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domenica 26 maggio 2019

Papua Nuova Guinea - Nell'isola di Manus impennata dei tentati suicidi tra i richiedenti asilo abbandonati dall'Australia

Corriere della Sera
Dal 2013 l'isola di Manus, appartenente allo stato di Papua Nuova Guinea, è utilizzata dall'Australia come "parcheggio" di richiedenti asilo: le politiche di esternalizzazione della gestione delle domande d'asilo prevedono infatti che le persone dirette via mare verso l'Australia per chiedere protezione vengano trasferite in luoghi remoti (un altro è l'isola di Nauru) dove rimangono spesso a tempo indeterminato. 



La situazione a Manus è drammatica: l'80 per cento dei richiedenti asilo presenta acuti problemi di salute mentale. I tentativi di suicidio (12 dei quali portati a termine dal 2013) sono frequenti e hanno conosciuto un'impennata negli ultimi giorni: dal 19 maggio altre 12 persone hanno cercato di togliersi la vita e almeno cinque sono state ricoverate in ospedale.

Un anno e mezzo fa il governo australiano ha sospeso le terapie per le vittime di traumi e torture. Il primo ministro Scott Morrison, fresco vincitore delle elezioni, ha annunciato l'abolizione del "Medevac bill", la legge sull'evacuazione medica entrata in vigore appena tre mesi fa, che prevede il trasferimento in Australia dei richiedenti asilo di Manus e Nauru che hanno urgente bisogno di cure mediche.


Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini

lunedì 10 dicembre 2018

Australia - Migranti e richiedenti asilo deportati nelle isole del Pacifico. Nell'inferno di Nauru 1 su 3 ha tentato il suicidio

TPI
A oltre 3mila chilometri dalle coste australiane si trova un’isola diventata tristemente celebre per gli elevati tassi di suicidio e l’emarginazione tra la popolazione di migranti e rifugiati che vi risiedono, confinati dall’Australia. 


Assieme a Manus, nella Papua Nuova Guinea, l’isola di Nauru rappresenta uno dei due centri di detenzione “offshore” dell’Australia, dove i migranti e i rifugiati intercettati in mare sono costretti a vivere in condizioni di prigionia. 

In cambio, l’Australia offre aiuti economici a questi paesi e ne acquista i servizi. 

Secondo quanto riportato dal Guardian, i centri costano ai contribuenti australiani circa 1,2 miliardi di dollari all’anno. In Italia il vice primo ministro e leader della Lega Matteo Salvini ha più volte apprezzato, definendolo il suo “obiettivo”, il sistema australiano, che comprende respingimenti di imbarcazioni, la detenzione obbligatoria e a tempo indeterminato e la creazione di centri di detenzione all’estero per l’esame dei documenti dei migranti per scoraggiare l’immigrazione irregolare. 

I richiedenti asilo trasferiti nel centro di detenzione di Nauru vivono in tende senza aria condizionata, in una delle zone più calde della terra. Alcuni si lamentano dei tetti e delle tende delle proprie abitazioni-container ammuffite o arrugginite e altri si lamentano della presenza costante di ratti e scarafaggi. 

Un rapporto del governo australiano nel 2015 ha documentato innumerevoli accuse di violenza sessuale e fisica presso il centro di accoglienza, compresi casi che coinvolgono bambini. 

Le accuse hanno riguardato sia altri detenuti sia il personale stesso del centro. In un recente rapporto, Medici Senza Frontiere riporta le drammatiche statistiche dell’isola. 

Tra i 208 richiedenti asilo e rifugiati assistiti da MSF a Nauru, 124, ossia il 60 per cento, hanno pensato di togliersi la vita e 63 hanno tentato il suicidio. Secondo MSF, le condizioni di vita sull’isola incidono particolarmente sulle condizioni di salute dei migranti, aggravando i traumi derivanti da guerre o detenzioni a cui sono stati sottoposti in precedenza. 

A 12 pazienti, tra adulti e bambini, è stata diagnosticata la “sindrome da rassegnazione”, una rara condizione psichiatrica in cui le persone arrivano a uno stato semicomatoso, sono incapaci anche di mangiare o bere, e hanno bisogno di cure mediche per restare in vita. 

Le politiche del governo, ha aggiunto MSF nel rapporto “Disperazione senza fine”, hanno distrutto le speranze per il futuro e la salute mentale dei migranti detenuti a Nauru. “È disumano essere costretti a pensare che l’unico modo per riavere la propria libertà sia morire”. Anna Ditta ha intervistato la psicologa di MSF Sara Giorgi, rientrata a luglio scorso da Nauru. 

“Tra le persone che si rivolgevano al nostro centro c’erano persone con livelli di disperazione altissimi, mai riscontrati prima. Mi toccava particolarmente il numero di bambini, tantissimi avevano problemi gravi e c’erano intere famiglie distrutte” ha detto la psicologa a margine di un incontro con studenti. 

“Se stava male il bambino, i genitori erano talmente stanchi che non ce la facevano a farsi carico del supporto al bambino. Quando stavano male i genitori erano i bambini a doversi prendere cura di entrambi, e questo determina un carico sproporzionato per un bambino” ha aggiunto. 
 “Quello che si prospetta in genere a un rifugiato che richiede asilo è di approdare in un luogo sicuro, dove possa ricominciare la sua vita da dove questa è stata interrotta. A Nauru questo non è possibile. Neanche i bambini sono al sicuro”.

lunedì 15 ottobre 2018

Onu: Australia responsabile dell'emergenza dei migranti "detenuti" nell'isola di Nauru

Vatican News
L'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati esorta il governo australiano ad affrontare la situazione sanitaria, ormai al collasso, nelle strutture di detenzione offshore per rifugiati e richiedenti asilo in Papua Nuova Guinea e Nauru.


"Ai sensi del diritto internazionale l'Australia resta responsabile per coloro che hanno cercato la sua protezione", ha detto la portavoce Catherine Subberfield ribadendo la richiesta dell'Unhcr affinché Canberra trasferisca immediatamente rifugiati e richiedenti asilo in Australia, dove possono ricevere un adeguato sostegno e cure.

Trasferimenti ed evacuazioni
L’Unhcr rileva che a partire dall’introduzione della cosiddetta politica di “detenzione offshore” nel 2013, circa 3.000 rifugiati e richiedenti asilo sono stati forzatamente trasferiti dall’Australia in strutture offshore in Papua Nuova Guinea e a Nauru. 

Di questi, circa 800 rimangono a Nauru e 650 in Papua Nuova Guinea. Nel mese di settembre, un numero maggiore di rifugiati e richiedenti asilo è stato evacuato per motivi medici da Nauru in Australia rispetto al biennio precedente. Alcuni di questi ri-trasferimenti hanno avuto luogo a seguito di ordinanze giudiziarie o azioni legali in senso più ampio.
L'impegno di Msf

Un team di Medici Senza Frontiere ha operato sull’isola di Nauru dal novembre del 2017, fornendo servizi piscologici e psichiatrici gratuiti a rifugiati, richiedenti asilo e abitanti del posto. 

