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domenica 9 febbraio 2020

Serbia. Rotta Balcanica. Vietato aiutare i migranti: violenze e fogli di via contro i volontari.

Il Manifesto
In Serbia chi aiuta i migranti non è il benvenuto. Lo hanno constatato a proprie spese tre attivisti dell'Ong No Name Kitchen che opera dal 2017 lungo la rotta balcanica. Il 1 febbraio i tre, tra cui l'italiano Adalberto Parenti, dopo essere stati aggrediti da un gruppo di nazionalisti cetnici, sono stati trattenuti dalla polizia che li ha accusati di disturbo della quiete pubblica, oltre che di non avere i permessi in regola

Parenti, 37enne bolognese, in Serbia da ottobre, e la sua collega Leonie Sofia Neumann sono stati condannati a una multa di quasi 200 euro, mentre un'altra attivista tedesca, Marina Bottke, è stata assolta dalle accuse. A tutti è stato però consegnato un foglio di via dalla polizia serba: entro oggi dovranno lasciare il paese.

I membri dell'Ong operavano a Šid, nel sud-ovest della Serbia, vicino al confine con la Croazia. Come racconta Parenti, i volontari stavano rifornendo i migranti che si trovano fuori dai campi d'accoglienza ufficiali e che dormono dentro ad alcune tende nei dintorni della fabbrica abbandonata di Grafosrem, quando è avvenuto l'incidente. "Il sabato precedente (25 gennaio, ndr) erano già arrivate queste persone vestite militarmente, ufficialmente per fare pulizia nella boscaglia. Avevano dato fuoco alle pile di vestiti che trovavano - spiega - e quando abbiamo cercato di salvare il possibile, alcune attiviste sono state spinte".

La polizia, contattata il giorno seguente, aveva rassicurato i volontari invitandoli a informarli se si fossero presentati situazioni analoghe. Lo scorso sabato mattina, lo stesso gruppo, che ha issato sul tetto della fabbrica una bandiera serba e quella cetnica, è tornato. "Erano venuti per continuare la "pulizia". Un termine anche storicamente adatto", commenta l'attivista. Uno degli uomini ha dato fuoco a un telo di nylon e a una tenda dentro la quale c'era Bottke, una delle attiviste, riuscita miracolosamente a scappare. I tre, racconta Parenti, si sono allontanati, ma Neumann, l'altra ragazza tedesca che stava riprendendo la scena, è stata colpita con un petardo e il suo telefono distrutto con un manganello.

Una volta arrivata, la polizia ha però portato gli attivisti in caserma, da cui sarebbero usciti solo all'una di notte con l'ordine di lasciare il paese. Durante un veloce processo i tre sono stati messi a confronto con altrettanti componenti del gruppo di nazionalisti e le dichiarazioni di questi credute. "Il foglio di via è una decisione chiaramente politica, e oltretutto si basa su falsità", sostiene Parenti, che continua: "Ora stiamo combattendo per annullarlo. L'avvocato dice che ci vorrà almeno una settimana per una decisione". Nel frattempo cosa farà? "Starò qui a Šid, aiutando i ragazzi finché mi è legalmente possibile. Poi uscirò dal paese, ma resterò nelle vicinanze, con la speranza di tornarci a breve".

Parenti non è però stupito del comportamento della polizia serba e racconta che loro non sono i primi attivisti di No Name Kitchen ad avere avuto problemi. "Chiunque aiuti i migranti qui prima o poi è ostacolato, per usare un eufemismo", dice. Secondo l'attivista, come la Croazia, pagata dall'Ue, attua respingimenti illegali di persone verso la Bosnia, anche le autorità serbe devono mostrarsi intransigenti nei confronti dei migranti se vogliono sperare di entrare nell'Unione.

Intanto Parenti racconta di aver ricevuto dall'Italia molta solidarietà. "Ho anche avuto rassicurazioni dalle istituzioni italiane e da qualche politico", racconta l'attivista. "Speriamo qualcosa si muova. Noi seguimos luchando (continuiamo a lottare)".

Tommaso Meo

giovedì 18 luglio 2019

Migranti - La UE in Croazia realizza espulsioni di massa in Bosnia e Serbia, territori extra-UE

L'Espresso
Un'inchiesta-reportage dell'Espresso in edicola da domenica e già online su Espresso+ rivela le espulsioni di massa effettuate di notte dalla polizia di Zagabria. Una pratica che viola tutte le regole dell'Unione ma che, paradossalmente, viene effettuata con i soldi di Bruxelles. 


L'Unione Europea ha deportato illegalmente oltre i propri confini migliaia di profughi, rispedendoli verso Paesi extra Ue come Serbia e Bosnia. Una pratica che continua anche in queste settimane.

A confermare quello che fino a ieri era solo un sospetto (e un atto di accusa di Amnesty International) ci sono ora diverse testimonianze, tra cui quella del sindaco della città bosniaca di Bihac, Šuhret Fazlic, oltre a quella di un ufficiale della polizia croata che ha deciso di rivelare le pratiche illegali di deportazione collettiva.

Ciò che succede nei boschi tra Bosnia e Croazia è questo: migliaia di persone che provengono da Siria, Afghanistan e Pakistan e che hanno fatto tutta la rotta balcanica attraversano il confine della Ue entrando in territorio croato.

