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venerdì 2 giugno 2017

Trump: «Sono stato eletto per rappresentare il popolo di Pittsburgh, non quello di Parigi». E il sindaco di Pittsburgh si ribella e annuncia che rispetterà gli accordi di Parigi.

Globalist
Il sindaco risponde per le rime al miliardario che aveva citato la città industriale per giustificare la sua scelta anti-ambientalista

Bill Perduto e Donald Trump
Un botta e risposta senza esclusione di colpi, perché anche se Trump è stato eletto (ma con meno voti assoluti di Hillary Clinton) metà e più dell'America non si riconosce in lui: per giustificare la sua decisione di lasciare l'accordo di Parigi, Donald Trump ha spiegato che il suo primo obiettivo è quello di migliorare l'economia del suo paese. Quindi ha giustificato la sua posizione nazionalista con una frase divenuta già celebre: «Sono stato eletto per rappresentare il popolo di Pittsburgh, non quello di Parigi»


Prendendo ad esempio la città industriale, però, il presidente degli Stati Uniti si è esposto a critiche anche pungenti.
Ciò che Donald Trump probabilmente non ricordava è che questa città in Pennsylvania ha votato in massa per Hillary Clinton alle elezioni presidenziali. 

Su Twitter, il sindaco di Pittsburgh non si è esentato dal ricordarlo.
«Gli Stati Uniti si sono uniti a Siria e Nicaragua decidendo di non partecipare alla accordo globale di Parigi. E' ora per le città di reagire», ha scritto Bill Peduto sul social network. 

Dopo aver ricordato il punteggio di Hillary Clinton a Pittsburgh (80%), il sindaco ha detto: «Pittsburgh sostiene il mondo e vuole aderire all'accordo di Parigi».

Sulla Cnn Bill Peduto non ha nascosto la sua rabbia nei confronti di Donald Trump: «Sappiamo cosa vuol dire avere una pessima economia. Ma noi abbiamo investito nel futuro, non nel passato. Noi siamo l'esempio di ciò che l'accordo di Parigi può creare», ha detto.
Sulla scia del sindaco di Pittsburgh, più di 60 sindaci (tra cui Bill De Blasio) e governatori di 10 stati degli Stati Uniti hanno annunciato la volontà di rispettare gli impegni assunti da Barack Obama. 

Gli stati di New York, California e Washington hanno annunciato un'alleanza formale per il clima e si impegneranno a seguire le decisioni della COP21.
As the Mayor of Pittsburgh, I can assure you that we will follow the guidelines of the Paris Agreement for our people, our economy & future.

Chiedevano l’asilo in Italia: riportati in Egitto senza poter presentare la domanda 20 profughi sbarcati a Lampedusa

Osservatorio dei Diritti
Alla fine i venti profughi egiziani arrivati all’hotspot di Lampedusa sono stati riportati in Egitto ieri, 31 maggio, con un volo charter partito dall’aeroporto Punta Raisi di Palermo. Il gruppo di migranti sarebbe stato trasferito direttamente allo scalo aeroportuale, senza passare per la questura del capoluogo siciliano, come invece era sembrato in un primo momento. 


La conferma è arrivata poco fa a Osservatorio Diritti da una fonte molto vicina al dossier che ha chiesto l’anonimato. Dal ministero dell’Interno, invece, non è ancora arrivata alcuna conferma ufficiale, nonostante la richiesta di informazioni sia stata fatta questa mattina alle 11, circa quattro ore fa.

Non si sa ancora nulla, invece, sulla città egiziana in cui sono stati portati i profughi. Secondo le prime informazioni, il gruppo sarebbe dovuto essere imbarcato su un volo della compagnia aerea Smart Wings, che però opera sull’aeroporto di Palermo solo con quattro destinazioni: Praga, Lione, Nantes, Parigi. A questo punto, dunque, le ipotesi ancora in piedi sono due: i migranti potrebbero aver viaggiato su un volo privato, organizzato appositamente per il rimpatrio; oppure hanno viaggiato effettivamente con la Smart Wings, per cambiare poi aereo una volta raggiunta una delle quattro destinazioni.

La decisione pare sia stata presa nonostante i profughi «abbiano manifestato la loro volontà di presentare domanda di protezione internazionale». Ad aver impedito ai migranti di formalizzare questa richiesta, nello specifico, sarebbe stata semplicemente «l’assenza di modelli C-3 all’interno dell’Hot Spot di Lampedusa». In altre parole, non ci sarebbero stati i moduli per poter chiedere l’asilo.