Poi, dallo scorso 5 ottobre, il governo ha informato Msf che i servizi “non erano più richiesti” e ha chiesto all’organizzazione di sospendere le attività in 24 ore. “Una notizia giunta come un fulmine a ciel sereno” racconta Sara Giorgi psicologa di Msf che fino a luglio faceva parte del team sull’isola. 

Tanti i casi gravi affrontati dal team della ong. “Nel periodo in cui abbiamo operato - continua Sara Giorgi - abbiamo incontrato 78 tra tentativi di suicidio e gravi cause di autolesionismo”. Oltre ai casi sanitari, c’è poi la questione relativa all’istruzione di quei migranti giunti sull’isola in età prescolare o adolescenziale, molti di loro, infatti non sono stati inseriti a scuola e all’università.

Elvira Ragosta

sabato 15 settembre 2018

Consiglio dei diritti umani Onu: Australia segnalata per detenzione illegale di richiedenti asilo. Tra loro più di 100 bambini.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Governo condannato per la detenzione arbitraria di tre richiedenti asilo, tra cui un apolide detenuto per quasi nove anni 


Il corpo delle Nazioni Unite ha condannato la detenzione arbitraria di tre richiedenti asilo, uno dei quali è stato trattenuto senza accusa né processo per quasi nove anni.

Il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria - che riferisce al consiglio per i diritti umani, su cui siede l'Australia - ha dichiarato nel suo rapporto annuale "la crescente prevalenza della privazione della libertà degli immigrati e dei richiedenti asilo" in tutto il mondo e "l'uso crescente" di detenzione nel contesto della migrazione ".

Il rapporto ha evidenziato 94 casi di detenzione arbitraria da paesi - democratici e non - in tutto il mondo, tra cui Cina, Libia, Israele, Pakistan, Stati Uniti, Zimbabwe, Burundi e Congo.
Con molta probabilità il prossimo anno entrerà in questa lista anche l'italia.

Dodici disertori provenienti dalla Corea del Nord sono detenuti senza accusa o processo dalla Corea del Sud, i minori sono detenuti arbitrariamente in Egitto e Israele, e in Etiopia, le persone sono state rilasciate sotto l'attenzione e le pressioni internazionali, solo per essere nuovamente arrestate e detenute.

Tre casi di detenzione arbitraria in Australia sono stati evidenziati dal gruppo. In ogni caso, l'Australia non ha risposto alle preoccupazioni del gruppo di lavoro e ha ignorato le raccomandazioni per liberare gli uomini e compensarli per la loro detenzione illegale.

Said Imasi, un apolide proveniente dal Sahara occidentale, è stato trattenuto in Australia senza accusa né processo in stato di detenzione per immigrazione da quasi nove anni.

Rimasto orfano da bambino, è fuggito da una banda criminale in Europa verso l'Australia e ha chiesto asilo, ma le autorità di immigrazione australiane (il dipartimento che lo detiene ha cambiato nome due volte dal 2010) hanno detto di non sapere cosa fare con lui o dove potrebbe essere inviato.

Numerosi bambini sono attualmente detenuti nei centri di detenzione australiani, tra cui due bambini nati in Australia, detenuti per più di sei mesi perché una delle richieste di protezione dei loro genitori non è stata accolta.

Più di 100 bambini sono detenuti a Nauru zona del regime offshore australiano. Non sono in detenzione ma non possono lasciare l'isola, che è grande circa le dimensioni dell'aeroporto di Melbourne e priva delle strutture mediche di base.

ES

Fonte: The Guardian

mercoledì 29 agosto 2018

Australia, primo sbarco dal 2014: migranti dispersi in una zona invasa da coccodrilli

TPI News
Erano quattro anni che non si verificano sbarchi di profughi nel Paese.


In Australia è avvenuto il primo sbarco di migranti dal 2014. L’imbarcazione con a bordo i profughi proveniva dal Vietnam ed è riuscita a raggiungere le coste australiane.

I migranti sbarcati sono 15 e sono stati subito arrestati, ma la polizia sta cercando eventuali dispersi in una zona infestata dai coccodrilli. La protezione civile ha infatti diramato immediatamente l’allarme perché la foresta tropicale, vicino al fiume Daintree, è infestata dai coccodrilli.

Erano quattro anni che non si verificano sbarchi di migranti in Australia. Il modello “no way” che aveva azzerato gli arrivi nel Paese ha fallito.

L’Australia infatti, attraverso questa dura linea politica, intercetta navi cariche di migranti e di rifugiati, e poi li costringe a vivere in condizioni di prigionia nelle due isole del Pacifico, Nauru e di Manus.

Il modello australiano per la gestione dei migranti è stato più volte definito esempio virtuoso dal ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini.

Nell’ultima diretta Facebook di Salvini del 22 agosto 2018, in merito al caso della nave militare Diciotti, il ministro dell’Interno ha ribadito questo suo apprezzamento.

Peter Dutton, ministro dell’Interno australiano, ha spiegato che i migranti sono approdati con un peschereccio a Port Douglas, nello stato del Queensland, nell’Australia nord orientale.

giovedì 23 agosto 2018

Immigrazione - Il modello Australia a cui Salvini si ispira: 119 bambini migranti detenuti sull'isola di Nauru

Il Giornale
Le organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l'allarme. Da anni centinaia di bambini e minori richiedenti asilo sono costretti alla detenzione forzata sull'isola di Nauru, nel Pacifico. 


A far scattare le accuse di violazione dei diritti umani sarebbero le pessime condizioni di salute e gli squallidi trattamenti umanitari riservati ai 119 bambini costretti sull'isola oceanica. Per l'amministratore delegato di World Vision Australia, Claire Rogers, i bambini detenuti a Nauru sono senza speranza: "Molti di loro hanno vissuto per anni in tendopoli, sono stati separati da familiari stretti e non hanno un posto sicuro dove giocare o accedere a cure mediche accettabili".

Il centro di Nauru non é nuovo agli scandali. Giá in passato era stato perseguitato dalle accuse di abusi e traumi diffusi ai danni di donne e bambini. E anche le Nazioni Uniti avevano espresso preoccupazione e risentimento per i trattamenti riservati ai minori. 

La struttura sull'isola di Nauru é stata istituita nel 2001 per arginare il problema dell'immigrazione clandestina in Australia e ridurre il numero di profughi e richiedenti asilo. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato lo squallore diffuso e le pessime condizioni igienico-sanitarie in cui sarebbero costretti a vivere 240 richiedenti asilo in totale, di cui 119 bambini e minori.

