MISNA
La corte suprema ha confermato in appello le pene a 18 anni e all’ergastolo nei confronti, rispettivamente, del giornalista Eskinder Nega e dell’oppositore Andualem Arage. “Le sentenze sono corrette, dunque, non c’è riduzione di pena” ha dichiarato il giudice Degne Melaku.
I due imputati erano stati condannati in primo grado a luglio scorso. Entrambi sono accusati di terrorismo, sulla base di una controversa legge approvata dal parlamento nel 2008 e che le associazioni per i diritti umani accusano essere utilizzata per reprimere ogni forma di disssenso e libertà di espressione.
I giudici hanno confermato le pene di altri quattro co-accusati. Solo un imputato si è visto ridurre la pena da 25 a 16 anni.
Gli avvocati della difesa hanno annunciato il ricorso al terzo grado di giudizio, in Cassazione.
Nel 2005 Nega era già stato condannato, a seguito delle elezioni nazionali, per tradimento. Con lui anche sua moglie fu giudicata colpevole e detenuta: in carcere avrebbe dato alla luce il loro primo figlio. Entrambi sono stati rilasciati due anni fa a condizione di abbandonare il lavoro di giornalisti.
venerdì 3 maggio 2013
giovedì 2 maggio 2013
Ghana - I capi di sette città del nord vietano la pratica tradizionale che ha causato la morte di migliaia di bambini disabili
Il Post
I “bambini posseduti” in Ghana
Pochi giorni fa le autorità locali di sette città del Ghana, tutte della regione settentrionale di Kassena-Nankana, hanno introdotto un importante divieto volto a eliminare una delle pratiche più inumane diffuse storicamente nella regione: l’uccisione dei bambini gemelli, o nati con disabilità fisiche o problemi vari di alimentazione, che vengono considerati “posseduti” e portatori di disgrazie.
Questa pratica è radicata in tutto il Ghana, ma la regione di Kassena-Nankana è quella in cui negli ultimi anni si è verificato il numero più alto di casi. L’associazione Afrikids, che da 12 anni lavora in Ghana per la promozione dei diritti dei bambini, ne ha raccontato in dettaglio le condizioni e il funzionamento in un articolo pubblicato sul Guardian nel dicembre 2007.
Nel nord del paese il compito di dichiarare un “bambino posseduto” è sempre stato del padre, mentre la madre non ha mai avuto alcuna voce in capitolo. Nei casi in cui il villaggio di appartenenza della famiglia era colpito da qualche disgrazia o in cui la madre si era ammalata durante il parto, la colpa veniva data al bambino, che veniva avvelenato e ucciso. Lo stesso poteva capitare a bambini di famiglie molto povere: nei casi di grande malnutrizione la stessa famiglia poteva decidere di etichettare il bambino come “posseduto” così da avere una persona in meno da sfamare.
Il compito di somministrare il veleno ai bambini era affidato ai cosiddetti “uomini intruglio”, che svolgevano una vera e propria professione. I corpi dei “bambini posseduti” venivano poi sepolti in luoghi particolari, lontani dal loro villaggio di nascita. Dopo tre giorni dalla morte, l’”uomo intruglio” tornava nel villaggio a svolgere alcuni riti tradizionali che servivano a mandare via gli spiriti maligni dalla casa della famiglia del bambino ucciso. Se il bambino era un maschio, l’”uomo intruglio” donava alla famiglia quattro galline, una faraona e una capra. Se invece era una femmina, solo una gallina e una faraona. Ora, secondo le nuove disposizioni delle autorità locali, questi uomini svolgeranno un lavoro completamente diverso, aiutando i bambini disabili a prendere coscienza delle loro condizioni e a far valere i loro diritti. Chi non rispetterà le nuove disposizioni verrà consegnato alla polizia. Secondo Nicholas Kumah, direttore di Afrikids Ghana,sarebbero già 30 gli “uomini intruglio” reclutati per lavorare con i bambini con disabilità.
Nel gennaio 2013, il reporter investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas realizzò un breve documentario per il canale “People & Power” della televisione del Qatar Al Jazeera, in cui raccontò nei dettagli il fenomeno dei “bambini posseduti”, raccogliendo diverse testimonianze delle popolazioni locali e delle forze di sicurezza nella regione settentrionale del Ghana.
