti, prevenga il crimine e realizzi condizioni carcerarie mirate al recupero.

domenica 21 febbraio 2016

Nunzio Damasco, strage innocenti nella guerra in Siria, morti 10mila bambini tra le 300mila vittime

ANSAMed
Roma - "Questa è una vera strage degli innocenti. Su 300mila morti oltre 10mila sono bambini, senza parlare di quei bimbi che muoiono annegati o rimangono sotto le macerie dopo un bombardamento. Deve cessare questa strage.


Quelli che soffrono di più sono i bambini e le donne". Lo ha detto il Nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari, in un'intervista a inBlu Radio, network delle radio cattoliche italiane.
"La situazione purtroppo resta grave - ha proseguito mons. Zenari -, c'è qualche segnale di speranza fuori Damasco: ho visto alcuni convogli umanitari che mi hanno aperto il cuore.

Anche se al momento chi è stato soccorso è solo una minima parte. Ieri sentivo parlare che i convogli umanitari hanno raggiunto 80mila persone ma circa 450mila persone vivono ancora in territori assediati e più di 4 milioni si trovano in zone irraggiungibili perché sono in mezzo a due fuochi. La situazione nel Nord è ancora preoccupante, gli effetti dei bombardamenti sono sotto gli occhi di tutti". "La situazione umanitaria, a parte quella politica che è più complicata - ha aggiunto mons. Zenari -, dovrebbe essere risolta con maggiore volontà da parte di tutte le parti in conflitto. E' inammissibile che gli aiuti umanitari non possano arrivare in alcuni territori: il latte e il riso per i bambini sono disponibili ma aspettano i permessi per poter entrare".

Papa Francesco all'Angelus: "Abolizione della pena di morte nel mondo e moratoria delle esecuzioni nell'anno santo" in occasione del IX Congresso Internazionale dei ministri della giustizia, per un mondo senza la pena di morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
L’appello del Pontefice all’Angelus per l’abolizione della pena capitale. «Ai governanti cattolici propongo un gesto coraggioso: che nessuna condanna venga eseguita in questo Anno Santo della Misericordia». 


Papa Francesco all'Angelus, in occasione del IX Congresso Internazionale dei ministri della giustizia, per un mondo senza la pena di morte organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio che si svolgerà domani con la presenza dei rappresentanti di 30 paesi del mondo, ha scelto di rinnovare l'appello per l'abolizione della pena di morte nel mondo e, ai governanti cattolici, di realizzare  una moratoria delle esecuzioni per questo Anno Santo della Misericordia.

"Cari fratelli e sorelle,
domani avrà luogo a Roma un convegno internazionale dal titolo “Per un mondo senza la pena di morte”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Auspico che il simposio possa dare rinnovato impulso all’impegno per l’abolizione della pena capitale. Un segno di speranza è costituito dallo sviluppo, nell’opinione pubblica, di una sempre più diffusa contrarietà alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale.
 
In effetti, le società moderne hanno la possibilità di reprimere efficacemente il crimine senza togliere definitivamente a colui che l’ha commesso la possibilità di redimersi. Il problema va inquadrato nell’ottica di una giustizia penale che sia sempre più conforme alla dignità dell’uomo e al disegno di Dio sull’uomo e sulla società e anche a una giustizia penale aperta alla speranza del reinserimento nella società. Il comandamento «non uccidere» ha valore assoluto e riguarda sia l’innocente che il colpevole. 
Il Giubileo straordinario della Misericordia è un’occasione propizia per promuovere nel mondo forme sempre più mature di rispetto della vita e della dignità di ogni persona. Anche il criminale mantiene l’inviolabile diritto alla vita, dono di Dio. Faccio appello alla coscienza dei governanti, affinché si giunga ad un consenso internazionale per l’abolizione della pena di morte. E propongo a quanti tra loro sono cattolici di compiere un gesto coraggioso ed esemplare: che nessuna condanna venga eseguita in questo Anno Santo della Misericordia. 
Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi ad operare non solo per l’abolizione della pena di morte, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà"

Nelle miniere di cobalto in R.D. Congo 40mila bambini sfruttati, ne sono morti 80

Altrimondi News
«Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici non sanno dire dove si procurano le materie prime, sono morti 80 bambini minatori»

«24 ore nel tunnel. Mangio e riposo dentro il tunnel. Mia madre voleva mandarmi a scuola, mio padre mi ha mandato nelle miniere di cobalto. Ho i polmoni a pezzi.»