Tutto quello che è accaduto, insomma, sembra essere contrario al diritto internazionale. Secondo quanto si legge in un documento redatto proprio ieri dall’avvocata Alessandra Ballerini in nome e per conto dell’Associazione diritti e frontiere (Adif), infatti, «da informazioni apprese tramite le associazioni di volontari operanti sul territorio di Lampedusa è giunta notizia di un trasferimento di 20 profughi di nazionalità egiziana, richiedenti asilo, dall’Hot Spot di Lampedusa per il rimpatrio».

Anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ieri scriveva dal suo profilo Twitter: «No ai respingimenti collettivi basati sulla nazionalità. Rischia di accadere a Lampedusa a 20 richiedenti asilo egiziani. Paese sicuro?».

«Le autorità hanno fatto ricorso ad arresti arbitrari collettivi per reprimere le manifestazioni e il dissenso, detenendo giornalisti, difensori dei diritti umani e dimostranti, e hanno limitato le attività delle organizzazioni per i diritti umani. L’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa) ha sottoposto centinaia di detenuti a sparizione forzata: agenti dell’Nsa e altre forze di sicurezza hanno torturato e altrimenti maltrattato detenuti. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un uso eccessivo e letale della forza durante le normali operazioni di ordine pubblico e in circostanze che potevano equivalere a esecuzioni extragiudiziali. Sono proseguiti i processi iniqui davanti ai tribunali civili e militari. Le autorità non hanno provveduto a indagare adeguatamente le violazioni dei diritti umani e ad assicurare alla giustizia i responsabili».
Insomma, secondo l’organizzazione che si occupa di difendere i diritti umani nel mondo, non si tratta esattamente del paradiso dei diritti umani. Come conferma, tra l’altro, la vicenda di Giulio Regeni, il giovane dottorando italiano rapito e ucciso a Il Cairo. Proprio nei giorni scorsi, nel corso dello speciale mandato in onda dalla trasmissione di RaiTre #cartabianca, la famiglia di Giulio ha richiesto attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini che l’Egitto sia dichiarato ufficialmente un paese «non sicuro».

[...]

L’allontanamento dei 20 cittadini potrebbe essere avvenuta anche in virtù dell’accordo di collaborazione tra Italia ed Egitto firmato nel gennaio del 2007. Ma l’avvocata ricorda che, in ogni caso, «le espulsioni di massa sono vietate dall’art. 4 protocollo 4 della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr) e che il rimpatrio di richiedenti asilo comporta una palese violazione del principio di non refoulement».

Considerando tutto questo, dunque, l’Adif richiedeva «con urgenza di conoscere la destinazione finale dei cittadini richiedenti asilo di cui sopra, diffidandovi dall’eseguire ogni attività di respingimento o rimpatrio degli stessi».

La richiesta – che evidentemente non è andata a buon fine – era stata inviata a questura e prefettura di Agrigento (competenti sul territorio di Lampedusa), al dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione e a quello della Pubblica sicurezza – Direzione centrale della immigrazione e polizia di frontiera del ministero dell’Interno. Per conoscenza, inoltre, è stato indirizzato anche alla presidenza della commissione per i Diritti umani, al Garante nazionale per i detenuti e all’Alto commissariato per i rifugiati del nostro paese (Unhcr Italia).

Marco Ratti

Rapporto "Save the Children" - Infanzia negata a 700 milioni di bambini. Il Niger è il peggiore

Redattore Sociale
Rapporto di Save the children "Infanzia rubata". Nel mondo infanzia negata a 700 milioni di bambini: 1 su 4. La Norvegia è il paese il migliore. L’Italia tra i primi dieci, meglio di Germania e Belgio. Neri: “E’ inaccettabile, dobbiamo e possiamo fare di più”


Nel mondo un bambino su quattro ha un’infanzia negata: sono infatti 700 milioni i minori privati di vivere la loro condizione. Il paese peggiore dove essere bambini è il Niger, il migliore la Norvergia. A sottolinearlo è Save the children, che oggi presenta il primo Indice globale sull’infanzia negata nel mondo, contenuto nel nuovo rapporto “Infanzia rubata”. 