L’associazione Afrikids ha cercato, con successo, di sensibilizzare le popolazioni locali sulla necessità di eliminare questa pratica. Nel corso degli anni ha avviato sempre più laboratori con i capi villaggio e con gruppi di donne, stimolando il confronto anche con quei bambini che erano considerati “posseduti” ma che erano sopravvissuti all’avvelenamento. Inoltre, Afrikids ha lavorato molto sulla creazione di alternative professionali alla categoria di “uomini intruglio”, permettendo a queste persone di guadagnarsi da vivere con altre attività. L’associazione ha concesso anche diversi prestiti a molte donne, in modo che potessero dare vita a piccole imprese che migliorassero la loro condizione economica.
Naba Akwara Adumbire, reggente della città di Sirigu, nel nord del Ghana, ha chiesto al governo ghanese di costruire nella zona un centro medico e una scuola per i bambini che si trovano in condizioni di salute particolari. Per il momento, comunque, Afrikids sta creando dei centri di recupero appositi per i bambini disabili, in modo da consolidare, e possibilmente estendere, l’efficacia della nuova regola introdotta nelle sette città ghanesi.
foto: JOE KLAMAR/AFP/Getty Images
I “bambini posseduti” in Ghana
Pochi giorni fa le autorità locali di sette città del Ghana, tutte della regione settentrionale di Kassena-Nankana, hanno introdotto un importante divieto volto a eliminare una delle pratiche più inumane diffuse storicamente nella regione: l’uccisione dei bambini gemelli, o nati con disabilità fisiche o problemi vari di alimentazione, che vengono considerati “posseduti” e portatori di disgrazie.Questa pratica è radicata in tutto il Ghana, ma la regione di Kassena-Nankana è quella in cui negli ultimi anni si è verificato il numero più alto di casi. L’associazione Afrikids, che da 12 anni lavora in Ghana per la promozione dei diritti dei bambini, ne ha raccontato in dettaglio le condizioni e il funzionamento in un articolo pubblicato sul Guardian nel dicembre 2007.
Nel nord del paese il compito di dichiarare un “bambino posseduto” è sempre stato del padre, mentre la madre non ha mai avuto alcuna voce in capitolo. Nei casi in cui il villaggio di appartenenza della famiglia era colpito da qualche disgrazia o in cui la madre si era ammalata durante il parto, la colpa veniva data al bambino, che veniva avvelenato e ucciso. Lo stesso poteva capitare a bambini di famiglie molto povere: nei casi di grande malnutrizione la stessa famiglia poteva decidere di etichettare il bambino come “posseduto” così da avere una persona in meno da sfamare.
Il compito di somministrare il veleno ai bambini era affidato ai cosiddetti “uomini intruglio”, che svolgevano una vera e propria professione. I corpi dei “bambini posseduti” venivano poi sepolti in luoghi particolari, lontani dal loro villaggio di nascita. Dopo tre giorni dalla morte, l’”uomo intruglio” tornava nel villaggio a svolgere alcuni riti tradizionali che servivano a mandare via gli spiriti maligni dalla casa della famiglia del bambino ucciso. Se il bambino era un maschio, l’”uomo intruglio” donava alla famiglia quattro galline, una faraona e una capra. Se invece era una femmina, solo una gallina e una faraona. Ora, secondo le nuove disposizioni delle autorità locali, questi uomini svolgeranno un lavoro completamente diverso, aiutando i bambini disabili a prendere coscienza delle loro condizioni e a far valere i loro diritti. Chi non rispetterà le nuove disposizioni verrà consegnato alla polizia. Secondo Nicholas Kumah, direttore di Afrikids Ghana,sarebbero già 30 gli “uomini intruglio” reclutati per lavorare con i bambini con disabilità.
Nel gennaio 2013, il reporter investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas realizzò un breve documentario per il canale “People & Power” della televisione del Qatar Al Jazeera, in cui raccontò nei dettagli il fenomeno dei “bambini posseduti”, raccogliendo diverse testimonianze delle popolazioni locali e delle forze di sicurezza nella regione settentrionale del Ghana.
