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sabato 4 aprile 2015

Bahrein: arrestato attivista , denuncia pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri.

www.contropiano.org
L'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab è stato arrestato ieri in Bahrein - paese alleato dell'Arabia Saudita - per aver pubblicato alcuni tweet nei quali denunciava le pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri reclusi nelle carceri della piccola petro-monarchia. La moglie di Nabeel, Sumaya Rajab, ha dichiarato che venti auto della polizia si sono presentate davanti alla loro abitazione per portare l'attivista in carcere.
Rajab, che ha fondato il centro per i diritti umani del Bahrein nel 2002, era stato arrestato già a settembre quando aveva descritto su Twitter i servizi di sicurezza nel paese come "incubatore ideologico" per jihadisti. L'attivista, accusato di aver insultato le istituzioni pubbliche e l'esercito, era stato rilasciato su cauzione in attesa del processo previsto per il 14 aprile.

giovedì 2 aprile 2015

Yemen nuove vittime civili, UNICEF: “risparmiate i bambini”

MISNA
Sarebbero almeno una trentina le vittime civili di un bombardamento che ha colpito, nella notte, un caseificio nella zona di Hodeida, nell’ovest nel paese: a denunciarlo è il governatore della provincia omonima Hassan Ahmed al Hai, secondo cui ci sarebbero anche un’ottantina di feriti evacuati verso l’ospedale 22 maggio. A causare un così alto numero di vittime, secondo la stampa locale, sarebbe stata l’esplosione di una bombola del gas centrata da un ordigno.

Le circostanze dell’episodio tuttavia, restano confuse e le parti attive nel conflitto – i ribelli Houthi da un lato e la coalizione a guida saudita dall’altro – si rinfacciano la responsabilità dell’accaduto.

Ma nell’ultima settimana, dall’inizio cioè dell’offensiva militare ‘Decisive storm’ sul paese, sono almeno 62 i bambini uccisi e 30 quelli feriti. Lo riferisce l’Unicef, che denuncia come la violenza “stia terrorizzando i piccoli” e chiede che “le parti nel conflitto devono fare tutto il possibile per garantire la loro sicurezza”.

Nonostante gli appelli, tuttavia, per gli operatori umanitari l’accesso alle zone colpite dai bombardamenti è sempre più difficile, come riferisce Medici senza frontiere in un comunicato: “Dobbiamo trovare al più presto il modo di far arrivare aiuti umanitari e personale all’interno del paese. Ma la chiusura di tutti gli aeroporti internazionali a Sana’a, Aden e Hodeida e le pesanti restrizioni ai porti, stanno ostacolando la fornitura di assistenza umanitaria”.

Le operazioni della coalizione araba iniziate, il 26 marzo sulla capitale Sana’a e nel nord, a Saada, roccaforte della ribellione, si sono estese a 13 governatorati su 22.

mercoledì 1 aprile 2015

Siria, Isis occupa campo profughi a Damasco - Yarmuk, simbolo diaspora palestinese

Ansa
I jihadisti dell'Isis sono riusciti ad arrivare oggi "nel cuore" del campo profughi palestinese di Yarmuk, nel Sud di Damasco. Lo riferisce il corrispondente della televisione libanese Al Mayadin.

Intensi combattimenti sono in corso oggi nel campo palestinesi di Yarmuk, nella periferia Sud di Damasco, a causa di un tentativo di infiltrazione di miliziani dell'Isis. Lo riferisce l'ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). 

Secondo testimoni locali citati dall'ong, i combattimenti sono estesi anche al vicino quartiere di Al Hajar al Aswad. Tra i jihadisti dello Stato islamico vi sarebbero alcuni uccisi.

Israele vuole modificare la legge anti-immigrazione per consentire partenze di rifugiati senza consenso