Nel report si sottolinea che a 1 bambino su 6 è negato il diritto all’educazione; mentre sono 168 milioni quelli coinvolti nel lavoro minorile; più di 16 mila bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorno per malattie facilmente curabili; 156 milioni hanno problemi di crescita a causa della malnutrizione. 

E 28 milioni sono i minori in fuga da guerre e persecuzioni; più di 75 mila infine, i giovani uccisi nel solo 2015. 

L’infanzia negata riguarda anche le ragazze: ogni 7 secondi 1 ragazza di meno di 15 anni si sposa, ogni 2 secondi una ragazza mette al mondo un bimbo.
Nella classifica dei paesi, il Niger è quello dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia
Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano, invece, i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia che si posiziona al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

Sono 263 milioni, 1 su 6, i minori che non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra le quali anche lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica. Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita. 

Circa 28 milioni di bambini, 1 su 80, sottolinea ancora il rapporto, sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni. Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno. Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Bambini in fuga a causa di guerre e persecuzioni. Nel 2016, 1 bambino su 80, nel mondo, è stato costretto ad abbandonare la propria casa per fuggire da guerre e persecuzioni: circa 28 milioni di minori, di cui 10 milioni sono bambini rifugiati, 1 milione richiedenti asilo e 17 milioni sono sfollati interni . Bambini ai quali, molto spesso, viene negato il diritto alla salute, all’educazione e alla protezione e che nella loro giovane vita non hanno conosciuto che conflitti e deprivazioni. La Siria, come emerge dalla classifica elaborata da Save the Children, è il paese con il più alto numero di persone sfollate (più di 12 milioni di persone, che rappresentano il 65% del totale della popolazione). Tra le percentuali più alte, dopo la Siria troviamo Sud Sudan, Somalia e Repubblica Centrafricana, dove risulta sfollato circa il 20% della popolazione, mentre in Colombia, al quinto posto di questa graduatoria, si contano 7,5 milioni di persone sfollate.

“È inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e a promuovere i loro diritti. 

“Anche se la maggior parte dei Paesi in cui è molto complicato essere bambini si trovano in Africa centrale e occidentale non possiamo non tener conto dei progressi e dei segnali di speranza che si sono registrati negli ultimi anni. Dal 1990, per esempio, in questa regione del continente africano le morti dei bambini sotto i cinque anni si sono dimezzate: un risultato che dimostra l’importanza di continuare a investire sulla salute e sul benessere dei minori. Nel 2015, i leader mondiali si sono impegnati a garantire a tutti i bambini, entro il 2030, il diritto alla salute, alla protezione e all’educazione, a prescindere da chi sono e dove vivono. Si tratta indubbiamente di un obiettivo molto ambizioso, ma che deve essere raggiunto e i governi dovranno impegnarsi per assicurare a tutti i bambini l’infanzia che meritano”, prosegue Valerio Neri.

“Quanto al nostro Paese – conclude Valerio Neri – la classifica ci dice che l’Italia ottiene un piazzamento generale migliore di Paesi come Germania e Belgio. In Italia, tuttavia, c’è ancora molta strada da fare per dare a tutti i bambini la possibilità di costruirsi un futuro, considerando che oltre un milione di minori vive in povertà assoluta e che quasi 1 su 3 è a rischio povertà ed esclusione sociale, una delle percentuali più alte in Europa . Deprivazioni materiali che hanno ripercussioni gravissime anche sulle opportunità educative dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, negando loro la possibilità di apprendere e coltivare le proprie passioni e le proprie aspirazioni”.

giovedì 1 giugno 2017

Niger. Morti di sete 44 migranti nel Sahara: anche 5 bambini

Avvenire
Il furgone sul quale viaggiavano si è ribaltato. I sei sopravvissuti sono arrivati a piedi al primo villaggio e hanno dato l'allarme. Solo lo scorso anno 335.000 migranti sono transitati dal Niger


Lo riferisce all'agenzia Reuters la Croce Rossa, tramite il capo dipartimento Lawal Taher della regione di Bilma, spiegando che sei sopravvissuti sono arrivati a piedi fino a un villaggio isolato, dove hanno dato l'allarme raccontando che 44 persone, soprattutto originarie di Ghana e Nigeria e fra cui cinque bambini, sono morte di sete. 

La Croce Rossa fa sapere di avere allertato le autorità e che le ricerche dei corpi sono in corso.