La Croazia, membro Ue, utilizza i fondi di Bruxelles per rimandare con la forza i rifugiati in Bosnia e Serbia. Una prassi del tutto illegale. Migliaia di persone portate via di nascosto e di notte attraverso i boschi, con i gps oscurati

A questo punto le norme della stessa Ue (tra cui il Trattato di Dublino) imporrebbero che i migranti venissero mandati negli appositi centri per l'identificazione, le impronte digitali e la richiesta dello status di rifugiati. Invece quello che accade in Croazia è che i migranti vengono prelevati e forzosamente riportati oltre la frontiera bosniaca (o talvolta serba), in violazione di tutte le norme.

I trasferimenti forzosi avvengono in camionette della polizia e molto spesso in maniera violenta, come provano le diverse testimonianze e le fotografie delle ferite degli stessi immigrati una volta riportati in Bosnia. Milena Zajovic Milka dell'Ong croata Are You Syrious sostiene che nel 2018 sono stati effettuati, secondo le loro stime, ben 10 mila respingimenti illegali oltre le frontiere Ue.

Il sindaco di Bihac, Šuhret Fazlic sostiene di aver personalmente incontrato dei poliziotti croati armati, mentre andava a caccia nei boschi fuori dalla sua città: stavano riaccompagnando con la forza in Bosnia un gruppo di 30-40 migranti. "Erano a circa 500 metri dal confine croato, sul suolo bosniaco. Mi presentai agli agenti e dissi loro che erano sul territorio bosniaco e che quello che stavano facendo era illegale. Ma fecero spallucce e si giustificarono spiegandomi che avevano ricevuto degli ordini". Un ufficiale anonimo della polizia croata spiega nei dettagli come avvengono queste deportazioni: di solito di notte e sempre di nascosto, dopo aver distrutto tutti i telefonini dei migranti per evitare che possano lasciare tracce digitali dei loro percorsi.

L'Europa sempre più piena di muri e frontiere. La Lega inzeppata di traffichini e fascisti. E il web in bilico tra libertà e privatizzazione selvaggia. Ecco cosa trovate sul numero in arrivo in edicola e sui device. E gli articoli in anteprima per gli abbonati Espresso+

Anche il difensore civico croato, Lora Vidovic, conferma la pratica delle deportazioni illegale di migranti dalla Croazia - cioè dalla Ue - verso Bosnia e Serbia. La Commissione europea ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la Croazia negli ultimi anni, una parte significativa dei quali è stata destinata alla sorveglianza dei confini e al pagamento degli stipendi degli agenti di polizia e delle guardie di frontiera. Di fatto quindi, la stessa Ue finanzia operazioni illegali e contrarie alle norme Ue per espellere migranti che hanno diritto a chiedere lo status di rifugiati.

Barbara Matejcic


Fonte: Espresso 

mercoledì 13 dicembre 2017

Madina, la bambina afghana respinta dalla Croazia, è stata sepolta in Serbia

Corriere della Sera
Diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Medici senza frontiere, hanno documentato il respingimento di centinaia di persone con diritto di chiedere asilo. Tutti respinti dai confini europei in Croazia, Ungheria e Bulgaria. Secondo Msf, almeno sette profughi, di cui tre bambini, sono morti al confine tra Serbia e Croazia nell’ultimo anno, proprio lungo la linea dei binari tra Tovarnik e Sid. Madina riposa in pace, purtroppo non da sola.
A sei anni, uccisa sul confine dopo che la famiglia stava cercando di entrare in Europa. La guardia di frontiera li aveva respinti.


Singhiozza sulla terra ghiacciata che copre il corpo della figlia. Madina aveva solo sei anni. La sua vita se l’è portata via un treno di notte al confine tra Serbia e Croazia, mentre camminava lungo un binario sognando l’Europa. Non si dà pace Rahmat Shah Hussein, 39 anni, da due in fuga dall’Afghanistan insidiato da Isis e talebani. Era stato minacciato perché aveva lavorato per le forze americane e voleva mettere la sua famiglia al sicuro. In quattordici avevano attraversato l’Iran e la Turchia, la Bulgaria infine la Serbia. Per quasi un anno sono rimasti intrappolati in quel limbo dove sono si trovano intrappolati altri settemila migranti da quando — nel marzo del 2016 — l’Europa ha chiuso le sue porte a quanti erano in marcia dai Balcani.

Gli Hussein erano pronti per l’«ultimo miglio». Ma per passare il confine si sono dovuti dividere: i soldi per avvicinarsi alla frontiera croata in taxi non bastavano per tutti. E hanno iniziato a farsi strada prima la moglie con Madina e altri cinque figli. Oltrepassato un campo con filo spinato — racconta la madre Muslima all’Agence France Presse — sono arrivati in Croazia, stato dell’Unione dove contavano di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Dopo ore di cammino invece le guardie di frontiera li hanno bloccati a Tovarnik, cittadina al confine con la Serbia, e li hanno rispediti indietro. A nulla sono servite le suppliche della madre, che aveva implorato di poter almeno ripartire con la luce del giorno, per far riposare i suoi bambini, quattro sotto i dieci anni. Ma la polizia croata è stata irremovibile: li ha scortati alla frontiera, con l’indicazione di seguire i binari della ferrovia, «senza nemmeno avvisarci che di lì a poco sarebbe passato un treno» ha raccontato la donna. Stremati, al freddo e al buio pesto, Muslima e i suoi figli hanno ripreso il cammino. Fino a quel rumore sordo che si è portato via la sua bambina.

Madina è stata investita vicino a Sid, ultima cittadina in Serbia prima del confine croato. È il fratello Rashid a trovare la sorellina, sbalzata di qualche metro e coperta di sangue. Sconvolti, i familiari sono andati a chiedere aiuto alle stesse guardie croate di frontiera che li avevano respinti. Sono rimasti bloccati nella foresta per un’ora, con gli agenti che intimavano loro di aspettare la polizia serba. Nel frattempo la piccola è stata portata via da un’ambulanza: sua madre avrebbe voluto salire a bordo ma le è stato impedito. E nemmeno è riuscita a sapere dove veniva portata. I familiari vengono riuniti a Belgrado ed è qui che, due giorni dopo l’incidente, apprendono che Madina è morta.