L’associazione Afrikids ha cercato, con successo, di sensibilizzare le popolazioni locali sulla necessità di eliminare questa pratica. Nel corso degli anni ha avviato sempre più laboratori con i capi villaggio e con gruppi di donne, stimolando il confronto anche con quei bambini che erano considerati “posseduti” ma che erano sopravvissuti all’avvelenamento. Inoltre, Afrikids ha lavorato molto sulla creazione di alternative professionali alla categoria di “uomini intruglio”, permettendo a queste persone di guadagnarsi da vivere con altre attività. L’associazione ha concesso anche diversi prestiti a molte donne, in modo che potessero dare vita a piccole imprese che migliorassero la loro condizione economica.
Naba Akwara Adumbire, reggente della città di Sirigu, nel nord del Ghana, ha chiesto al governo ghanese di costruire nella zona un centro medico e una scuola per i bambini che si trovano in condizioni di salute particolari. Per il momento, comunque, Afrikids sta creando dei centri di recupero appositi per i bambini disabili, in modo da consolidare, e possibilmente estendere, l’efficacia della nuova regola introdotta nelle sette città ghanesi.
foto: JOE KLAMAR/AFP/Getty Images
Sbarco di rifugiati siriani in Italia, c’è anche un bimbo
OptiMagazine
Continuano gli arrivi di rifugiati e migranti sulle coste italiane. Questa mattina ancora uno sbarco di settanta persone messe in salvo dai mezzi navali della Guardia Costiera nei pressi di Badolato. L’imbarcazione di fortuna su cui erano arrivati i migranti è stata intercettata nello Ionio, ad undici miglia di distanza dalle coste del paesino nel catanzarese.
Gli uomini di Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono riusciti a condurre tutti i settanta naufraghi nel porto di Roccella Jonica sani e salvi. L’imbarcazione che trasportava infatti i migranti era in pessime condizioni e ormai in deriva e solo l’intervento dei motopescherecci è riuscito a sventare il peggio.
All’interno dell’imbarcazione tra le persone è stato trovato un bambino di soli sei anni. Di provenienza siriana, era a bordo dell’imbarcazione con la madre per sfuggire alle atrocità della guerra nel proprio paese. I medici nel porto italiano hanno anche riscontrato una cicatrice sul collo che dopo aver parlato con il genitore si è scoperto essere l’effetto di un’operazione subita dal piccolo per rimuovere una scheggia di esplosivo.
Come loro due la gran parte dei migranti sono di origine siriana e vanno ad aggiungersi ai concittadini che nei giorni passati sono giunti sulle coste siciliane. Oltre ai rifugiati siriani, sarà questo lo status che chiederanno alle autorità italiane visto che sono in fuga da un conflitto interno al proprio paese di origine, ci sono anche cittadini pakistani, afgani, eritrei e del Bangladesh. Il comune di Roccella Jonica ha messo a disposizione dei migranti una struttura di prima accoglienza dove verranno ospitati dopo gli adempimenti di rito.
Gli uomini di Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono riusciti a condurre tutti i settanta naufraghi nel porto di Roccella Jonica sani e salvi. L’imbarcazione che trasportava infatti i migranti era in pessime condizioni e ormai in deriva e solo l’intervento dei motopescherecci è riuscito a sventare il peggio.
All’interno dell’imbarcazione tra le persone è stato trovato un bambino di soli sei anni. Di provenienza siriana, era a bordo dell’imbarcazione con la madre per sfuggire alle atrocità della guerra nel proprio paese. I medici nel porto italiano hanno anche riscontrato una cicatrice sul collo che dopo aver parlato con il genitore si è scoperto essere l’effetto di un’operazione subita dal piccolo per rimuovere una scheggia di esplosivo.
Come loro due la gran parte dei migranti sono di origine siriana e vanno ad aggiungersi ai concittadini che nei giorni passati sono giunti sulle coste siciliane. Oltre ai rifugiati siriani, sarà questo lo status che chiederanno alle autorità italiane visto che sono in fuga da un conflitto interno al proprio paese di origine, ci sono anche cittadini pakistani, afgani, eritrei e del Bangladesh. Il comune di Roccella Jonica ha messo a disposizione dei migranti una struttura di prima accoglienza dove verranno ospitati dopo gli adempimenti di rito.