Non è l’incipit di un romanzo di Dickens o di Verga, ma la confessione, dura e cruda, di Paul, un ragazzo di 14 anni, uno degli 87 minatori della Repubblica democratica del Congo cui Amnesty International ha dato voce.

Secondo l’ultima stima dell’Unicef sono almeno 40mila i bambini sfruttati nel lavoro delle miniere: «Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici fatturano 125miliardi di dollari annui e non sanno dire dove e in che condizioni di lavoro si procurano le materie prime, nell’ultimo anno sono morti nel sud del Congo 80 bambini minatori.»

Non c’è alternativa, se si vuole sopravvivere. Lo confessa Francois, che lavora nelle miniere insieme al figlio tredicenne, Charles: «Come si fa a pagare la retta della scuola? Come si fa a pagare il cibo? Dobbiamo lavorare in questo modo, perché non c’è altro lavoro.»

Il rapporto di Amnesty “This is what we die for” ha ricostruito il percorso del cobalto estratto in Congo: questo viene lavorato e venduto a tre aziende – Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud – che producono batterie per automobili e smartphone. Tra i clienti delle tre aziende in questione ci sono 16 multinazionali, tra cui figurano Apple, Microsoft, Samsung, Vodafone e Volkswagen che, a seguito dell’indagine condotta da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, non hanno saputo o voluto dare spiegazioni a riguardo: «Il quadro che emerge è quello di una mancanza complessiva di trasparenza. Sulla base delle risposte fornite dalle 16 aziende interpellate, Amnesty International sostiene che nessuna sia stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.»

Il rapporto sull’estrazione del cobalto e sul lavoro nelle miniere del Congo è stato fatto in collaborazione con Afrewatch (African Resources Watch) il cui direttore esecutivo, Emmanuel Umpula, ha così commentato: «È paradossale che nell’era digitale alcune delle compagnie più innovative e ricche al mondo siano in grado di vendere dispositivi incredibilmente sofisticati senza dover dimostrare da dove arrivano le materie prime per le loro componenti.»

E a tal proposito è chiara la posizione dello stesso Riccardo Noury: «Le aziende menzionate nel rapporto di Amnesty International non potranno più dire ‘non sapevamo’. Molte di loro hanno promesso approfondimenti e indagini e le marcheremo strettamente. Premeremo anche perché la filiera del cobalto sia finalmente regolamentata. Sappiamo ora che migliaia di persone chiedono prodotti etici, anche nel campo dell’elettronica. La speranza è che il mercato si sviluppi ulteriormente in questa direzione.»

sabato 20 febbraio 2016

World Press Photo Contest: sul tema dei rifugiati la più bella foto del 2015

WEST
La giuria del World Press Photo Contest ha assegnato il primo premio per l’anno 2015 ad una tenera immagine in bianco e nero che immortala la durezza dell’attuale crisi migratoria. 

Nella foto, illuminata solo dal chiarore della luna, si vede un rifugiato siriano che tenta di far passare un bambino sotto il muro di filo spinato eretto al confine tra Serbia ed Ungheria. 

Uno scatto opera del 47enne fotoreporter freelance australiano Warren Richarson, che Francis Kohn, presidente della giuria e direttore dell’Agence Press-France, ha definito geniale “nella sua assoluta semplicità: il bianco della luna, il filo spinato, un uomo e un bambino… Un misto di drammatica sofferenza ma anche di speranza, non un puro e semplice pugno nello stomaco”.

