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mercoledì 2 novembre 2016

Africa, giornalisti uccisi e senza giustizia. Decine di morti, sempre più rischioso fare informazione

DIRE
Tempi duri per i giornalisti in Africa. Non solo è sempre più rischioso fare informazione, ma non c’è giustizia per chi viene ucciso in servizio. A denunciarlo è il Committee to Protect Journalists (Cpj) che nei giorni scorsi ha reso pubblico il Global Impunity Index.


Somalia. Abdiaziz Mohamed Ali, giornalista di Radio Shabelle ucciso nel settembre 2016
I dati del Global Impunity Index riguardano 13 Paesi che rappresentano l’80% degli omicidi irrisolti in tutto il mondo dal 2006 al 2016. Solo il 3% del totale dei casi di uccisioni di giornalisti nel decennio ha avuto piena giustizia.Secondo l’indice, il 25% dei sospettati sono governativi o militari funzionari e il 40% è costituito da gruppi politici, tra cui i gruppi estremisti quali Stato islamico. L’indice calcola il numero di omicidi di giornalisti irrisolti come percentuale della popolazione di ciascun paese. Solo le nazioni con cinque o più casi irrisolti sono state incluse.

Dal 2006, in Africa, 34 casi di omicidio di giornalisti sono rimasti irrisolti: 24 in Somalia, cinque in Sud Sudan e cinque in Nigeria. In Somalia, il Comitato punta il dito contro l’utilizzo dei tribunali militari.

I giudici militari non sarebbero sempre in grado di fare giustizia anche perché, spesso, i giornalisti vengono eliminati proprio da militari o da sicari loro collegati. Ciò eliminerebbe ogni possibilità di processo giusto. In Sud Sudan, a gennaio 2015 sono stati uccisi cinque giornalisti con armi da fuoco e a colpi di machete. I loro corpi sono poi stati bruciati. La loro colpa principale era quella di trovarsi in un convoglio organizzato da politici. Per loro non c’è stata alcuna giustizia. Anche lo Stato nigeriano, che pure è una grande democrazia, è stato negligente nell’individuare e perseguire i colpevoli, responsabili per l’omicidio di cinque giornalisti negli ultimi 10 anni. Secondo la ricerca, le lacune nelle indagini sarebbero legate, come in Somalia, al coinvolgimento delle forze di sicurezzanegli omicidi.

USA: stop vendite armi a Filippine, preoccupati per il rispetto dei diritti umani

Swiss Info
Il Dipartimento di Stato americano ha bloccato la vendita di 26 mila fucili d'assalto alle forze di polizia filippine a causa delle preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani. Lo riportano i media americani citando fonti del Senato.
I rapporti tra i due Paesi si sono complicati da quando a fine giugno è salito al potere il nuovo presidente Rodrigo Duterte, criticato da Washington per i metodi cruenti nell'ambito della lotta alla droga.
Il mese scorso Duterte ha affermato che l'uccisione di persone innocenti e bambini è un "danno collaterale" nella battaglia contro la droga. E da quando è alla guida delle Filippine sono già state ammazzate oltre 2'300 persone in operazioni di polizia.

Una rottura definitiva con Manila potrebbe tuttavia creare problemi agli Stati Uniti in una regione dove sta crescendo l'influenza della Cina.

Mosul, esercito iracheno in città. Onu: “Isis usa civili come scudi umani”

Blog Diritti Umani - Human Rights
Sono migliaia i civili intrappolati nella battaglia per liberare la città irachena i Mosul. 
L'Isis cerca di trasportare con pullman centinaia di civili per utilizzarli come scudi umani.

Donne e bambini in fuga da Mosul accolti e messi in salvo dai soldati iracheni
Onu: “Civili usati come scudi umani”
“Abbiamo rapporti secondo i quali l’Isis ha cercato di trasportare circa 25.000 civili da Hammam al-Alil, a sud di Mosul, a bordo di camion e minibus verso Mosul e nei dintorni della città. Crediamo che la maggior parte dei camion non abbia potuto raggiungere Mosul a causa dei voli di pattuglia della coalizione nella zona” ha spiegato la rappresentante delle Nazioni Unite Ravina Shamdasani. “Tuttavia alcuni autobus hanno raggiunto Abusaif, a 15 chilometri a nord di Hamam al-Alil City”, ha aggiunto esprimendo “profonda preoccupazione per la sicurezza di queste persone e le altre decine di migliaia di civili che sarebbero state forzatamente trasferite dall’Isis nelle due ultime due settimane”. “Abbiamo inoltre ricevuto ulteriori rapporti di esecuzioni di massa da parte dell’Isis. Sabato, 40 ex membri della Forza di sicurezza iracheni sono stati uccisi ed i loro corpi sono stati gettati nel fiume Tigri”.

