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mercoledì 5 aprile 2017

Siria ... continua la "strage degli innocenti". Anche i bambini morti per uso di gas

Ansa
Sono almeno 58, tra cui 11 minori, i morti in un raid aereo avvenuto in Siria con il sospetto uso di gas, secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus). L'ong, citando fonti mediche, ha aggiunto che il bilancio potrebbe aggravarsi perché vi sono anche 160 feriti o intossicati, alcuni dei quali in gravi condizioni. 

L'attacco è avvenuto a Khan Sheikhun, nella provincia nord-occidentale di Idlib, in mano ad insorti e qaedisti dell'organizzazione Fatah al Sham (ex Fronte al Nusra). Successivamente un ospedale da campo dove venivano curate le vittime dell'attacco è stato colpito in un altro raid, secondo fonti degli attivisti. Il capo del servizio di difesa civile dell'opposizione a Khan Seikhun, citato dall'agenzia Ap, ha detto che la struttura è stata "presa di mira dopo l'attacco". Il responsabile, Abu Hamdu, ha detto che l'ospedale da campo è stato distrutto e cinque ambulanze danneggiate.

Una città in mano ai ribelli nel nord della Siria è stata esposta ad agenti tossici provenienti da un arsenale ribelle colpito da un bombardamento aereo siriano: così il ministero della Difesa russo parla di quanto accaduto ieri nella provincia di Idlib, dove sono morte decine di persone. Mosca smentirebbe così da parte sua l'ipotesi che il regime di Damasco abbia volutamente eseguito un attacco chimico. Il portavoce del ministero, il generale maggiore Igor Konashenkov, ha detto stamattina che le attività militari russe hanno registrato ieri un attacco delle forze aeree siriane su depositi di armi e una fabbrica di munizioni nella periferia orientale della città di Khan Sheikhoun. Konashenkov ha aggiunto che armi chimiche prodotte dalla fabbrica sono state utilizzati in Iraq e lo stesso tipo di armi erano state usate precedentemente dai ribelli ad Aleppo, dove si erano riscontrate sintomatologie simili a quelle osservate nelle immagini arrivate ieri da Khan Sheikhoun.

martedì 4 aprile 2017

La corruzione che uccide - La storia di Floribert Bwana Chui

Quaderno Civiltà Cattolica
Francesco Occhetta
ABSTRACT — Quella di Floribert Bwana Chui — giovane doganiere congolese di Goma — è la storia di un uomo assassinato per non aver ceduto alla corruzione. Conoscerla aiuta a capire le nuove forme di martirio: si tratta di un sacrificio silenzioso e lontano dagli interessi dei media, che però scuote la vita sociale e politica di quegli Stati in cui la corruzione è diventata consuetudine.


Chi era Floribert? La sua è una storia breve e piena di fede, che si è incarnata in una terra umanamente ricca e paesaggisticamente bella, ma politicamente complessa e travagliata. Floribert nasce il 13 giugno 1981 a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Rwanda, e cresce in un tempo che non conosce la pace, a causa di due recenti guerre sanguinose. Viene ucciso a Goma, il 7 luglio 2007, per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati, nocivi per la salute della popolazione. Muore a soli 26 anni.

Il coraggio Floribert lo trova nella fede. Nella sua Bibbia è evidenziato un brano che lo provoca: «Ai soldati che lo interrogano – E noi, che cosa dobbiamo fare? – Gesù rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,12-14)». Per Floribert questo è un imperativo morale: non esigere nulla di più di quanto è stato fissato. Ne è convinto non in forza, ma a causa della fede. Tutto è così semplice da sembrare scontato: è il ritorno dell’onestà.

La silenziosa rivoluzione degli onesti parte da qui. La vita di Floribert insegna che se qualcuno non inizia a insorgere contro la corruzione, la storia comune non si salverà. In Africa e in molti altri angoli del mondo.

Di corruzione si muore. Avviene ogni volta che la forza del corrumpere, che significa «rompere in tante parti», eclissa il bene comune. Se, da una parte, la corruzione seduce e attrae, dall’altra, come ricorda papa Francesco, costringe gli uomini a sporcarsi il cuore, impedisce alla coscienza di compiere scelte generose verso gli altri, toglie la libertà di ascoltare la voce di Dio. Per questo gli uomini corrotti, invece di distinguere il bene dal male, si limitano ad autogiustificare il male.


Civiltà Cattolica Quaderno 4003
Floribert Bwana Chui - Giovane della Comunita di Sant’Egidio di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo: appassionato della vita dei bambini di strada e della scuola della pace, partecipe della preghera e dell'amore per i poveri aveva da poco trovato lavoro come responsabile della dogana. Nella notte fra l'8 e il 9 giugno 2007, e stato violentemente torturato e assassinato per non essersi piegato a tentativi di corruzione, impedendo l'ingresso di partite avariate di riso. Aveva 26 anni. "La salute della gente - aveva ripetuto - vale piu del denaro". La partecipazione di tanti al dolore provocato dalla sua morte innocente e dal suo coraggo, ha sorpreso e spaventato i suoi assassini, spezzando la catena di ornicidi e abusi.

