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domenica 15 settembre 2019

Turchia, liberi 5 giornalisti accusati di terrorismo, erano in cella da più di tre anni.

Il Dubbio
Li avevano accusati di reati gravissimi: favoreggiamento del terrorismo, eversione, attentato alle istituzioni, ma, dopo tre anni di ingiusta e vessatoria detenzione la corte d’appello di Istanbul ha ordinato la liberazione di cinque ex giornalisti del quotidiano turco di opposizione Cumhuriyet.

Una vignetta satirica di Musa Kart, uno dei giornalisti liberati
Tra di loro anche il famoso vignettista Musa Kart, particolarmente inviso al presidente Erdogan per i suoi disegni irriverenti e molto critici nei confronti dell’autoritarismo del “sultano”.

I cinque giornalisti stavano scontando una condanna per «complicità e favoreggiamento con gruppi terroristici, senza esserne membri», come recitano gli ambigui e generici capi di imputazione. «Dopo la sentenza, aspettiamo la liberazione dei cinque ex giornalisti, già nelle prossime ore» ha dichiarato l’avvocato Tora Pekin.

Laico, libertario e duramente ostile alla presidenza Erdogan, negli ultimi anni Cumhuryet era diventato una bandiera della lotta alla deriva totalitaria che ha colpito la politica e la società turca dal fallito golpe del 2016, al quale sono seguite pesantissime ondate repressive da parte del governo, con centinaia di migliaia di arresti tra militari, magistrati, avvocati, giornalisti, insegnanti.

Dopo che la redazione, era stata falcidiata, l’editore era stato costretto ad aggiustare la sua linea; pur rimanendo critico verso il sisetma Erdogan, Cumhuryet in questi ultimi due anni ha abbassato i toni e rinunciato al suo tradizionale stile sferzante nei cofronti di qualsiasi potere. Un’autocensura figlia del clima da caccia alle streghe che si respira in Turchia, nonostante la luna di miele tra Erdogan e l’elettorato sia finita, come dimostra la bruciante sconfitta alle municipali di Istanbul.

La notizia della scarcerazione dei cinque giornalisti è un bel segnale per chi da sempre difende la libertà d’espressione come uno dei pilastri dello Stato di diritto; in particolare l’avvocatura italiana saluta il proscioglimento dei reporter esprimendo una forte soddisfazione per qauello che potrebbe essere uno dei primi tasselli del ritorno a una giustizia meno condizionata dagli interessi politici del presidente.

lunedì 12 novembre 2018

Firma la petizione! Dopo le preoccupati affermazioni verso i giornalisti da parte di alcuni membri del Governo.

Articolo21 e Progressi

A: Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Difendiamo la libertà di espressione

Signor Presidente,
siamo cittadine e cittadini preoccupati per la serie di intimidazioni che alcuni esponenti del suo governo stanno rivolgendo a giornalisti, scrittori e professionisti dell'informazione perché critici verso le loro politiche.

Le rivolgiamo un appello affinché si pronunci in modo fermo in difesa della libertà di espressione e manifestazione del pensiero, del diritto di cronaca, di critica e di satira, principi fondanti della nostra Repubblica e della nostra democrazia.

Anziché rispondere in modo aperto alle critiche e alle inchieste giornalistiche che li riguardano, questi ministri lanciano intimidazioni a chi dissente, tradendo lo stesso mandato delle istituzioni che rappresentano.

Perché è importante?
Ogni tentativo di attaccare, delegittimare e intimidire chi dissente dalle politiche di un governo indebolisce le istituzioni e con esse la coesione sociale, portandoci verso derive autoritarie che gli italiani non vogliono tornare a vivere.

Citiamo, a questo proposito, le prime righe dell'Articolo 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato "l'importanza primaria della libertà di informazione, un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione".

Se il governo da lei presieduto consente a un ministro di minacciare giornalisti o editori noti, che hanno risorse e mezzi per difendersi, che cosa accadrà ai tanti giornalisti che non godono delle stesse possibilità?

