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domenica 20 gennaio 2019

Ormai, dopo quanti morti scatta la pietà? Nel 2015 ne era bastato uno, Aylan

HuffPost
Qual è la cifra della pietà? Quanti morti devono esserci in mare per tacere, per evitare dirette Facebook, prese di posizione ostinate comunque? Donne, uomini e bambini in fuga dalla morte hanno trovato la morte in mare, una morte feroce: undici ore in balìa di un gommone che all'improvviso si è sgonfiato e in 117 sono annegati davanti alle coste della Libia, Mar Mediterraneo, davanti alla nostra porta di casa.


Abbiamo deciso che non ci riguarda più? Il ministro degli Interni ha individuato i colpevoli: i trafficanti di uomini, le Ong. Persone fuggono dai loro Paesi perché c'è sempre qualcuno pronto a raccoglierli in mare, costi quel che costi? Cosa sappiamo davvero, come vigiliamo? Basta dire porti chiusi e volgere lo sguardo dall'altra parte, mostrare le cifre di ingressi di migranti quasi ridotti allo zero? Certo, l'Europa non ha speso una parola sull'ennesima strage. 

La stessa Europa non è riuscita a trovare una voce sola per dare accoglienza a 49 migranti pochi giorni fa, 49 non 500. E' giusto dire, non è un problema solo nostro. E' giusto sbattere i pugni sul tavolo su chi fa ipocrite morali su tutto, ma riduce l'umanità a contabilità.

Ma la pietà è un'altra cosa. Le regole antiche del mare dovrebbero essere, comunque, guida anche per gli uomini di governo, di potere. E quando 117 persone muoiono, senza speranza, senza aiuto, in un mondo in cui se si vuol vedere si vede tutto con grande anticipo ogni parola in più rispetto all'umana pietà è solo sale su una cicatrice immane.

Fabio Luppino

martedì 17 ottobre 2017

L'urlo di dolore dell'angelo per la morte di Aylan: il dono di Papa Francesco alla Fao

Globalist
La scultura raffigura un angelo che veglia sul piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell'ottobre 2015.


Il Papa ha lasciato in dono alla Fao una scultura di marmo che raffigura Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell'ottobre 2015. 

Opera dell'artista trentino Luigi Prevedel è realizzata in marmo di Carrara, e pesa circa nove quintali. Alla Fao il Pontefice è stato accolto dal direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, e dall'Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Organizzazioni e gli Organismi delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l' Agricoltura (F.A.O., I.F.A.D., P.A.M.), il mons. Fernando Chica Arellano. 


La scultura di Ayal è stata scoperta nell'atrio della sede Fao, dopo di che, nella Sala Cina, il Pontefice ha avuto un breve incontro con il direttore generale, con il direttore generale aggiunto, Daniel Gustafson e con il Capo del Gabinetto, Mario Lubetkin.

sabato 3 settembre 2016

Aylan, un anno dopo non è cambiato nulla. Mediterraneo 3.167 morti solo nel 2016

Famiglia Cristiana
Il 2 settembre 2015 l'immagine di Aylan Kurdi, il bambino annegato ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum, provocava commozione e sdegno. Ma da allora le coste sono costellate da troppi Aylan. Solo nel 2016 sono morte 3.167 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, il numero è arrivato a 11.112, l’ equivalente di una piccola città.
Un anno fa, il 2 settembre 2015, la foto del bambino annegato ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum faceva il giro del pianeta, provocando commozione e sdegno. Ci si affrettò a ricostruire la sua storia: si chiamava Aylan Kurdi, aveva 3 anni, era un curdo di Kobane, la città simbolo della resistenza in Siria all’ Isis. Era morto insieme al fratellino Galip, 5 anni, alla madre Rehan, e ad altre nove persone mentre la barca con la quale cercavano di arrivare in Grecia era affondata vicino all’ isola di Kos. Aylan non doveva morire così. Ma, in fondo, era purtroppo uno tra tanti: dal 2000 al 2015 erano stati almeno 25mila i morti nel Cimitero Mediterraneo.

Eppure, la foto sulla spiaggia di Bodrum provocò una forte emozione, che per un momento interruppe anche il flusso di stoltezze aggressive e razziste dei populisti dei vari paesi. Un silenzio rispettoso, un'esitazione, come quello dei monatti manzoniani davanti alla bambina Cecilia morta di peste nei Promessi sposi. Dobbiamo a Primo Levi l’ aver teorizzato la nostra incapacità di «pietà per molti», quando ad Auschwitz narra della squadra addetta alle camere a gas, abituata a dare la morte a migliaia di persone ogni giorno, che si trova ad un tratto a voler salvare una sola ragazza miracolosamente scampata al gas. Ai monatti, alla Squadra speciale e a tutti noi, spiegava, «non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo».

