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mercoledì 23 gennaio 2019

Tempesta sui campi profughi in Libano, a rischio circa 20 mila rifugiati, molti sono i bambini

La Repubblica
Una violenta tempesta si è abbattuta nei giorni scorsi sul Libano, allagando i campi e gli insediamenti dei rifugiati siriani. 


La tempesta “ Norma" ha lasciato centinaia di famiglie rifugiate al freddo e senza un riparo, mettendo a rischio soprattutto la vita dei bambini. Alcune tende sono crollate, altre sono completamente allagate. 

Sono 20 mila le persone a rischio che hanno urgente bisogno di assistenza. UNHCR è al lavoro per distribuire materassi, coperte e altri materiali per consentire a queste persone di sopravvivere al gelo.

La vita di moltissimi rifugiati siriani, già sfuggiti alla guerra, è adesso di nuovo in pericolo a causa delle inondazioni e del gelo.

Caritas Lombardia "Rispettiamo le istituzioni ma obbediamo alla nostra coscienza". Il "Decreto Sicurezza" taglia i fondi, ma i migranti continueranno a essere accolti nelle loro strutture.

Vita
Continueranno ad accogliere a proprie spese le circa 500 persone che in base alla nuova legge non hanno più diritto all'accoglienza e al relativo contributo. «Rispettiamo le istituzioni ma la nostra coscienza ci impone di andare oltre quanto previsto dallo Stato, per il bene dei nostri ospiti ma anche delle comunità che le accolgono, che si troverebbero a fare i conti con migranti abbandonati a loro stessi e quindi facile preda dei circuiti irregolari», ha detto Luciano Gualzetti

Non è una questione di soldi. «Rispettiamo le istituzioni e collaboriamo lealmente con loro, ma in questo caso la nostra coscienza ci impone di andare oltre quanto previsto dallo Stato, per il bene dei nostri ospiti ma anche delle comunità che le accolgono, che si troverebbero a fare i conti con migranti abbandonati a loro stessi e quindi facile preda dei circuiti irregolari, dentro i quali si annida ogni cosa», così Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana e delegato regionale, ha dichiarato la scelta di campo delle Caritas della Lombardia rispetto al "decreto Salvini". 
I migranti che per effetto di quella legge perderanno il diritto a rimanere nei centri di accoglienza gestiti dalle Caritas della Lombardia, non saranno allontanati ma ci resteranno a totale carico degli organismi ecclesiali. Gualzetti ha comunicato la notizia ieri durante un convegno organizzato con l’associazione «Città dell’uomo».

Anche per chi ha diritto a rimanere nei Centri, le nuove convezioni con le Prefetture prevedono, come è noto, cifre più basse: le Caritas della Lombardia tuttavia continueranno a garantire a proprie spese i percorsi di integrazione, in particolare i corsi professionali e i tirocini in azienda. Inoltre continuerà l’impegno con Caritas Italiana per allargare l'accoglienza tramite i canali umanitari, che consentono ai migranti in condizione di grave vulnerabilità di arrivare in Italia senza dover affrontare i rischi delle traversate in mare, gestite dagli scafisti.

In Lombardia, stimano le Caritas, sono almeno 500 le persone che senza questa decisione, secondo la legge 132/18, sarebbero uscite dal sistema di protezione, in particolare titolari di permesso per motivi umanitari e chi avrà il nuovo permesso per protezione speciale che non prevede più l’ingresso nel nuovo sistema di accoglienza (ex Sprar).

Attualmente sono 4.514 i migranti presenti nelle strutture delle dieci diocesi lombarde sui 26.864 complessivamente accolti in Lombardia. Di questi 3.129 si trovano nei Centri di accoglienza straordinaria gestiti in convezione con le Prefetture, 847 negli Sprar dei Comuni, 163 nei centri per minori stranieri non accompagnati. Oltre la metà, 2.293, sono presenti nella rete di accoglienza diffusa della Diocesi di Milano, altri 1.204 nella Diocesi di Bergamo e il resto nelle diocesi di Brescia, Como, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, Vigevano.