Warren Richarson ha tenuto a far sapere che la foto vincitrice, benché già in precedenza Inviata con altre sullo stesso argomento a due agenzie di stampa, fino al momento del premio non era mai stata pubblicata.

Turchia: arrestato il giornalista siriano Rami Jarrah

La Repubblica
Il reporter indipendente, molto conosciuto per essere una delle poche voci dalle zone di guerra, è stato fermato dalla polizia di frontiera e portato in una località sconosciuta. Tre settimane fa aveva incontrato Erdogan. Petizione e mobilitazione online per il suo rilascio. 

Rami Jarrah
È stato arrestato dalle autorità turche un rinomato giornalista siriano, uno dei pochi testimoni dalle zone tormentate dalla guerra civile e dagli attacchi dell'Is in Siria. L'ong siriana per la libertà di stampa e i diritti umani The Syria Campaign (Tsc) ha diffuso la notizia dell'arresto di Rami Jarrah da parte delle autorità turche lo scorso mercoledì. L'organizzazione rivela che non è stato possibile conoscere le motivazioni di questo provvedimento, salvo il fatto che Jarrah è stato interrogato dai poliziotti in merito alla sua attività lavorativa. L'arresto è avvenuto quando si è presentato alla polizia dell'immigrazione per chiedere un permesso di residenza in una zona al confine con la Siria.
Ieri notte Jarrah è stato trasferito in una località sconosciuta e nessuno dei suoi familiari, amici e colleghi al momento sa dove si trova. Gli attivisti e gli amici del giornalista hanno anche lanciato una una petizione on-line che sta raccogliendo migliaia di adesioni.
Prima di sparire Rami Jarrah sarebbe riuscito a parlare con i colleghi della sua agenzia, Ana Press, dicendo di essere detenuto ad Adana e di essere rinchiuso insieme ad "elementi dell'Is". "Ha avuto un litigio con uno di loro e ora teme per la propria sicurezza".
Rami Jarrah è un giornalista molto attivo: agli inizi della rivoluzione del 2011, come riporta tsc nella nota, ha documentato la ribellione di Damasco usando uno pseudonimo, Alexander Page, e ha usato Skype per aggirare il blocco imposto dal regime sui media. "Jarrah è conosciuto per il suo lavoro indipendente sulla guerra in Siria, svolto nel corso di tanti anni e con grande rischio", ha dichiarato Nina Ognianova, coordinatrice del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) per l'Europa e l'Asia centrale. "I giornalisti siriani come Jarrah, che hanno trovato rifugio in Turchia, dovrebbero essere protetti e non essere oggetto di arresti o persecuzioni", ha aggiunto.
Di recente Jarrah ha poi lavorato ad Aleppo per documentare i bombardamenti da parte dell'esercito siriano e russo, a rischio della vita. "Ha raccontato i crimini di guerra perpetrati contro i civili e ha dato voce a coloro che si oppongo sia all'Is che al regime e ai suoi alleati", riferisce ancora il Tsc. Tre settimane fa, riferiscono i suoi amici, aveva incontrato il premier turco Erdogan per discutere di Siria.
Il suo lavoro, sin dagli inizi della rivoluzione, è stato quello di "riportare la verità", credendo nel fatto che quello "fosse il solo modo per assicurare la libertà e la giustizia". Per le persone che lo hanno conosciuto "è un eroe", e per questo "deve essere liberato", conclude la nota.
Jarrah, nato a Nicosia (Cipro), è cresciuto in Gran Bretagna. Dopo aver fatto ritorno a Damasco, nel 2004, venne fermato e lasciato senza passaporto. Nel 2011 venne arrestato mentre filmava le rivolte presso la Grande moschea di Damasco, detenuto e torturato per tre giorni e poi nuovamente rispedito fuori dal Paese con una confessione estorta che fosse un terrorista. Raccontò poi di aver ricevuto diverse minacce di morte. Per il suo lavoro l'associazione della stampa canadese per la libera espressione gli ha conferito il Press Freedom Award.