Nena News
Secondo il quotidiano israeliano Ha’Aretz, l’autorità dell’emigrazione sta pensando ad una nuova modifica sulla legge anti-immigrazione che consentirà le “partenze” di eritrei e sudanesi verso paesi africani senza il loro consenso.
Roma - L’autorità israeliana della popolazione e dell’emigrazione sta pensando di espellere gli eritrei e i sudanesi senza il loro consenso. A rivelarlo stamane è il giornale israeliano Ha’Aretz. Finora, precisa il quotidiano, Tel Aviv aveva esercitato sugli immigrati forti pressioni affinché lasciassero lo stato ebraico per fare ritorno ai loro paesi di origine o a nazioni terze africane, ma non li aveva mai ufficialmente espulsi. Gli eritrei e i sudanesi, infatti, avevano firmato documenti in cui dichiaravano che la loro scelta era stata “spontanea”.
Negli ultimi mesi, però, la situazione sembra essere cambiata. Alti esponenti dell’autorità israeliana addetta all’immigrazione e alcuni rappresentati del dipartimento di giustizia stanno discutendo una modifica alla politica migratoria israeliana secondo la quale non vi è alcun impedimento dal punto di vista legale nell’obbligare i cittadini eritrei e sudanesi a lasciare Israele per recarsi in paesi terzi. In questa prima fase, riferisce Ha’Aretz, gli stati in cui andranno gli espulsi dovrebbero essere Uganda e Ruanda. La modifica pensata dall’autorità dell’emigrazione starebbe aspettando solo l’approvazione del ministro degli Interni che, se dovessero essere confermate le indiscrezioni di questi giorni, sarà Arye Der’i, il capo di Shas (partito ultraortodosso sefardita).

Il trasferimento forzato che Tel Aviv vorrebbe mettere in atto non sorprende più di tanto.Già due mesi fa infatti, durante la seduta d’appello delle organizzazioni umanitarie contro l’ultima versione della legge “anti-infiltrati”, il rappresentate dello stato, l’avvocato Yochi Gansin, aveva proposto ai richiedenti asilo il trasferimento in Canada aggiungendo che, se ciò avvenisse, gli immigrati non avrebbero alcun diritto ad opporsi. “Un uomo – spiegò allora Gansin – che riceve un allontanamento per uno stato terzo in cui non è in pericolo di vita né viene privato della libertà, non ha diritto di veto”.

In Israele risiedono al momento 42.000 eritrei e sudanesi. Di questi, 2.000 sono rinchiusi nella “struttura aperta” (secondo la definizione di Tel Aviv) di Holot nel deserto del Neghev. Secondo i dati forniti dal governo al Tribunale superiore israeliano, nel 2014 5.803 immigrati hanno “preferito” lasciare lo stato ebraico. 1093 di loro hanno scelto stati terzi, cioè non di origine. Finora lo stato ebraico non ha rivelato quali sarebbero le nazioni in cui andrebbero gli espulsi. Fonti giornalistiche locali indicano il Ruanda e Uganda. “Si parla – ha detto due mesi fa il governo rispondendo ad un reclamo delle organizzazioni per i diritti umani locali – di accordi che consentono una uscita sicura verso due paesi terzi”.

L’Onu obbliga gli stati a rendere pubblici gli accordi di trasferimento dei richiedenti asilo in modo da garantirne il rispetto dei loro diritti. Lo stato che espelle gli immigrati, inoltre, deve accertarsi che essi siano tutelati nel nuovo paese di accoglienza. Israele, invece, ha mantenuto (e continua a mantenere) una certa segretezza riguardo agli accordi stipulati con gli stati che assorbiranno gli eritrei e i sudanesi. Secondo le testimonianze di alcuni immigrati che sono partiti per il Ruanda e l’Angola lo stato ebraico non si interesserebbe di loro una volta che hanno lasciato Israele.

“Tel Aviv non rivela i termini degli accordi firmati con i governi dei paesi in cui arriveranno gli immigrati, e, in realtà, dubito che tali patti vengano messi per iscritto. Gli stessi stati negano che ci siano delle intese” ha denunciato Oded Peler, capo del reparto emigrazione dell’associazione dei diritti del cittadino. “Loro [gli immigrati] – continua Peler – sono accolti nei paesi terzi senza avere uno status giuridico né una rassicurazione che non verranno rispediti nei loro paesi d’origine [in cui è a rischio la loro vita]. Israele deve dire pubblicamente quale sono gli obblighi che devono rispettare i paesi d’accoglienza per difendere coloro che sono stati espulsi [dallo stato ebraico] e quale è il prezzo che Israele paga per potersi disfare dei [suoi] richiedenti asilo – in soldi, in armi o in altri modi”.

