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mercoledì 7 gennaio 2015

Israele, Abdallah Abu Rahma attivista non violento palestinese rischia dieci anni di carcere

Il Fatto Quotidiano
È prevista oggi la sentenza nei confronti di un difensore dei diritti umani palestinese, Abdallah Abu Rahma, che il 21 ottobre scorso è stato giudicato colpevole dalla giustizia militare israeliana di “disturbo a un soldato in servizio”, “ostacolo a operazioni militari” e “azioni di incitamento e di propaganda ostile”, reato quest’ultimo previsto dall’ordine militare n. 101 cui sono sottoposti i palestinesi della Cisgiordania. Rischia fino a 10 anni di carcere.


Abdallah Abu Rahma, maestro di scuola elementare, è il coordinatore del Comitato popolare contro il muro di Bil’in, promotore dal 2005, insieme a numerosi attivisti israeliani e internazionali, di iniziative settimanali non violente contro il muro. Iniziative che nel 2007 hanno contribuito alla decisione dell’Alta corte d’Israele di ordinarne la modifica del percorso, per favorire un più ampio accesso degli abitanti della zona ai loro terreni.

Bil’in è diventato in questi anni il simbolo della resistenza non violenta all’occupazione dei territori palestinesi, celebrata anche da “Bil’in Habibti”, un documentario del regista israeliano Shai Pollak, visto anni fa in Italia.
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Abdallah Abu Rahma aveva già trascorso 15 mesi in carcere, dal dicembre 2009 al marzo 2011, per “organizzazione e partecipazione a una manifestazione illegale” e “incitamento” (a lanciare pietre contro i soldati, circostanza smentita dai testimoni).

Nel maggio 2012, era stato nuovamente arrestato di fronte alla prigione militare di Ofer, dove stava prendendo parte a una manifestazione non violenta per commemorare la Nakba e mostrare solidarietà ai prigionieri palestinesi sottoposti alla detenzione amministrativa.

Mesi dopo, nel febbraio 2013, l’ultimo arresto con le imputazioni ricordate all’inizio, per essersi messo di fronte a un bulldozer dell’esercito israeliano, impedendogli di avanzare. In quel periodo, Abdallah Abu Rahma era anche coinvolto nella ricostruzione di Ein Hijleh, un villaggio abbandonato nella valle del fiume Giordano.

Durante le manifestazioni di Bil’in, Abdallah Abu Rahma ha perso il fratello Bassam e la sorella Jawaher, ucciso il primo da un soldato israeliano nel 2009, rimasta asfissiata dai gas lacrimogen

Venezia: suicidio del giovane detenuto romeno di 19 anni nel carcere di Santa Maria Maggiore - E' il primo del 2015

La Nuova Venezia
Arrestato per un reato contro il patrimonio, si è ucciso dopo che aveva visto sfumare gli arresti domiciliari.

[...]
È morto così un ragazzo di nazionalità rumena, residente sin da piccolo in Italia, arrestato il 31 dicembre dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como, per un reato contro il patrimonio: nulla di così drammaticamente grave, tanto che il giudice per le indagini preliminari avrebbe disposto per lui gli arresti domiciliari, se non fosse che la famiglia ha negato l'autorizzazione ad accoglierlo in casa.

La madre sperava che tenendolo lontano dal Comasco, sarebbe rimasto fuori dai guai e si sarebbe disintossicato. [...]

Nel tardo pomeriggio di domenica, l'allarme, dato dai due compagni di cella che hanno tentato inutilmente di aiutare il giovane, come vano è stato l'intervento del personale del carcere (prima) e dei medici del Suem 118 (dopo).

Non ha lasciato alcuno scritto o detto parole, riferisce il sostituto procuratore che si è occupato del caso la notte scorsa, Lucia D'Alessandro, che lasciassero presagire quanto compiuto. La procura lagunare tende ad escludere la responsabilità di terze persone sull'accaduto. Per più di un'ora i sanitari, intervenuti sul posto, hanno tentato inutilmente di rianimare il giovane detenuto romeno. Sulle ragioni legate alla mancata attuazione degli arresti domiciliari, il pm ha riferito che la questione era stata esaminata dalla Procura di Como.

[...]
Non sono emerse responsabilità da parte del carcere, ma gli accertamenti proseguiranno con l'autopsia, affidata al medico legale Antonello Cirnelli: il suicidio di un ragazzo affidato allo Stato in un carcere è un dramma da chiarire in ogni aspetto.

di Roberta De Rossi

Nuove persecuzioni per i cristiani in Libia

Notizie Italia News
Lo scorso venerdì almeno 13 copti egiziani sono stati rapiti a Sirte nel cuore della notte dal residence dove erano alloggiati. Dalle ricostruzioni delle autorità sembra che un commando di «uomini armati e mascherati» abbia fatto irruzione nelle loro abitazioni cercandoli stanza per stanza, un commando che con molta probabilità è riconducibile ad un gruppo di estremisti islamici. Non si fermano così le persecuzioni ai danni dei cristiani residenti in Libia che continuano a essere oggetto di violenze mirate da parte di gruppi armati.