Rapporto Caritas Internazionale: Bambini soldato o spose bambine: così si diventa “merce” nei paesi in guerra

Redattore Sociale
Un rapporto della Caritas internazionale analizza le diverse forme di sfruttamento nei contesti bellici e post-conflitto. A essere oggetto di tratta sono soprattutto i soggetti più deboli. Al via due progetti di sperimentazione in Libano e Armenia


Roma – Bambini soldato, matrimoni forzati, abusi sui minori, traffico di migranti. Sono queste soltanto alcune delle forme di sfruttamento legate alla tratta di esseri umani in contesti bellici e post-conflitto. Un fenomeno poco conosciuto che è stato al centro di un’indagine internazionale promossa dal Secours Catholique, con il contributo di Caritas Albania, Armenia, Bosnia – Erzegovina, Bulgaria, Kosovo, Libano, Turchia e presentata da Caritas italiana nel corso del convegno CNI, che si sta svolgendo in questi giorni a Caserta (15-17 febbraio).

La ricerca è stata realizzata con l’obiettivo di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti a portare avanti le soluzioni più adatte alle differenti situazioni presenti sul campo. Secondo il dossier, nonostante alcune forme di sfruttamento esaminate siano peculiari di quei contesti direttamente coinvolti nei conflitti armati (vedi i bambini soldato o il traffico d’organi per curare i combattenti feriti), tuttavia presentano molte somiglianze alle altre forme di tratta e sfruttamento registrate in contesti differenti da quelli collegati a situazioni di conflitto o post conflitto. Infatti le modalità di reclutamento, le tecniche di controllo psicologico e le forme di sfruttamento molto spesso ricorrono indipendentemente dalla situazione o dalla collocazione geografica.

Matrimoni precoci e forzati a scopo di sfruttamento. Tra i fenomeni studiati quello delle ragazze oggetto di rapimenti da parte dei gruppi armati, giovani donne strappate dalle loro famiglie o prelevate da zone di confine, costrette, con violenza, a diventare schiave sessuali. Il report sottolinea che nei paesi analizzati le modalità di reclutamento e lo sfruttamento femminile ruotano attorno ai matrimoni combinati dove le future spose e le loro famiglie raramente sembrano coscienti dei rischi legati a tale pratica. Indipendentemente dalla religione di appartenenza, il sistema delle doti è infatti regolarmente impiegato come moneta sonante per l’acquisto e la mercificazione della donna. Questi “matrimoni” sono usati per diversi tipi di sfruttamento femminile, abusi che sfociano nella sfera domestica, sessuale, nella prostituzione forzata, in matrimoni temporanei o in vere e proprie forme di schiavitù; tutti aspetti che implicano l’uso indiscriminato della violenza.

Sfruttamento economico dei rifugiati. Questo tipo di sfruttamento è presente, con varie sfumature, in tutti i paesi esaminati nella ricerca. La quasi impossibilità per i rifugiati di accedere legalmente al mercato del lavoro a causa del limitato riconoscimento dei loro diritti o all’assenza di uno status, favorisce su larga scala lo sfruttamento economico. Sebbene ci siano possibilità remote di modificare le legislazioni nazionali, la nostra ricerca ha mostrato che quello economico può generare altre forme di sfruttamento come il traffico di droga, la prostituzione, la riduzione in schiavitù come saldo di un debito precedentemente contratto.