L’indomani all’alba sono stati portati con un imam al cimitero cristiano ortodosso di Sid. «Sotterrateci con lei» ricorda di aver detto il padre, contrario a questa per la sepoltura fatta quasi di nascosto. La famiglia aveva chiesto che Madina fosse sepolta nella capitale, Belgrado, dove è presente una comunità afghana. Madina se n’è andata così, respinta illegalmente da un Paese dell’Unione europea. Ma la autorità croate hanno smentito questa ricostruzione, negano che la piccola e la sua famiglia abbiano messo piede nel loro Paese prima dell’incidente e tanto meno che le guardie di frontiera l’abbiano respinta e indirizzata verso i binari.
Alessandra Muglia

domenica 30 aprile 2017

Vivere nel reparto per disabili in un orfanotrofio in Serbia

TPI
A Banja Koviljaca, in una zona rurale al confine con la Bosnia-Erzegovina, più di 120 orfani vivono in una struttura priva di operatori preparati e risorse sufficienti



La sala comune del reparto disabili dell'orfanotrofio di Banja Koviljaca, in Serbia, è una stanza troppo piccola per il numero dei suoi ospiti, spoglia e scarsamente arredata. Somiglia più a una sala d'aspetto di un ospedale che a una sala comune per bambini. Tre di loro siedono sul pavimento appoggiando la schiena al muro: fanno parte di coloro che non hanno mai imparato a camminare. Guardano spaesati i movimenti intorno a loro senza la possibilità di muoversi.

Tutti i bambini presentano indizi di scarsa pulizia: bocche incrostate di saliva mai pulita, macchie sui pigiami colorati, capelli incolti. Spesso sotto i vestiti si intravede una benda, segno di medicazioni per ferite causate dalla negligenza degli operatori, costretti a far fronte alle scarse risorse che il governo mette loro a disposizione.

Al centro della stanza un'unica sedia a rotelle è occupata da una bambina con sindrome di down, la cui postura innaturale conferma la mancata assistenza fisioterapica.

La storia dell'orfanotrofio “Vera Blagojevic”
La località termale di Banja Koviljaca è una zona rurale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui la grande tragedia della guerra protrattasi fino al 1995 ha lasciato profonde cicatrici in una comunità di frontiera. L'economia della zona era basata sulla grande fabbrica di viscosa poco distante dal piccolo centro abitato, che ha chiuso con la crisi alla fine della guerra. Era venuto a mancare il lavoro che sosteneva la zona, creando disoccupazione e un esodo verso zone più industrializzate.

Di conseguenza, come spesso accade, le colpe dei padri ricadono sui figli. L'orfanatrofio di Banja Koviljaca, intitolato a Vera Blagojevic, è diventata l'unica casa per centinaia di bambini che la crisi ha trasformato negli orfani del nostro tempo. Il riflesso della povertà incombe sulle vite di bambini e bambine che, nella maggior parte dei casi, sono allontanati dalle famiglie stesse che non sono in grado di mantenerli.

Intorno agli anni Duemila la Dom za Decu, “la Casa dei Bambini” di Banja Koviljaca, è diventata un rifugio per più di 120 orfani. Ma è un luogo inadatto a custodire e a educare i suoi ospiti a causa dei pochi supporti finanziari e al rapporto troppo alto tra bambini ed educatori – circa 2 a 100 per turno.

Intanto, a seguito di uno scandalo sulla condizione di sovraffollamento delle strutture adibite all'accoglienza dei disabili e sulle condizioni di segregazione e violenza fisico-psicologica che questi erano costretti a subire, il governo serbo ha cambiato le sue politiche di assistenza nei confronti dei disabili.

Le maxi-strutture assistenziali sono state chiuse e molti bambini sono stati ricollocati sul territorio nazionale. Mentre città come Belgrado e Novi Sad beneficiano di un maggiore controllo e finanziamenti più ingenti, le vaste zone rurali del paese non offrono gli stessi servizi e il livello di assistenza nelle strutture è drammaticamente basso.

Dopo questi improvvisi cambiamenti, i primi disabili sono arrivati all'orfanatrofio di Banja Koviljaca nel biennio 2012-2013. Questa distribuzione improvvisa ha causato un inevitabile colpo alla struttura, che, nonostante la graduale fuoriuscita dei suoi ospiti, si è trovata a gestire casi ai quali i suoi educatori non erano preparati.

Per far fronte a questa emergenza sono state fornite alle operatrici tempestive ma inadeguate ore di formazione e alcune cuoche della mensa sono state promosse educatrici senza alcun titolo. Tutto ciò per sopperire alla mancanza di personale per la gestione degli ospiti disabili che nel tempo sono aumentati sempre di più.

Durante i primi anni di permanenza la mancanza di supporti deambulatori ha costretto numerosi ospiti a una condizione di immobilità forzata nei propri letti, causando la perdita della facoltà di camminare unita a malformazioni posturali portate dall'immobilità permanente.