La notizia del rapimento è stata confermata anche da Abu Makar, un prete copto di Samalout nel sud dell’Egitto, non solo Abu ha anche aggiunto che altri sette suoi connazionali sono stati rapiti la settimana scorsa mentre cercavano di fuggire da Sirte, portando di fatto il numero delle vittime a 20 solo nell’ultima settimana.

Questo rapimento è solo l’ultimo degli episodi che hanno reso i rapporti fra Egitto e Libia sempre più tesi, episodi che hanno fatto richiamare l’ambasciatore egiziano a Tripoli, con la relativa chiusura dell’ambasciata, dopo il suo rapimento lampo.

Purtroppo negli ultimi mesi la situazione della Libia è precipitata vertiginosamente. Infatti senza più un reale potere centrale, coadiuvato da una forza militare e di polizia adeguata, i territori libici sono diventati rifugio di molte cellule terroristiche islamiche come Ansar al Sharia, responsabile tra l’altro dell’attacco al consolato Statunitense e Bengasi dove perse la vita anchel’ambasciatore Chris Stevens, o come gli adepti del Califfato dell’Isis, che hanno di recente giustiziato «14 membri dell’esercito libico appartenenti al 168 battaglione» a Sebha nel sud del Paese.

Insomma una situazione senza più controllo che rischia di degenerare sempre di più, con gravi ripercussioni anche per la vicina Europa, ma che soprattutto mette a rischio ogni giorno le minoranza cristiane presenti nel territorio. Una situazione che non vede altre soluzione se non un intervento deciso delle Nazioni Unite.

Diego Romeo

martedì 6 gennaio 2015

Immigrazione: Guterres (Unhcr), Triton non basta "Europa non può ignorare drammi Mediterraneo"

ANSAmed
 Ginevra - "Triton non basta". Lo afferma l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) Antonio Guterres denunciando la "tragedia inaccettabile" dei naufragi nel Mediterraneo di chi fugge da violenze e povertà. 

In un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano elvetico 'Le Temps', Guterres afferma di ritenere "imperativo sviluppare un'azione ampia come Mare Nostrum per evitare nuovi drammi umani" e riflettere a "nuove vie legali" che consentirebbero di "sbarrare la strada ai trafficanti" e al loro "odioso commercio". 

Per il capo dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati, "i paesi europei non possono ignorare questi drammi". Con quasi 3.500 morti nel solo 2014 secondo gli ultimi dati dell'Unhcr, "la traversata del Mediterraneo è la più letale e la più mediatizzata", ricorda Guterres. 

Un dramma nel dramma: nel 2013 e nel 2014, la maggior parte delle persone che ha tentato di raggiungere così l'Europa erano "in fuga da vere persecuzioni - dalla Siria e l'Eritrea in particolare", sottolinea l'Alto commissario. 

Per Guterres, "la tragedia è che queste persone, in assenza di canali di migrazione legale, finiscono nelle mani di contrabbandieri e del loro odioso commercio. Si deve garantire protezione a chi ne ha diritto e riflettere a nuovi canali di migrazione legale". E' inoltre necessario "sviluppare un solido meccanismo di salvataggio". 

Per Guterres, la nuova operazione europea di sorveglianza delle frontiere battezzata Triton " non basta". I fondi stanziati per Triton sono" molto meno importanti" rispetto all'operazione della Marina italiana Mare Nostrum" e il suo ruolo è criticato: si tratta innanzitutto di una missione di monitoraggio delle frontiere e non di salvataggio dei migranti. Triton non basta". L'Alto commissario ritiene quindi "indispensabile lo sviluppo di un progetto ad ampio respiro come Mare Nostrum, per evitare nuovi drammi umani.

Ogni individuo ha il diritto di essere salvato in mare" ed "i paesi europei non possono ignorare questi drammi".

Pena di morte, Pakistan e Giordania sospendono la moratoria e continuano molte esecuzioni in Iran e Arabia Saudita

La Repubblica
I governi di Amman e Islamabad hanno sospeso la moratoria. Mentre Arabia Saudita e Iran segnano il primato in negativo degli ultimi anni circa il numero delle esecuzioni. Un passo nella direzione opposta arriva dal Maryland dove quattro condannati sono stati salvati dalla pena capitale
Roma - Un anno finito male per i sostenitori della moratoria sull'abolizione della pena di morte. A fermare il trand postitivo che aveva visto negli ultimi anni sempre più Stati virare perso l'abolizione, sono stati Pakistan e Giodania che il 21 dicembre 2014 hanno ripreso le esecuzioni.