Iraq. Il dramma dei bambini usati come scudi umani a Mosul

Avvenire
Un video girato dalla Bbc mostra i miliziani del Daesh mentre si fanno scudo di donne e bambini. Continua l'offensiva dell'esercito iracheno


Gli elicotteri si alzano, volano sulla città per “snidare” il nemico, scaricano il loro carico di morte, ritornano alla base. Su uno di questi mezzi dell’esercito iracheno, che ogni giorno fanno avanzare di qualche metro l’assedio agli uomini del Daesh asserragliati a Mosul, è salita la giornalista della Bbc Nafiseh Kouhnavard. E ha filmato la “guerra dall’alto” che si consuma ogni giorno sulla città che il Daesh ha strappato due anni fa all’esercito iracheno, infliggendo la più cocente umiliazione al governo di Baghdad. Ora quell’onta sta (lentamente) per essere lavata. Ma il prezzo è altissimo. Il video, realizzato dalla Bbc, mostra come i miliziani usino donne e bambini come scudi umani. E le persone ancora intrappolate nella città sono migliaia.


«È un bambino? Quell’uomo è armato ma ha anche un bambino con sé», dice uno dei piloti. Le immagini, ingrandite della telecamera dell’elicottero, sono inequivocabili. I jihadisti si trascinano dietro una donna e un bambino per evitare di essere colpiti. Gli elicotteri desistono. Cambiano bersaglio. Il generale iracheno Samir Hussain, che guida le operazioni, ammette: «Mosul è il lavoro più difficile che ci attende da quando è scoppiata la guerra. Per la prima volta i piloti stanno operando dall’alto su una città dove forse centinaia di migliaia di civili sono intrappolati. E, a differenza Falluja, i militanti sono circondati. Non hanno alcuna prospettiva di fuga. Nessuna possibilità di una vittoria militare. Per questo usano gli abitanti di Mosul come scudi umani».

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Libia: Msf, 40% dei migranti merce umana costretta a partire sui barconi

AnsaMed
"Il 40% delle persone salvate dai barconi ci dicono che sono state costrette a salirvi". Lo racconta Arjan Hehenkamp, direttore generale di Medici senza frontiere, parlando all'Associazione stampa estera di Roma.


Il rappresentate olandese di Msf ha riferito della sua esperienza nei progetti dell'ong in Libia e dei centri di detenzione visitati a Tripoli, veri e propri "magazzini umani" - li ha definiti -, dove ha ricevuto testimonianze di "abusi e torture". Tra le persone imprigionate ci sono "migranti, ma anche persone che vivono in Libia da decenni, prese per strada", ha spiegato. "Danno loro la caccia perché valgono denaro, rappresentano merce di scambio".

Le persone sono "rinchiuse tutte insieme in stanze che potrebbero contenerne un quinto". I detenuti, decine di migliaia in tutto il Paese secondo i dati riportati, "sono alla mercé dei miliziani" e subiscono dalle guardie "violenze e abusi".

L'unico modo per scappare è "pagare le milizie. Nel momento in cui hanno soldi, i detenuti vengono spinti a prendere il barcone e partire anche se non vogliono". Quello che denuncia Msf è un vero e proprio "business, un sistema organizzato. Sono le gang che decidono della vita di queste persone".

I centri nei quali opera Msf da mesi per portare assistenza sanitaria "sono formalmente controllati dal dipartimento per il controllo della migrazione illegale sotto il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni unite", spiega il direttore Msf, ma di fatto i centri "sono controllati da vari gruppi di miliziani, sono loro le autorità, anche se ufficialmente dovrebbe essere il governo. Questo rende il nostro lavoro difficile".

Per quanto riguarda il lavoro sul Mediterraneo, "la guardia costiera libica non ha il controllo totale delle barche e del personale, perché molti hanno paura di bloccare i trafficanti per le ripercussioni sulle loro famiglie", racconta Hehenkamp. Inoltre, una volta bloccati i barconi, "i migranti tornano nei centri detentivi e si ripetono gli abusi".

Impossibile controllo su accordi con la Libia: personale Onu sta a Tunisi e ambasciata Italia a Tripoli non basta

"Quando si dice che le organizzazioni internazionali sono in grado di monitorare gli accordi internazionali con la Libia come quello italiano è falso, perché non c'è nessuna presenza nel territorio" in grado di "combattere gli abusi" nei centri di detenzione dei migranti., ha detto ancora Hehenkamp in merito alla presenza a Tripoli di attori internazionali come l'Onu.