Nelle classifiche internazionali della libertà di informazione l'Italia già occupa una posizione non degna di un paese democratico. Non facciamo altri passi indietro, difendiamo la libertà di espressione!

mercoledì 2 novembre 2016

Africa, giornalisti uccisi e senza giustizia. Decine di morti, sempre più rischioso fare informazione

DIRE
Tempi duri per i giornalisti in Africa. Non solo è sempre più rischioso fare informazione, ma non c’è giustizia per chi viene ucciso in servizio. A denunciarlo è il Committee to Protect Journalists (Cpj) che nei giorni scorsi ha reso pubblico il Global Impunity Index.


Somalia. Abdiaziz Mohamed Ali, giornalista di Radio Shabelle ucciso nel settembre 2016
I dati del Global Impunity Index riguardano 13 Paesi che rappresentano l’80% degli omicidi irrisolti in tutto il mondo dal 2006 al 2016. Solo il 3% del totale dei casi di uccisioni di giornalisti nel decennio ha avuto piena giustizia.Secondo l’indice, il 25% dei sospettati sono governativi o militari funzionari e il 40% è costituito da gruppi politici, tra cui i gruppi estremisti quali Stato islamico. L’indice calcola il numero di omicidi di giornalisti irrisolti come percentuale della popolazione di ciascun paese. Solo le nazioni con cinque o più casi irrisolti sono state incluse.

Dal 2006, in Africa, 34 casi di omicidio di giornalisti sono rimasti irrisolti: 24 in Somalia, cinque in Sud Sudan e cinque in Nigeria. In Somalia, il Comitato punta il dito contro l’utilizzo dei tribunali militari.

I giudici militari non sarebbero sempre in grado di fare giustizia anche perché, spesso, i giornalisti vengono eliminati proprio da militari o da sicari loro collegati. Ciò eliminerebbe ogni possibilità di processo giusto. In Sud Sudan, a gennaio 2015 sono stati uccisi cinque giornalisti con armi da fuoco e a colpi di machete. I loro corpi sono poi stati bruciati. La loro colpa principale era quella di trovarsi in un convoglio organizzato da politici. Per loro non c’è stata alcuna giustizia. Anche lo Stato nigeriano, che pure è una grande democrazia, è stato negligente nell’individuare e perseguire i colpevoli, responsabili per l’omicidio di cinque giornalisti negli ultimi 10 anni. Secondo la ricerca, le lacune nelle indagini sarebbero legate, come in Somalia, al coinvolgimento delle forze di sicurezzanegli omicidi.

sabato 20 febbraio 2016

Turchia: arrestato il giornalista siriano Rami Jarrah

La Repubblica
Il reporter indipendente, molto conosciuto per essere una delle poche voci dalle zone di guerra, è stato fermato dalla polizia di frontiera e portato in una località sconosciuta. Tre settimane fa aveva incontrato Erdogan. Petizione e mobilitazione online per il suo rilascio. 

