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lunedì 5 settembre 2016

Texas - Corte d'Appello sospende esecuzione di Robert Jennings fissata per il 14 settembre

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Corte d'Appello del Texas ha sospeso l'esecuzione di Robert Jennings. Doveva essere eseguito il 14 settembre 2016, Jennings ha trascorso più di 25 anni nel braccio della morte per un omicidio avvenuto a Houston nel 1988. La Corte non ha dato le motivazioni che hanno fermato la punizione, dicendo solo che l'esecuzione deve essere fermata.


Robert Jennings
Questo è la quarta sospensione concessa dalla Corte d'Appello del Texas dal 11 agosto 2016.

Sono passati 148 giorni dall'ultima esecuzione in Texas, una pausa importante sull'uso della pena di morte per uno stato che ha ucciso molte più persone di qualsiasi altro negli USA.

In Texas sono passati quasi cinque mesi da quando Pablo Vasquez è stato ucciso con un'iniezione letale il 6 aprile, esecuzione dopo l'esecuzione, sono state annullate.

Kristin Houlé direttore esecutivo, afferma che casi per cui si dava tranquillamente luce verde per le esecuzioni adesso vengono controllati e sottoposti ad un severo controllo.

Fonte: Tcadp

domenica 4 settembre 2016

"Noi difendiamo la terra col sangue": le uccisioni di ambientalisti in America latina

Corriere della Sera
Nel 2014, nel mondo sono stati assassinati 116 difensori dei diritti umani impegnati nella salvaguardia dell'ambiente: 88 di loro in America latina. L'anno scorso, il numero globale è tragicamente salito a 185 così come quello degli ambientalisti uccisi in America latina: 122. I due paesi più pericolosi al mondo per chi difende i diritti del territorio e delle sue popolazioni sono Honduras e Guatemala: negli ultimi due anni, si sono contati 20 omicidi in Honduras e 15 in Guatemala.
Honduras - Funerali di Lesbia Yaneth Urquía
Questi due paesi hanno tassi di omicidio elevatissimi, rispettivamente 58,5 e 30 ogni 100.000 abitanti. Ma nel caso degli ambientalisti, si tratta di uccisioni mirate, spesso con la complicità o quanto meno l'inerzia delle autorità. Secondo la Banca mondiale, il 62,8 per cento della popolazione honduregna e il 59,3 per cento di quella guatemalteca vivono sotto la soglia di povertà fissata a un dollaro al giorno. Si tratta per lo più di nativi o di contadini, e spesso i due gruppi coincidono, la cui sopravvivenza dipende dall'accesso alla terra o ad altre preziose risorse naturali.
Terra e risorse che gli ambientalisti difendono e che, come denuncia un rapporto appena pubblicato da Amnesty International, sono bramate dalle imprese che portano avanti progetti idroelettrici e minerari. La notizia dell'omicidio di Berta Cáceres, avvenuto la notte del 2 marzo in Honduras, ha fatto il giro del mondo (nella foto, i suoi funerali). Ma, così come andava avanti prima della sua uccisione, gli attacchi agli ambientalisti sono proseguiti. Stavolta, con minore risonanza.
Sempre in Honduras, neanche due settimane dopo è stato assassinato Nelson García. Faceva parte del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e native dell'Honduras, l'organizzazione presieduta da Berta Cáceres. Il 6 luglio, in una discarica presso la frontiera col Messico, è stato ritrovato il corpo di Lesbia Urquía. Intimidazioni e agguati stanno avvenendo anche nei confronti di chi cerca verità e giustizia per Berta Cáceres.
Il 2 maggio, il giornalista investigativo Félix Molina è sopravvissuto a un agguato mentre il 13 luglio è stato devastato lo studio dell'avvocato Victor Fernández, che difende i familiari di Berta Cáceres. In Guatemala, sebbene quest'anno non vi siano state (ancora) vittime, è in atto una vergognosa campagna diffamatoria nei confronti degli ambientalisti che si oppongono ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese, in particolare quelle minerarie. Uno dei principali quotidiani del paese, che ironicamente si chiama "Stampa libera", ha recentemente pubblicato a tutta pagina un'intervista a uno dei dirigenti della compagnia mineraria nazionale che ha accusato di terrorismo le organizzazioni per i diritti umani. Un modo tragicamente efficace per mettere le loro vite in pericolo.