Timor Est: apostolato dei gesuiti nelle carceri di Dili incoraggiati da Papa Francesco
Radio Vaticava
L’apostolato nella carceri, soprattutto con i giovani detenuti, è uno dei ministeri speciali per la comunità dei gesuiti a Dili, capitale di Timor Est. Come riferito all’agenzia Fides, la seconda domenica di ogni mesi, i gesuiti celebrano l’Eucaristia nel carcere di Becora, a Dili e molte sono le attività di cooperazione e di aiuto dei detenuti. Il servizio sociale nelle carceri - riferiscono all’agenzia Fides - ha acquistato nuovo slancio e nuovo incoraggiamento dopo il gesto di Papa Francesco, che ha scelto di celebrare la Messa del Giovedì Santo in un carcere giovanile. Anche perché la popolazione di Timor Est è formata per il 75% da giovani sotto i 30 anni, e anche la popolazione carceraria abbonda di giovani. Come racconta fratel Noel Oliver, uno dei religiosi che svolge il ministro pastorale nel carcere, “nella prigione ci accolgono col sorriso” e “i detenuti partecipano attivamente alla Messa”, animata anche grazie all’aiuto di quattro suore, “leggendo le letture e cantando in un coro, con grande intensità e professionalità”. Altra nota importante è “la coda di prigionieri in attesa di confessarsi”. Un altro gesuita, padre Quyen, riferisce che i prigionieri sono ansiosi di accostarsi al Sacramento e di ricevere la misericordia di Dio, aprendo il cuore alla grazia divina. “Nel carcere c’è una atmosfera di pace”, prosegue fratel Noel, cha racconta un episodio: “Un prigioniero, che ha scontato quattro anni della sua condanna a sette anni, desidera tornare dalla sua famiglia. Il giovane, dichiarandosi innocente, non mostra alcun segno di rancore o di odio, confidando nell’amore di Dio”. Timor Est è, con le Filippine, una delle due nazioni asiatiche a larga maggioranza cattolica. La Chiesa locale ha sempre affermato di voler contribuire alla crescita e allo sviluppo del Paese. I gesuiti lavorano a Timor Est nell’assistenza ai rifugiati, hanno una parrocchia dove svolgono lavoro pastorale e nel campo dell’istruzione.
L’apostolato nella carceri, soprattutto con i giovani detenuti, è uno dei ministeri speciali per la comunità dei gesuiti a Dili, capitale di Timor Est. Come riferito all’agenzia Fides, la seconda domenica di ogni mesi, i gesuiti celebrano l’Eucaristia nel carcere di Becora, a Dili e molte sono le attività di cooperazione e di aiuto dei detenuti. Il servizio sociale nelle carceri - riferiscono all’agenzia Fides - ha acquistato nuovo slancio e nuovo incoraggiamento dopo il gesto di Papa Francesco, che ha scelto di celebrare la Messa del Giovedì Santo in un carcere giovanile. Anche perché la popolazione di Timor Est è formata per il 75% da giovani sotto i 30 anni, e anche la popolazione carceraria abbonda di giovani. Come racconta fratel Noel Oliver, uno dei religiosi che svolge il ministro pastorale nel carcere, “nella prigione ci accolgono col sorriso” e “i detenuti partecipano attivamente alla Messa”, animata anche grazie all’aiuto di quattro suore, “leggendo le letture e cantando in un coro, con grande intensità e professionalità”. Altra nota importante è “la coda di prigionieri in attesa di confessarsi”. Un altro gesuita, padre Quyen, riferisce che i prigionieri sono ansiosi di accostarsi al Sacramento e di ricevere la misericordia di Dio, aprendo il cuore alla grazia divina. “Nel carcere c’è una atmosfera di pace”, prosegue fratel Noel, cha racconta un episodio: “Un prigioniero, che ha scontato quattro anni della sua condanna a sette anni, desidera tornare dalla sua famiglia. Il giovane, dichiarandosi innocente, non mostra alcun segno di rancore o di odio, confidando nell’amore di Dio”. Timor Est è, con le Filippine, una delle due nazioni asiatiche a larga maggioranza cattolica. La Chiesa locale ha sempre affermato di voler contribuire alla crescita e allo sviluppo del Paese. I gesuiti lavorano a Timor Est nell’assistenza ai rifugiati, hanno una parrocchia dove svolgono lavoro pastorale e nel campo dell’istruzione.
mercoledì 1 maggio 2013
Milano: a San Vittore muore detenuto di 78 anni, era malato e doveva scontare solo 6 mesi
Ristretti Orizzonti
Aveva 78 anni, era malato da tempo, doveva scontare ancora sei mesi di pena, poi sarebbe stato libero.