Quella foto scosse, almeno in parte, la coscienza europea, invitando a non rimanere voyeurs senza vergogna. Austria e Germania aprirono le frontiere ai profughi bloccati in Ungheria, accolti da centinaia di volontari che portavano cibo, bevande e giocattoli per i nuovi arrivati. In Inghilterra, nelle ore in cui la foto diventava virale, ci fu un’ impennata delle donazioni alle ong che aiutano i profughi, mentre il presidente italiano Sergio Mattarella chiese di «aprire ai migranti come si fece con l’ Est». Durò poco: tornarono le foto dei muri, fili spinati, cani della polizia. In mezzo, lo scorso marzo, ci fu anche l’ accordo tra l’ Ue ed Erdogan: tre miliardi di euro e liberalizzazione dei visti turistici in cambio di appaltare il lavoro sporco ai turchi, pratica già sperimentata in passato con la Libia di Ghedaffi.

A un anno di distanza, le coste del Mediterraneo sono costellate da troppi Aylan. Secondo l’ Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, finora, solo nel 2016 sono morte 3167 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo (erano 1850 nei primi sei mesi del 2015). Dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, il numero è arrivato a 11.112, l’ equivalente di una piccola città. Tra i dispersi, non mancano i corpi dei neonati finiti mangiati dai pesci e corrosi dal sale. Intanto, i leader del mondo continuano a non dare risposte alla crisi dei rifugiati, che nel pianeta hanno superato i 60 milioni: dalla Seconda guerra mondiale non era mai stata raggiunta una cifra così alta. A luglio, i negoziati preparatori del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati del 19 settembre hanno rinviato al 2018 l’ esame della proposta del segretario generale Ban Ki-moon di un “Global compact sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati”.

Il 2018 è tra due anni: evidentemente c’ è tempo. «Tra pochi giorni rischiamo di assistere a un altro conclave di leader mondiali che terminerà con dichiarazioni ipocrite mentre altri bambini resteranno a soffrire», è la triste previsione di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Proprio in questi giorni, un’ altra foto ha commosso il mondo. Quella di Omran, 5 anni, divenuto il simbolo della tragedia siriana (siamo al sesto anno del conflitto) e di Aleppo, una città assediata che nel suo silenzio di morte accusa il mondo distratto. Il bambino, estratto ancora vivo dalle macerie di un palazzo, è seduto in un’ ambulanza. Ha lo sguardo ancora intontito, senza più la forza per piangere, l’ occhio sinistro mezzo chiuso dal sangue, la maglietta stropicciata con stampato sopra CatDog, il personaggio dei cartoni animati.

Il fratellino di Omran è invece morto, anche lui colpito da un “barile bomba”, le botti riempite di tritolo e pezzi di metallo per diventare ancora più mortali. Proiettili imprecisi che uccidono soprattutto civili, lasciati cadere sulle case, su tutto quello che c’ è sotto all’ elicottero o all’ aereo. Infine, a un anno dalla morte di Aylan, c’ è un’ altra immagine che va ricordata. Quella del 4 febbraio di Falak, una bimba malata di tumore all’ occhio che ha sette anni e viene da Homs, un’ altra delle città martiri siriane. Atterra con un volo Alitalia a Fiumicino: la sua famiglia è la prima dei mille profughi che arriveranno in Italia, in modo sicuro e legale, grazie al progetto dei corridoi umanitari, realizzato dalla Comunità di Sant’ Egidioinsieme alle Chiese evangeliche, alla Tavola valdese e al Governo italiano. Ai mille vanno poi aggiunti i dodici siriani, fatti salire il 16 aprile da Papa Francesco sul suo volo di ritorno dopo la visita all’ isola greca di Lesbo, che oggi sono ospiti a Roma in una struttura di Sant’ Egidio.

Ecco, è proprio qui il punto: Aylan è affogato perché non aveva altre vie per fuggire alla guerra che distruggeva la sua città. O meglio, le alternative ci sarebbero, come i corridoi umanitari – che sarebbero più sicuri, meno costosi, legali, e non finanzierebbero i trafficanti – ma si preferisce non praticarle. Dal Canada, Teema Kurdi, zia di Aylan, spiegò nelle ore successive alla morte del nipote: «Stavo cercando di fare loro da garante per il visto, e per questo amici e vicini di casa mi stavano aiutando con il deposito in banca, ma non siamo riusciti a farli venire qui. Ecco perché hanno preso una barca».