Da quando è stata aperta la struttura di Holot nel dicembre 2013, il governo Netanyahu ha esercitato forti pressioni affinché i sudanesi e gli eritrei (chiamati “infiltrati” dal governo e dalla maggior parte della stampa locale) lasciassero lo stato ebraico. Nel tentativo di allontanarli, il governo Netanyahu ha reso la loro vita infernale: li ha mandati nei centri di detenzione, ha procrastinato le loro richieste d’asilo (o le ha ignorate del tutto), ha aumentato gli ostacoli per il rilascio del rinnovo dei permessi di soggiorno temporanei. Documenti indispensabili per trovare lavoro e per non essere sotto costante minaccia di arresto. Contemporaneamente, inoltre, Israele ha aumentato a 3.500 dollari il compenso per chi decideva di andarsene dallo stato ebraico “di propria volontà”. Espulsi o partiti “spontaneamente”, mala tempora currunt per gli “infiltrati” in Israele.

Iran: 809 detenuti amnistiati per festa repubblica islamica, decide l'ayatollah Khamenei

Askanews
La Guida Suprema della Repubblica Islamica iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, ha concesso l'amnistia a 807 detenuti in occasione delle celebrazioni per la "giornata della Repubblica Islamica", l'anniversario della presa del potere da parte dell'ayatollah Khomeini. 

Lo ha riferito l'agenzia di stampa ufficiale Irna, precisando che l'amnistia per i detenuti liberati è stata richiesta dal capo della Magistratura, l'ayatollah Sadeq Amoli Larijani. La richiesta accolta da Khamenei prevede anche la riduzione di pena per un numero non precisato di altri detenuti.

Messico, situazioni infernali per le donne detenute. Abusi e condizioni degradanti

www.contropiano.org
"Regni" governati da mafie che abusano, praticano estorsioni, obbligano a prostituirsi donne già costrette a vivere in condizioni degradanti, ammassate in piccoli spazi, carenti di tutto, dai servizi igienici al cibo: questo il ritratto delle carceri femminili del Messico, disegnato dalla Commissione nazionale dei diritti umani, ente statale autonomo che ha studiato le condizioni di vita di 77 dei 102 istituti di pena del paese, capaci di contenere fino a 12.692 donne.

La discriminazione di cui la donna in Messico soffre quotidianamente si riflette anche nelle carceri, secondo l'organismo che annota carenze e problemi che non si riscontrano fra i detenuti maschi in almeno 65 prigioni; piaghe già segnalate in un rapporto del 2013 ma rimaste senza risposta. Maltrattamenti e abusi sessuali sono all'ordine del giorno, così come "mazzette" estorte dalle guardie coinvolte in reti di attività criminali guidate dai detenuti ospitati nella sezione maschile dello stesso istituto di pena. Così, mentre in 51 centri le recluse dormono ammassate sul suolo fra insetti e topi, in altri 20 sono costrette a prostituirsi, altre, finanche all'interno degli stessi impianti, beneficiano di celle private con tv al plasma, forno a microonde, frigo e telefono cellulare, sottolinea la Commissione.

I penitenziari dove gli abusi sono più massicci sono quelli dello stato meridionale di Guerrero - che la tragedia dei 43 studenti di Aytzinapa ha fatto conoscere al mondo per la violenza - seguiti da quelli degli stati di México, Puebla, Sinaloa, Michoacán e Oaxaca. I problemi, tuttavia, non si limitano ad aree circoscritte, ma si riscontrano dal nord al sud del territorio nazionale.

La fotografia: «Non sparare, mi arrendo» Bimba nel campo profughi davanti all'obiettivo fotografico scambiato per un'arma

Avvenire
«​Non sparare, mi arrendo!». Così reagisce davanti al teleobiettivo, scambiato per un'arma, la piccola Hudea, 4 anni, siriana, rifugiata con la madre nel campo di Atmen, a 10 chilometri dal confine turco. 


Il suo faccino impaurito ha fatto il giro dei social network da quando, la scorsa settimana, l'immagine è stata twittata da Nadia Abu Shaban, fotoreporter a Gaza. Ma la foto non è sua.

Come rivela Bbc Trending, l'autore è il turco Osman Sagirli e lo scatto, risalente al dicembre scorso, è stato pubblicato per la prima volta a gennaio in Turchia ed è stato ampiamente condiviso sui social in lingua turca. Ma è diventato virale solo dopo il tweet in inglese. Ed è stato ritwittato oltre 11.000 volte.

«Di solito i bambini fuggono, nascondono il volto o sorridono», osserva l'autore. In questo caso, invece, «usavo il teleobiettivo e ha pensato fosse un'arma».