Aveva 78 anni, era malato da tempo, doveva scontare ancora sei mesi di pena, poi sarebbe stato libero.
Nel febbraio del 2012 era stato condannato a sei anni e 20 giorni per riduzione in schiavitù di una ragazza marocchina e concorso in numerosi furti.
Dal carcere di San Vittore è uscito nella notte tra domenica e lunedì, ma per essere ricoverato d’urgenza all’ospedale Fatebefratelli, dove è morto poche ore dopo. E nessuno si è ricordato di avvisare la famiglia.
A scoprire che Sliman Bombaker, libico di origini irachene, era morto per l’aggravarsi delle sue condizioni, è stato il suo avvocato, Enzo Lepre.
“Ho chiamato in carcere per sapere come stava il signor Bombaker e mi hanno detto quello che era successo - racconta l’avvocato. Non avevano avvisato né il sottoscritto né i 10 figli che vivono a Milano. Si sono giustificati dicendo che non avevano nessun numero. Falso, il mio assistito riceveva telefonate giornaliere dai figli e i loro numeri sono segnati sui registri. Mi chiedo in che Paese viviamo”.
Bombaker era malato di diabete, lo scorso anno aveva avuto un infarto, una grave insufficienza renale lo aveva quasi paralizzato e solo poche settimane fa si era procurato un trauma cranico cadendo in cella. “Un quadro incompatibile con il carcere - spiega l’avvocato. Anche il medico di San Vittore aveva detto che la situazione sarebbe potuta degenerare da un momento all’altro e che era da scarcerare”. Ma il 18 aprile, il tribunale del riesame ha negato i domiciliari. “Di fatto è stato impedito ai figli di vegliare il padre nelle ultime ore della sua vita”, accusa Lepre.
Rifugiati - UNHCR: appello ai governi dei paesi di tutto il mondo non effettuare rimpatri forzati nella Repubblica Centrafricana (RCA)
AgenParl
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha rivolto un appello ai governi dei paesi di tutto il mondo affinché non effettuino rimpatri forzati nella Repubblica Centrafricana (RCA).
Il monito trae origine dall'attuale mutevole e pericolosa situazione nel paese, dove predominano violazioni dei diritti umani e una sempre più grave situazione umanitaria.
Nel documento consultivo sui rimpatri, pubblicato lo scorso 25 aprile, l'Agenzia sottolinea che nelle attuali circostanze molte persone in fuga dalla RCA probabilmente soddisfano i criteri sullo status di rifugiato enunciati dalla Convenzione dell'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) e dalla Convenzione ONU del 1951.
La situazione nella RCA si è aggravata dallo scorso dicembre, quando le forze Seleka hanno sferrato una serie di attacchi dalle regioni settentrionali per poi acquisire il controllo della capitale Bangui alla fine di marzo.
L'offensiva - è stato ampiamente riferito - ha portato con sé un'ondata di assassinii mirati, arresti e detenzione arbitrari, torture e reclutamento di minori, come anche stupri, sparizioni, sequestri, estorsioni e saccheggi, sia a Bangui che in altre aree del paese.
Inoltre resta fortemente limitato l'accesso umanitario alle persone colpite.
La violenza di questi mesi ha provocato la fuga di 173mila persone verso altre aree del paese, mentre altre 50mila hanno cercato rifugio all'estero, soprattutto nei vicini Repubblica Democratica del Congo (37mila), Ciad (5mila) e Camerun (2mila). Obiettivo del documento consultivo dell'UNHCR è quello di valutare l'applicazione dei principi umanitari e dell'asilo finché le condizioni in RCA non consentano il rientro delle persone in condizioni di sicurezza e dignità.
