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sabato 9 ottobre 2021

Sierra Leone: Il presidente Julius Maada Bio firma l'abolizione della pena di morte

ANSA-AFP
Dopo voto parlamentare luglio che la sostituisce con ergastolo, il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha firmato oggi il disegno di legge che abolisce la pena di morte nel Paese. La firma arriva dopo il voto parlamentare di luglio, che aveva stabilito di sostituire la condanna capitale con l'ergastolo o un minimo di 30 anni di carcere.


"Come nazione, oggi abbiamo esorcizzato gli orrori di un passato crudele", ha detto Bio in un comunicato, aggiungendo che la pena di morte è "disumana". "Oggi affermiamo la nostra fede nella sacralità della vita", ha aggiunto. 

La Sierra Leone si sta riprendendo dopo decenni di guerra civile ed è stata frequentemente accusata dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani per il mantenimento della pena capitale. L'ultima esecuzione nel Paese si è verificata nel 1998, quando 24 ufficiali militari furono condannati a morte a causa di un tentato golpe l'anno prima.

venerdì 27 settembre 2019

Sierra Leone – “L’inferno” di Chennu, un minore nel carcere di Freetown, in un cortometraggio di 22 minuti

ANS
“L’inferno”, racconta la storia di Chennu, un bambino di strada di Freetown in Sierra Leone. A 15 anni è entrato nel carcere per adulti di Pademba Road, nella capitale del Paese africano. È un film che vuole mettere in primo piano “le storie di quelle persone che stanno morendo dimenticate in prigione in condizioni disumane”, denuncia Amaia Remírez.

“Kanaki Films”, è il produttore di Raúl de la Fuente e Amaia Remírez, che ha realizzato un cortometraggio sulla vita di un giovane della Sierra Leone che riesce a cambiare la sua vita: dall’essere carcerato ad essere sostegno per i giovani carcerati. Il cortometraggio-documentario è stato proiettato per la prima volta nel programma “Kimuak” del Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, Spagna.

Inoltre, è una storia di superamento personale incentrata sul protagonista, Chennu. Un personaggio “potentissimo”, puntualizza Remírez. Dopo aver trascorso quattro anni in carcere, riesce a cambiare la sua vita e “Ora si dedicata ad aiutare i carcerati”. “È una redenzione completa e un superamento totale delle difficoltà vissute in carcere”. Il cortometraggio è stato prodotto grazie al sostegno del “Centro Don Bosco Fambul” di Freetown in Sierra Leone e di “Misiones Salesianas” di Madrid.

Uno dei gruppi che si assistono al “Don Bosco Fambul”, è quello dei detenuti che si trovano nel carcere per adulti, dove hanno incontrato Chennu. “Con questo cortometraggio vogliamo dare visibilità al lavoro nel carcere che stanno facendo i salesiani, specialmente con i minori e i più malati”.

“Kanaki Films” da alcuni anni si occupa di documentari che prepara la procura “Misiones Salesianas” per dare visibilità al lavoro svolto nei Paesi in via di sviluppo. L’ultimo lavoro è stato “Love”, in Sierra Leone, ma anche “30.000” in Costa d’Avorio, e quello che sarà presto pubblicato su “Palabek. Rifugio di Speranza”, in Uganda.

La prima nazionale de “L’inferno”, si svolgerà alla fine di ottobre al “Seminci” (Settimana Internazionale del Cinema), di Valladolid, nella sezione competitiva dei cortometraggi “Tempo di storia”. “Per noi è un obbiettivo esserci”, ha detto Amaia.

mercoledì 24 ottobre 2018

La vita nell'inferno delle prigioni in Sierra Leone. Reportage shock dei giornalisti AFP

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un raggio di luce entra nell'aria viziata attraverso un'apertura a misura di pugno. Illumina corpi nudi e sudati, accatastati fianco a fianco come sardine, sdraiati nell'oscurità su un pavimento di cemento unto.

L'odore di urina e di escrementi si propaga da un secchio di plastica traboccante - un singolo secchio per una cella contenente forse 20 persone - il fetore prende alla gola. Siamo nel Centro correzionale di Bo nel sud della Sierra Leone.

È una delle otto prigioni che un giornalista dell'AFP ha visitato la scorsa settimana per valutare lo stato delle prigioni del paese, che, secondo voci indipendenti, è uno scandalo nazionale.

Celle sovraffollate e scarsamente illuminate, dove i detenuti dicono di soffrire di malattie, cibo avariato, scarafaggi e cimici, clima di violenza ...