Quella che è la mancanza più dannosa per lo sviluppo socio-comportamentale è l'assenza totale di stimoli creativi come disegnare, giocare e sfogarsi. La vita dei bambini si svolge senza la possibilità di poter studiare e ricevere stimoli che un'istruzione dedicata garantirebbe. Per diversi ragazzi affetti da sindrome di down la mancata alfabetizzazione ha portato alla perdita della facoltà di parlare.


di Nicola Fornaciari e Gabriele Gatti

mercoledì 5 aprile 2017

Giovane migrante trovato morto in un treno merci arrivato dalla Serbia

Globalist
Aveva tentato di entrare in Italia attraverso la rotta balcanica: trovato morto in un carro che trasportava cereali.

La scorsa notte tra mezzanotte e l'una è stato trovato un giovane migrante morto, giunto dalla Serbia, nascosto in un carro silos di grano alla Cereal Docks di Sunmmaga di Portogruaro (Venezia). 

Il giovane aveva tentato di entrare in Italia dalla rotta balcanica con un carico di cereali in un treno merci. Indagini sono in corso da parte della Procura di Pordenone per stabilire le cause del decesso ed eventuali responsabilità di terzi.

venerdì 10 marzo 2017

Serbia. MSF condanna i gravi episodi di violenza su migranti e rifugiati al confine con l'Ungheria

Notizie Geopolitiche
Negli ultimi mesi, le équipe dell’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) in Serbia hanno trattato sempre più casi di violenze diffuse e crudeli e di trattamenti degradanti perpetrati da parte delle autorità ungheresi al confine tra Serbia e Ungheria. MSF chiede alle autorità ungheresi di indagare e agire immediatamente per fermare queste pratiche brutali.

Una immagine degli scontri con i migranti al confine tra Serbia-Ungheria  - Foto Gallery
Dal gennaio 2016 al febbraio 2017, MSF ha trattato 106 casi di lesioni intenzionali perpetrate con tutta probabilità da agenti al confine ungherese. Tutti i casi trattati dalle équipe di MSF presentano caratteristiche di violenza simili, tra cui lesioni da percosse (54 casi), morsi di cane (24 casi), irritazioni da gas lacrimogeno e spray al pepe (15 casi) e altre lesioni (35 casi). Questi abusi sono stati riscontrati anche su persone vulnerabili come minori non accompagnati: dei 106 casi, 22 erano minori di 18 anni.

"Le persone ci raccontano di venire picchiate, fatte stendere al suolo mentre agenti di polizia salgono su di loro con gli stivali, di essere private dei vestiti e delle scarpe nella neve ed essere costrette a tornare in Serbia scalze nonostante il freddo. Le contusioni e gli altri segni che vediamo e trattiamo rispecchiano i tipi di abusi descritti”, dichiara Christopher Stokes, direttore generale di MSF, appena rientrato dalla Serbia.

“È come se fosse un “pacchetto di violenze standard”, un rito brutale al confine europeo progettato per far sì che le persone non tentino di varcare nuovamente il confine”, prosegue Stokes. “È davvero scandaloso che ciò stia accadendo e che i leader europei facciano finta di non vedere. Durante l’incontro del Consiglio europeo di oggi, esattamente a un anno dalla chiusura ufficiale della rotta balcanica, i leader europei dovrebbero discutere se è questa la brutalità con cui progettano di difendere i propri confini”.
Secondo recenti testimonianze raccolte dalle équipe di MSF, questi abusi sono divenuti ancor più diffusi e umilianti nelle ultime settimane. Più precisamente, nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, quasi 240 persone sono state respinte dall’Ungheria. Il giorno dopo la clinica di MSF a Belgrado ha ricevuto più di 20 persone bisognose di cure mediche dopo essere state duramente picchiate.

Questa probabilmente è solo la punta dell’iceberg, poiché molte delle persone che incontriamo al confine, per svariate ragioni, non ricercano cure mediche per le loro ferite. I gruppi di volontari che operano alla frontiera si trovano di fronte un numero ancora più alto di casi simili”, aggiunge Stokes.

MSF chiede agli organi europei e alle Istituzioni europee di assicurare il totale rispetto del diritto di asilo e condanna fortemente tutte le forme di maltrattamento ai confini: “Recinzioni, respingimenti e deterrenza non solo sono crudeli e inumani, ma anche inefficaci e non impediranno alle persone di ritentare l’attraversamento dei confini. Noi continuiamo a chiedere l’apertura di vie legali e sicure per le persone in cerca di protezione in Europa”, conclude Stokes.

MSF è presente in Serbia dalla fine del 2014 per fornire supporto medico e psicologico, rifugi, acqua e servizi igienici nei punti di accesso e uscita dal Paese. Dal gennaio 2016, MSF è presente a Belgrado con una clinica mobile che fornisce cure mediche di base e assistenza psicologica a chi è bloccato in insediamenti informali nel centro della città. Per tutto il 2016, MSF ha distribuito beni di prima necessità e fatto appelli per l’accesso alle cure, a ripari e protezione per le comunità vulnerabili bloccate in Serbia.


di Sara Maresca e Francesca Mapelli (Msf)

martedì 28 febbraio 2017

Ungheria costruisce un secondo muro al confine con la Serbia

EuroNews
Un muro solo non bastava l’ Ungheria, lunedì ha iniziato a costruire una seconda barriera anti-immigrati al confine con la Serbia. Quello del contrasto all’immigrazione è il cavallo di battaglia del governo di Orban, in vista delle elezioni del 2018. 


Zoltán Kovács portavoce dell’esecutivo ungherese in missione a Bruxelles, ha spiegato a euronews che la costruzione della struttura “è dovuta a tutto ciò che sta accadendo ai confini europei, ed ovviamente, anche all’accordo tra l’UE e la Turchia. 

