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venerdì 3 novembre 2017

Bielorussia: l’ONU denuncia violazione diritti umani

Sicurezza Internazionale
Miklòs Haraszti, il referente ONU per il monitoraggio dei diritti umani in Bielorussia, in carica dal 2012, ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite un report sulla tutela dei diritti umani nel Paese. 

Il documento, illustrato giovedì 26 ottobre, nasce a seguito degli arresti di massa avvenuti in Bielorussia il 25 marzo 2017, quando, a Minsk, il corpo di Polizia bielorusso ha arrestato centinaia di cittadini durante una protesta contro la cosiddetta tassa “anti-parassiti”. Tale tassa imponeva il pagamento di circa 230 dollari a coloro che risultavano disoccupati per un periodo di sei mesi.

Durante gli oltre venti anni di Lukashenko al potere, ha spiegato il funzionario, il rispetto dei diritti umani in Bielorussia è gradualmente diminuito, culminando nel ritorno all’oppressione degli oppositori politici. 


Nel suo report, il funzionario ONU ha confermatola condotta oppressiva delle forze dell’ordine bielorusse nei confronti di chi manifesta contro le politiche di Lukashenko. In riferimento al capo di Stato, il funzionario ONU ha dichiarato: “Il rispetto dei diritti umani è peggiorato a causa della persistenza di una struttura del Paese realizzata al fine di proteggere e consolidare il suo potere. Il risultato è la situazione disastrosa in materia di diritti umani che abbiamo oggi”.

Haraszti, dopo aver ricordato che la Bielorussia è l’unico Paese, oltre agli Stati Uniti, ad aver mantenuto la pena di morte nell’emisfero settentrionale, ha affermato che la permanenza di tale pena nell’ordinamento bielorusso rappresenta un ulteriore motivo di paura per i cittadini. 

Temendo di poter essere condannati a morte, i cittadini bielorussi non si sentono liberi di esprimere liberamente il proprio orientamento politico. Il delegato ONU ha aggiunto che, anche nel caso in cui gli oppositori venissero condannati a un periodo di detenzione per aver manifestato contro il presidente, si tratterebbe ugualmente di una violazione dei diritti umani basilari.

giovedì 2 novembre 2017

UNHCR - Migliaia di profughi dal Camerun chiedono asilo in Nigeria

UNHCR
L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, in collaborazione con le autorità locali, sta fornendo assistenza alle persone richiedenti asilo e protezione provenienti dal Camerun, arrivate nel sud est della Nigeria in quest’ultimo mese. A partire dall’inizio di ottobre in migliaia sono fuggiti dalle regioni anglofone del Camerun e sono arrivati in Nigeria.
Profughi camerunensi al confine con la Nigeria
Nel sud ovest del Paese, finora l’UNHCR insieme alle autorità nigeriane, e con l’aiuto di partner locali, ha registrato 2.000 persone. Altre 3.000 aspettano di essere registrate e altre ancora potrebbero essere bloccate nelle foreste in Camerun al confine con la Nigeria, nel tentativo di attraversare il confine.

L’UNHCR e la “Commissione Nazionale per i Rifugiati, i Migranti e gli Sfollati Interni” (NCFRMI) stanno distribuendo beni di prima necessità al confine con il River State in Nigeria. Stanno inoltre realizzando missioni congiunte per valutare la situazione e registrare le persone appena arrivate.

L’UNHCR ha inoltre distribuito beni di prima necessità, quali materassini e coperte, zanzariere, utensili per cucinare, kit igienici e 40 tonnellate di cibo.

L’UNHCR continuerà a distribuire materiali di prima necessità in altre località nel corso di questa settimana. L’UNHCR sta lavorando ad un piano d’emergenza insieme al governo nigeriano e altre agenzie ONU per fornire assistenza umanitaria alle 40.000 persone che si prevede attraverseranno il confine. L’UNHCR teme però che questo numero possa essere una sottostima se la situazione di instabilità politica in Camerun si protrarrà nel tempo.

La Nigeria e il Camerun sono già alle prese con una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi tempi con 2,5 milioni di persone che hanno abbandonato le proprie case nella regione del lago Chad a causa dell’insurrezione di Boko Haram. Il recente afflusso di richiedenti asilo camerunensi in Nigeria mette a dura prova la comunità internazionale e aggrava la già difficile situazione nella regione.