Abusi sui bambini. Nei paesi con elevato numero di rifugiati, il lavoro minorile è presente in tutti quei settori in cui è richiesta manodopera non qualificata: i bambini infatti vengono spesso usati come braccianti, venditori ambulanti, lustrascarpe, commessi in piccoli market, oppure impiegatinel settore edile. In particolare, per quanto riguarda i minori iracheni rifugiati in Libano secondo la ricerca lo sfruttamento minorile era meno comune prima della guerra in Iraq. Il 92 per cento dei bambini non aveva mai lavorato nel paese d’origine e il 59 per cento aveva completato almeno la scuola elementare. Nonostante questo genere di sfruttamento (che a volte sfocia in sfruttamento sessuale, o in attività di piccola criminalità organizzata) sia dettato dalle difficoltà economiche delle famiglie rifugiate, forte è il rischio che possa trasformarsi in una pratica istituzionalizzata. Un preoccupante esempio è rappresentato dalle famiglie rifugiate che vivono nelle tendopoli informali situate su terreni privati nella Valle della Bekaa o nel nord del Libano: spesso, per poter pagare l’affitto della tenda, sono infatti costrette a mandare i loro figli a lavorare nei campi del proprietario della terra su cui hanno stabilito l’accampamento. Sempre più spesso le organizzazioni umanitarie lavorano assegnandogli il compito di distribuire regolarmente aiuti (cibo, coperte, etc.) in modo da rendere più sostenibile e organizzata la vita nei campi.

Minoranze ostracizzate. I contesti postbellici analizzati nella ricerca mostrano che le guerre civili, passate e presenti, portano determinate minoranze a essere costantemente ostracizzate, per motivi etnici o religiosi, da parte di tutti gli attori in un conflitto. Nel periodo successivo a una guerra, infatti, il naturale spazio sociale accordato a questi gruppi continua ad essere minacciato: discriminati e marginalizzati, rappresentano, di conseguenza, un ricco bacino di potenziali vittime di tratta per molte generazioni a venire. E non solo: l’esclusione dalle istituzioni sociali nei loro paesi di origine li condanna a vivere isolati, rafforzando la mentalità da clan autoreferenziale e la criminalità organizzata. L’esempio della Bosnia Herzegovina e del Kosovo dimostra come dopo oltre 15 anni dalla fine del conflitto, la mancanza di protezione alle minoranze discriminate, nei loro territori o nei paesi ospitanti, abbia generato una struttura interna di cosiddette ‘attività grigie’ che possono facilmente degenerare in varie forme di criminalità e, in particolare, nella tratta di esseri umani.

Traffico di migranti e tratta di esseri umani. Secondo molte ricerche c’è una differenza tra traffico di migranti e tratta di esseri umani. “La nostra ricerca prova invece a dimostrare il contrario: il traffico di migranti, cioè, può essere il trampolino di lancio per la tratta di esseri umani – spiega Caritas – Spesso le persone che non sono in grado di pagare i trafficanti sul posto, sono ridotte in schiavitù per avere contratto un debito. Alcune famiglie costringono le figlie al matrimonio per recuperare i soldi della dote; altri migranti,specialmente nell’Europa occidentale, invece, finiscono intrappolati nelle maglie della criminalità o dello sfruttamento economico.

Le raccomandazioni delle Caritas. Le organizzazioni, riunitesi ad Istanbul, hanno lanciato anche alcune raccomandazioni. Una fase di sperimentazione inizierà a breve in alcuni paesi come il Libano. Qui si punta a sensibilizzare le forze di polizia sulla tratta di minori rifugiati. Alcuni bambini siriani sono usati, infatti, per la prostituzione nei parchi in alcuni distretti di Istanbul. Per combattere questa situazione, Caritas Libano propone un aggiornamento delle diverse forme di tratta per enfatizzare il bisogno di identificare le vittime o potenziali tali tra rifugiati, soprattutto bambini, in contesti di conflitto o post conflitto. Questo aggiornamento è condotto regolarmente con lo staff delle diverse agenzie di polizia. Caritas Libano coordinerà il dipartimento di formazione all’interno delle Forze di Sicurezza Interne per l’aggiornamento. Un secondo progetto si concentrerà sulla prevenzione dello sfruttamento lavorativo degli armeni siriani.