Il ritorno del Pakistan. Dopo sei anni di moratoria de facto, Islamabad è tornata sui suoi passi. Una decisione presa dopo l'attacco alla scuola di Peshawar del 16 dicembre 2014, quando sette appartenenti al gruppo del Tehrik-i-Taliban Pakistan (i talebani pakistani) ha aperto il fuoco uccidendo 141 persone, la maggior parte bambini. Il giorno seguente, il presidente Nawaz Sharif ha annunciato la fine della moratoria per i reati legati al terrorismo. Dal 21 al 31 dicembre sono state giustiziate cinque persone nelle prigioni di Faisalabad e Peshawar, colpevoli di aver preparato e messo in atto l'attentato contro il generale Pervez Musharraf nel 2003.

In Giordania. Ancora più drastica la decisione di Amman, che dopo otto anni di sospensione, il 21 dicembre 2014 ha ripreso le esecuzioni impiccando undici uomini condannati per omicidio nel Centro di correzione e riabilitazione di Swaqa, una prigione a circa 70 chilometri dalla capitale. "Alcuni prigionieri - ha riferito una fonte interna al carcere all'agenzia di stampa Petra - hanno chiesto di dare un ultimo messaggio alle loro famiglie, altri solo di fumare una sigaretta". Dal 2006, anno dell'ultima esecuzione in Giordania, più di 120 persone sono state condannate alla pena capitale per omicidio, stupro di minori e spionaggio, ma le loro sentenze non sono state eseguite. Un'altra dimostrazione della fermezza della sua decisione Amman l'ha dato sul palcoscenico internzionale. Il 18 dicembre 2014, infatti, il rappresentante giordano all'Assemblea generale delle Nazioni Unite si è astenuto durante la votazione sulla Risoluzione per una moratoria sull'uso della pena di morte.

Iran e Arabia Saudita. Un record in negativo anche per Teheran e Riyad, che nell'anno appena concluso hanno registrato il maggior numero di esecuzioni degli ultimi anni. Una tendenza che non sembra arrestarsi dato che in soli quattro giorni (dal 29 dicembre al 1° gennaio) tre persone sono state decapitate dallo stato saudita per reati di omicidio e traffico di droga, facendo salire così a 86 le esecuzioni del 2014, il numero più alto degli ultimi cinque anni. Mentre, secondo l'Iran humans rights documentation center nel 2014 Teheran ha giustiziato almeno 707 persone, un numero impressionante, che segna un 10% in più rispetto al 2013.

Buone notizie dagli Stati Uniti. Un passo, ma nella direzione opposta, l'ha fatto lo Stato del Maryland, il 18° stato statunitense, nell'aver abolito la pena di morte. Promulgata il 15 marzo 2013, l'abolizione non aveva carattere retroattivo, così il 31 dicembre il governatore Martin O'Malley ha deciso di commutare in ergastoli senza condizionale le condanne a morte degli ultimi quattro detenuti nel braccio della morte. "In un governo rappresentativo - ha detto O'Malley - le esecuzioni di Stato rendono ogni cittadino partecipe di un omicidio legalizzato". Inoltre, dopo l'abolizione in Maryland, non era in vigore nessun protocollo di esecuzione, quindi giustiziare i quattro condannati rimasti nel braccio della morte sarebbe stato "legalmente e di fatto impossibile", ha detto Doug Gasler procuratore generale dello Stato.

lunedì 5 gennaio 2015

Libano limita ingresso cittadini siriani. Non riesce ad accogliere più un milione e mezzo di rifugiati dalla Siria

ANSA
Beirut - Sono entrate in vigore oggi in Libano le nuove limitazioni all'ingresso di cittadini siriani, decise dal governo di Beirut per fermare il flusso di profughi dalla guerra civile in Siria. 

Il Libano accoglie già un milione e mezzo di rifugiati siriani e secondo il governo non può riceverne altri. 

Le nuove norme impongono nuove categorie di visti di ingresso per i siriani e limitano fortemente il tempo in cui questi possono stare in Libano.

Indonesia. Arcivescovo di Jakarta Ignatius Suharyo: no alla pena di morte

Radio Vaticana
“Nessuno ha il diritto di togliere la vita”: così mons. Ignatius Suharyo, presidente della Conferenza episcopale dell’Indonesia, si è pronunciato in questi giorni contro la pena di morte. 

La dichiarazione del presule arriva dopo l’annuncio del Capo di Stato indonesiano, Joko Widodo, di riprendere le esecuzioni capitali per i colpevoli di narcotraffico. “Nell’insegnamento della Chiesa non è concepita la pena capitale”, ha ribadito mons. Suharyo, sottolineando poi che la condanna a morte “non può essere adottata come deterrente del crimine”, perché essa “non risolve i problemi” all’origine dei reati.

Esecuzioni riprese nel 2013
In Indonesia, il Codice penale prevede la pena di morte, tramite fucilazione, per i crimini di omicidio e traffico di droga. Tuttavia, dal 2008 al marzo 2013, le autorità nazionali hanno osservato una moratoria delle esecuzioni; successivamente, le sentenze capitali sono riprese e ne sono state eseguite cinque. Attualmente, sono 136 i detenuti nel braccio della morte delle prigioni indonesiane: 64 di loro sono colpevoli di narcotraffico, due di terrorismo, mentre gli altri sono stati condannati per crimini di sangue. (I.P.)