Rami Jarrah
È stato arrestato dalle autorità turche un rinomato giornalista siriano, uno dei pochi testimoni dalle zone tormentate dalla guerra civile e dagli attacchi dell'Is in Siria. L'ong siriana per la libertà di stampa e i diritti umani The Syria Campaign (Tsc) ha diffuso la notizia dell'arresto di Rami Jarrah da parte delle autorità turche lo scorso mercoledì. L'organizzazione rivela che non è stato possibile conoscere le motivazioni di questo provvedimento, salvo il fatto che Jarrah è stato interrogato dai poliziotti in merito alla sua attività lavorativa. L'arresto è avvenuto quando si è presentato alla polizia dell'immigrazione per chiedere un permesso di residenza in una zona al confine con la Siria.
Ieri notte Jarrah è stato trasferito in una località sconosciuta e nessuno dei suoi familiari, amici e colleghi al momento sa dove si trova. Gli attivisti e gli amici del giornalista hanno anche lanciato una una petizione on-line che sta raccogliendo migliaia di adesioni.
Prima di sparire Rami Jarrah sarebbe riuscito a parlare con i colleghi della sua agenzia, Ana Press, dicendo di essere detenuto ad Adana e di essere rinchiuso insieme ad "elementi dell'Is". "Ha avuto un litigio con uno di loro e ora teme per la propria sicurezza".
Rami Jarrah è un giornalista molto attivo: agli inizi della rivoluzione del 2011, come riporta tsc nella nota, ha documentato la ribellione di Damasco usando uno pseudonimo, Alexander Page, e ha usato Skype per aggirare il blocco imposto dal regime sui media. "Jarrah è conosciuto per il suo lavoro indipendente sulla guerra in Siria, svolto nel corso di tanti anni e con grande rischio", ha dichiarato Nina Ognianova, coordinatrice del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) per l'Europa e l'Asia centrale. "I giornalisti siriani come Jarrah, che hanno trovato rifugio in Turchia, dovrebbero essere protetti e non essere oggetto di arresti o persecuzioni", ha aggiunto.
Di recente Jarrah ha poi lavorato ad Aleppo per documentare i bombardamenti da parte dell'esercito siriano e russo, a rischio della vita. "Ha raccontato i crimini di guerra perpetrati contro i civili e ha dato voce a coloro che si oppongo sia all'Is che al regime e ai suoi alleati", riferisce ancora il Tsc. Tre settimane fa, riferiscono i suoi amici, aveva incontrato il premier turco Erdogan per discutere di Siria.
Il suo lavoro, sin dagli inizi della rivoluzione, è stato quello di "riportare la verità", credendo nel fatto che quello "fosse il solo modo per assicurare la libertà e la giustizia". Per le persone che lo hanno conosciuto "è un eroe", e per questo "deve essere liberato", conclude la nota.
Jarrah, nato a Nicosia (Cipro), è cresciuto in Gran Bretagna. Dopo aver fatto ritorno a Damasco, nel 2004, venne fermato e lasciato senza passaporto. Nel 2011 venne arrestato mentre filmava le rivolte presso la Grande moschea di Damasco, detenuto e torturato per tre giorni e poi nuovamente rispedito fuori dal Paese con una confessione estorta che fosse un terrorista. Raccontò poi di aver ricevuto diverse minacce di morte. Per il suo lavoro l'associazione della stampa canadese per la libera espressione gli ha conferito il Press Freedom Award.

giovedì 28 gennaio 2016

Turchia: ergastolo a Can Dündar e Erdem Gül per aver fatto il proprio mestiere di giornalisti

Il Manifesto
Questa la pena chiesta dal procuratore di Istanbul contro i due giornalisti. Accusa: spionaggio e tentato golpe. In Siria kurdi estromessi dal negoziato dopo il diktat di Erdogan, mentre le opposizioni prendono tempo. Quanto temuto potrebbe diventare realtà: il procuratore del tribunale di Istanbul ha presentato ieri l'incriminazione per i giornalisti turchi Can Dündar e Erdem Gül. 

Da sinistra Erdem Gul e Can Dundar ( Foto: Vedat Arik/AP)
Raccolta di documenti segreti per fini di spionaggio militare e politico, tentativo di rovesciare il governo e deliberato sostegno al terrorismo: queste le accuse che pesano sui due reporter. Rischiano il carcere a vita, tanto ha chiesto il procuratore turco, insieme all'isolamento per 23 al giorno, per sempre.

Rispettivamente direttore del quotidiano Cumhuriyet e caporedattore dell'ufficio di Ankara, la "colpa" di Dündar e Gül è aver fatto il proprio mestiere. A maggio pubblicarono un articolo, corredato di relative prove, nel quale mostravano il tentativo di scambio intercorso tra i servizi segreti turchi e presunti membri dello Stato Islamico. Un camion che sarebbe dovuto passare dalle mani dell'intelligence di Ankara a quelle degli islamisti era stato fermato e perquisito dalla gendarmeria turca a sud del paese all'inizio del 2014 ed era apparentemente pieno di armi.

[...]

di Chiara Cruciati

martedì 19 gennaio 2016

Kuwait, fino a dieci anni di carcere per chi critica online il governo

Il Fatto Quotidiano
Il 12 gennaio in Kuwait è entrata in vigore la nuova legge sui reati informatici.
Si tratta dell’adeguamento all’era dei social media di tre precedenti leggi del 1970, del 2006 e del 2007, che criminalizzavano l’espressione di opinioni del tutto legittime e pacifiche sui mezzi d’informazione tradizionali, attraverso strumenti audiovisivi o durante manifestazioni pubbliche.