Il malessere diffuso nel centro di detenzione sull'isola di Nauru avrebbero costretto un ragazzo iraniano di 12 anni ad avviare uno sciopero della fame. La protesta del giovane va avanti da circa venti giorni e ha attirato su di sé l'attenzione dei media di tutto il mondo, tanto da far scattare un movimento online: #KidsOffNauru ("Via i bambini da Nauru").

Il portavoce della Coalizione australiana per i Rifugiati, Ian Rintoul, ha ammesso che il dodicenne é in gravissime condizioni di salute avrebbe bisogno di cure mediche urgenti. La richiesta al governo australiano é che i centinaia di minorenni detenuti sull'isola di Nauru vengano trasferiti entro novembre in Australia o in luoghi più adatti.

Sara Giuliani

martedì 8 maggio 2018

Australia: centinaia di rifugiati ancora detenuti a Papua e Nauru, senza nessuna prospettiva.

Sicurezza Internazionale
Il ministro degli Affari Interni australiano, Peter Dutton, ha dichiarato, lunedì 7 maggio, che centinaia di richiedenti asilo presenti nei centri di detenzione australiani potrebbero essere costretti a rimanervi per una quantità di tempo indefinita poiché nessun altro Paese sembra essere disposto ad accoglierli.


La politica di immigrazione australiana prevede che i richiedenti asilo, intercettati in mare nel tentativo di raggiungere le coste australiane, vengano trasportati nei centri di detenzione collocati in Papua Nuova Guinea e sull’isola di Nauru affinchè la loro domanda di asilo possa essere esaminata.
Il numero di richiedenti asilo detenuti nei centri australiani nell’Oceano Pacifico ammonta a circa 1500. I principali Paesi di provenienza sono Afghanistan, Pakistan, Sudan ed Iran.
“Stiamo continuando a confrontarci con Paesi terzi per cercare di risolvere la situazione. Tuttavia, vi sono pochissime prospettive, se non addirittura nessuna, all’orizzonte”, ha affermato il ministro Dutton.

Il 12 novembre 2016 il governo australiano aveva siglato un accordo con il governo di Washington in base al quale 1250 richiedenti asilo detenuti nei centri australiani sarebbero stati trasferiti negli Stati Uniti a seguito di approfondite ricerche. In cambio, il governo di Canberra aveva assicurato di essere disposta ad accogliere 30 rifugiati centro-americani detenuti in un centro in Costa Rica.

Nonostante il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia definito tale accordo “stupido” , sono state avviate le procedure di indagine delle domande dei richiedenti asilo detenuti nei centri australiani in vista del loro futuro arrivo negli Stati Uniti.

Qualora gli Stati Uniti dovessero effettivamente accogliere 1250 richiedenti asilo, come previsto nell’accordo siglato dall’allora presidente Barack Obama, tuttavia, rimarrebbero ancora circa 300 persone nei centri di detenzione australiani.

La difficoltà della situazione è aggravata dalla mancanza di prospettive di integrazione per i richiedenti asilo costretti a rimanere in Papua Nuova Guinea o sull’isola di Nauru. “Non è possibile che centinaia di persone si stabiliscano in questi luoghi. Non vi sono servizi, non c’è lavoro né assistenza. Non vi è futuro”, ha dichiarato Ian Rintoul, portavoce di Refugee Action Coalition.

Alice Barberis

martedì 27 marzo 2018

Australia: in piazza per migliori trattamenti per i migranti

L'Indro
La dura linea politica è stata molto contestata e criticata anche a livello internazionale


Migliaia di persone hanno preso parte a manifestazioni in Australia, chiedendo un trattamento migliore per i migranti e richiedenti asilo. L’ Australia trasferisce quasi 19.000 rifugiati all’anno. Ma le Nazioni Unite hanno criticato le linee di condotta del Paese tese per scoraggiare coloro che fuggono dai loro paesi a cercare una nuova vita in Australia.
La dura linea politica australiana è stata molto contestata e criticata anche a livello internazionale: le regole australiane prevedono che i migranti irregolari soccorsi in mare debbano trovare accoglienza in isole territorialmente appartenenti ad altri Paesi, con lo scopo di dissuadere gli immigrati dal pagare i trafficanti e iniziare viaggi in mare pericolosi per raggiungere l’Australia. 


Il Piano per l’immigrazione, in vigore nel settembre 2012, che si aggiunge all’Immigration Act del 1958 (che dispone l’obbligo per l’ufficio immigrati di respingere tutti coloro ai quali non viene concesso lo status di rifugiato), prevede il ricovero in strutture esterne al territorio australiano in attesa che le richieste di asilo vengano esaminate e, in caso di esito positivo, venga accordato un permesso di residenza atto a consentire l’ingresso legale nel Paese.

Nel settembre 2013 il governo conservatore di Tony Abbot aveva imposto la chiusura delle frontiere a chi arrivava illegalmente via mare. «Pensano di poter indurci a lasciarli arrivare in Australia, ma non ci faremo mettere sotto pressione, su questo voglio essere molto chiaro. Il mio governo garantisce la sicurezza e l’integrità dei nostri confini» ha dichiarato il presidente australiano Malcolm Turnbull

venerdì 24 novembre 2017

Nuova Guinea. Violento raid della polizia nel "carcere" per rifugiati dell'isola di Manus

La Repubblica
Caos e violenze sull'Isola di Manus: dove la polizia ha fatto irruzione nel famigerato centro di detenzione per richiedenti asilo che fin dal 2012 ospita i migranti che tentavano di raggiungere l'Australia dai paesi dell'Asia sud-orientale. 


Dichiarato incostituzionale, il centro era stato chiuso lo scorso 31 ottobre, ma centinaia di persone avevano rifiutato di lasciarlo affermando di temere per il loro futuro e la loro sicurezza. Secondo le prime notizie decine di persone sarebbero state arrestate, compreso il portavoce dei richiedenti asilo, il giornalista iraniano Behrouz Boochani.

Il centro di Manus era nato in virtù di quella "Pacific Solution" firmata nel 2001 dove di pacifico c'era solo l'Oceano che i disperati tentavano di attraversare, ma che di fatto era una soluzione estrema per dissuaderli a raggiungere l'Australia. Il governo di Canberra aveva infatti firmato un accordo con la vicina Papua Nuova Guinea affinché, in cambio di aiuti economici, l'arcipelago si facesse carico dei rifugiati diretti in Australia. Nel 2012 erano nati così due centri di detenzione: quello di Manus, appunto, esclusivamente maschile e quello di Nauru per donne e bambini. Qui in teoria le persone sarebbero dovute rimanere il tempo di esaminare le loro domande d'asilo. Ma di fatto nessuna delle persone entrate è mai riuscita ad ottenere il visto d'entrata in Australia. I centri in breve tempo si sono trasformati in lager: tanto che sia Amnesty International che l'Unhcr ne avevano denunciato più volte sovraffollamento, soprusi, e violenze fra le diverse etnie, visto che nel campo c'erano iraniani, pachistani, siriani, afghani ma anche persone fuggite da Myanmar, Sri Lanka e perfino dalla Somalia.