Ma è dovuta più che altro al fatto che sono circa 80.000 le persone che stanno ancora percorrendo la rotta dei Balcani occidentali. La primavera sta arrivando e, secondo stime tedesche, ci sono almeno 6-6,5 milioni di persone in attesa di entrare nell’Unione europea “.
La nuova recinzione si aggiungerà al muro di filo spinato eretto nel 2015 per impedire l’accesso nel Paese di centinaia di migliaia di migranti in fuga soprattutto dalla Siria. La organizzazioni per i diritti umani denunciano le condizioni disumane in cui vengono lasciati migranti che bussano alle porte d’Europa.

mercoledì 25 gennaio 2017

I minori migranti vengono respinti illegalmente in Serbia. Violenze, torture da parte delle polizie di frontiera

Internazionale
Respingimenti illegali, violenze e torture da parte delle polizie di frontiera contro i migranti, anche minorenni, sono sempre più diffusi sulla rotta balcanica: lo denuncia un rapporto di Save the children, che ha registrato 1.600 casi di respingimenti illegali, segnati da violenze di questo tipo, negli ultimi due mesi. 

Campo per migranti di Presevo - Serbia
Si tratta di trenta casi al giorno, che coinvolgono anche bambini di otto anni. I ragazzi hanno denunciato di essere stati picchiati dai poliziotti oppure presi a morsi dai cani della polizia di frontiera per essere respinti al di là della frontiera. 

La Serbia non fa parte dell’Unione europea ed è diventata un territorio di transito per migliaia di persone che continuano a intraprendere la rotta balcanica, malgrado l’accordo tra Bruxelles e Ankara sui migranti del marzo del 2015. Secondo l’ong circa cento persone cercano ogni giorno di entrare nel paese.

Anche in Bulgaria i ragazzi sono esposti a violenze di ogni tipo e ai soprusi dei trafficanti. “Durante il viaggio ho avuto molti problemi, soprattutto nel bosco”, ha raccontato un minore afgano di 12 anni. “La polizia bulgara ci ha picchiato, ha preso i nostri soldi, ci ha chiesto perché veniamo in Europa. Abbiamo avuto molti problemi anche con la mafia”, ha continuato.

A Belgrado, la capitale serba, mille persone dormono in un magazzino vicino alla stazione ferroviaria con temperature di 15 gradi sotto zero. Secondo Save the children i minori sono il 46 per cento dei nuovi arrivati in Serbia, un quinto dei minori non accompagnati che stanno arrivando in tutta Europa.

Molti migranti e richiedenti asilo hanno paura di entrare nei centri per migranti ufficiali in Serbia, per il timore di essere arrestati o espulsi. Così tante persone si arrangiano e dormono per strada e in rifugi di fortuna, ma con le temperature invernali sempre più rigide sono stati registrati casi di congelamento e di malattie respiratorie causate dai roghi dei rifiuti, accesi per scaldarsi. Medici senza frontiere ha detto che la città “rischia di diventare una nuova Calais dove le persone rimangono bloccate”.

“In verità la crisi dei profughi non è terminata, è diventata semplicemente una rotta più pericolosa, specialmente per i minori”, ha detto Jelena Besedic di Save the children Serbia. “L’accordo tra la Turchia e l’Unione europea ha solo consegnato il controllo di questo business ai trafficanti, che stanno usando strategie sempre più pericolose per sfuggire al controllo delle autorità. Abbiamo visto ferite come quelle causate dai morsi di cani, persone che riportano ferite causate da trattamenti brutali durante i respingimenti”.

mercoledì 11 gennaio 2017

Belgrado, maltempo: oltre 7000 migranti costretti a vivere al gelo. Bambini e anziani a -22

La Repubblica
Sono al freddo e al gelo quasi 7000 migranti provenienti da Afghanistan, Pakistan e Siria in attesa di oltrepassare il confine ungherese a nord della Serbia. Bambini, anziani, intere famiglie che stanno vivendo in situazioni precarie a -22 gradi. Gli accampamenti di Belgrado non sembrano essere attrezzati per accogliere queste persone e ripararle dal freddo. L'Ungheria ha fatto una scelta politica nei riguardi dei rifugiati molto restrittiva: solo 20 persone al giorno sono ammesse come richidenti asilo entro i suoi confini.




martedì 15 novembre 2016

Migranti: Serbia confine con Croazia, 130 respinti dalla polizia serba che usa i manganelli

AnsaMed
Belgrado - Sono stati respinti i circa 130 migranti giunti a piedi da Belgrado e che da ieri sera sostano all'aperto a ridosso del confine fra Serbia e Croazia a Sid, dopo aver tentato oggi di forzare il cordone di poliziotti serbi e di avvicinarsi alla linea di frontiera con l'intenzione di passare in Croazia. Gli agenti hanno fatto uso di manganelli.

Immigrati al confine tra Serbia e Croazia
Dalla 'terra di nessuno' i migranti sono stati fatti indietreggiare di circa 300 metri, in territorio serbo. Dall'altra parte del confine è stato rafforzato il pattugliamento da parte delle guardie di frontiera croate. 

Le autorità di Zagabria hanno detto a più riprese che non consentiranno l'ingresso nel paese a migranti clandestini. Come riferiscono i media, i migranti - in massima parte afghani e pachistani e che Belgrado considera 'migranti economici' senza alcuna chance di entrare nella Ue - rifiutano la sistemazione in centri di accoglienza nella zona e intendono restare alla frontiera - nonostante il freddo e la pioggia - fino a quando i croati non decideranno di lasciarli entrare e proseguire il viaggio verso Italia e Francia - le destinazioni da loro indicate alla partenza venerdì a piedi da Belgrado. La situazione resta tesa ma non si sono registrati altri incidenti.
Secondo l'emittente regionale N1, i migranti avrebbero in realtà deciso di desistere dalla protesta, accettando di farsi riportare in treno a Belgrado e continuare a vagare per la città come avevano fatto fino a venerdì.

lunedì 19 settembre 2016

Serbia - Negli istituti l'80% dei bambini è disabile: segregati, curati male e lontano dalle famiglie

Corriere della SeraIn Serbia l’80% dei bambini che vive in istituto è disabile. A fare luce sulla situazione è «It is my dream to leave this place» (il mio sogno è lasciare questo posto), un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch con video e foto, che chiede al governo di promuovere l’inserimento dei minori con disabilità all’interno del contesto familiare in cui sono nati.