Accanto alla repressione di azioni che hanno un’effettiva natura criminale (come l’accesso non autorizzato alle reti, l’alterazione di dati e di contenuti e l’uso di Internet a scopo di traffico di esseri umani), la nuova legge sanziona anche azioni che non hanno alcuna rilevanza penale.

D’ora in avanti chi criticherà online il governo, la magistratura, le figure religiose e persino i capi di Stato di altri paesi rischierà fino a 10 anni di carcere.

Ancora prima dell’entrata in vigore della legge, peraltro, numerosi utenti dei social media erano stati arrestati, processati o condannati per aver espresso online le loro opinioni.

Ayad Khaled al-Harbi, 26 anni, è in carcere dall’ottobre 2014 per aver criticato su Twitter il capo di stato del Kuwait, l’emiro Sabah al-Ahmed Al Sabah e vari ministri del governo e per altri tweet di sostegno al noto dissidente Musallam al-Barrak.

Hamad al-Naqi, blogger, sta scontando una condanna a 10 anni per una serie di tweet considerati critici nei confronti dei leader del Bahrein e dell’Arabia Saudita e per “offesa all’Islam”.

Abdullah Fairouz, difensore dei diritti umani, ha ricevuto cinque anni di carcere per aver twittato che chi dimora nei palazzi reali non dovrebbe essere immune dai procedimenti penali.

L’avvocato Khaled al-Shatti è stato condannato in primo grado a un anno di carcere per “offesa alla religione” (in realtà aveva pubblicato un tweet velatamente critico nei confronti dello Stato islamico). Resta in libertà fino allo svolgimento del processo d’appello, che dovrebbe tenersi prossimamente.

Altri utenti dei social media sono in carcere per aver criticato l’Arabia Saudita all’indomani dell’avvio delle operazioni militari nello Yemen. Uno di loro è il blogger Saleh al-Saeed, condannato a sei anni. Ulteriori casi sono descritti in un recente rapporto di Amnesty International.


Riccardo Noury

giovedì 12 novembre 2015

Ue critica Turchia: "Su diritti umani ancora gravi carenze e osservati passi indietro"

La Repubblica
Nel rapporto sull'allargamento, la Commissione europea sottolinea che, dopo diversi anni di progressi nella libertà di espressione, "sono stati osservati gravi passi indietro". Ankara: "Critiche ingiuste"
Roma - Invece di progredire, negli ultimi dodici mesi, in Turchia sono stati fatti "importanti passi indietro", soprattutto per quanto riguarda la libertà di espressione e di assemblea. Lo sottolinea la Commissione europea nel capitolo dedicato alla Turchia del rapporto sui Paesi candidati all'adesione alla Ue. 

Rimangono, sottolinea la Ue, "ancora gravi carenze", nonostante gli sforzi fatti per tutelare i diritti umani e le libertà fondamentali. Il rapporto, oltre alla Turchia, riguarda Serbia, Kosovo, Montenegro, Albania, Bosnia Erzegovina ed ex Repubblica di Macedonia. Il rapporto sarebbe dovuto uscire nei primi quindici giorni di ottobre, ma la pubblicazione è stata rinviata a dopo le elezioni in Turchia vinte dall'Akp del presidente Recep Tayyp Erdogan.

Tendenza negativa. L'Unione europea ha denunciato una "tendenza negativa" per lo stato di diritto in Turchia e "gravi battute d'arresto" sulla libertà di espressione, in un momento in cui Ankara è impegnata in negoziati per migliorare la cooperazione con l'Ue sulla crisi migratoria. "Dopo anni di progressi in materia di libertà di espressione, gravi battute d'arresto sono state osservate negli ultimi due anni", si legge nel rapporto della Commissione europea. La "crescente pressione sui media", è stata causa "di seria preoccupazione" e i giudici "sono stati sotto forte pressione politica", riferisce il rapporto: "Il nuovo governo formato dopo le elezioni anticipate del primo novembre dovrà rispondere a queste priorità urgenti", ha aggiunto la Commissione, che però ha espresso soddisfazione per lo sforzo di ospitare due milioni di profughi siriani e iracheni in Turchia. E proprio oggi un ordine di arresto, con l'accusa di "tentato colpo di stato e tentativo di formare un'organizzazione sovversiva", è stato emesso dalla magistratura turca nei confronti di Ekrem Dumanli, direttore del quotidiano Zaman, uno dei più letti nel Paese.