Dopo la sentenza di un tribunale di Port Moresby arrivata dopo che nel 2014 violente proteste all'interno del centro erano sfociate nell'uccisione di un migrante iraniano e la condanna arrivata perfino dalle Nazioni Unite, ad agosto 2016 i governi di Australia e Papua Nuova Guinea avevano concordato la chiusura di Manus. Una scelta diventata esecutiva solo alla fine di ottobre 2017. Su seicento rifugiati presenti, però, almeno quattrocento avevano rifiutato di lasciare il centro di detenzione lamentando che il loro futuro era troppo incerto. Poco appetibile l'offerta di essere spostati in un altro campo a Lorengau, sempre sull'isola di Manus, tanto più dopo le minacce nei loro confronti da parte della popolazione locale. E anche le altre possibilità offerte non avevano nulla di convincente visto che si parlava o di rimpatrio o di trasferimento in altri paesi come la Cambogia. "Non vogliamo altre prigioni" avevano protestato i profughi occupando illegalmente il centro.

Nel raid di stanotte, denunciano i migranti attraverso foto e video postati su Facebook e Twitter, ci sono stati tafferugli, la polizia ha fatto numerosi arresti e ha distrutto i pochi beni di quelle persone affinché non avessero nulla a cui tornare. "Hanno bruciato le nostre scorte di cibo e le nostre coperte e distrutto la riserva d'acqua pulita".

Parlando alla radio poche ore fa, il ministro dell'immigrazione australiano Peter Dutton, l'evacuazione è avvenuta senza violenze, ma ha confermato la linea dura: "I contribuenti australiani hanno speso 10 milioni di dollari per una nuova struttura e vogliamo che si spostino". Al momento la situazione sembra essere sotto il controllo della polizia: secondo quanto riportato da Tim Costello, capo dell'associazione umanitaria World Vision Australia, presente fuori dal campo "la polizia ha costretto le persone rimaste a salire su dei bus che sono poi partiti".




di Anna Lombardi

giovedì 9 novembre 2017

Papua Nuova Guinea: rifugiati dell'Australia a rischio di vita sull’isola di Manus

Meltingpot Europa
In una nota diffusa il 7 novembre Amnesty International denuncia che l’attuale situazione sull’isola di Manus in Papa Nuova Guinea equivale a un trattamento crudele, inumano e degradante, una violazione della Convenzione delle Nazione Unite contro la tortura.

Il 6 novembre la Corte Suprema della Papa Nuova Guinea ha stabilito con una sentenza che il governo non è tenuto a fornire elettricità, acqua e cibo ai 600 migranti che si rifiutano di lasciare l’ex centro di detenzione Lombrum chiuso il 31 ottobre scorso.
"La Corte suprema mette in pericolo vite umane", dichiara Amnesty International.



mercoledì 1 novembre 2017

Papua Nuova Guinea/Australia - Chiude l'inferno di Manus Island: ma dove andranno i rifugiati?

Euro News
Da stamattina niente piu' luce, acqua e cibo nel centro di detenzione australiano in Papua Nuova Guinea. Chi non ha ottenuto lo status di profugo dovrà andarsene. Ma non si sa dove.

Ore contate per il centro di detenzione per profughi stabilito dall’Australia a Manus Island, in Papua Nuova Guinea. Dalla mattina del 31 ottobre, niente piu luce, acqua e cibo. Il centro è stato dichiarato “illegale e anticostituzionale” dalla corte suprema australiana. Chi non ha ottenuto l’asilo politico, dovrà essere rimpatriato, ma la maggior parte dei 600 ospiti, molti dei quali iraniani, non possono farlo perchè il loro paese non accetta rimpatri forzati. Gli stessi rifugiati hanno paura a restare a Manus Island: temono violenze da parte dell’ostile comunità locale.

Ruvida la dichiarazione del ministro degli esteri della Papua Nuova Guinea, Petrus Thomas, rivolto al governo di Canberra: “L’Australia ha la responsabilità legale, finanziaria e morale di questi uomini”.

A Sydney, intanto, ieri si è svolta una manifestazione a favore dei rifugiati, con la richiesta di accoglierli sul suolo australiano.

“Quello che il governo sta facendo è prendere 600 persone e spingerle fuori dal centro in altri luoghi sull’isola, dove non sono sicuri e dove non ci sono servizi”, spiega l’attivista Ian Rintoul di “Refugee Action Coalition”. “Due dei siti individuati sono ancora cantieri in costruzione. Non abbiamo idea del livello di sanità, sappiamo che non ci sono strutture mediche, non esiste un modo per procurarsi il cibo”.

Il centro di Manus Island è un inferno, piu’ volte nel mirino delle organizzazioni che si occupano di diritti umani: violenze, abusi sessuali, torture da parte delle guardie, persino omicidi. Accade di tutto là dentro, dopo la sua riapertura – tra le polemiche – avvenuta nel 2012.

Durante le operazioni di chiusura di Manus Island, fa sapere il capo della polizia Gari Baki, “l’incolumità dei rifugiati e degli operatori del centro non è scontata”.

giovedì 15 giugno 2017

Australia. Migranti: risarcimento record per richiedenti asilo detenuti in isola del Pacifico, per mettere a tacere gravi violazioni dei diritti umani.

Ansa
Un'azione collettiva di risarcimento danni per oltre 1.900 profughi e richiedenti asilo destinati all'Australia detenuti nell'isola di Manus in Papua Nuova Guinea nel Pacifico, si è conclusa con un accordo extragiudiziale per oltre 70 milioni di dollari australiani (49 milioni di euro), più costi legali per 20 milioni di dollari, il risarcimento più oneroso in materia di diritti umani nella storia australiana. 

Migranti detenuti nel campo Manus in Papua Nuova Guinea
I loro legali sostengono che l'Australia ha violato gli obblighi di assistenza (duty of care), tenendo i detenuti in condizioni che hanno causato danni fisici e psicologici. L'azione collettiva era stata avviata per conto di persone detenute nel centro fra il 2012 e il 2014. 

Il governo conservatore di Canberra ha concordato il risarcimento piuttosto che procedere con un processo di almeno sei mesi davanti alla Corte Suprema di Melbourne, che avrebbe richiesto deposizioni di 200 testimoni riguardo ad abusi sessuali e fisici sistematici, fra cui un omicidio per mano di guardie del centro durante disordini, oltre a trattamenti medici inadeguati che hanno portato a lesioni e decessi.