Julija è una bambina di 4 anni con la sindrome di Apert, una rara malattia genetica che si traduce in problemi di vista e udito, difficoltà di respirazione, ritardo cognitivo, dita palmate. È nata a Belgrado nel 2012. Medici e infermieri hanno subito consigliato ai genitori di lasciarla nel reparto maternità per poi metterla in un istituto per bambini disabili. Ivica e Jasmina non volevano farlo, tanto che hanno girato tutto il Paese prima di prendere una decisione. Julija ha trascorso 10 mesi in una comunità. Poi mamma e papà l’hanno riportata a casa, dove ha fatto molti progressi. 

A rischio lo sviluppo fisico e intellettuale
Quasi 90 pagine per descrivere come i bambini disabili serbi vivano lontano dai loro cari e con quasi nessun progetto individualizzato nei loro confronti: cosa che influisce sullo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale. L’indagine - scaricabile anche nella versione “facilitata” per le persone che hanno difficoltà di comprensione - si basa su 118 interviste a bambini con disabilità e loro famiglie, avvocati, personale delle istituzioni, funzionari governativi e documenta molteplici violazioni dei diritti dell’infanzia. Segregazione, negligenza, uso inappropriato delle cure mediche, mancato accesso all’istruzione, limitata libertà di movimento, negazione della capacità giuridica al raggiungimento della maggiore età, sono i problemi maggiori. Ma la relazione evidenzia anche alcune (poche) buone pratiche di servizi a supporto delle famiglie, che dimostrano come i bambini disabili siano in grado di essere accuditi nelle proprie comunità di appartenenza.

Troppi farmaci e poche opportunità future

Nel corso degli ultimi anni, il governo serbo ha introdotto alcune misure per salvaguardare i diritti dei più piccoli: il ministero delle Politiche sociali ha rafforzato l’affidamento, nel 2011 è stato istituito il divieto di collocare i bambini di età inferiore ai tre anni in istituto senza «giustificato motivo» e nel 2013 l’Unicef ha lanciato una campagna di sensibilizzazione per sostenere quelle famiglie, anche con bambini disabili, in cui vi è il rischio di separazione. Nonostante questi progressi, la mancanza di assistenza socio-sanitaria, la povertà e lo stigma continuano a far sì che i minori con disabilità vengano messi in una struttura. Nel 2014 ne è stata inaugurata una nuova a Šabac. Lo Stato ha evidenziato un leggero calo del numero di bambini disabili in istituto, ma la diminuzione è data dal compimento della maggiore età. Se l’obiettivo di queste strutture è quello di fornire protezione e cure “specializzate”, la realtà è che i minori con disabilità finiscono isolati dalla società, con poche opportunità e il rischio di rimanervi a vita. In tre dei cinque istituti visitati da Human Rights Watch, i bambini disabili vivono nello stesso reparto - se non addirittura nella stessa camera - degli adulti e spesso i farmaci psicotropi vengono utilizzati come mezzo per affrontare i problemi comportamentali.

lunedì 11 luglio 2016

Immigrati - Rotta balcanica - L'Ungheria respinge in Serbia migliaia di siriani, iracheni e afghani

ANSAmed
Belgrado - Nonostante la chiusura lo scorso marzo della cosiddetta rotta balcanica con il sigillo più o meno ermetico delle frontiere nei Paesi della regione, in Serbia da alcune settimane si registra una ripresa del flusso illegale di migranti e profughi mediorientali diretti in Europa occidentale.


A lanciare l'allarme e' stato Aleksandar Vulin, ministro del lavoro e affari sociali responsabile dell'emergenza migranti, secondo il quale gli arrivi più consistenti si registrano da Bulgaria e Macedonia. Belgrado accusa inoltre l'Ungheria di aver avviato un piano di respingimento forzato in Serbia di migliaia di migranti entrati illegalmente nel Paese nei mesi scorsi.

In tale situazione, ha detto Vulin alla tv pubblica Rts, almeno 1.500 profughi sono stati localizzati nel nord della Serbia, al confine ungherese, e oltre 500 a sud.

"I migranti stanno tornando in Serbia, e questo e' un problema preoccupante, Se in pochi giorni ne sono giunti 2 mila, si può immaginare cosa avverra' nei prossimi mesi. Noi non possiamo consentire questi flussi incontrollati", ha detto Vulin, che oggi parteciperà a una seduta di emergenza con altri responsabili serbu a Presevo, nel sud del Paese al confine con la Macedonia.