di Riccardo Noury

sabato 3 settembre 2016

Myanmar - Fragile e giovane democrazia - Condizioni terribili nelle carceri

IbTimes
La fragilissima e giovane democrazia del Myanmar, guidata dal 30 marzo 2016 dal primo civile eletto a ricoprire la carica di Capo di Stato, Htin Kyaw, e garantita dal Consigliere di Stato, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell'Ufficio del Presidente Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace nell'ormai lontano 1991, sta cercando di trovare il miglior bilanciamento possibile tra il potere centrale, quello militare e quello delle centinaia di gruppi ribelli per avviare una stagione di progressiva democratizzazione del Paese.
Pochi giorni fa proprio Suu Kyi, nel corso di una conferenza stampa, si è impegnata a riformare lo Stato birmano in senso federale, concedendo così ampi margini di potere agli enti locali e mostrando ampia capacità di dialogo anche nei colloqui di pace con i diversi gruppi ribelli etnici e politici del Paese: dal 31 agosto sono in corso a Naypyidaw, capitale della repubblica, dei colloqui di pace con 700 rappresentanti di diversi gruppi ribelli, tra cui l'Organizzazione kachin per l'Indipendenza (Kio). A tenere banco c'è sempre lei, Aung San Suu Kyi, quell'"eroina nazionale" che punta a scrivere la parola "fine" a 70 anni di conflitti etnici e politici.
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Ma non è tutto rose, fiori e belle intenzioni nella Repubblica del Myanmar e le principali contraddizioni sono nelle carceri e nei campi di rieducazione: come diceva Cesare Beccaria "lo stato delle carceri risulta specchio dello Stato e delle Nazioni" e il trattamento dei prigionieri nei campi di lavoro in Birmania è un esempio molto interessante per comprendere la realtà del Paese, oltre che essere la chiara dimostrazione che la strada da fare per uscire da decenni di governo militare è ancora molto lunga.
Un'inchiesta pubblicata su Myanmar Now il 1 settembre 2016 e ripresa dalla Reuters dimostra infatti come gli abusi e la violenza a carico dei detenuti nei campi di lavoro nello stato di Shan, nel nord del Paese, siano una pratica istituzionalizzata e quotidiana.

L'inchiesta rivela come la brutalità - percosse, insulti, lavori forzati, trattamenti inumani e degradanti e vere e proprie torture - sia alla base del trattamento garantito ai detenuti nel sistema penale del Myanmar, una "schiavitù sponsorizzata dallo Stato" secondo diversi attivisti per i diritti umani: condizioni di lavoro estreme e una corruzione dilagante tra sorveglianti (altri detenuti che si comportano da veri e propri caporali) e guardie carcerarie, che costringono i detenuti a pagare tangenti per evitare percosse ed essere assegnati a lavori troppo pesanti.
Nei 48 campi di lavoro presenti in Myanmar, popolati da 20.000 prigionieri condannati ai lavori forzati, le condizioni di vita e di lavoro sono terribili: le punizioni corporali violano persino le leggi esistenti nello stesso Paese e molti detenuti sono costretti a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero appartenenti a privati. 

Lo Stato infatti appalta spesso questi lavoratori-schiavi-reclusi alle aziende private, in aperta violazione delle convenzioni internazionali circa il lavoro forzato, e in 18 di questi campi di lavoro migliaia di detenuti buttano letteralmente il sangue nelle cave di granito e roccia calcarea, impiegati nell'estrazione e nella produzione di ghiaia. Le autorità carcerarie, grazie alla vendita della ghiaia ad agenzie governative o a società private, fatturano ogni anno diversi milioni di dollari.
Le diverse testimonianze raccolte da Myanmar Now raccontano una realtà detentiva che richiama la mente ai campi di lavoro della Corea del Nord: detenuti costretti a lavorare con pesanti catene ai polsi e persino con ceppi di legno alle caviglie, percossi se stremati o se ritenuti poco produttivi nel lavoro, taglieggiati dai caporali o dai sorveglianti per non essere continuamente picchiati.