Il centro di detenzione stabilito a Manus dall'Australia, che si affianca a quello nel piccolo stato-isola di Nauru, un anno fa era stato definito incostituzionale della Corte Suprema di Papua Nuova Guinea, che ha dichiarato illegale la detenzione. 

La sua chiusura è programmata per il prossimo ottobre e rimane operativo ospitando quasi 900 uomini, il cui futuro rimane del tutto incerto, dato che l'Australia ha finora escluso di accoglierli. Il ministro dell'Immigrazione Peter Dutton ha affermato che l'accordo non costituisce ammissione di responsabilità e che il governo "respinge decisamente le rivendicazioni avanzate in questi procedimenti", spiegando che il governo è tenuto a "evitare, prevenire e limitare la portata di costosi procedimenti legali".
Le organizzazioni per i diritti umani accusano invece Canberra di aver accettato l'accordo come prezzo del silenzio per evitare che emergessero in udienze pubbliche evidenze di violazioni nei centri che sono coperti da totale segretezza. Il direttore del Centro legale per i diritti umani, Daniel Webb, ha detto che il caso è "una concessione importante e attesa a lungo che notoriamente ha causato danni profondi a persone innocenti verso cui l'Australia aveva obblighi di assistenza". E ha aggiunto che i profughi detenuti a Manus e a Nauru dovrebbero essere accolti al più presto in Australia.

venerdì 2 settembre 2016

Australia - Ex giudice Jim Macken offre scambio di persona per salvare un rifugiato detenuto nelle isole di Manus e Nauru

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un giudice in pensione di 88 anni, si è offerto di fare lo scambio di persona con un rifugiato trattenuto in detenzione in mare aperto. Vuole vivere volontariamente il resto della sua vita su Manus o Nauru in cambio di un rifugiato che deve essere accolto in Australia.

Jim Macken
Jim Macken, un ex giudice della corte industriale del New South Wales, funzionario del sindacato, e un membro dell'Ordine dell'Australia, ha scritto al ministro dell'immigrazione, Peter Dutton, offrendo lo scambio con un rifugiato detenuto su una delle due isole di detenzione al largo dell'Australia.

 Jim Macken, un ex giudice della corte industriale del New South Wales, ha criticato il la vergognosa detenzione in mare aperto dei rifugiati.
"Capisco che sia una richiesta insolita, ma la offro in completa sincerità. Il motivo per fare questa proposta è semplice. Non posso più rimanere in silenzio davanti a uomini donne e bambini innocenti che sono detenuti in condizioni spaventose su Manus Island e Nauru.E 'ancora peggio che essi sono detenuti in queste terribili condizioni, al fine di scoraggiare altri richiedenti asilo e rifugiati tentare di venire in Australia per cercare protezione. Il governo australiano sta affrontando il problema migratorio essenzialmente recludendo in questi campi come scudi umani, e questo è assolutamente immorale. Dato che questo è stato fatto nel mio nome io non posso rimanere in silenzio."
"Offro questa proposta per salvare almeno un rifugiato. Questo permetterebbe a una persona attualmente detenuto su Manus Island o Nauru il diritto di essere un cittadino australiano. Lo considererei un privilegio vivere i miei ultimi anni a Nauru o Manus Island in sua vece".
Ha anche offerto di rinunciare alla sua cittadinanza, se necessario.

Egli ha detto al Guardian che era pronto ad essere messo in detenzione di Nauru e Manus e rimanere lì fino alla morte. "Non ho niente da perdere. Se questo permette a un solo rifugiato di uscire fuori una di quelle isole, e dar loro la possibilità di una vita in Australia, sono pronto a farlo".

Ha detto che non era alla ricerca di pubblicità e lo "scambio" potrebbe accadere senza alcuna notifica pubblica.

Macken ha inviato la sua lettera a Dutton il mese scorso. Egli non ha ricevuto una risposta.

mercoledì 10 agosto 2016

Australia: gli orrori del campo per rifugiati di Nauru, violenze anche su bambini

La Repubblica
2.000 rapporti raccontano terribili retroscena sull'isola-prigione australiana. Alcuni documenti mettono a nudo le crudeltà perpetrate sull'isola dove vengono raccolti i richiedenti asilo. Violenze, abusi sessuali, minacce fisiche e psicologiche, aggressioni: 2.116 rapporti risalenti al periodo tra maggio 2013 e ottobre 2015, pubblicati in esclusiva dal quotidiano britannico Guardian, sono la prova ultima e definitiva di una situazione che già da tempo si sapeva essere ai limiti dell'umanamente accettabile.

Il centro di detenzione dell'isola di Nauru, la più piccola dell'Australia situata nel nord est del continente, è riservato ai soli richiedenti asilo, così come l'isola Manus in Papua Nuova Guinea. I dati risalenti al giugno 2016 riportano 442 persone ospiti, delle quali 338 uomini, 55 donne e 49 bambini.
Il report dell'orrore evidenzia come i minori siano i più colpiti: 1.086 documenti sono riservati proprio ai bambini, nonostante rappresentino il 18% dei detenuti totali sull'isola. 7 casi di violenza sessuale, 59 segni di violenza, 30 casi e 159 minacce di autolesionismo vengono raccontate in modo molto dettagliato e non lasciano spazio a incomprensioni.
Anche le giovani donne sono un'altra categoria particolarmente umiliata: violenze e minacce sessuali sono all'ordine del giorno, ed esiste pure una lista stilata dalle guardie della prigione delle ragazze single "da aspettare" in agguati notturni. Uno dei sorveglianti, per convincere una ragazza a non lamentarsi delle sue attenzioni, le avrebbe anche detto che lo stupro è una pratica abituale in Australia e nessuno viene mai punito per questo. Gli autisti dei bus invece preferiscono fotografarle lascivamente e usare gli scatti in seguito per masturbarsi.
Le 8.000 e più pagine di denuncia riportano nel dettaglio tanti altri casi, dalle minacce di morte o gli espliciti schiaffeggiamenti delle guardie verso i bambini, alle richieste di favori sessuali per concedere più tempo per fare la doccia. I file sottolineano la disperazione in cui si trovano gli abitanti di Nauru: i bambini traumatizzati si cuciono le labbra o perdono il controllo della propria sessualità, le donne gravide si rifiutano di partorire in ambienti così malsani e pericolosi, gli abitanti hanno allucinazioni e iniziano a manifestare disturbi mentali e i casi di tentato suicidio sono tantissimi. Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha dichiarato che esaminerà in prima persona tali report per verificare se ci sono effettive denunce provenienti dal carcere o sono presenti situazioni non gestite nel modo dovuto.

di Giulia Zanichelli

mercoledì 27 luglio 2016

Gravi abusi ai minori detenuti in Australia "stile Abu Grahib"

Il Post
La rete televisiva ABC ha trasmesso una serie di filmati in cui si vedono i maltrattamenti di alcuni detenuti "stile Abu Grahib"

Dylan Voller, detenuto di 17 anni, legato 
a una sedia e incappucciato da alcuni agenti.
Un’inchiesta della rete televisiva australiana ABC andata in onda lunedì 25 luglio ha mostrato una serie di abusi subiti dai detenuti di una prigione minorile nel nord del paese. 