Negli ultimi anni è aumentato il numero di migranti che attraversa il Sahara, con gli abitanti dell'Africa occidentale che rischiano la vita per provare a raggiungere l'Europa. Una delle parti più pericolose del viaggio è quella in cui migliaia di migranti ogni settimana vengono stipati su furgoni per un viaggio di giorni dalla Nigeria alla Libia, spesso con spazio disponibile solo per qualche litro d'acqua.

Le autorità e le organizzazioni umanitarie sono in grado di registrare le migliaia di decessi di migranti nel mar Mediterraneo tra l'Africa e l'Europa, ma è quasi impossibile sapere quanti siano morti nell'immenso deserto del Sahara, dove non esiste nessun controllo di polizia. 

L'anno scorso un rapporto di 4mi, un ente affiliato al Consiglio Danese per i Rifugiati, riferiva che stando alle testimonianze dei migranti è probabile che ci siano più morti nel deserto che nel Mediterraneo.

All'inizio di maggio altri otto migranti, cinque dei quali bambini, vennero trovati morti nel deserto mentre cercavano di raggiungere l'Algeria. Sempre lo scorso maggio, soldati di pattuglia nel Nord del Niger avevano tratto in salvo circa 40 migranti abbandonati nel deserto dai trafficanti che avevano pagato per raggiungere la Libia. Si trattava di migranti provenienti da Gambia, Nigeria, Guinea, Senegal e Niger. Lo scorso anno, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha registrato il transito in Niger di 335.000 migranti diretti a Nord.

Anche la Francia accoglie i rifugiati gay ceceni

West
In Francia sono arrivati i primi rifugiati omosessuali provenienti dalla Cecenia.

Parigi segue dunque l’esempio della Lituania che pochi giorni fa è stato il primo paese al mondo a concedere il diritto di asilo a due gay perseguitati nella regione caucasica a causa del loro orientamento sessuale. 

L’annuncio è stato dato da Joel Deumier, presidente dell’organizzazione SOS Homophobie, il giorno dopo l’incontro tra Emmanuel Macron e il presidente russo Vladimir Putin il 29 maggio a Versailles. 

Nel corso del faccia a faccia il nuovo inquilino dell’Eliseo ha ottenuto rassicurazioni sulle misure adottate per ottenere la verità completa sulle persecuzioni ancora in atto. “Ma noi vigileremo” ha garantito Macron.

Da emergenza a penosa normalità - Un’inchiesta sui campi profughi nel mondo

Osservatore Romano
Leggendo l’ultimo numero di «Le Monde diplomatique» dedicato al problema dei campi profughi si ha la sensazione di essere di fronte a uno storico rovesciamento del rapporto tra stato e individuo che ha caratterizzato la formazione dello stato moderno, per cui i diritti umani sono diventati l’essenza stessa dei diritti, non solo i diritti dell’uomo in quanto cittadino. 
Giordania - Il campo profughi di Zaatari a 10 Km dal confine
della Siria dove sono presenti 655 mila rifugiati
Oggi però è sempre più evidente che l’insieme dei diritti che costituiscono il patrimonio d’ogni persona è legato alla loro appartenenza ai singoli stati piuttosto che al sistema internazionale, perdendo quindi il prezioso valore della loro universalità.

Ci sono infatti nel mondo luoghi senza acqua corrente, dove le tende sono attaccate una all’altra e i materassi per terra, oppure vecchi stabilimenti industriali trasformati in fretta e furia in campi per ospitare i profughi, dove le tutele individuali lasciano il posto alle logiche di sicurezza di un nuovo ordine mondiale. 

Qui i migranti diventano non-persone, costretti a vivere per anni in un limbo giuridico, dove la parola utente prende il sopravvento su qualsiasi altra definizione, rinchiusi in un non-spazio: i campi, anche se esistenti da decenni — alcuni da quasi mezzo secolo! — non sono segnati sulle carte geografiche.

Nicolas Autheman, giornalista e documentarista francese, racconta: «Resti fermo, avvicini il suo occhio. Grazie per la sua collaborazione». La voce metallica proviene da un apparecchio che si trova all’interno di un supermercato nell’enorme campo di Zaatari, in Giordania. Ogni rifugiato siriano ha un budget di 50 dollari al mese per pagare i propri pasti con la scansione dell’iride che archivia digitalmente l’identità del rifugiato e il saldo del conto virtuale, accreditato in una banca locale. Un sistema creato dall’azienda Iris Guard nelle carceri degli Stati Uniti e poi venduto a circa il 20 per cento dei campi in funzionamento nel mondo.