"Le persone vengono ricercate, prese in ostaggio, detenute, e questo è un rischio che vale anche per lo staff internazionale, quindi la maggior parte delle ambasciate si trova a Tunisi", come anche le Ong e altre organizzazioni. A Tripoli c'è lo staff locale, ha proseguito, ma il suo lavoro è limitato "a causa delle minacce delle gang". L'unica ambasciata europea presente "è quella italiana, ma non è sufficiente. L'unica cosa responsabile da fare è far uscire queste persone dai centri".

Secondo Msf, i politici vogliono bloccare i flussi perché sono un rischio per le prossime elezioni", in particolare in Germania, Francia e Italia. E questo è anche un motivo delle "accuse fatte alle Ong" che operano nel Mediterraneo.

Quanto agli accordi tra la Libia e Paesi europei come l'Italia, ha sottolineato, è "impossibile" pensare che la Libia in questo momento "possa essere parte di qualunque soluzione". "I politici lo sanno", ha proseguito, l'unica via "è che il Paese diventi politicamente stabile, ma ci vorrebbero 10 anni". Serve dunque, ha affermato, un' "evacuazione umanitaria". 

"L'Europa ora sta chiudendo sistematicamente ogni modo umano di arrivare, non ci sono rotte", tranne quella libica che "forza le persone a queste condizioni". Ma "è responsabilità della politica creare un modo sicuro di giungere in Europa".

lunedì 3 aprile 2017

In Brasile è allarme sicurezza: ​uccise 182 persone dalla polizia

Il Giornale
I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia.


Prima una bambina di 13 anni centrata da tre proiettili dell’arma di ordinanza di un poliziotto mentre era a scuola. Poi le immagini che immortalano due poliziotti mentre freddano con colpi di fucile a bruciapelo due giovani agonizzanti dopo essere rimasti feriti nel corso della precedente sparatoria.
Questa la triste cronaca di quarantott’ore di ordinario inferno a Rio de Janeiro. Due giorni, gli ultimi del mese di marzo, nel quale si sono contate soltanto le ultime tre vittime della polizia militare di Rio de Janeiro, forza di sicurezza con il più alto tasso di letalità al mondo. 

I due episodi, registrati in aree attualmente tra più delicate della sicurezza carioca, come quelle di Costa Barros, Acari e Pavuna, mettono a nudo in tutta la sua drammaticità l’emergenza sicurezza a Rio de Janeiro. Numeri che non fanno altro che allungare una lunga lista di morte: 182 vittime da parte delle forze dell’ordine solo nei primi due mesi dell’anno. 

La media di tre morti ammazzati al giorno. E così, a poche settimane dal durissimo e inedito richiamo da parte della Corte Interamericana dei Diritti Umani che ha chiesto al Brasile spiegazioni e soluzioni in merito all’incredibile situazione carceraria, a essere chiamata in causa stavolta è Stata l’Onu. Amnesty International e l’Ong Justica Global hanno invocato l’aiuto delle Nazioni Unite perché sanzionino il Paese per la gravissima situazione della pubblica sicurezza a Rio de Janeiro. Archiviate le olimpiadi e il piano di pacificazione delle favelas con la Upp, fallito a ridosso dell’appuntamento olimpico, i primi due mesi dell’anno sono stati caratterizzati da incursioni frequenti e violente da parte della polizia in favelas. Tanto che solo a gennaio e febbraio sono stati registrati 182 casi di omicidio a seguito di un intervento di polizia.

Con un aumento del 78% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: passando infatti dai 49 di febbraio 2016 agli 84 di febbraio 2017. Il numero di persone morte nel corso delle operazioni di polizia è aumentato ogni anno, con un significativo balzo in avanti tra i 580 morti del 2014 e i ben 920 del 2016. I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia. “Le autorità dello Stato di Rio hanno piena conoscenza delle gravi violazioni dei diritti umani commessi da parte della polizia a Rio de Janeiro e non fanno nulla a riguardo. 

La polizia militare – afferma Renata Neder, responsabile diritti umani di Amnesty International Brasile - insiste a portare avanti operazioni di contrasto motivate come guerra alla droga, la polizia civile non investiga le morti e il “ministero pubblico” non onora il suo obbligo costituzionale di controllo esterno delle attività di polizia. 