I filmati trasmessi nel corso del programma Four Corners mostrano un detenuto legato a una sedia e incappucciato, in una maniera che a molti ha ricordato la prigione di Abu Grahib, in Iraq, dove alcuni militari americani e contractor civili abusarono dei detenuti nel 2004. In un altro filmato si vedono gli agenti usare lacrimogeni contro alcuni detenuti chiusi nelle loro celle, mentre in un altro ancora si vede un detenuto denudato mentre alcune guardie lo tengono bloccato al suolo. Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha detto di essere profondamente scioccato dalle immagini e ha annunciato un’inchiesta sugli episodi. Il Guardian ha scritto che sei detenuti della prigione denunceranno i maltrattamenti subiti.

Gli abusi mostrati da ABC sono avvenuti tra il 2014 e il 2015 nel centro di detenzione Don Dale, vicino Darwin, nel Northern Territory, nel nord dell’Australia. Si tratta di una regione dove da tempo il sistema penitenziario minorile è sotto accusa per gli abusi subiti dai detenuti, in particolare da quelli minorenni. Tutti i detenuti mostrati dai filmati erano di origine indigena. Si tratta di un gruppo che costituisce il 96 per cento dei minori che si trovano in strutture di detenzione e il 30 per cento del totale della popolazione carceraria. I filmati, ha scritto il Guardian, hanno riaperto il dibattito sui rapporti tra il governo australiano e la popolazione indigena e quello sull’approccio molto duro utilizzato dal governo del Northern Territory per gestire la criminalità.

Il primo ministro Turnbull ha detto che l’inchiesta non riguarderà soltanto le accuse al centro di detenzione Don Dale, ma sarà estesa anche al resto del sistema penitenziario del Northern Territory. Turnbull ha detto che l’obbiettivo della commissione è scoprire: «Se esiste una cultura diffusa in tutto il sistema penitenziario del Northern Territory o se gli abusi sono limitati a un centro di detenzione specifico». I dettagli su come opererà la commissione non sono ancora molto chiari, mentre alcuni hanno sottolineato il ritardo della decisione di Turnbull, visto che il sistema penitenziario del Northern Territory è sotto accusa oramai da molto tempo. Il primo ministro della regione, Adam Giles, ha detto di aver guardato i filmati con “orrore” e che nel sistema penitenziario esiste una cultura che ha contribuito a tenere nascosti gli abusi subiti dai detenuti. Giles ha aggiunto che la competenza sul sistema penitenziario sarà tolta al procuratore generale John Elferink, una figura controversa i cui metodi molto duri sono stati spesso criticati.

Uno dei filmati più impressionanti mostra Dylan Voller, un detenuto di 17 anni, mentre viene legato a una sedia da alcuni agenti. Voller indossa un cappuccio e ha un collare che gli tiene legata la testa allo schienale della sedia. Secondo ABC, Voller è rimasto bloccato sulla sedia per due ore. Sedia, cappuccio e collare fanno parte degli strumenti di “restrizione” regolarmente approvati dal governo del Northern Territory. L’UNICEF Australia ha detto che quello che è avvenuto al Don Dale «potrebbe essere considerato una forma di tortura».

Martedì 26 luglio l’avvocato di Voller, Peter O’ Brien, ha diffuso una lettera manoscritta del ragazzo, in cui Voller ringrazia “tutti gli australiani per il supporto” ai detenuti e alle loro famiglie, e aggiunge: “voglio cogliere quest’occasione per scusarmi con la comunità per i miei sbagli. Non vedo l’ora di uscire e rimediare”. O’ Brien ha detto che attualmente Voller è detenuto in una prigione per adulti, ma dovrebbe essere rilasciato immediatamente: “l’impatto di questi anni di sevizie deve essere subito valutato, e Dylan necessita di assistenza immediata. Ogni ragazzo rinchiuso in isolamento nel Northern Territory deve essere subito liberato”.

In un altro filmato si vedono alcuni detenuti venire spruzzati con gas lacrimogeno. L’episodio è avvenuto nell’agosto del 2014 e all’epoca il governo del Northern Territory spiegò che il gas era stato utilizzato per bloccare un tentativo di fuga da parte dei detenuti. Il filmato di ABC, però, mostra che soltanto uno dei sei ragazzi colpiti dal gas stava cercando di fuggire. Gli altri cinque si trovavano ancora chiusi nelle loro celle.

giovedì 30 giugno 2016

Vietnam, donna dell'Australia di 73 anni condannata a morte per traffico di droga

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un tribunale nel sud del Vietnam ha condannato  a morte una donna australiana di 73 anni.


A Nguyen Thi Huong sono state trovate nel suo bagaglio di 36 barre di sapone con all'interno 2,8 kg di eroina mentre stava per imbarcarsi su un volo per l'Australia nel mese di dicembre 2014.

Il Dipartimento degli affari esteri e del commercio dell'Australia si è detto "preoccupato del fatto che un cittadino australiano è stato condannato a morte in Vietnam", ma ha aggiunto che secondo la legge vietnamita sono possibili vari gradi di appello "quindi c'è ancora molta strada da fare prima che questo processo legale si concluda".

"Continueremo a fornire assistenza consolare e sostegno alla donna e alla sua famiglia. Opposizione universale alla pena capitale è una politica di lunga data dei governi australiani", ha detto un portavoce reparto in una e-mail.

Huong che è si dichiara innocente, in quanto afferma che il sapone gli è stato regalato da una signora, rischia di essere eseguita con l'iniezione letale.

Huong ha 15 giorni di tempo per presentare ricorso contro la condanna a morte.

La pena di morte viene applicata nel Vietnam comunista in casi di traffico di quantità maggiori di 100 grammi di eroina. Alla fine del 2013, il Vietnam ha approvato l'uso dell'iniezione letale per i casi esecuzioni di capitali, invece di utilizzare plotoni d'esecuzione.