Inadeguata lotta a corruzione. Anche il capitolo della lotta alla corruzione non brilla per risultati: "La Turchia ha raggiunto un certo livello di preparazione per effettivamente prevenire e combattere la corruzione" ma "il curriculum del Paese resta inadeguato", è scritto nel rapporto.

Riforme al rallentatore. Non aiuta il Paese, sostiene la Commissione la 'continua divisione politica', che rallenta il ritmo delle riforme. Sul fronte del sistema elettorale la Commissione Ue indica che la soglia di sbarramento del 10% perché un partito possa essere rappresentato in Parlamento "deve essere affrontata con urgenza". E, in ogni caso, c'è un "bisogno urgente" di adottare una legge complessiva sulla lotta alla discriminazione, in linea con gli standard europei. La Turchia ha anche bisogno di "garantire efficacemente" i diritti di donne, bambini e persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali e "garantire sufficiente attenzione" all'inclusione sociale dei gruppi vulnerabili, come i rom. "Le elezioni del primo novembre hanno dato il via a quattro anni di stabilità e fiducia. Rendiamo questo periodo un tempo di riforme, con la priorità di una nuova Costituzione", ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Le preoccupazioni su un regime in Turchia dovrebbero essere messe da parte, perché il Paese possa concentrarsi sul futuro, ha aggiunto. Al presidente ha fatto eco il primo ministro turco, Ahmet Davutoglu, in un'intervista in diretta con televisione pubblica TRT: "La Turchia si impegnerà nei prossimi sei mesi in un importante processo di riforma in campo sociale, economico e giudiziario". Ma, ha chiarito, Ankara non sacrificherà la sua "lotta contro il terrorismo ", per il processo di pace curdo .

Progressi per aprire capitolo economia. Invece "buoni progressi sono stati fatti verso l'apertura del capitolo 17 sulle politiche economiche e monetarie che sosterrebbe il desiderato livello di dialogo economico", sottolinea il rapporto annuale. Un aspetto che potrebbe portare alla riapertuara del negoziato per l'adesione di Ankara alla Ue, sostanzialmente congelato dal dicembre 2006.

Basta violenze. Per accelerare il processo di adesione alla Ue, la Commissione, ha detto il commissario all'allargamento Johannes Hahn al Parlamento, "si aspetta la fine delle violenze e una soluzione della questione curda" e auspica progressi anche sulla questione cipriota. I segnali positivi su questo fronte, ha detto il commissario, potrebbero essere determinanti per dare nuovo slancio al negoziato di adesione. "La Commissione - si legge nel rapporto su questo punto - accoglie con favore il sostegno della Turchia alla ripresa di colloqui per un accordo completo. È ora importante che a tale sostegno facciano seguito dichiarazioni costruttive e azioni concrete".

La replica: "Critiche ingiuste". Le critiche alla Turchia contenute nel rapporto presentato oggi dalla Commissione Ue sui progressi dei negoziati di adesione sono "ingiuste e anche parzialmente sproporzionate", ha detto il ministero per gli Affari Europei di Ankara, definendo inoltre "non accettabili le considerazioni sull'uso delle autorità, garantitegli dalla Costituzione, da parte del nostro Presidente" Recep Tayyip Erdogan.

mercoledì 28 ottobre 2015

Turchia, polizia occupa due tv di opposizione in diretta. Rischiano il carcere 2 ragazzi di 12 e 13 anni per aver strappato un manifesto di Ergogan