E nuovi gruppi di migranti - in prevalenza siriani, iracheni, afghani - si vedono nuovamente a Belgrado, dove sostano accampati nello spiazzo davanti alla stazione ferroviaria e degli autobus, lo stesso luogo che la scorsa estate accolse migliaia di rifugiati. Migranti che sono tutti alle mercè di gruppi criminali di trafficanti. Come ha riferito l'emittente private B92, diversi profughi hanno denunciato violenze e maltrattamenti subiti dalle polizie di Ungheria e Bulgaria, che avrebbero scatenato contro di loro anche i cani. 

mercoledì 9 marzo 2016

Migranti: Macedonia, Slovenia, Croazia e Serbia chiudono la rotta balcanica

La Repubblica
Tusk: "Stop è decisione a 28". Eccezione solo per chi chiede asilo nel Paese. Ungheria: "Lavoriamo alla costruzione di muro con la Romania"


Slovenia, Croazia e Serbia hanno cominciato oggi ad applicare le restrizioni alla frontiera per restaurare la normativa Schengen, il che suppone la chiusura effettiva della rotta dei Balcani per i rifugiati. Anche la Macedonia ha chiuso i suoi confini per i migranti, e dalla mezzanotte non si accettano più profughi nel centro di accoglienza di Gevgelija. Le autorità a Skopje hanno spiegato che ciò fa seguito alle decisioni di Slovenia Croazia e Serbia. Nessun migrante è entrato in Macedonia dalla Grecia nelle ultime ore, e in pratica la rotta dei Balcani è stata chiusa.

Una stretta arriva anche dall'Ungheria che ha deciso di rafforzare i controlli alle sue frontiere mettendo più agenti di poliza e più militari. Il ministro dell'Interno ha dichiarato che è già al lavoro per erigere il nuovo muro con la Romania e che se sarà necessario sarà pronto entro 10 giorni. Questo per bloccare un eventuale flusso di migranti e profughi che dovessero cambiare direzione e scegliere la Romania nel viaggio verso l'Europa occidentale.

"Il flusso irregolare di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali è finito. Non è una questione di azioni unilaterali, ma una decisione comune a 28", ha detto il presidente del consiglio europeo Donald Tusk su Twitter. "Ringrazio i Paesi dei Balcani occidentali per l'attuazione di parte della strategia globale europea per gestire la crisi dei migranti", ha aggiunto. "Abbiamo sempre tenuto in mente la possibilità di una frammentazione della rotta dei migranti e per questo abbiamo esteso le nostre videoconferenze dei Balcani occidentali a più Paesi, compresi Albania e Bulgaria", ha spiegato la portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud a chi chiede di possibili attivazioni di nuove rotte, ora che quella dei Balcani occidentali è stata chiusa.

"A partire dalla mezzanotte non esiste più come finora la migrazione attraverso la rotta dei Balcani", ha indicato nella notte il ministero sloveno dell'Interno. In questo modo, questi Paesi non permetterano il passaggio di grandi contingenti di rifugiati in treno o autobus, come successo negli ultimi mesi, e ogni persona sarà sottoposta a un controllo individuale. Potranno entrare in Slovenia "solo gli stranieri che rispettino i requisiti per entrare nel Paese", cioè quelli con i passaporti e i visti validi per la zona Schengen. 
Inoltre potranno entrare nel Paese quelli che abbiano l'intenzione di chiedere asilo e a quelli che, in base a un'indagine personale, venga concesso i passaggio per ragioni umanitarie.

martedì 19 gennaio 2016

Europa sempre più chiusa ai migranti. Controlli ai confini di Austria, Slovenia, Croazia, Serbia

Il Manifesto
Dopo l'Austria, la Slovenia. E poi a ruota, anche se non appartengono all'area Schengen, anche Croazia e Serbia si preparano a chiudere i propri confini per fermare i migranti. Cosa che potrebbe accadere già nei prossimi giorni.


Il temuto effetto domino che porta al ripristino dei controlli ai confini nazionali - rendendo così sempre più precaria la libera circolazione - si sta verificando sotto lo sguardo preoccupato di una Bruxelles che appare incapace di arginare la voglia di chiusura dei singoli Stati. Sabato era stato il cancelliere austriaco Werner Faymann ad attaccare l'Ue accusandola di non essere capace di proteggere le sue frontiere esterne e costringendo per questo Vienna a chiudere le sue per mettere fine al flusso di rifugiati. Ieri è stata la Slovenia ad annunciare di essere pronta a fare la stessa cosa se i suoi "interessi nazionali venissero messi a rischio".

Subito seguita dalla Croazia. L'ingresso di Zagabria nell'area Schengen sarebbe previsto per il 1 luglio, ma il nuovo governo di centrodestra che si insedierà a giorni si è già detto pronto a seguire l'esempio di Lubiana. "Non permetterò che la Croazia diventi un hot spot per i migranti" ha proclamato Tomislav Karamarko, probabile prossimo vicepremier. Infine, in serata, stesso annuncio è arrivato anche dalla Serbia, seppure con toni più moderati. "Continueremo a rispettare i diritti umani dei migranti e a garantire i massimi standard possibili - ha spiegato il ministro delle politiche sociali Aleksandar Vulin - ma ci comporteremo a seconda di come si comporteranno gli altri paesi nella rotta migratoria". Tutto questo mentre la Macedonia ha quasi finito la costruzione del suo muro metallico ai confini con la Grecia.

È un'Europa sempre più spaventata nel vedere sbriciolarsi giorno dopo giorno ogni parvenza di unità, quella che si prepara ad affrontare un 2016 irto di pericoli. Il prossimo 25 gennaio a Bruxelles è previsto un nuovo vertice di ministri degli interni in cui la questione migranti terrà ancora una volta banco. Ma le divisioni sono forti. L'Italia si presenterà con una sua proposta sui ricollocamenti dei richiedenti asilo, visto il fallimento del sistema messo a punto dalla commissione Ue (meno di 200 profughi ricollocati su 160 mila). In particolare si chiederà di sveltire le procedure burocratiche, oggi particolarmente complesse e per questo usate come scusa da quegli stati che non intendono accogliere i migranti. Ma si proverà anche a far entrare che arriva dall'Afghanistan tra coloro da ricollocare (insieme a siriani, eritrei e iracheni) visto che si tratta comunque è un paese ancora in guerra. Sarà dura.