ES

Fonte: Reuters

lunedì 23 maggio 2016

Australia: iraniano si dà fuoco, da tre anni rinchiuso nel Centro per rifugiati nell'isola di Nauru

La Repubblica
È accaduto nel luogo di detenzione di Nauru, un'isola sperduta a oltre 2 mila chilometri a nord ovest dell'Australia. Un'attesa infinita che ha portato Omid, un ventenne iraniano, a darsi fuoco per protestare contro le leggi che vietano anche ai richiedenti asilo di entrare in territorio australiano. La moglie denucia: "Cure mediche insufficienti".
Manifestazione dei rifugiati in Australia "reclusi" nelle isole di Papua Nuova Guinea 
Partito alla ricerca di una nuova vita, Omid Masoumali, un rifugiato iraniano di 23 anni è riuscito a varcare il confine australiano per morire coperto di ustioni di terzo grado. Un'ironia della tragica sorte e delle leggi che anche dall'altra parte del mondo costringono migliaia di persone a rinunciare ai propri sogni e alla speranza di una vita migliore lontani da guerre e persecuzioni.

L'ultimo viaggio. A 23 anni Omid Masoumali ha deciso di darsi fuoco. Un gesto dettato dalla disperazione. Partito nel 2012 dall'Iran, il giovane si è imbarcato per raggiungere l'Australia. Ma qui è rimasto vittima delle leggi stringenti del governo di Canberra. Come altre migliaia di persone che provano a raggiungere illegalmente il suolo australiano via mare, Omid è stato rinchiuso nel centro detentivo di Nauru, un'isola del Pacifico che riceve finanziamenti dall'Australia per "ospitare" migranti e rifugiati in attesa che siano trasferiti in paesi terzi o ricondotti nella terra d'origine. Lì Omid è rimasto per tre anni. Tra anni di incertezze, di sogni e rabbia fino al tragico epilogo.

Senza cure. Secondo quanto riportato dai media locali, il giovane si è dato fuoco durante la visita di tre ispettori dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Unhr) giunti a Nauru da Canberra per verificare lo stato di detenzione dei richiedenti asilo. Inutili i tentativi di spegnere le fiamme che hanno avvolto velocemente il corpo dell'uomo. La moglie di Omid ha denunciato la mancanza di cure tempestive che avrebbero potuto salvare la vita del giovane. 

È lei infatti a raccontare alle testate australiane come il marito sia rimasto per due ore nel centro medico dell'isola senza esser visitato da un dottore e abbia sofferto dolori atroci per otto ore prima che gli venisse somministrata della morfina. Le condizioni di Omid sono apparse subito disperate. Dopo esser stato trasportato nell'ospedale di Brisbane con un'eliambulanza, il ragazzo iraniano è morto a causa delle ustioni presenti sull'80% del corpo.

La legge australiana. Omid è solo l'ultima delle vittime che con gesti disperati cercano di portare alla luce il dramma dei rifugiati. Mentre in Europa si parla di costruire muri e limitare l'accesso di migranti e richiedenti, l'Australia ha escogitato un modo per risolvere il problema dei flussi migratori in costante crescita. Infatti, per fronteggiare l'aumento degli sbarchi di disperati, il governo di Canberra ha adottato una serie di procedure che comportano la detenzione di coloro che tentano di arrivare via mare in due centri costruiti fuori dalla frontiera australiana. 
Il primo, quello dove era recluso Omid è a Nauru, un'isola di 10 mila abitanti che negli anni ha fatto fortuna vendendo alla Gran Bretagna i diritti sulle ricche miniere di fosfati.

L'isola di Nauru. Il campo di detenzione di Nauru è stato spesso al centro di denunce mosse da diverse organizzazioni non governative. "Come Amnesty sottolinea da anni - ha detto Patel Champa, consigliere di ricerca di Amnesty International per il Pacifico - il sistema [australiano] attuale è crudele e inumano. Abbiamo ricevuto segnalazioni di stupri, molestie sessuali e abusi fisici e psicologici avvenuti in questi centri. Quest'ultima vittima è solo l'esempio più recente di come l'Australia sta trattando alcune delle persone più vulnerabili del mondo".

L'altra isola di Manus. Il secondo campo di detenzione per rifugiati si trova nell'Isola di Manus in Papua Nuova Guinea. Lì ad oggi sono presenti circa 850 rifugiati e richiedenti asilo che per anni hanno atteso di conoscere il destino riservato loro dalla burocrazia australiana. Ma le costanti denunce di Ong e sentenze dei tribunali che riconoscevano l'irregolarità del centro di Manus hanno portato il presidente della Papua Nuova Guinea alla decisione annunciata il 27 aprile di chiudere definitivamente la struttura detentiva. "L'Australia - sottolinea Michael Garcia Bochenek di Human Rights Watch - ha rigettato i richiami internazionali e le conclusioni della Commissione per i diritti umani australiana che ha chiesto la fine delle detenzioni offshore di rifugiati e richiedenti asilo. La decisione del primo ministro O Neill di chiudere il centro di Manus dopo la sentenza del tribunale permette alla Papua Nuova Guinea di staccarsi dal famigerato regime di detenzione offshore dell'Australia. Ora, richiedenti asilo e rifugiati detenuti dovrebbero essere trasferiti in altri paesi - tra cui Australia - dove si potranno ricostruire le loro vite".

di Chiara Nardinocchi


mercoledì 18 maggio 2016

Proteste dei rifugiati e richiedenti asilo in Australia "detenuti" nel campo di Manus Island - PNG

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'Australia non fa arrivare i migranti sul suo territorio ma li intercetta e li chiude nei centri di Manus Island e Nauru nelle isole di Papua Nuova Guinea.

Le condizioni in questi centri sono disastrose e in aperta violazione dei diritti umani.

Richiedenti asilo in Australia "detenuti" nel campo di Manus Island - PNG

I richiedenti asilo e rifugiati che sono costretti a stare in queste strutture stanno mettendo  sono in scena forti proteste con uno sciopero della fame di massa avvenuto nel mese di gennaio 2016.

Il centro in PNG è ritenuto incostituzionale dalla Corte Suprema del paese, questo sta spingendo il primo ministro, Peter O'Neill, a chiedere un voto del parlamento per chiuderlo.

Tuttavia le autorità australiane hanno detto che questo provvedimento potrebbe richiedere dei tempi lunghi e hanno ripetuto che i rifugiati ei richiedenti asilo non potranno mai andare in Australia.

Un richiedente asilo, Behrouz Boochani, ha dichiarato di essere determinato ad avere il rispetto dei diritti umani verso l'Australia che lo ha esiliato con la forza in un luogo che descrive come un inferno.

Si stima che circa 200 - 250 persone hanno preso parte alla protesta.

La protesta è iniziata nel "
compound"  Delta, dove sono alloggiate le persone che sono già riconosciute come rifugiati e si è diffusa agli altri "compound" del campo.

Inoltre i rifugiati che possono uscire hanno paura di uscire nel centro di Manus perché nella città la loro sicurezza è a rischio.