I meriti dimenticati del popolo curdo

Corriere della Sera
Paolo Mieli
Nelle ore in cui il mondo intero (e noi con esso) si commuove per le vittime dell’attentato terroristico di Manhattan, ci sembra doveroso — per comprendere se non ci siano falle o anche soltanto opacità nel nostro impegno contro il radicalismo armato degli islamisti — fermarci a riflettere sulla tragedia che sta vivendo il popolo curdo. 


Quei curdi che, dopo aver aiutato per tre interminabili anni l’America e l’Occidente intero a debellare i terroristi di Daesh, sono stati lasciati in preda alle milizie sciite Hashd al-Shaabi guidate dal sanguinario Qasem Soleimani. 

E, con lui, a chiunque nella regione intenda approfittare del loro esser sfiniti dalla lunga guerra contro il Califfato per poterli sbranare una volta per tutte. Un tradimento orribile, il nostro. Quel popolo che, al prezzo di inimmaginabili sacrifici in vite umane, ci ha consentito di far saltare la centrale del terrorismo mondiale (senza che con ciò gli estremisti islamici, a ogni evidenza, possano esser considerati definitivamente debellati) proprio in questi giorni viene dato in pasto ai carnefici venuti dall’Iran e dall’Iraq. Mentre il loro presidente, Massoud Barzani, anche perché tradito da un raggruppamento rivale, è costretto alle dimissioni con parole piene di dignità che tra qualche anno finiranno nei libri di storia. Anche i curdi, negli stessi giorni della Catalogna, avevano promosso un referendum per sancire la propria indipendenza. Il mondo non ha riservato attenzione a questo passaggio della loro vicenda storica.

Pur se, a differenza dei seguaci di Puigdemont , il popolo di Barzani aveva titoli speciali di legittimità morale per procedere in tal senso. Come — per fare un esempio di fantasia (sottolineiamo: di pura fantasia) — li avrebbe avuti il popolo catalano se, nei primi anni 40, fosse rimasto da solo sul terreno a combattere contro le armate naziste. Ai catalani non è capitata l’occasione di far valere questo genere di meriti. Ai curdi sì. 

Ed è una colossale ingiustizia che l’intero mondo occidentale adesso non voglia onorare il debito morale che dovrebbe sentire nei loro confronti. E che, di fronte al dramma di questa gente, giri la testa da un’altra parte. La storia non è nuova a questo genere di orribili voltafaccia. Basta andare con la memoria — prendendone uno a caso — al trattato di Campoformio, che prese il nome del paesino friulano nel quale il 17 ottobre del 1797 Napoleone Bonaparte consegnò all’Austria la città di Venezia, orgogliosamente autonoma da oltre mille anni. Venezia, con la propria neutralità, aveva fino a quel momento favorito l’Armata francese in Italia e le si era addirittura consegnata. Dopodiché il generale francese l’aveva ripagata con Campoformio. Quel cinico gesto di Bonaparte provocò sdegno tra gli intellettuali della penisola nonché, da quel momento in poi, diffidenza estrema nei confronti di Napoleone. E’ sufficiente leggere qualche pagina delle Ultime lettere di Jacopo Ortis per misurare l’intensità di quei sentimenti di riprovazione. Ma adesso per quel che riguarda i curdi non c’è neanche (salvo rarissime eccezioni) qualche Ugo Foscolo che si curi del loro destino.

Quella curda è una storia lunga e travagliata. Per stare solo agli ultimi 150 anni, i curdi furono strumentalizzati dai turchi nella guerra contro i russi tra il 1877 e il 1878. Ma quando, capeggiati da ‘Ubayd Allah, chiesero di ottenere l’autonomia che era stata loro implicitamente promessa, furono brutalmente repressi dai turchi stessi (con il tacito consenso degli inglesi). 

Poi vennero utilizzati dagli ottomani, nel 1915, nell’olocausto armeno, l’unica, indelebile, macchia sul loro passato. E anche stavolta non ottennero nulla. Tra il ’16 e il ’18, furono eccitati contro l’impero della Sublime Porta prima dalla Russia zarista, successivamente, nella fase conclusiva della Prima guerra mondiale, dalla Gran Bretagna che promise anche a loro come ad arabi ed ebrei un “focolare” nazionale.