La Repubblica
Disperso con i lacrimogeni il presidio dei dipendenti che difendeva la sede. Le due emittenti 'commissariate' a pochi giorni dalle elezioni con l'accusa di fare "propaganda terroristica" per conto dell'imam-finanziere Fethullah Gulen. Due ragazzi di 12 e 13 anni arrestati per aver strappato poster con la foto del presidente
Roma - Nuovo attacco alla libertà di espressione e ai media in Turchia. A quattro giorni dalle elezioni, la polizia ha preso il controllo - in diretta televisiva - della regia di due emittenti vicine all'opposizione, Bugun tv e Kanalturk, di proprietà del gruppo Koza-Ipek. Gli agenti hanno disperso con i lacrimogeni e gli idranti giornalisti e dipendenti che cercavano di difendere l'ingresso della sede che ospita le due televisioni. Poi hanno occupato la redazione e la sala regia, malgrado il tentativo di resistenza da parte del direttore di Bugun Tv, Tarik Toros. La polizia ha fermato nove persone e una volta dentro l'edificio, ha staccato i cavi per interrompere le trasmissioni tv. A quel punto sono stati insediati i nuovi 'amministratori' delle due emittenti, nominati dalla magistratura.

Già la scorsa settimana era stato annunciato lo stop alle trasmissioni di 7 canali di opposizione dall'operatore satellitare di Stato, Turksat. Il gruppo Koza-Ipek - che controlla anche i quotidiani Bugun e Millet e il canale Kanalturk fortemente critici verso Erdogan - è stato messo sotto 'tutela' dalla magistratura perché accusato di "finanziare, reclutare e fare propaganda" per conto dell'imam-finanziere Fethullah Gulen, ex amico di Erdogan diventato il suo nemico numero 1 e accusato di guidare dagli Stati Uniti, dove è espatriato, una rete di ong e mezzi di comunicazione definita dalle autorità di Ankara una "organizzazione terroristica". 

Il presidente turco lo accusa di aver creato uno “stato parallelo” con l'intenzione di rovesciarlo attraverso false rivelazioni su presunte tangenti intascate da vari ministri poi costretti alle dimissioni nel dicembre 2013.Per le opposizioni si tratta però di una decisione tutta politica per mettere il bavaglio ai media critici in vista delle elezioni di domenica. 

Tra i tanti giornalisti giunti nella sede del gruppo in segno di solidarietà c'era anche Can Dundar, direttore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, per cui Erdogan invocò addirittura l'ergastolo prima del voto del 7 giugno scorso per alcuni scoop su una sospetta collaborazione e fornitura di armi dei servizi segreti turchi con l'Isis. "Questa è una censura dei media per cercare di influenzare le elezioni" anticipate di domenica prossima in cui il partito spera di riconquistare la maggioranza assoluta, ha accusato in diretta il direttore di Bugun tv.

Negli ultimi 25 giorni il 90% delle trasmissioni dal vivo della tv di Stato Trt sono state dedicate al presidente o al suo partito Akp (59 ore su 66), lasciando le briciole all'opposizione e appena 18 minuti al partito filo-curdo Hdp, che anche domenica prossima sarà l'ago della bilancia. Superando ancora per la seconda volta la soglia record di sbarramento al 10% dopo lo storico successo di giugno, quasi certamente impedirebbe all'Akp di recuperare la maggioranza parlamentare che Erdogan vuole a tutti i costi. Non solo. Impedirebbe a Erdogan di trasformare la Repubblica parlamentare in una presidenziale, vero obiettivo del presidente in carica.

Ma Recep Tayyip Erdogan non si ferma. I tentativi di reprimere la libertà di espressione si susseguono insistentemente. La giustizia turca ha aperto un fascicolo a carico di due ragazzi di 12 e 13 anni, accusati di "insulto" al presidente. Avevano "strappato un poster" con la sua immagine, riferisce il quotidiano Hürriyet. Ora rischiano da quattordici mesi a quattro anni e otto mesi di carcere. Erano stati sorpresi il primo maggio mentre strappavano un poster con la foto del capo di Stato per strada, a Diyarbakir, città del sud-est a maggioranza curda nel paese. "Strappavamo i manifesti per vendere la carta. Non prestavamo attenzione a chi c'era nella foto. Non sapevamo neanche chi era", si è difeso davanti al magistrato il più giovane dei due. La prima udienza è stata fissata per l'8 dicembre.