Secondo il giornalista, una logica del profitto imprenditoriale accentua sempre di più l’attuale tendenza mondiale al processo di marginalizzazione giuridica e territoriale delle persone che transitano nei più di mille campi per rifugiati oggi esistenti. Tre gli aspetti comuni a tutti: l’extraterritorialità, l’eccezionalità giuridica, in quanto gestiti da leggi che non coincidono con quelle del paese di accoglienza, e l’esclusione dei migranti più poveri. Ora il rischio è quello di trasformare la prima accoglienza in una sistemazione quasi definitiva, contribuendo così a perpetuare la loro tragica condizione di persone private della dignità.

Non vi è accesso alle procedure di riconoscimento alla protezione internazionale, niente strumenti per il ricongiungimento familiare: nell’intero sistema, che coinvolge ormai 65 milioni di rifugiati, si entra in un limbo dove vengono sistematicamente aggirati sia i diritti umani che le leggi nazionali del paese che accoglie. 

Di fatto, questa situazione viola la Convenzione di Ginevra del 1951, che prevede tra l’altro l’immediata garanzia di protezione a coloro che fuggono dai loro paesi e che sono esposti a rischi e trattamenti inumani e degradanti.

Ai problemi cronici di ogni campo — dalla violenza al sovraffollamento, alle malattie endemiche — si aggiunge la preoccupazione per la mancanza di scuole. L’emergenza istruzione riguarda un campo su due di quelli attualmente in funzionamento nei diversi paesi del mondo, con danni irreparabili sulle nuove generazioni. Nelle pagine dedicate ai migranti da «Le Monde diplomatique», tra un dato e l’altro, si racconta anche il cambiamento nel modello di gestione dei centri e l’introduzione di una sorta di economia interna di mercato.

Siamo di fronte a una confusione di lingue e interessi — afferma Autheman — ma bisogna avere il coraggio di affrontare la questione nelle sue vere radici, nella sua cruda realtà, complessa e drammatica, che presenta aspetti epocali. L’Europa ha ricevuto nel 2016 tre volte meno migranti che nel 2015, e questo non perché stia calando il flusso dei profughi, ma perché si sono aperti altri campi e ampliati quelli esistenti. Ma il problema si è solo spostato, creando un altro drammatico caso di emergenza che sta diventando una normalità, indegna ma sotto controllo.

di Silvina Pérez

Amnesty International: se Trump abbandona l’accordo globale sul clima si rischia una catastrofe dei diritti umani di dimensioni epocali

Amnesty International
“L’annunciata decisione del presidente degli Usa Donald Trump di abbandonare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico costituisce un attacco a numerosi diritti umani e mette in serio pericolo la vita e il benessere di milioni di persone”, ha dichiarato la direttrice generale di Amnesty International Usa, Margaret Huang.

Rifiutando di condividere con le altre nazioni l’adozione delle misure necessarie per ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra e mitigare il cambiamento climatico, è come se il presidente Trump stesse affermando: ‘Lasciamoli annegare, morire di caldo e di fame'”, ha proseguito Huang.

Il cambiamento climatico è una delle più gravi minacce alla società umana che il mondo abbia mai conosciuto ed è una di quelle che possono rapidamente e irreversibilmente finire fuori controllo. I ghiacciai si ritirano, i laghi e i letti dei fiumi si prosciugano, le foreste bruciano, i raccolti seccano e le temperature aumentano, producendo effetti devastanti per i diritti umani. Il cambiamento climatico può acutizzare la disuguaglianza sociale, la fame e la crisi dei rifugiati. Centinaia di milioni di persone verrebbero private del diritto alla vita, alla salute, al cibo, all’acqua e all’alloggio. In ogni continente sarebbero le persone più vulnerabili, come i bambini, a essere maggiormente colpite”, ha sottolineato Huang.

Chiediamo al presidente Trump di non indirizzare il mondo su una mortale rotta di collisione col disastro, la guerra e l’insicurezza. Tutti gli stati devono rinunciare ai combustibili fossili, altrimenti si rischierà una catastrofe dei diritti umani di dimensione epocale e irreversibile”, ha concluso Huang.