"Sono rimasto bloccato con due pacchetti di marijuana e ho trascorso tre anni in detenzione preventiva - è come vivere all'inferno", ha detto un detenuto. "La mancanza di spazio è tale che le persone devono fare a turno" per sdraiarsi, ha detto uno di loro, che, come molti altri, ha chiesto di non essere nominato per paura della rappresaglia delle guardie.


"Coperte e tappeti sono un lusso nella nostra cella, anche quello che mangiamo ha un cattivo odore", ha detto un altro. "La violenza tra detenuti per cibo, acqua e spazio è una realtà quotidiana", ha detto un uomo con le stampelle nella prigione di Kenema, la terza città più grande dell'Africa occidentale. "È una giungla, sopravvive il più forte."

Nel 2016, la Commissione per i diritti umani della Sierra Leone ha definito "disumana" la miseria e la mancanza di programmi di riabilitazione o educazione nelle carceri del paese.

Walter-Neba Chenwi, specialista dello stato di diritto nel Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), che ha un progetto per migliorare le carceri della Sierra Leone, considera le condizioni di detenzione "molto al di sotto degli standard internazionali in termini di diritti umani ".

"Dei 4.525 detenuti nelle prigioni della Sierra Leone, abbiamo 2.659 persone in più rispetto alla capienza e sono costretti a trovare un posto in celle sovraffollate", ha affermato Dennis Herman, direttore delle risorse umane presso il Servizio correzionale della Sierra Leone.

La prigione Kenema, costruzione in pietra del 1826 nel periodo della dominazione coloniale britannica, può in teoria ospitare 75 detenuti, ma ne sono reclusi circa 300, come dichiara  il direttore Lamin Sesay.

Nel penitenziario di Bo, progettato per 80 detenuti, ne sono ospitati 300, l'agente  Mohamed Opinto Jimmy ha detto che nelle celle previste dai regolamenti per ospitare 4 persone, sono stipate tra le 15 e le 20 persone
Secondo i funzionari della prigione, le malattie e la mancanza di accesso alle cure sono un grave problema quotidiano. A Bo, c'è un solo operatore sanitario per 300 detenuti, molti detenuti hanno malattie croniche come la tubercolosi, l'AIDS e la malaria.

"Alcuni detenuti, anemici, sono molto deboli e non riescono a stare in piedi in cella, strusciano negli angoli per ottenere cibo, acqua e spazio", dice l'operatore sanitario.

La scabbia è una comune malattia della pelle, a causa dell'impossibilità di lavarsi edeguatamente: spesso possono solo fare una doccia una volta alla settimana perché l'acqua è razionata.

I detenuti di Bo sono costretti a camminare - con una nutrita scorta di agenti - per  chilometri per raggiungere torrenti con acqua inquinata o scavare a mano pozzi per riempire taniche e portarle in prigione.

Di fronte a questo quadro cupo, i sostenitori dei diritti sperano i dei miglioramenti.

Il ministero della Giustizia della Sierra Leone ha appena completato un programma dal titolo "From Prison to Corrections"  sostenuto dall'PNUD e dagli Stati Uniti, che ha lo scopo di formare 30 funzionari penitenziari e promuovere migliori condizioni di detenzione (accesso cura, celle adeguate, programmi di riabilitazione ...)

E l'
PNUD sta facendo lavori di costruzione e ristrutturazione, principalmente nel settore idrico e igienico-sanitario, in otto delle 19 prigioni del Paese.

Ma il giudice della corte Nicholas Browne-Marke ha dichiarato all'AFP che è necessario anche un aiuto per il sistema giudiziario sottosviluppato e cronicamente congestionato della Sierra Leone.

Ezio Savasta 
[Fonte: AFP]

giovedì 4 maggio 2017

Sierra Leone - Le condizioni in uno dei carceri più disumani del mondo

ANS – Freetown
“Sono uscito convinto che molti sanno che moriranno nel carcere più disumano del mondo, nonostante la giovane età”