È inoltre importante preservare la natura civile dell'asilo; per tale motivo l'Agenzia raccomanda agli stati di dedicare attenzione all'identificazione dei combattenti e di separarli dalla popolazione di rifugiati.
Il documento evidenzia inoltre che potrebbe essere necessario considerare la possibilità dell'esclusione dallo status di rifugiato anche per altri individui, oltre ai combattenti. L'esclusione si applicherebbe ad esempio a coloro che siano stati coinvolti in crimini di guerra e crimini contro l'umanità nella RCA.
Rimini: Comunità Giovanni XXIII; 5 detenute con i loro bambini lasciano la cella per fare le mamme
Avvenire
Per cinque mamme detenute a Rebibbia con figli al di sotto dei 3 anni si aprono le porte del carcere: potranno uscire e scontare una pena alternativa nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Per cinque mamme detenute a Rebibbia con figli al di sotto dei 3 anni si aprono le porte del carcere: potranno uscire e scontare una pena alternativa nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII.
È il primo frutto della collaborazione fra movimenti cattolici che prestano servizio nelle carceri, e lo hanno raccolto i mille partecipanti del pellegrinaggio “Fuori le sbarre” che domenica ha unito il carcere di Rimini con il duomo della città.
“Dobbiamo gridare a tutti che il carcere va superato, riconvertito in comunità in grado di accogliere sul territorio chi ha sbagliato e deve riparare”.
Sotto un tiepido sole, Giovanni Paolo Ramonda ha dato il via alla quarta edizione del pellegrinaggio organizzato dalla Papa Giovanni XXIII che unisce chi sta dentro con chi sta fuori.
Per alzare la voce, il responsabile della comunità fondata da don Oreste Benzi usa il metodo delle proposte supportate dai numeri che parlano da soli.
“Il nuovo Governo si prenda cura del dramma carcerario. E necessario che i detenuti si riconcilino con se stessi e con le vittime dei reati, e inizino a lavorare nella società, e con costi minori per lo Stato”.
L’esperienza della casa “Madre del Perdono”, nella Valconca riminese, dice che è possibile.
Nel 2012 ha accolto 103 recuperandi facendo risparmiare allo Stato 8mila euro al giorno e abbassando la recidiva al 10% contro l’attuale 75%.
Accompagnato dallo slogan “Non c’è sicurezza senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono!”, il corteo si e mosso dalla casa circondariale di Rimini verso il centro storico preceduto da una grande croce di legno. In testa al corteo, oltre a Ramonda, don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, don Andrea La Regina della Caritas e Stefania Tallei, comunità di Sant’Egidio.
Ci sono pure 80 detenuti, di cui Giovanni e Francesco, due ergastolani ostativi, quelli del “fine pena mai”: sono a Rimini in permesso premio.
“Il mondo carcere non va relegato in un angolo, è parte della società”, commenta Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa padovana Rebus. Il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha accolto il corteo all’arco d’Augusto con una richiesta: rallentare la marcia per favorire la distribuzione di materiale e sensibilizzare così i cittadini.
“Le pene alternative sono la soluzione definitiva” rilancia Maurio Cavicchioli, del “Servizio carcere” della Papa Giovanni. E non è un paradosso. Ne è convinto pure Raffaele Martinez. “I movimenti ecclesiali hanno una grande responsabilità: - ha detto il presidente di RnS - non devono solo elevare preghiere, che non mancano, e neppure provvedere solo a opere di carità dall’esterno.
È necessario offrire cammini di redenzione dentro e fuori dal carcere”. Nessuno però può vincere questa battaglia da solo. “Ma la comunione tra soggetti moltiplica la fantasia della carità e aumenta la prospettiva di bene”. Giorgio Pieri, responsabile della Casa Madre del Perdono, dà la notizia delle cinque mamme con figli neonati accolte (sono 60 in Italia quelle che stanno crescendo i loro piccoli in prigione).
Di queste, una è del Ruanda ed è incinta di sette mesi, epilettica da accogliere urgentemente; un’altra è africana e tre sono Rom. Quindici Case Famiglia han già dato disponibilità per accogliere mamme con bambini.
Cinque detenute di Rebibbia sconteranno la pena nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Vedi anche:
Rimini: Sant'Egidio marcia insieme alle Associazioni cattoliche per un carcere più umano
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