Diversi ex-prigionieri, ma anche numerosi ex-guardiani, hanno descritto scenari terribili all'interno di un sistema carcerario che incoraggia gli abusi, le violenze e la corruzione perché totalmente al di fuori della legalità, con le autorità carcerarie alle quali sono stati concessi pieni poteri sull'assegnazione dei compiti e sulle punizioni da infliggere. 

L'ex carceriere-capo Khin Maung Myint ha raccontato che occorre corrompere i guardiani anche solo per poter scegliere con quali catene essere legati, se leggere o pesanti, ma che pagando di più si può persino ottenere la liberazione dalle stesse catene.
Il regime penitenziario diffonde così la sua autorità attraverso la paura, la perdita di ogni speranza da parte dei detenuti: secondo una direttiva interna i campi di lavoro devono generare profitti sufficienti per coprire i costi di gestione (in sostanza i detenuti si pagano la galera da soli lavorando come schiavi) e questo produce altre atrocità e richieste folli ai detenuti-lavoratori per quanto riguarda il rendimento. 

Le autorità carcerarie negano ogni addebito e ogni trattamento illegittimo mentre in Ministero dell'Interno birmano - dicastero ancora sotto il controllo dei militari - ha fatto sapere che approfondirà le denunce di Myanmar Now, senza tuttavia commentare ulteriormente quanto descritto nell'inchiesta.
Molti membri del partito di governo sono ex-detenuti che conoscono bene la situazione nei campi di lavoro, avendo speso lunghi anni detenuti sotto il regime della giunta militare. La stessa Aung San Suu Kyi è stata tenuta agli arresti domiciliari per 15 anni prima di essere liberata e di potersi candidare alla presidenza: mettere mano al sistema penitenziario birmano, e in generale all'intero sistema penale, è quindi una priorità per il nuovo governo democratico, che tuttavia dovrà lottare non poco contro una cultura istituzionale secondo la quale i detenuti in carcere sono "risorse sprecate". 

Il Dipartimento penitenziario per ora ha concesso 5 minuti in più di visita ai familiari dei detenuti (da 15 a 20) e la possibilità di visitare il parente detenuto qualsiasi giorno della settimana: la strada da fare è ancora molto lunga.

USA - Pennsylvania - Scampa all’eutanasia 17 volte, grazie a sua moglie

Zenit
La battaglia di Megan per salvare la vita a suo marito Jay Hendry è iniziata in una fredda giornata del gennaio 2014. Trafelata, si era presentata nel reparto di terapia intensiva di un ospedale della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Qui era stato ricoverato d’urgenza suo marito dopo aver subito gravi lesioni celebrali a seguito di un incidente d’auto mentre portava uno dei loro tre figli a scuola.


La donna aveva dovuto ascoltare la voce cupa di un medico che aveva in cura il paziente, che la invitava a dare il consenso per praticare l’eutanasia. Un modo – questa l’argomentazione del camice bianco – per porre fine alle atroci sofferenze di Jay.

I medici dell’ospedale convenivano tutti che l’uomo sarebbe rimasto in “stato vegetativo persistente”. Eppure sua moglie Megan, che è infermiera, sapeva che si stavano sbagliando. A suggerirle questa convinzione, più che le competenze professionali, l’amore per suo marito e per la vita. Di qui la scelta di opporsi a ogni proposta di staccare la spina.

Proposta che le è stata avanzata per ben 17 volte nel corso del coma di suo marito. Ogni volta, Megan ha dovuto affrontare momenti di estrema difficoltà emotiva, finanche l’accusa di essere “egoista” e indifferente a “ciò che sarebbe stato meglio” per suo marito.

“Non potevo rinunciare alla speranza perché la sensazione che tutto si sarebbe risolto non mi ha mai lasciata. Dio era sempre con noi”, commenta oggi la donna al portale statunitense LifeNews.

La tenacia di Megan le è costata in termini di denaro. È riuscita, dopo una lunga ricerca, a trovare un centro di riabilitazione disposto a prendere in cura suo marito. Gradualmente, Jay ha mostrato segni di miglioramento ed è potuto tornare a casa.
Tuttavia la richiesta di sua moglie di ricevere un’assistenza domiciliare gratuita le è stata negata dallo Stato, a causa di un reddito troppo alto. Così Megan ha dovuto abbandonare anche il suo lavoro per occuparsi completamente della riabilitazione del marito.