Alberto López è un giornalista spagnolo del Dipartimento di Comunicazione della Procura Missionaria Salesiana di Madrid. Pochi giorni fa ha visitato una delle prigioni più disumane nel mondo, al fine di preparare le riprese per un documentario sul lavoro dei Salesiani con i minori più svantaggiati della Sierra Leone.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che un carcere in Sierra Leone non avesse telecamere di sicurezza, che nell’area controllo all’interno del cortile, tra le baracche e i prigionieri, le guardie dopo pranzo si mettessero a dormire con la divisa slacciata, che decine di prigionieri, nudi, stessero sparsi per il cortile, lavandosi a secchiate d’acqua, e che i prigionieri condannati a morte vestissero di nero con un grande “C” cucita sulle uniformi… Io non l’ho sognato: sono stato di nuovo nel carcere denominato “l’inferno sulla terra” per più di due ore…

La mia prima visita era avvenuta grazie ad un Salesiano che mi aveva presentato come un grande benefattore europeo che donava molto denaro alla prigione. Il pretesto era credibile perché Don Bosco Fambul è l’unica organizzazione che entra liberamente in carcere e ha un piccolo edificio per occuparsi di un gruppo di prigionieri, molti dei quali giovani e malati, ma comunque tutti deboli e malnutriti.

Quella visita mi permise di vedere come delle semplici mura e un recinto nel centro della città potessero far tornare indietro di decenni la situazione e i diritti dei prigionieri. Ho visto situazioni spaventose, che rimangono invariate.

L'unico fotografo che poté entrare, anni fa, fu Fernando Moleres che documentò con delle immagini che trasmettono dolore e disperazione. Da allora è vietato entrare con macchine fotografiche o telefoni.

In quest’occasione, nella mia seconda visita, il mio ruolo è stato quello dell’assistente del medico-infermiere, il missionario salesiano che cerca di portare un po' di Cielo nell’inferno della prigione: don Jorge Crisafulli. Con un voluminoso equipaggiamento, ricco di scomparti pieni di tutti i tipi di farmaci, test e attrezzature mediche, siamo entrati nel carcere, per fare un riconoscimento di tutto quanto e vivere un'altra esperienza indicibile nella quale la sofferenza è mescolata con la rassegnazione e l’apatia dei detenuti e anche con la gratitudine per ogni gesto di attenzione.

Sono uscito convinto che molti sanno che moriranno nel carcere più disumano del mondo, nonostante la giovane età.

martedì 1 novembre 2016

Paesi dimenticati - Sierra Leone in Emergenza: continuo aumento di fame e povertà

Radio Vaticana
Sono 3,5 milioni i cittadini della Sierra Leone (Africa), che ad oggi soffrono la fame. Lo conferma un rapporto del Programma Alimentare Mondiale (Pam) e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione ed agricoltura (Fao). I civili soffrono per mancanza di cibo e carenze sanitarie, non riuscendo a riappropriarsi delle proprie vite e della ricchezza della loro terra. 


Ne ha parlato Enrico Casale, esperto di Africa per la rivista dei gesuiti Popoli e responsabile sezione news del sito di Africa, intervistato da Clarissa Guerrieri:

R. – La Sierra Leone viene da un lungo periodo di grande crisi dal punto di vista politico e medico-sanitario. Dal punto di vista politico, teniamo presente che la Sierra Leone è stata sconvolta, negli anni Novanta e Duemila, da una guerra civile devastante, che ha contrapposto il governo al Fronte rivoluzionario unito. Questa, nell’immaginario collettivo, è rimasta l’immagine della guerra dei bambini-soldato, in cui erano stati impiegati i bambini; e delle mutilazioni che i ribelli operavano su chi non voleva combattere al loro fianco. Questa è stata una guerra che ha messo in ginocchio il Paese: un Paese che di suo è ricco, perché ha una posizione strategica, ma anche risorse naturali. A questa crisi si è aggiunta poi quella sanitaria, dell’Ebola, che ha provocato nell’arco di un anno e mezzo 3500 morti.

D. – In che modo è assicurato un supporto ai civili?
R. – Sul campo operano organizzazioni non governative; la stessa Chiesa è impegnata nello sviluppo. Il vero problema è che la popolazione è molto, molto povera. Il 70% della popolazione vive sotto il livello di povertà, con meno di due euro al giorno. Non solo, ma il 52% della popolazione è analfabeta.

D. – È sufficiente l’aiuto che viene recato?
R. – Non è mai sufficiente l’aiuto, si dovrebbe fare molto di più. Ma nel lungo periodo questo non basta: servono progetti che permettano al Paese di svilupparsi gradualmente.