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Guerre dimenticate - Yemen, raid aereo su mercato: 29 morti tra cui dei bambini

Rai News 24
Il primo novembre un raid aereo della coalizione guidata dall'Arabia Saudita nella regione di Sa'da, nel nord dello Yemen, ha causato la morte di almeno 29 persone e il ferimento di altre 6. 
La popolazione intorno ad una voragine causata dal raid aereo a Saada (Yemen) - Foto Reuters
Lo hanno riferito fonti dei soccorsi. Tra le vittime anche bambini. Secondo fonti arabe, il raid avrebbe raso al suolo un mercato. La coalizione a guida saudita ha lanciato migliaia di attacchi contro il movimento sciita houthi, che controlla gran parte del Paese.

mercoledì 1 novembre 2017

Papua Nuova Guinea/Australia - Chiude l'inferno di Manus Island: ma dove andranno i rifugiati?

Euro News
Da stamattina niente piu' luce, acqua e cibo nel centro di detenzione australiano in Papua Nuova Guinea. Chi non ha ottenuto lo status di profugo dovrà andarsene. Ma non si sa dove.

Ore contate per il centro di detenzione per profughi stabilito dall’Australia a Manus Island, in Papua Nuova Guinea. Dalla mattina del 31 ottobre, niente piu luce, acqua e cibo. Il centro è stato dichiarato “illegale e anticostituzionale” dalla corte suprema australiana. Chi non ha ottenuto l’asilo politico, dovrà essere rimpatriato, ma la maggior parte dei 600 ospiti, molti dei quali iraniani, non possono farlo perchè il loro paese non accetta rimpatri forzati. Gli stessi rifugiati hanno paura a restare a Manus Island: temono violenze da parte dell’ostile comunità locale.

Ruvida la dichiarazione del ministro degli esteri della Papua Nuova Guinea, Petrus Thomas, rivolto al governo di Canberra: “L’Australia ha la responsabilità legale, finanziaria e morale di questi uomini”.

A Sydney, intanto, ieri si è svolta una manifestazione a favore dei rifugiati, con la richiesta di accoglierli sul suolo australiano.

“Quello che il governo sta facendo è prendere 600 persone e spingerle fuori dal centro in altri luoghi sull’isola, dove non sono sicuri e dove non ci sono servizi”, spiega l’attivista Ian Rintoul di “Refugee Action Coalition”. “Due dei siti individuati sono ancora cantieri in costruzione. Non abbiamo idea del livello di sanità, sappiamo che non ci sono strutture mediche, non esiste un modo per procurarsi il cibo”.

Il centro di Manus Island è un inferno, piu’ volte nel mirino delle organizzazioni che si occupano di diritti umani: violenze, abusi sessuali, torture da parte delle guardie, persino omicidi. Accade di tutto là dentro, dopo la sua riapertura – tra le polemiche – avvenuta nel 2012.

Durante le operazioni di chiusura di Manus Island, fa sapere il capo della polizia Gari Baki, “l’incolumità dei rifugiati e degli operatori del centro non è scontata”.

Venezuela, Amnesty: la repressione entra nelle case, raid nelle abitazioni private

Presenza
Un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha denunciato l’espansione delle tattiche repressive in Venezuela da quando le autorità hanno lanciato una violenta campagna di raid illegali nelle case di persone sospettate di essere dissidenti.
Una delle case oggetto delle incursioni illegali delle forze di polizia
Secondo il rapporto, intitolato “Notti di terrore: attacchi e raid illegali nelle abitazioni”, negli ultimi mesi le forze di sicurezza venezuelane e gruppi armati civili legati al governo hanno fatto violentemente irruzione nelle abitazioni private per intimidire i residenti e dissuaderli dal prendere parte alle proteste.

“In Venezuela nessun luogo è al riparo dal potere avvolgente delle forze di sicurezza. Neanche le proprie case”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

“Le autorità venezuelane hanno escogitato un nuovo preoccupante modo per mettere a tacere il dissenso, nell’ambito di una campagna apparentemente senza fine che ha l’obiettivo di instillare la paura nella popolazione. Dalle strade, la repressione è arrivata nelle case”, ha spiegato Guevara-Rosas.

“La gente ha il diritto di sentirsi al sicuro a casa sua”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

Le organizzazioni venezuelane hanno segnalato almeno 47 casi di raid illegali in 11 stati del Venezuela tra aprile e luglio 2017, proprio al culmine delle manifestazioni. In quel periodo di tempo vi sono stati oltre 120 morti, circa 2000 feriti e oltre 5000 arresti.

I ricercatori di Amnesty International hanno visitato le abitazioni, e intervistato le vittime dei raid, in quattro stati venezuelani: Caracas, Miranda, Carabobo e Lara.