I soldi spesi sono una minuzia di fronte alla gioia di poterlo finalmente riabbracciare, di vederlo muovere gli arti, interagire e giocare con i loro figli malgrado le difficoltà dovute alle conseguenze del brutto incidente.

Di recente – riferisce LifeNews – Jay ha avuto una crisi respiratoria prolungata, e attualmente è in ospedale. La moglie appare però fiduciosa, convinta che presto andrà in riabilitazione prima di poter tornare a casa.

Qualcuno – racconta Megan a proposito di quest’ultimo ricovero – mette in dubbio la “qualità della vita” di suo marito Jay. Lei ha affidato a Facebook la sua risposta a queste obiezioni. Ha scritto che “Jay è ancora qui. Lui è diverso. Ha disabilità. Ma lui è qui. Non è solo un corpo con una tracheostomia e un tubo di alimentazione. Egli prova dei sentimenti. Egli prova dolore. Ha desideri e obiettivi. Egli è per lo più felice, a volte è frustrato e confuso, ma non lo siamo tutti?”.

E ancora: “Noi siamo qui, siamo umili e abbiamo amore. Vorrei che non fosse così difficile, ma è quello che è e vivremo questi momenti come meglio possiamo con quello che ci è dato da Dio”.

Nick Curran, fratello di Megan, ha detto a LifeNews riguardo a sua moglie e alla sua famiglia: “Penso che testimoniano ciò che significa essere a favore della vita dal concepimento alla morte naturale”.

Attivo anche un sito per raccogliere fondi a favore di questa famiglia: https://www.gofundme.com/jayrecovery

Islam: campagna imam tunisini per diritti delle donne - Lanciata campagna contro violenze e letture discriminanti Corano

Ansa Med
Tunisi - "Imams For She". Questo il nome della campagna lanciata oggi a Tunisi dall'associazione tunisina "Coexistence", volta a promuovere i diritti delle donne e garantire la parità tra i generi chiamata.


Il logo della campagna Imams for She

L'azione di Imams For She, ha spiegato alla stampa il presidente di Coexistence Ramy Ben Othman, rientra nella iniziativa globale del marzo 2015 dell'Ong "Muslims for Progressive Values" volta a contrastare i richiami all'odio, alla discriminazione, all'esclusione e alla violenza diffusi in tutti i paesi del mondo e basati su interpretazioni non corrette e misogine del Corano e della Sunna. 

Interpretazioni che conducono a violazioni dei diritti umani e all'emarginazione della donna in alcuni paesi a maggioranza musulmana e all'interno delle comunità islamica nei paesi occidentali, ha detto ancora Ben Othman. Il quale spera di coinvolgere in questa iniziativa religiosi, imam, ulema e intellettuali musulmani nella difesa attiva dei diritti delle donne e della loro autonomia sociale, economica e culturale.

Imams For She si impegnerà nella diffusione della cultura della tolleranza e della parità uomo-donna anche attraverso la pubblicazione di materiali educativi e sessioni di formazione per giornalisti, insegnanti e altre personalità influenti.

Aylan, un anno dopo non è cambiato nulla. Mediterraneo 3.167 morti solo nel 2016

Famiglia Cristiana
Il 2 settembre 2015 l'immagine di Aylan Kurdi, il bambino annegato ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum, provocava commozione e sdegno. Ma da allora le coste sono costellate da troppi Aylan. Solo nel 2016 sono morte 3.167 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, il numero è arrivato a 11.112, l’ equivalente di una piccola città.
Un anno fa, il 2 settembre 2015, la foto del bambino annegato ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum faceva il giro del pianeta, provocando commozione e sdegno. Ci si affrettò a ricostruire la sua storia: si chiamava Aylan Kurdi, aveva 3 anni, era un curdo di Kobane, la città simbolo della resistenza in Siria all’ Isis. Era morto insieme al fratellino Galip, 5 anni, alla madre Rehan, e ad altre nove persone mentre la barca con la quale cercavano di arrivare in Grecia era affondata vicino all’ isola di Kos. Aylan non doveva morire così. Ma, in fondo, era purtroppo uno tra tanti: dal 2000 al 2015 erano stati almeno 25mila i morti nel Cimitero Mediterraneo.