“Otto civili uccisi in raid Usa, tra cui tre bambini”
Ci sono poi le vittime del “fuoco amico”. Otto civili di una stessa famiglia, tre dei quali bambini,secondo il Guardian, sono stati uccisi per errore nei giorni scorsi da un raid Usa sulla loro casa nel villaggio di Fadhiliya, pochi chilometri fuori Mosul. La notizia viene confermata da ong, fonti ufficiali e le milizie curde che combattono nell’area. È la prima volta, scrive il sito del giornale, che un raid occidentale uccide civili da quando è iniziata l’offensiva per riprendere Mosul. Gli Usa fanno sapere di aver condotto un raid nell’area il 22 ottobre e che indagheranno sulla vicenda.

Sono 1.792 le persone rimaste uccise nel mese di ottobre in Iraq contro i 1.003 del mese precedente secondo la missione Onu di assistenza; almeno 1.120 sono civili, gli altri 672 erano membri delle forze di sicurezza irachene tra cui i curdi pershmerga e le milizie che combattono a fianco dell’esercito mentre 1.358 sono i feriti. La città più colpita è Baghdad con 268 civili uccisi e 807 feriti seguita dalla provincia di Ninive, con capitale Mosul, con 566 morti e 59 feriti.

Un milione di civili in trappola
Potrebbero essere un milione i civili in trappola e lungo tutta la linea del fronte orientale sono stati già allestiti enormi campi profughi. Decine di civili, al calare del buio, sono riusciti ad attraversare le linee jihadiste, man mano che l’Isis è stato costretto a ritirarsi, accolti dai Peshmerga in festa nella ‘trincea Bashiq’, dove grazie anche ai missili anti-carro Folgore forniti dall’Italia hanno abbattuto l’artiglieria pesante del Califfo. Lì ci sono anche i cecchini statunitensi, che non sparano ma con i loro fucili ad alta precisione riescono ad individuare il nemico. L’attacco a Mosul era dato per imminente già dallo scorso venerdì: il maltempo e il vento forte ha ritardato l’avvio dell’offensiva.


Fonte: Il Fatto Quotidiano

martedì 1 novembre 2016

Turchia. Nuova mannaia sui media, arrestati 11 giornalisti di Cumhuriyet

Il ManifestoIn carcere 11 dipendenti, tra cui il direttore. Mandato d'arresto per Dundar, all'estero. L'accusa è di aver commesso crimini a favore di Gulen e Pkk. Superano i 160 i media chiusi dal governo.


Le purghe post-golpe in Turchia non sono mai finite. La campagna lanciata dal presidente Erdogan dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio ha fatto ieri altre vittime, ancora una volta tra la stampa indipendente: all'alba la polizia ha arrestato undici giornalisti del quotidiano Cumhuriyet, tra cui il direttore Murad Sabuncu, e ha poi vietato al resto dei media turchi di parlare dell'operazione.

Il giornale era stato già colpito l'anno scorso quando l'allora direttore Dundar e il caporedattore Gul finirono in prigione per 90 giorni per aver pubblicato reportage sui legami tra servizi segreti turchi e gruppi islamisti in Siria. Gli arresti di ieri, però, sono usciti da un altro cappello: i 15 mandati d'arresto, dice il procuratore capo di Istanbul, sono stati spiccati per "crimini a favore delle organizzazioni terroristiche di Gulen e del Pkk". Due soggetti ben diversi tra loro, radicalmente distanti, ma da mesi ormai usati per fare piazza pulita delle voci critiche. Tra i quattro giornalisti scampati al carcere perché all'estero c'è lo stesso Dundar, la cui casa di Istanbul è stata però perquisita.

"Pubblicheremo domani e continueremo a farlo nonostante i tentativi di metterci sotto silenzio - dice a Middle East Eye uno dei giornalisti di più lungo corso del quotidiano, Ayse Yildirim. Ci sono rimasti solo tre giornali liberi in Turchia e una o due televisioni. Non possiamo avere paura". Il governo, al contrario, definisce gli arresti parte di un'indagine giudiziaria e non un attentato alla libertà di stampa. Difficile crederlo visti i regolari abusi contro i media che fanno della Turchia il secondo paese al mondo dopo la Cina per giornalisti in carcere, ben 99. Sono oltre 160 i canali tv, le stazioni radio, i quotidiani, le riviste e le agenzie stampa chiusi dopo la dichiarazione dello stato di emergenza lo scorso luglio. Solo ieri è toccato ad altri 15 media kurdi. Per questo ieri un gruppo di giornalisti licenziati ha lanciato un nuovo social media per evitare la censura di Stato: #HaberSIZsiniz lavorerà da Ankara via Facebook e Periscope.