Stefano Pasta

giovedì 7 aprile 2016

A 7 mesi dalla morte d Aylan Kurdi annegati altri 357 bambini nel Mediterraneo e la EU espelle in Turchia i migranti arrivati in Grecia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Sono passati 220 giorni da quando è stato ritrovato il piccolo corpo Aylan Kurdi. La fotografia del corpo del piccolo siriano sdraiato su una spiaggia turca sconvolse l'opinione pubblica mondiale e i leader politici che promisero di agire. Poco dopo si concordò un piano di distribuzione di rifugiati nei paesi europei che ancora aspetta di essere applicato.  
Un ufficiale di polizia raccoglie il corpo senza vita di Aylan Kurdi / AP PhotoDHA
In questi 220 giorni altri 357 bambini sono annegati, secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).
E' una media di quasi due bambini morti al giorno sulle sponde del Mediterraneo.
Nessuna di queste nuove morti ha causato la stessa attenzione dei media ed ha provocato shock per le autorità europee, che quel 2 Settembre 2015 avevano detto che avrebbero fatto tutto il possibile per cambiare questa situazione.

Il frutto è tristemente l'accordo tra l'Unione europea e la Turchia con la quale tutti i migranti e rifugiati che arrivano sulla costa greca saranno deportati nel paese euroasiatico. In cambio, l'UE dovrà reinsediare un siriano per ogni siriano espulso arrivando al massimo di 72.000 persone.

Le deportazioni sono iniziate lunedì. Una delle conseguenze dirette del patto è la trasformazione dei centri aperti per rifugiati in campi di detenzione, dove vengono rinchiusi tutti coloro che arrivano nelle isole in modo irregolare, compresi i bambini, per essere identificarli e essere espulsi.

Save the Children stima la reclusione di oltre 1.000 bambini ", molti dei quali nel campo di Moria (Lesbo).

"La situazione all'interno Moria si sta deteriorando ogni giorno. Abbiamo parlato con le famiglie ed i bambini che dormono all'aperto sul terreno gelato sulle coperte perché non hanno nessun altro posto dove pernottare perché le strutture sono sovraffollate. Il centro è stato progettato inizialmente per ospitare qualche centinaio di persone in transito per un giorno, ora ospita 3.300 persone e molti sono intrappolati per più di una settimana", dice Simona Mortolini, leader del team di Save the Children in Grecia.
L'organizzazione ha sospeso il suo lavoro presso il centro come per protestare contro l'accordo EU-Turchia che ritengono sia contrario alla tutela dei diritti umani.

Nel 2015, circa 300.000 bambini hanno rischiato la loro vita per entrare in Europa attraverso il Mediterraneo. In altre parole: uno su tre migranti o rifugiati che ha intrapreso quel viaggio era minorenne. I fatti dimostrano che la morte dei bambini alle porte d'Europa hanno inciso molto poco sulle politiche di accoglienza in Europa.

Ezio Savasta

Fonte: eldiaio.es

sabato 27 febbraio 2016

Rifugiati - La strage degli innocenti: Annegati oltre 340 bambini come Aylan in 5 mesi

Famiglia Cristiana

Stefano Pasta
Tre agenzie Onu – Oim, Unhcr e Unicef – lanciano un appello garantire «la sicurezza di coloro che fuggono da conflitti e disperazione». Lo chiedono all’Europa che invece pensa ad alzare muri. Mentre Medici senza frontiere, al confine fra Grecia e Macedonia, si trova a curare ferite persino da morsi di cani. Cani della polizia.