Eppure, la foto sulla spiaggia di Bodrum provocò una forte emozione, che per un momento interruppe anche il flusso di stoltezze aggressive e razziste dei populisti dei vari paesi. Un silenzio rispettoso, un'esitazione, come quello dei monatti manzoniani davanti alla bambina Cecilia morta di peste nei Promessi sposi. Dobbiamo a Primo Levi l’ aver teorizzato la nostra incapacità di «pietà per molti», quando ad Auschwitz narra della squadra addetta alle camere a gas, abituata a dare la morte a migliaia di persone ogni giorno, che si trova ad un tratto a voler salvare una sola ragazza miracolosamente scampata al gas. Ai monatti, alla Squadra speciale e a tutti noi, spiegava, «non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo».

Quella foto scosse, almeno in parte, la coscienza europea, invitando a non rimanere voyeurs senza vergogna. Austria e Germania aprirono le frontiere ai profughi bloccati in Ungheria, accolti da centinaia di volontari che portavano cibo, bevande e giocattoli per i nuovi arrivati. In Inghilterra, nelle ore in cui la foto diventava virale, ci fu un’ impennata delle donazioni alle ong che aiutano i profughi, mentre il presidente italiano Sergio Mattarella chiese di «aprire ai migranti come si fece con l’ Est». Durò poco: tornarono le foto dei muri, fili spinati, cani della polizia. In mezzo, lo scorso marzo, ci fu anche l’ accordo tra l’ Ue ed Erdogan: tre miliardi di euro e liberalizzazione dei visti turistici in cambio di appaltare il lavoro sporco ai turchi, pratica già sperimentata in passato con la Libia di Ghedaffi.

A un anno di distanza, le coste del Mediterraneo sono costellate da troppi Aylan. Secondo l’ Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, finora, solo nel 2016 sono morte 3167 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo (erano 1850 nei primi sei mesi del 2015). Dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, il numero è arrivato a 11.112, l’ equivalente di una piccola città. Tra i dispersi, non mancano i corpi dei neonati finiti mangiati dai pesci e corrosi dal sale. Intanto, i leader del mondo continuano a non dare risposte alla crisi dei rifugiati, che nel pianeta hanno superato i 60 milioni: dalla Seconda guerra mondiale non era mai stata raggiunta una cifra così alta. A luglio, i negoziati preparatori del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati del 19 settembre hanno rinviato al 2018 l’ esame della proposta del segretario generale Ban Ki-moon di un “Global compact sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati”.

Il 2018 è tra due anni: evidentemente c’ è tempo. «Tra pochi giorni rischiamo di assistere a un altro conclave di leader mondiali che terminerà con dichiarazioni ipocrite mentre altri bambini resteranno a soffrire», è la triste previsione di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Proprio in questi giorni, un’ altra foto ha commosso il mondo. Quella di Omran, 5 anni, divenuto il simbolo della tragedia siriana (siamo al sesto anno del conflitto) e di Aleppo, una città assediata che nel suo silenzio di morte accusa il mondo distratto. Il bambino, estratto ancora vivo dalle macerie di un palazzo, è seduto in un’ ambulanza. Ha lo sguardo ancora intontito, senza più la forza per piangere, l’ occhio sinistro mezzo chiuso dal sangue, la maglietta stropicciata con stampato sopra CatDog, il personaggio dei cartoni animati.

Il fratellino di Omran è invece morto, anche lui colpito da un “barile bomba”, le botti riempite di tritolo e pezzi di metallo per diventare ancora più mortali. Proiettili imprecisi che uccidono soprattutto civili, lasciati cadere sulle case, su tutto quello che c’ è sotto all’ elicottero o all’ aereo. Infine, a un anno dalla morte di Aylan, c’ è un’ altra immagine che va ricordata. Quella del 4 febbraio di Falak, una bimba malata di tumore all’ occhio che ha sette anni e viene da Homs, un’ altra delle città martiri siriane. Atterra con un volo Alitalia a Fiumicino: la sua famiglia è la prima dei mille profughi che arriveranno in Italia, in modo sicuro e legale, grazie al progetto dei corridoi umanitari, realizzato dalla Comunità di Sant’ Egidioinsieme alle Chiese evangeliche, alla Tavola valdese e al Governo italiano. Ai mille vanno poi aggiunti i dodici siriani, fatti salire il 16 aprile da Papa Francesco sul suo volo di ritorno dopo la visita all’ isola greca di Lesbo, che oggi sono ospiti a Roma in una struttura di Sant’ Egidio.