D. – Perché c’è difficoltà per questo popolo?
R. – Perché partiva da condizioni terribili. La guerra civile, che è durata undici anni, ha distrutto qualsiasi struttura di carattere sociale ed economico. Le miniere sono state sfruttate in modo predatorio, solamente per alimentare di nuovo la guerra. E, nel momento in cui il Paese stava recuperando, è arrivata la “mazzata” dell’epidemia di Ebola.

D. – Ad oggi, quali risultati sono stati raggiunti?
R. – Il Paese è ancora un Paese problematico. Ho raccolto un po’ di dati, dal punto di vista soprattutto sanitario: pensiamo che, ancora oggi, muoiono nel Paese 2500 persone di Aids; c’è anche un’emergenza Aids. Questo ha portato negli anni un drastico abbassamento della vita media delle persone: oggi un sierraleonese, quando nasce, ha un’aspettativa di vita di 58 anni, che è veramente molto bassa se pensiamo che in Europa ormai si superano tranquillamente i 75, e ci si sta attestando sugli 80.

lunedì 15 aprile 2013

Sierra Leone president Ernest Bai Koroma takes positive steps towards abolishing the death penalty

Newstime Africa
There has been a substantial increase in the people sentenced to death and subsequently executed in Africa last year, but Sierra Leone, has taken positive steps and making progress towards the abolition of the death penalty; as there are no more death row inmates in that country, Amnesty International said today. The President, Dr. Ernest Bai Koroma, has made human rights issues one of his government’s top priorities.

What happened in Sierra Leone is a good example of the positive steps towards abolition of the death penalty in Africa. And it’s a sign of the world moving closer to becoming free of the ultimate cruel and inhumane form of punishment”, the rights group Africa Programme Director, Netsanet Belay, said.

Sierra Leone constitution of 1991 allows for the death penalty but the country has not carried out any executions since 1998; when 24 military personnel were executed by a firing squad.

The last three death row prisoners – including a female – were removed from death row prison and the government established an official cessation on executions last year.

In 2012, Sudan executed at least 19 people and sentenced 199 others to death row whilst The Gambia executed nine people.

These many executions, according to Amnesty International, catalytically are the reason for the considerable hike in the death sentences and executions of death row prisoners in the Africa region, from 2011.

Ghana is also ambitiously moving in the right direction as it intends to outlaw the death penalty in its new constitution.

“I support the abolition of the death penalty in Ghana and the world, as a whole. There is no need to take someone else’s life regardless of the crime they might have committed. Sometimes, the wrong people are put on death row and subsequently executed for crimes they didn’t commit; and when its finally determined that these people were innocent, it’s too late – because they are already dead,” Prince Ekow Quainoo, a Ghanian local barber in Maryland, told Newstime Africa.

Although countries like – India, Japan, Pakistan, Gambia and Iraq – that have not carried out executions in a while resumed the practise last year, there has been a progress, worldwide, in restricting the death penalty; as only 21 countries, were documented to have carried out executions, in contrast to 28 countries a decade ago.

There were at least 682 executions meted out around the world in 2012, a slight increase from the previous year with lesser imposition of death penalties.

“But the use of the death penalty continues to be restricted to an isolated group of countries, and progress towards its abolition was seen in all regions of the world, “an Amnesty International statement optimistically stated.

However, the optimism might be short lived; because the figures do not include the thousands undisclosed executions believed to be carried out in China.

“The regression we saw in some countries this year was disappointing, but it does not reverse the worldwide trend against using the death penalty. In many parts of the world, executions are becoming a thing of the past,” Sec. Gen. of Amnesty International, Salil Shetty, said.

China, Iran, Iraq, Saudi Arabia and USA are the top five countries with the highest execution rate in the world – with USA remaining the only country in North America carrying out executions.

There are no executions carried out in the English-speaking Caribbean but 12 death sentences were imposed in the sub-region.

Belarus is the only country in Europe and Central Asia to carry out executions and was reported to have done so secretly while Latvia became the 97th country to abolish all crimes.

The methodology of executions in 2012 included hanging, beheading, firing and lethal injection.

In a rare method known as ‘crucifixion’, a man’s body was said to have been displayed in Saudi Arabia – after being beheaded. “Governments still executing have run out of arguments to justify themselves. There is no evidence whatsoever to indicate that the death penalty works as a special deterrent against crime,” concluded Shetty. “The real reason for the death penalty’s use can often be found elsewhere. In 2012, we were once again very concerned to see countries executing for what appeared to be political purposes – either as a populist measure, or as an outright tool of repression.”

Amnesty International has always opposes the death penalty in all cases without exception.