Dal settembre 2015 oltre 340 Aylan sono annegati nel Cimitero Mediterraneo.
In media, due bambini ogni giorno fanno la stessa fine del piccolo siriano che sei mesi fa aveva attirato l’attenzione di tutto il mondo. In realtà, il bilancio potrebbe essere ancora peggiore, considerato il numero di corpi dispersi in mare, che finiscono mangiati dai pesci e corrosi dal sale.
Da alcuni mesi il “fronte” in cui si muore cercando di entrare in Europa è soprattutto quello orientale, ma anche nel Canale di Sicilia, martedì 23 febbraio, sono stati recuperati quattro cadaveri. Per lanciare l’allarme sull’aumento delle morti in mare, tre agenzie delle Nazioni Unite – l’Oim, l’Unhcr e l’Unicef – hanno lanciato un appello, chiedendo di garantire «la sicurezza di coloro che fuggono da conflitti e disperazione».
«Non possiamo voltarci dall’altra parte davanti alla tragedia della perdita di così tante vite innocenti, o fallire nel fornire risposte adeguate rispetto ai pericoli che molti altri bambini stanno affrontando», dice il direttore dell’Unicef Anthony Lake.Spiega il motivo per cui famiglie siriane rischiano la vita per scappare da una guerra ormai giunta alla fine del quinto anno: «Nessuno metterebbe un bambino su una barca se fosse disponibile un’alternativa più sicura». Non c’è. E così rimane il tratto di Egeo che si estende fra la Turchia e la Grecia, una delle rotte che provoca più morti di rifugiati e migranti al mondo. Mari agitati durante l’inverno, imbarcazioni inadeguate e sovraccariche, mezzi di salvataggio insufficienti e inadatti aumentano il rischio di naufragi, rendendo il viaggio molto più pericoloso.
Un gruppo di profughi nei pressi del confine greco-macedone.
Un gruppo di profughi nei pressi del confine greco-macedone.
Tra i profughi che transitano dalla Turchia alla Grecia i bambini rappresentano il 36%. Cresce la probabilità che anneghino nel Mar Egeo: durante le prime sei settimane del 2016 sono morte 410 persone delle 80.000 che hanno attraversato il Mediterraneo orientale, cioè un aumento pari a 35 volte le morti dello stesso periodo dell’anno precedente.
Filippo Grandi, l’italiano che da quest’anno guida l’Alto Commissariato per i Rifugiati (Unhcr), sottolinea come l’assenza di alternative ai “barconi della morte” sia la conseguenza di una scelta precisa dell’Europa:«C’è bisogno di maggiori sforzi per combattere il traffico di persone: promuovere soluzioni che consentano alle persone di spostarsi in modo legale e sicuro, ad esempio attraverso programmi di reinsediamento e ricongiungimento familiare, dovrebbe essere un’assoluta priorità se vogliamo ridurre il numero delle morti».

È quello che stanno sperimentando i corridoi umanitari realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla Federazione delle chiese evangeliche (Fcei), la Tavola valdese e il Governo italiano. Con questa iniziativa pilota arriveranno in Italia – senza rischiare la vita, senza riempire le tasche dei trafficanti – mille profughi che ora si trovano nei campi di Libano, Etiopia e Marocco. La prima famiglia – quella di Falak, una bimba malata di tumore – è arrivata il 4 febbraio, mentre lunedì 29 sbarcheranno a Fiumicino 93 siriani, di cui 41 minori. Tra loro c'è anche Dia, che a otto anni ha perso una gamba sotto i colpi di un mortaio ad Homs: sarà accolto dalla Fondazione Zanardi a Bologna dove gli verrà costruita una protesi.
Profughi bloccati al confine fra Grecia e Macedonia.
Profughi bloccati al confine fra Grecia e Macedonia
Se c’è la volontà politica, insomma, le vie legali sono possibili e diventano il vero modo per contrastare i trafficanti. Per questo il Segretario generale dell’Onu ha convocato per il 30 marzo a Ginevra una riunione per affrontare a livello globale il tema della responsabilità condivisa, attraverso vie legali per l’ammissione di rifugiati siriani.

Intanto, l’Unhcr stigmatizza il comportamento di molti Stati europei: «Oltre l’85% di coloro che arrivano in Europa provengono dai dieci Paesi che producono più rifugiati al mondo. Rischiano la propria vita e quella dei figli per fuggire da guerre e persecuzioni e hanno bisogno di protezione internazionale. Eppure, ogni settimana che passa, sembra che alcuni Stati europei si stiano sempre più focalizzando su come allontanare rifugiati e migranti piuttosto che su come gestire responsabilmente questi flussi e lavorare a una soluzione comune. Spostano oltre il problema piuttosto che cercare di condividerne la responsabilità e mostrare solidarietà l’uno verso l’altro e verso coloro che hanno bisogno di protezione».

Tra le immagini di queste settimane vengono in mente le foto dei papà e delle mamme che spingono i figli di pochi anni a passare tra i fili spinati posizionati alle frontiere europee, o all’ultima denuncia di Medici senza Frontiere: «A Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, le nostre équipe hanno curato più di 100 persone con ferite dovute a violenza, tra cui morsi di cane. Hanno detto di averle subite da parte della polizia».