Le autorità – conclude Neder- sono responsabili di queste morti e le loro omissioni alimentano il ciclo della violenza della polizia”. Si scaglia contro lo Stato di Rio, anche la Ong Justiça Global che denuncia la “logica di sterminio e repressione” direttamente all’Onu, inviando un’informativa alla segreteria per le Esecuzioni extragiudiziarie sommarie e arbitrarie, con l’auspicio “che il Brasile sia denunciato internazionalmente per le chiare violazioni di diritti umani che vengono commesse”. La segreteria di Pubblica Sicurezza, si legge in una nota, “deve essere responsabilizzata per questi atti. Le vittime hanno nome, età, famiglia e una storia che è stata brutalmente interrotta. Queste morti sono diretta responsabilità di uno stato che coltiva la guerra, l’oppressione e il genocidio”.

Il documento inviato all’Onu, mette il luce come, soprattutto a Rio de Janeiro, si sia portata avanti una politica sempre più stringente di militarizzazione di incarceramento di massa some ipotetica soluzione per i problemi di sicurezza pubblica. 

Quello che si vede però, al netto della mancanza di risultati positivi, è solo l’aumento della letalità della polizia e del numero di morti in generale, così come le sparizioni sospette. E in questa logica si inseriscono i casi gravi degli ultimi giorni. Tra il 2009 e il 2015, le polizie brasiliane hanno ucciso 17,688 civili. 

Ed è importante sottolineare come la vittimologia lasci emergere il razzismo strutturale nel Paese. Il numero di omicidi di neri infatti è cresciuto del 9,9% tra il 2003 e 2014, quello di bianchi è diminuito del 27,1%. I dati mostrano che i neri muoiono 2,6 volte più dei bianchi per armi da fuoco, e che il 94% delle vittime sono uomini. La coordinatrice dell’area Violenza istituzionale e sicurezza pubblica di Justiça Global, Isabel Lima sottolinea "É importante richiamare l’attenzione sull’importanza dell’obbligo di investigazione e responsabilità nei casi di esecuzioni sommarie. Gran parte delle denunce finiscono infatti archiviate. E la comunità internazionale deve sapere.

Luigi Spera

Raid anti-omosessuali in Cecenia: fermati 100 gay

Globalist
La smentita delle autorità suona come conferma: qui non ci sono gay, li avrebbero già uccisi in famiglia.
Lo ha detto la Novaya Gazeta russa e la fonte è attendibile: le autorità cecene avrebbero fermato più di 100 uomini «sospettati di omosessualità mentre, durante il raid 3 persone sarebbero rimaste uccise.


La testata ha citato fonti interne alla polizia e alle autorità cecene, non fornendo dettagli ulteriori.
«Nella repubblica di Cecenia è stato dato l'ordine per una "retata profilattica" e, in alcuni casi, si è arrivati fino all'omicidio», ha scritto il giornale.


La notizia è stata smentita dal portavoce del governatore ceceno Ramzan Kadryov che ha aggiunto che nella regione - a maggioranza musulmana - non vi sono uomini omosessuali.
Aggiungendo: «È impossibile che nei loro confronti sia in corso una persecuzione. Se questo tipo di persone esistessero la polizia non avrebbe bisogno di occuparsene perché ci avrebbero già pensato i loro parenti a mandarli là dove non possano più ritornare».

Secondo Ekaterina Sokiryanskaya dell'Ong filantropica International Crisis Group ha confermato al New York Times che la notizia della retata le sarebbe giunta «da troppe fonti per non essere vera».

La Turchia che resiste alle purghe di Erdogan: le lezioni in strada dei prof licenziati

Globalist
Iniziativa partita da Ankara, non ancora repressa dal Sultano, che sta avendo seguito in tutto il Paese.

Hanno deciso di farsi chiamare, in inglese, "Street Academy" o "Ankara Solidarity Academy": sono i 300 docenti licenziati dall'università di Ankara dopo il golpe del 15 luglio 2016 perché accusati di essere oppositori di Erdogan.
 

Sono quasi tutti laici e sono stati accusati di avere legami con l'imam considerato la mente del putsch, Fethullah Gulen, in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, o di opporsi al prossimo referendum su tutti i poteri al capo dello Stato. 

Licenziati in tronco hanno deciso di opporsi al Sultano organizzando lezioni per le strade nel centralissimo Kungulu Park della capitale turca. Dopo il licenziamento si sono riuniti, nonostante il durissimo colpo subito, e hanno trovato questa bella soluzione alternative alle aule universitarie e l’iniziativa sta avendo enorme successo, con decine di studenti che si recano al parco per ascoltare le lezioni.

"Vedete, a volte il potere pensa di arrivare a restringere le potenzialità della scienza. Comunque, com'è evidente, noi siamo pronti a portarla pure per le strade", ha detto il professor Yasin Durak, durante la lezione "Egemonia e contro egemonia".

E c’è di più: finora il regime di Erdogan non ha represso le lezioni. La voce di queste lezioni universitarie è arrivata anche ad Istanbul e nelle altre città turche, dove gli altri loro colleghi cacciati hanno marciato per loro e ora preparano iniziative in tutto il Paese.