La modalità è stata sempre la stessa: membri delle forze di sicurezza e civili armati appartenenti ai gruppi illegali legati al governo hanno fatto violentemente irruzione negli appartamenti senza esibire alcun mandato né fornire alcuna spiegazione circa la loro presenza.

Le irruzioni sono state spesso accompagnate da minacce, da violenza fisica e verbale, dall’impiego di armature anti-sommossa e dal lancio di gas lacrimogeni.

Una donna dello stato di Miranda, nel nord del paese, ha raccontato che il 22 maggio gli aggressori si sono annunciati urlando “Apri, apri, è arrivato l’uomo nero!”

Le forze di sicurezza hanno sfondato le porte, frantumato finestre e, in alcuni casi, rubato oggetti dalle abitazioni. In un palazzo dello stato di Miranda le telecamere a circuito chiuso hanno ripreso gli uomini della sicurezza allontanarsi portando con sé pesanti sacchi, probabilmente pieni di oggetti rubati.

I raid sono durati ore e, in alcuni casi, l’intera notte.

Una volta all’interno delle case, gli uomini della sicurezza hanno chiesto informazioni sui “ragazzi che stanno prendendo parte alle proteste”. Molti giovani sono stati arrestati in questo modo.

Un uomo dello stato di Lara, sempre nel nord del Venezuela, ha raccontato che le forze di sicurezza si sono presentate urlando “Uscite fuori, banditi. Adesso vi stupriamo tutti quanti!”

Molte vittime hanno riferito ad Amnesty International di temere nuovi raid in ogni momento e di avere problemi a dormire.

A causa della cronica scarsità di materiali, in alcune abitazioni non è stato possibile riparare i danni causati dalle irruzioni e gli abitanti vivono ora in condizioni di estrema insicurezza senza la porta di casa.

“Ai sensi del diritto internazionale e della stessa Costituzione venezuelana, queste irruzioni nelle abitazioni sono illegali”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

“Il governo Maduro e le sue forze di sicurezza devono cessare di usare la violenza e la repressione contro la loro popolazione. Queste violazioni dei diritti umani non possono andare ancora avanti. Occorre giustizia per le vittime e la fine di questa campagna di violenza”, ha proseguito Guevara-Rosas.

“Proseguendo nella repressione anziché indagare e punire i responsabili di queste azioni, le autorità stanno inviando un messaggio raggelante: chiunque può finire per diventare vittima, in ogni momento e in ogni luogo, a prescindere dalle sue opinioni politiche”, ha concluso Guevara-Rosas.

Il rapporto è online qui:
https://www.amnesty.org/en/documents/amr53/7285/2017/en/

Migranti - A Bruxelles sono in centinaia nella "giungla" sotto le istituzioni UE

Il Manifesto
Bruxelles. Parco Maximilien: ecco la piccola Calais, centinaia di migranti allo sbando vicino alle istituzioni dell’Ue. Sulla crisi umanitaria solo l’azione spontanea dei cittadini.
Migranti del Parc Maximilien a Bruxelles
Nella città di Bruxelles è in corso una piccola crisi umanitaria, arginata solo dall’azione spontanea di alcuni cittadini che si sono organizzati nel tentativo di dare assistenza ai migranti del parco Maximilien. 

« Offriamo tre pasti al giorno e da pochi mesi riusciamo a dare ospitalità » racconta Adriana, fra i fondatori della piattaforma cittadina. Siamo nel quartiere Nord della città, non lontano dalle Istituzioni europee, dove centinaia di migranti (sopra) vivono fra l’indifferenza dei passanti e gli abusi delle forze dell’ordine.

Il parco Maximilien, nel cuore della capitale europea, è la piccola Calais del Belgio. In questo parco urbano alcune centinaia di migranti (sopra) vivono fra l’indifferenza dei passanti, a poca distanza dalle istitutzioni della Comunità europea. Una situazione che potrebbe essere anche peggiore se non fosse per l’attivismo di alcune decine di cittadini auto-organizzati per dare sostegno, cibo ed alloggio, ai tanti migranti che orbitano nel parco da almeno due anni.