I due ragazzi sono perseguiti ai sensi dell'articolo 299 del codice penale turco che punisce chiunque "mina l'immagine" del capo dello Stato che prevede una pena massima di quattro anni di reclusione. Lo scorso dicembre, un minore di 17 anni è stato arrestato nella sua classe con la stessa accusa e condannato a 11 mesi.

mercoledì 23 settembre 2015

Egitto - Graziati i giornalisti di Al Jazeera

MISNA
Il presidente Abdel Fattah al Sissi ha graziato i due giornalisti di Al Jazeera in carcere con l’accusa di diffusione di informazioni false e collaborazione con la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terroristica.
Baher Mohammed e Mohamed Fahmy 
Il canadese Mohammed Fahmy e l’egiziano Baher Mohammed figurano tra i cento prigionieri a cui il capo dello Stato ha concesso la grazia in occasione delle celebrazioni per l’Eid al Adha. 

Nella lista anche i nomi di diversi attivisti democratici come Sanaa Seif, Yarra Sallam e Hany Al Gamal. Non è chiaro se la misura riguarda anche il terzo giornalista dell’emittente qatariota accusato assieme ai due colleghi, Peter Greste. Processato e condannato in absentia, Greste era stato rimpatriato lo scorso febbraio.

La decisione, che mette fine a un lungo braccio di ferro diplomatico e una campagna delle associazioni per la libertà di stampa, coincide con la partenza, domani, del presidente egiziano per New York dove parteciperà alla 70° Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

[AdL]

domenica 18 gennaio 2015

Turchia: giornalista rischia 5 anni di carcere per tweet su tangentopoli

Aki
La procura di Ankara ha chiesto cinque anni di carcere per la giornalista e presentatrice turca Sedef Kabas, che lo scorso 30 dicembre aveva criticato su Twitter l'inchiesta in corso sullo scandalo delle tangenti che il 17 dicembre dello scorso anno ha travolto il governo dell'allora premier Recep Tayyip Erdogan. 

I pm hanno preparato nei suoi confronti un atto d'accusa per aver "colpito persone impegnate nella lotta contro il terrorismo e per minacce".

La pena prevista per simili reati varia da un anno e mezzo a cinque anni di carcere. "Non dimenticate il nome del giudice che ha deciso di non portare avanti il procedimento nell'inchiesta del 17 dicembre", aveva scritto su Twitter Kabas. Il riferimento era al procuratore di Istanbul che a metà ottobre aveva assolto 53 imputati coinvolti nello scandalo tangenti che il 17 dicembre 2013 ha travolto il governo Erdogan. Dopo il tweet, la giornalista era stata arrestata e poi rilasciata dopo aver testimoniato, mentre la sua casa a Istanbul era stata perquisita.

lunedì 8 luglio 2013

Gambia - La censura colpisce internet - 15 anni di carcere per chi critica le autorità

Corriere della Sera - Amnesty International
Dopo la caccia alle streghe, il ritorno della pena di morte dopo quasi 30 anni e i continui arresti di pacifici oppositori politici e di esponenti religiosi, all’elenco delle violazioni dei diritti umani nel Gambia si è aggiunta una nuova normativa contro la libertà d’espressione.

Il governo del presidente Yahya Jammeh, che già aveva chiuso radio e quotidiani, espulso i giornalisti esteri e arrestato quelli locali, ora ha deciso di occuparsi passa a Internet.

L’Emendamento alla legge sull’informazione e le comunicazioni del 2009, presentato dal governo all’Assemblea nazionale e approvato il 3 luglio, prevede fino a 15 anni di carcere e pesanti multe (64.000 euro) per “colui che istiga alla violenza contro il governo o i pubblici ufficiali”, così come per “colui che ritrae con una caricatura le autorità, o pubblica dichiarazioni offensive nei loro confronti o ne assuma le sembianze”.

Insomma, basterà una vignetta o un video satirico, in cui un attore imiti il presidente o un ministro per finire in carcere e passarci molto tempo.

Il ministro per l’informazione e le comunicazioni, Nana Grey-Johnson, ha presentato l’emendamento come “punizione deterrente” per chi svolge “campagne di tradimento” in patria o all’estero e inciti a tenere “comportamenti non patriottici”.

Il Gambia aveva già una delle legislazioni più repressive della libertà d’espressione di tutto il continente africano. Ora, colpendo l’unico spazio in cui quella libertà poteva ancora essere esercitata, esprimere una critica sarà semplicemente impossibile.