La sopravvivenza di Schengen è anche uno dei punti del dossier messo a punto dalle europarlamentari Cecile Kyenge (Pd) e Roberta Metsola (Pp) presentato ieri sera a Strasburgo e in cui si torna chiedere un rafforzamento dei confini esterni dell'Ue e l'istituzione di corridoi umanitari per i migranti. L'atteggiamento di molti governi è però sempre più teso alla chiusura e non è escluso che a discutere del destino di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra saranno due, o forse tre fronti contrapposti.

Da una parte c'è infatti il blocco di Visegrad (Polonia, Ungheria, repubblica Ceca e Slovacchia) il più tenace sostenitore di una politica di chiusura verso i migranti. Ma si profila anche la possibilità di un nuovo gruppo di paesi - che si è già battezzato dei "volenterosi" -, che sull'onda di quanto proposto prima dall'Olanda e più recentemente dalla Germania, punta a costituire una mini-Schengen.

Ne farebbero parte Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia e Austria. Blocco che lascerebbe fuori Italia e Grecia, considerate responsabili di non aver attivato gli hot spot. Un'ipotesi che a Palazzo Chigi viene vista come il fumo negli occhi anche se per ora si evita ogni commento. Volendo, infine, si potrebbero aggiungere Macedonia, Slovenia, Croazia e Serbia, i paesi della rotta balcanica che già si vedono in separata sede. Più che l'Unione europea, un puzzle in cui tutti si guardano con sospetto.

Il paradosso è che chi, come la Gran Bretagna, fino a ieri era criticato per le sue misure contro i migranti, adesso appare quasi come un modello da seguire. La cancelliera tedesca Angela Merkel non sarebbe infatti più contraria ad adottare alcune delle proposte del premier Cameron come la sospensione per quattro anni di ogni forma di welfare per i migranti che arrivano nel Regno unito. E come lei sarebbero favorevoli anche altre capitali.

di Carlo Lania

mercoledì 25 novembre 2015

Incubo Isis alza muro sui migranti. Macedonia, Serbia e Croazia chiudono le porte.

Ansa
Macedonia, Serbia e Croazia chiudono le porte ai profughi provenienti in gran parte da Pakistan, Bangladesh, Marocco, Iran


Dopo gli attentati di Parigi non chiudere la porta ai migranti, ma anzi prepararsi ad accogliere un numero sempre maggiore di persone in fuga dall'Isis. Per coordinare la risposta dal punto di vista sanitario i rappresentanti dei 53 paesi della regione europea dell'Oms si sono ritrovati a Roma, in un meeting immaginato in un momento completamente diverso ma che ora si trova a fare i conti con uno scenario internazionale cambiato.

Macedonia, Serbia e Croazia hanno chiuso intanto le porte ai profughi provenienti in gran parte da Pakistan, Bangladesh, Marocco, Iran, Kurdistan e Paesi africani.

Labbra cucite con ago e filo: e' una delle forme estreme di protesta che decine di migranti hanno inscenato nelle ultime ore al confine fra Grecia e Macedonia contro la decisione delle autorita' di Skopje di consentire l'ingresso in Macedonia esclusivamente a migranti provenienti da zone di guerre e conflitti di Siria, Iraq e Afghanistan.

Una decisione analoga a quella adottata negli ultimi giorni anche daSlovenia, Croazia e Serbia, tutti Paesi lungo la 'rotta balcanica'che migliaia di migranti mediorientali continuano a seguire per raggiungere Germania e altri Paesi del nord Europa.

Le immagini raccapriccianti dei migranti con le bocche cucite postate sul web stanno suscitando sdegno e inquietudine crescenti fra i responsabili politici e delle organizzazioni umanitarie. In tanti fanno anche lo sciopero della fame rifiutando cibo e acqua offerti dalle tante organizzazioni presenti sul posto. Il numero dei migranti bloccati nella 'terra di nessuno' alla frontiera greco-macedone, perche' ritenuti semplici 'migranti economici' e non profughi che hanno diritto all'asilo aumenta di giorno in giorno, e secondo le autorita' di Skopje ad oggi erano non meno di 1.300.

Alcuni hanno deciso di far ritorno in Grecia, ad Atene, per cercare di raggiungere l'Europa occidentale per altre vie, mentre quelli che decidono di restare vivono in condizioni sempre piu' precarie, riparati alla meno peggio in piccole sotto la pioggia e ormai anche la neve e a temperature decisamente invernali. 'Non siamo terroristi', 'Vogliamo la liberta'', scandiscono a piu' riprese i 'migranti economici', molti dei quali scrivono in rosso sulla fronte il Paese da dove provengono. In tanti si mostrano a torso nudo con scritte sul petto quali 'Aprite i confini', 'Sparateci, ma noi non torniamo indietro. La' ci uccideranno'.

venerdì 17 luglio 2015

Iniziata la costruzione del muro anti-immigrati che dividerà l'Ungheria dalla Serbia

Corriere della Sera


È iniziata a Morahalom la costruzione del muro «anti-migranti» che dividerà l’Ungheria dalla Serbia: la barriera metallica sarà lunga 175 chilometri e alta quattro metri. Secondo quanto riferito giovedì dal ministro della Difesa ungherese Csaba Hende, i lavori termineranno entro il 30 novembre. Il costo del progetto è stimato in 21 milioni di euro