Ecco, è proprio qui il punto: Aylan è affogato perché non aveva altre vie per fuggire alla guerra che distruggeva la sua città. O meglio, le alternative ci sarebbero, come i corridoi umanitari – che sarebbero più sicuri, meno costosi, legali, e non finanzierebbero i trafficanti – ma si preferisce non praticarle. Dal Canada, Teema Kurdi, zia di Aylan, spiegò nelle ore successive alla morte del nipote: «Stavo cercando di fare loro da garante per il visto, e per questo amici e vicini di casa mi stavano aiutando con il deposito in banca, ma non siamo riusciti a farli venire qui. Ecco perché hanno preso una barca».

Stefano Pasta

Nasce il “Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”. Sezione su migranti guidata dal Papa

Zenit
Motu Proprio di Papa Francesco “Humanam progressionem”.
La riforma della Curia procede, e anche alla svelta. A neanche due settimane di distanza dalla nascita del nuovo Dicastero per Laici, famiglia e vita, Papa Francesco istituisce ufficialmente il ‘Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale’ con il Motu Proprio Humanam progressionem, nominando come Prefetto il card. Peter Kodwo Appiah Turkson.


Si tratta dell’altro maxi organismo, allo studio del Consiglio dei nove cardinali (C9) da circa tre anni, che accorpa i seguenti Pontifici Consigli: Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Pastorale per gli Operatori Sanitari. Il neonato Dicastero avvierà il suo lavoro dal 1° gennaio 2017, data in cui i suddetti quattro uffici cesseranno dalle loro funzioni e verranno soppressi, essendo abrogati gli articoli 142-153 della Costituzione apostolica di Giovanni Paolo II Pastor Bonus.

Come quello per laici, famiglia e vita, si contavano ormai i giorni dalla data di erezione ufficiale. La novità è infatti ben altra, e cioè il fatto che all’interno del nuovo Dicastero figura una sezione totalmente dedicata ai migranti “posta ad tempus direttamente sotto la guida del Sommo Pontefice”, come si legge nell’art. 1 §4 degli Statuti.

Una decisione inedita che risale direttamente ai tempi della riforma della Curia romana voluta dal Beato Paolo VI, quando il Papa manteneva per sé le prefetture del Sant’Uffizio (l’attuale Congregazione per la Dottrina della fede) e la Congregazione per i vescovi.

Come sottolinea una nota della Sala Stampa vaticana, tale sezione vuole soprattutto “esprimere in maniera speciale la sollecitudine per i profughi ed i migranti” del Papa argentino che ha fatto dell’accoglienza e della vicinanza ai rifugiati uno dei punti chiave del suo pontificato, sin dal primo viaggio a Lampedusa nel settembre 2013, pochi mesi dopo la sua elezione.

Oltretutto, si legge nel comunicato, “non può esserci oggi un servizio allo sviluppo umano integrale senza una particolare attenzione al fenomeno migratorio” che attualmente investe l’Europa e in particolare l’Italia.

“In tutto il suo essere e il suo agire la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo”, recita il Motu Proprio, approvato – insieme allo Statuto, ad experimentum – da Papa Francesco il 17 agosto scorso, su proposta del C9.

“Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato”, spiega il testo. Scopo del nuovo Dicastero è dunque “attuare la sollecitudine della Santa Sede nei suddetti ambiti, come pure in quelli che riguardano la salute e le opere di carità”.

Esso – prosegue il documento – “sarà particolarmente competente nelle questioni che riguardano le migrazioni, i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura”.

Tutti temi che verranno approfonditi “nel solco della dottrina sociale della Chiesa”, come sottolineano gli Statuti. A tal fine, l’organismo “intrattiene relazioni con le Conferenze Episcopali, offrendo la sua collaborazione affinché siano promossi i valori concernenti la giustizia, la pace, nonché la cura del creato”.

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