Sudan - Amnesty: Asim Omer Khalifa studente condannato a morte, finalmente assolto. Si indaga sulle torture subite in carcere.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Amnesty International riferisce che un tribunale sudanese ha assolto, Asim Omer Khalifa, uno studente accusato di aver ucciso un agente di polizia durante le proteste del 2016, dopo un primo processo in cui era stato condannato a morte.
Asim Omer Khalifa durante l'arresto
Membro del Partito del Popolo del Congresso del Popolo (PCP), attualmente membro della coalizione di governo, è stato condannato a morte nel settembre 2017. Il verdetto aveva scatenato una manifestazione studentesca davanti al tribunale, dispersa con gas lacrimogeni dalla polizia.

Una corte d'appello aveva ordinato un nuovo processo, e il 22 gennaio, il giudice ha assolto  lo studente.

Amnesty International ha accolto con favore il verdetto, invitando le autorità di condurre un'inchiesta sulle torture che Omer Asim avrebbe subito in carcere.
"Anche se Asim è stato assolto, la giustizia sarà piena solo dopo i responsabili saranno stati individuati", ha dichiarato Joan Nyanyuki, direttore di Amnesty International per l'Africa orientale. e il Corno d'Africa.

Dal 19 dicembre 2018, il Sudan, che sta vivendo una grave crisi economica è stato l'obiettivo di un'ondata di protesta anti-governativa, innescata dalla triplicazione del prezzo del pane.

ES

martedì 22 gennaio 2019

Migranti applicazione del "DecretoSicurezza": chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto: centinaia dormiranno per strada preda della criminalità, bambini fuori dalla scuola e 120 italiani senza lavoro

Dire
“Quello che sta avvenendo nel Cara di Castelnuovo di Porto, dove c’è il secondo centro rifugiati più grande d’Italia, è qualcosa di indegno, che offende la nostra storia e i principi sanciti nella Costituzione italiana”. A sostenerlo è Alessio Pascucci, coordinatore nazionale di Italia in Comune e sindaco di Cerveteri.


“Il ministro dell’interno ha mandato l’esercito per sgomberare il centro rifugiati. Parliamo di una struttura che accoglie 320 persone che l’esercito, a quanto raccontano fonti locali, sta inspiegabilmente dividendo per uomini, donne e bambini”, attacca Pascucci.

“Un metodo vergognoso sul quale chiediamo subito chiarezza al governo nazionale. Trovo gravissimo che il sindaco della città, Riccardo Travaglini, al quale va tutta la nostra solidarietà, non sia stato avvisato e non abbia neppure diritto di conoscere che fine faranno queste persone. I migranti, avvisati solo poche ore fa, sono stati costretti ad abbandonare i propri alloggi dopo anni di integrazione. 


A Castelnuovo di Porto erano stati avviati progetti di integrazione e ora i bambini dovranno interrompere gli studi, così come chi aveva trovato un’occupazione dovrà lasciarla senza sapere quale sarà il suo futuro”, osserva il coordinatore di Italia in Comune.


“Tutto questo è il risultato di un decreto sicurezza che renderà le nostre città più insicure, creando nuovi irregolari e mandando a monte modelli di integrazione come quello alle porte di Roma. Tutto per l’ennesimo selfie trionfante di un Ministro che usa l’arma degli sgomberi solo con i più deboli, mentre quando si tratta di cacciare i suoi amici fascisti di Casapound che occupano sedi pubbliche con il partito, finge di non sapere”, conclude Pascucci.

Un altro giornalista assassinato in Messico, Jose Rafael Murua Manriquez: era il direttore di una radio locale

Globalist
Jose Rafael Murua Manriquez è stato trovato in un cespuglio sul bordo di una strada nella località di Mulege. Aveva ricebuto minacce ma non gli avevano dato la protezione.
La stampa non è davvero libera nel Messico, paese nel quale i narcos e i loro protettori istituzionali e politici non gradiscono troppo che qualcuno parli dei loro traffici: c'è stato un altri giornalista ucciso in Messico. L'ufficio del procuratore dello stato settentrionale della Baja California Sur ha annunciato che ieri il corpo di Jose Rafael Murua Manriquez, 34enne direttore di una radio locale, è stato trovato nei cespuglio sul bordo di una strada nella località di Mulege.

Poche ore prima la famiglia aveva denunciato la scomparsa del giornalista che sabato sera era uscito per una passeggiata e non aveva mai fatto ritorno a casa.
Jan-Albert Hootsen, rappresentante messicano del Comitato per la protezione dei giornalisti, ha reso noto oggi che Murua aveva ricevuto minacce lo scorso novembre e per questo gli era stata data una protezione.