di Chiara Cruciati

Paesi dimenticati - Sierra Leone in Emergenza: continuo aumento di fame e povertà

Radio Vaticana
Sono 3,5 milioni i cittadini della Sierra Leone (Africa), che ad oggi soffrono la fame. Lo conferma un rapporto del Programma Alimentare Mondiale (Pam) e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione ed agricoltura (Fao). I civili soffrono per mancanza di cibo e carenze sanitarie, non riuscendo a riappropriarsi delle proprie vite e della ricchezza della loro terra. 


Ne ha parlato Enrico Casale, esperto di Africa per la rivista dei gesuiti Popoli e responsabile sezione news del sito di Africa, intervistato da Clarissa Guerrieri:

R. – La Sierra Leone viene da un lungo periodo di grande crisi dal punto di vista politico e medico-sanitario. Dal punto di vista politico, teniamo presente che la Sierra Leone è stata sconvolta, negli anni Novanta e Duemila, da una guerra civile devastante, che ha contrapposto il governo al Fronte rivoluzionario unito. Questa, nell’immaginario collettivo, è rimasta l’immagine della guerra dei bambini-soldato, in cui erano stati impiegati i bambini; e delle mutilazioni che i ribelli operavano su chi non voleva combattere al loro fianco. Questa è stata una guerra che ha messo in ginocchio il Paese: un Paese che di suo è ricco, perché ha una posizione strategica, ma anche risorse naturali. A questa crisi si è aggiunta poi quella sanitaria, dell’Ebola, che ha provocato nell’arco di un anno e mezzo 3500 morti.

D. – In che modo è assicurato un supporto ai civili?
R. – Sul campo operano organizzazioni non governative; la stessa Chiesa è impegnata nello sviluppo. Il vero problema è che la popolazione è molto, molto povera. Il 70% della popolazione vive sotto il livello di povertà, con meno di due euro al giorno. Non solo, ma il 52% della popolazione è analfabeta.

D. – È sufficiente l’aiuto che viene recato?
R. – Non è mai sufficiente l’aiuto, si dovrebbe fare molto di più. Ma nel lungo periodo questo non basta: servono progetti che permettano al Paese di svilupparsi gradualmente.

D. – Perché c’è difficoltà per questo popolo?
R. – Perché partiva da condizioni terribili. La guerra civile, che è durata undici anni, ha distrutto qualsiasi struttura di carattere sociale ed economico. Le miniere sono state sfruttate in modo predatorio, solamente per alimentare di nuovo la guerra. E, nel momento in cui il Paese stava recuperando, è arrivata la “mazzata” dell’epidemia di Ebola.

D. – Ad oggi, quali risultati sono stati raggiunti?
R. – Il Paese è ancora un Paese problematico. Ho raccolto un po’ di dati, dal punto di vista soprattutto sanitario: pensiamo che, ancora oggi, muoiono nel Paese 2500 persone di Aids; c’è anche un’emergenza Aids. Questo ha portato negli anni un drastico abbassamento della vita media delle persone: oggi un sierraleonese, quando nasce, ha un’aspettativa di vita di 58 anni, che è veramente molto bassa se pensiamo che in Europa ormai si superano tranquillamente i 75, e ci si sta attestando sugli 80.

Ecumenismo: unità sui diritti umani - “Esortiamo luterani e cattolici ad accogliere insieme lo straniero”

Vatican Insider
La dichiarazione congiunta firmata a Lund: «Attraverso il dialogo e la comune testimonianza non siamo più estranei». Aiutiamo «chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni», e difendiamo «i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo»
La Dichiarazione firmata dal vescovo Munib Younan,
presidente della Federazione luterana mondiale e da papa Francesco
«Attraverso il dialogo e la comune testimonianza non siamo più estranei... Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere lo straniero, per venire in aiuto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni, e per difendere i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo». In un mondo che va in fiamme e spesso caratterizzato da quella che Francesco ha chiamato la «globalizzazione dell’indifferenza» 
I cristiani di confessioni diverse possono testimoniare la loro fede nelle opere concrete. Lo afferma la dichiarazione congiunta firmata oggi 31 ottobre 2016 nella cattedrale di Lund, al termine della preghiera ecumenica alla quale ha preso parte il Papa giunto in Svezia per commemorare insieme alla Federazione Luterana mondiale i cinquecento anni della Riforma.