ES

Fonte: RNZ

martedì 23 febbraio 2016

Calais, Australia, Sassonia: società "civili" che maltrattano i minori rifugiati

Left
Storie di rifugiati. Bambini e adolescenti, che ormai nemmeno per loro l’Europa (o la civile Australia) sembrano essere capaci di essere solidali. Da Calais alla lontana Nauru, «Dobbiamo trovare una soluzione, in particolare per i bambini. È scioccante pensare che così vicino a Londra e Parigi la gente, specialmente centinaia di bambini non accompagnati, vivano in una situazione così terribile. Due terzi del settore verranno evacuati». 


Così Jude Law, l’attore britannico in visita con una serie di colleghi artisti alla Jungle di Calais, che attende di essere sgomberata del suo migliaio di rifiugiati nei prossimi giorni.
Lo sgombero è stato rinviato dopo che l’organizzazione britannica Help Refugees ha diffuso la notizia che, a guardar bene, i rifugiati nel campo non sono un migliaio ma 4500, il dieci per cento circa tra questi sono bambini e minori.

Sotto il tendone del Good Chance Theatre, il teatro messo su, come molti altri servizi e un centro per le vaccinazioni, all’interno del campo, Law ha letto una lettera a David Cameron chiedendo di ospitare dei minori in Gran Bretagna e adoperarsi perché protezione venga garantita dalle autorità francesi e, garantire, che la Jungle non venga sgomberata prima di aver individuato soluzioni per le persone che la abitano.

Al suo fianco, il comico Shappi Khorsandi, l’attore di sitcom Matt Berry, Toby Jones, Tom Stoppard – il regista di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” – e attrici Harriet Walter e Juliet Stevenson. Nel frattempo in Gran Bretagna, la lettera ha raccolto 100mila firme, tra cui quelle di altre figure importanti di cultura e spettacolo.

Dall’Australia un’altra storia poco edificante che riguarda minori rifugiati: una bambina di un anno, figlia di richiedenti asilo giunti nel Paese via mare e ricoverata in ospedale per ustioni, verrà spedita a Nauru, isola stato dove l’Australia tiene i richiedenti asilo in attesa di dichiararne lo status giuridico, nonostante le proteste di queste settimane: «La bambina verrà curata in un centro di detenzione e poi andrà a Nauru» ha dichiarato il ministro dell’immigrazione Dutton, aggiungendo: «Non vogliamo si pensi che essere ammessi in un ospedale sia una maniera per riuscire a rimanere legalmente nel Paese». 

L’Australia ha persino rifiutato la proposta neozelandese di accogliere una parte dei richiedenti asilo.
La pessima legge australiana prevede l’arresto per chi entra nel Paese, poi rispedisce le persone a Nauru o, addirittura, obbliga le barche che intercetta a tornare indietro. I morti in mare non si contano.

E per chi se lo fosse perso, in Germania nei giorni scorsi abbiamo visto scene di violenza poliziesca contro i rifugiati che non volevano scendere da un autobus mentre fuori qualche centinaio di animali urlava loro contro. Nella stessa località, Bautze, Sassonia, l’albergo che ospitava i richiedenti asilo ha preso fuoco. Tra le grida di gioia di quache locale. La vicenda ha generato grandi polemiche in Germania, i Verdi hanno chiesto al capo della polizia locale di dimettersi. La scena qui sotto, c’è un video peggiore, in cui un ragazzino viene trascinato via dalla polizia tra le grida urlanti della piccola e incivile folla. Basta descriverlo.

giovedì 4 febbraio 2016

Australia: i giudici autorizzato a confinare i rifugiati nelle isole del Pacifico

Il Giornale.it
L'Alta Corte di Canberra dà ragione al governo, confinare gli immigrati non vìola la Costituzione
Quando si parla d'immigrazione e di Australia si aprono sempre spazi alle polemiche. E anche l'ultima decisione, presa dall'Alta Corte di Canberra, rinfocolerà le critiche alla politica del governo australiano sui migranti.



I giudici, infatti, hanno stabilito che confinare a tempo indefinito i richiedenti asilo in Paesi stranieri, come le isole di Nauru e Manu, in Papua Nuova Guinea, e sulla Christmas Island, è legale e non vìola la costituzione.

La sentenza, emessa ieri dall'Alta corte in seduta plenaria, spiana la strada al governo conservatore che vuole rispedire a Nauru 267 migranti che hanno chiesto asilo, i quali erano in Australia per delle cure mediche impraticabili nell'isola. Il governo dell'ex premier Tony Abbott, infatti, ha stabilito che chiunque tenti di raggiungere il Paese via mare per chiedere asilo venga trasferito su una delle isole, Stati autonomi con cui sono in vigore degli accordi, e non possa vivere in Australia. Una politica duramente criticata dalle Nazioni Unite e da molte organizzazioni dei diritti umani.

La sentenza, che crea un precedente secondo il diritto anglosassone, è la risposta alla causa avviata dal Centro Legale per i diritti umani, che rappresenta una donna del Bangladesh sbarcata in Australia e poi confinata sull'isola di Nauru che ha denunciato un'assistenza sanitaria inadeguata e condizioni di vita pessime. I suoi avvocati hanno sostenuto che il governo non era autorizzato dalla legge a limitare la libertà dei richiedenti asilo e a sottoscrivere contratti con Paesi stranieri che acconsentono alla loro detenzione. La Corte ha però respinto queste motivazioni.

«Studieremo i dettagli prima di prendere una decisione sui passi legali da intraprendere per conto di queste persone molto vulnerabili», ha detto il legale della donna Daniel Webb, il quale ha rilevato che la sentenza non obbliga comunque il governo a rispedire il gruppo di migranti a Nauru. «È fondamentalmente immorale condannare queste persone a una vita da limbo su una piccolissima isola», ha aggiunto Webb. Ondata di critiche al governo anche da moltissime organizzazioni internazionali dei diritti umani, ma il governo conservatore tira dritto, forte dei risultati ottenuti nell'arginare gli sbarchi di profughi. Molti ricorderanno le polemiche sollevate quando nel 2013 l'Australia introdusse leggi durissime sull'immigrazione, seguita da una campagna mediatica in cui imperava un videomessaggio, in televisione e su internet, del generale Angus Campbell, comandante delle operazioni sulla sovranità dei confini. «No way! You will not make Australia home». Il messaggio era chiaro: chiunque arrivi nel Paese senza visto, non sarà accettato. «La legge si applica a tutti: famiglie, bambini, minori non accompagnati, non ci sono eccezioni».

Di fatto l'Australia ha adottato un vero e proprio piano militare per risolvere l'emergenza immigrazione. Le navi della Marina militare intercettavano i barconi dei profughi sul limite delle acque territoriali, prestavano soccorso fornendo acqua e cibo e poi li allontanavano dalle acque australiane. I risultati di quest'operazione denominata Sovereign Borders (Confini sovrani) parlano da soli: fino al 2013 sbarcavano illegalmente almeno 20mila immigrati all'anno, nel 2014 solo 147.