Il flusso migratorio in Italia è causato dal neo-colonialismo francese? Solo il 9% degli immigrati sbarcati in Italia nel 2018 vengono da paesi che utilizzano (volontariamente) il FrancoCfa

Blog Diritti Umani - Human Rights
I numeri dell'immigrazione dai paesi Franco Cfa
La valuta Franco Cfa è presente in alcuni paesi africani, non tutti, per la precisione Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatorial, Gabon, Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d'Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo. Secondo i dati pubblicati dal Ministero dell'Interno il 18 gennaio 2019, con dati aggiornati al 31 dicembre 2018, tra le nazionalità dei 23.370 migranti sbarcati in Italia troviamo al massimo la Costa d'Avorio (1.064) e il Mali (876), mentre bisogna fare attenzione a non confondere nella tabella la Guinea (che possiede il Franco guineiano, creato dopo l'uscita dal Franco CFA nel 1959) con le altre due, la Guinea Equatorial e la Guinea-Bissau.

Fonte: Open OnLine - Ministero dell'Interno

lunedì 21 gennaio 2019

Migranti, il dossier di Human Rights Watch: "Libia un inferno senza uscita". Ipocrisia dell'Europa, fingere che la Libia offra condizioni dignitose ai migranti

La Repubblica
La denuncia dell'associazione: "Lì abusi e terrore che proprio le politiche dell’Italia e dell’Ue hanno contribuito a creare”.
“Un inferno senza uscita”. Questa è la condizione dei migranti in Libia. La stessa che si troveranno a vivere di nuovo anche i cento salvati la scorsa notte, dopo un soccorso lanciato solo per le pressioni di Palazzo Chigi, ora diretti a Misurata.


Ma un dossier di Human Rights Watch ricorda a tutti la grande ipocrisia dell’Europa: fingere che la Libia offra condizioni dignitose ai migranti. No, in quel Paese c’è “un ciclo estremo di abuso che proprio le politiche dell’Italia e dell’Ue hanno contribuito a creare”.
Human Rights Watch documenta i gironi di questo inferno. Una grave sovrappopolazione carceraria, mancanza di igiene, malnutrizione, assenza di cure sanitarie adeguate. “Gravi violenze sono state registrate in quattro centri di detenzione nell’ovest del Paese, incluse percosse e frustate”. 

Non sono deduzioni, non sono notizie di seconda mano ma il risultato delle ispezioni condotte sul campo. Che hanno messo in luce la situazione disperata in cui sopravvivono decine di bambini, compresi alcuni neonati, “costretti in locali spartani e inadeguati in tre dei quattro centri visitati”. Quelle piccole vittime non sono un’eccezione: il 20 per cento degli arrivi totali in Europa dalla Libia è rappresentato da bambini.
“Migranti e richiedenti asilo detenuti in Libia, anche bambini, sono intrappolati in un incubo - afferma Judith Sunderland, condirettrice per l’Europa di Hrw - e i governi dell'Ue non fanno che perpetuare questo stato di cose, invece di sottrarre i migranti agli abusi”. “Mettere toppe per migliorare le condizioni in cui si trovano - aggiunge - non assolvono l'Ue dalla responsabilità di aver consentito in prima battuta un sistema barbaro di detenzione”.
Alla denuncia dell’organizzazione umanitaria, la Commissione europea ha risposto che “il suo dialogo con le autorità libiche è concentrato sul rispetto dei diritti umani di migranti e rifugiati. Ci sono stati concreti miglioramenti, pur permanendo altre sfide”.

Ma parlare di autorità libiche è un eufemismo. Tutta la Cirenaica, da dove partono i barconi verso l’Europa, è nel caos. Persino a Tripoli si è combattuto per l’intera scorsa settimana, con lanci di razzi e cannonate che hanno ucciso tredici persone e lasciato a terra 52 feriti. Il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite appare sempre più fragile, sgretolato dalle faide interne. 

E nel Paese c’è un solo potere: quello delle milizie. Le stesse che spesso si arricchiscono con il doppiogioco: gestiscono il traffico di migranti e poi incassano gli aiuti europei per fermarlo. 

Aprono e chiudono il rubinetto degli imbarchi secondo il loro tornaconto, trattando gli esseri umani come merce da sfruttare al massimo. “Le milizie hanno terrorizzato sia i libici che i migranti mentre nessuna autorità osa tenergli testa ed assicurare giustizia”, ha detto Hanan Salah, ricercatrice esperta sulla Libia a Human Rights Watch.