Siamo nel quartiere Nord della città, a ridosso del centro cittadino. Un intero quartiere, dal carattere sinistro, concepito come polo direzionale di una città nel pieno del boom del terziario e poi abbandonato a sé stesso. É qui che nel 2015, sulla spinta di una crisi umanitaria a cui la politica doveva imperativamente dare una risposta, viene attrezzato un campo d’accoglienza per i migranti in fuga dalla guerra. Quando il campo viene smantellato, la maggior parte dei migranti si muove verso Calais, in Francia, dove l’approdo per la Gran Bretagna (la destinazione finale di quasi tutti i migranti) sembra essere più facile. Ma quando nell’ottobre del 2016 la cosidetta giungla di Calais viene smantellata dalle autorità francesi, in molti tornano alla casella di partenza.

Il 2017 è l’anno del ripopolamento del parco Maximilien, nell’indifferenza collettiva e fra gli abusi (presunti) delle forze dell’ordine, che secondo la stampa locale, sarebbero state protagoniste di furti ed aggressioni nei confronti dei migranti del parco. 

Fra questi, sono in pochi a voler chiedere l’asilo politico poiché, un po’ come avviene per l’Italia, il Belgio è solo una tappa di transito verso la Gran Bretagna, dove in molti hanno parenti ed amici. 

Sono per la maggior parte sudanesi ed eritrei, anche se non mancano egiziani, afgani e siriani. Giovani (e molti i minorenni) che orbitano fra il parco Maximilien e l’adiacente stazione Nord, nell’attesa del giusto momento per salire in sordina su di un treno o di un bus per Londra. 

Una ricerca che puo durare mesi, ma anche anni. Il rischio è d’essere fermati e spediti in un centro d’identificazione, la porta per il rimpatrio, e mettere fine ad un viaggio che per molti dura oramai da molti anni. in questo contesto che opera la Piattaforma cittadina, un gruppo di cittadini auto-organizzati per dare assistenza in questa piccola Calais nel cuore della capitale europea. Il gruppo di volontari arriva nel parco intorno alle ore 20 per il pasto serale. I migranti si radunano alla spicciolata ed in pochi minuti possono diventare diverse centinaia, mentre i pasti vengono serviti ed i volontari raccolgono i nomitavi per l’ospitalità nelle case private.

Fra questi incontro Saddam, giovane sudanese di 26 anni. «Sono scappato da una guerra » mi racconta in inglese, «nella traversata del deserto ho perso un fratello ed una sorella; in Libia ci sono voluti due anni per riuscire ad imbarcarmi; le traversate sono gestite da una mafia, gli uomini sono armati e la benzina non basta; ti lasciano in mezzo al mare e tu devi solo sperare che ti vengano a salvare ». Saddam è passato da Lampedusa e poi in un centro d’accoglienza non lontano da Bari, prima di raggiungere Ventimiglia da dove è riuscito a svalicare in Francia. É stato a Calais prima che la giungla venisse smantellata ed ora spera di raggiungere l’Inghilterra. « Vorrei lavorare ed avere una vita normale» mi confessa con aria determianta, accennando un sorriso.

«Offriamo tre pasti al giorno e da pochi mesi riusciamo a dare ospitalità » racconta Adriana, fra i fondatori della piattaforma cittadina. « Attraverso la rete riusciamo ad avere i contatti di quanti mettono a disposizione, giorno per giorno, dei posti letto nella propria abitazione, ma c’è chi si propone come semplice accompagnatore verso la casa d’accoglienza a volte anche solo per offrire una doccia calda ». L’iniziativa messa in piedi per dare ospitalità occasionale a donne e bambini è oggi una delle poche opportunità per i migranti per non dormire in strada. « Veniamo qui tutti i giorni dopo il lavoro e riusciamo ad ospitare fra le 200 e le 400 persone al giorno » precisa Adriana.

Intorno alla mezza notte il lavoro dei volontari volge al termine ed anche Saddam ha trovato, almeno per oggi, un posto dove dormire.

Fra poche settimane inizierà quello che a Bruxelles chiamano il « piano inverno », una campagna sostenuta dalle istituzioni pubbliche che offre assistenza ed accoglienza (in strutture pubbliche) a chi vive in strada, ma solo per l’inverno. Il parco Maximilien inizierà lentamente (ma non del tutto) a svuotarsi in attesa della prossima stagione. 

Intanto, domani, volontari e migranti si troveranno di nuovo insieme nel tentativo di dare maggiore dignità non solo a chi fugge dalla guerra, ma forse e soprattutto a chi avrebbe il dovere (quanto meno morale) dell’accoglienza.

Gabriele Annicchiarico