Dopo aver espresso «gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune», nel documento si confessa che «luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti, e la religione è stata strumentalizzati per fini politici». Certo, «il passato non può essere cambiato» ma «la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati». «Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e dei ricordi che offuscano la nostra visione l’uno dell’altro - continua la dichiarazione - Con forza rifiutiamo ogni odio e violenza, passato e presente, in particolare quella espressa nel nome della religione. Oggi, ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte tutti i conflitti. Ci rendiamo conto che siamo liberati dalla grazia a muoverci verso la comunione a cui Dio ci chiama continuamente». 

Quindi cattolici e luterani affermano il loro «impegno per una testimonianza comune». «Molti membri delle nostre comunità - si legge ancora nel documento - aspirano a ricevere l’eucaristia alla stessa mensa, come espressione concreta della piena unità. Noi sperimentiamo il dolore di coloro che condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza salvifica di Dio nella mensa eucaristica. Noi riconosciamo la nostra responsabilità pastorale comune per rispondere alla sete spirituale e alla fame del nostro popolo di essere uno in Cristo».

Cattolici e luterani pregano Dio perché ispiri, incoraggi e dia forza affinché i cristiani delle due confessioni possano insieme «difendere la dignità umana e i diritti, in particolare per i poveri; lavorare per la giustizia e il rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicino a tutti coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione». In particolare, ai cristiani è chiesto di alzare la voce per porre «fine alla violenza e all’estremismo che colpiscono così tanti paesi e comunità, e innumerevoli fratelli e sorelle in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere lo straniero, per venire in aiuto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre e persecuzioni, e per difendere i diritti dei rifugiati e di coloro che cercano asilo».

Un altro campo comune di servizio è quello per la creazione, «che soffre lo sfruttamento e gli effetti di insaziabile avidità. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che conduce ad un modo amorevole e responsabile per la cura per il creato». Infine, la dichiarazione congiunta invita cattolici e luterani di tutto il mondo, a essere «audaci e creativi, gioiosi e pieni di speranza nel loro impegno a proseguire» questo «grande cammino... Radicati in Cristo e nella testimonianza a lui, rinnoviamo la nostra determinazione a essere fedeli araldi dell’amore senza limiti di Dio per tutta l’umanità».

Andrea Tornielli Inviato a Lund

La morte di un ambulante e le proteste di massa. Cosa sta succedendo in Marocco?

La Stampa
Da Casablanca a Rabat, migliaia in piazza contro la polizia. E c’è chi paragona l’uccisione di Mouhcine Fikri con il suicidio del tunisino Bouazizi che scatenò le Primavere arabe


La morte di un venditore ambulante di pesce nella città settentrionale di Al Hoceima ha fatto esplodere una protesta di massa in Marocco. Da Casablanca a Rabat, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato contro le violenze della polizia in diverse manifestazioni. Una mobilitazione rara nel Paese nordafricano guidato dal re Mohamed VI, che ha subito chiesto al ministro dell’Interno di avviare un’indagine. «E’ la più grande manifestazione dal periodo delle primavere arabe», hanno detto alcuni attivisti per i diritti umani citati dalla Bbc.

Mouhcine Fikri, 31 anni, aveva diverse tonnellate di pesce spada, la cui pesca è proibita in questo periodo. Venerdì la polizia gli ha confiscato la mercanzia e l’ha gettata nel camion dell’immondizia. Lui, insieme ad altri ambulanti, si è gettato nel camion per recuperare il pesce, quando è stata attivata la pressa. Gli altri sono riusciti a scappare, Mouhcine è invece rimasto intrappolato. Gli agenti, che secondo alcuni testimoni avrebbero ordinato di attivare la pressa, hanno negato ogni addebito. Ma la folla che circondava il camion ha puntato il dito contro di loro al grido di «assassini». La foto del corpo straziato di Mouhcine all’interno del camion è rimbalzata sui social network e al suo funerale si è raccolta una folla di 40mila persone, secondo i familiari. I pescatori hanno sospeso le attività nel fine settimana e in città i negozi sono rimasti chiusi in segno di lutto.

I media internazionali hanno rievocato la vicenda di Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante tunisino che si diede fuoco in piazza nel dicembre del 2010. Quella fu la scintilla della primavera araba in Tunisia, che poi si espanse in Egitto e in Medio Oriente. Il Marocco, in quell’occasione, venne soltanto sfiorato dalle proteste di massa, placate anche dalle aperture riformiste del re Mohamed VI.