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martedì 12 dicembre 2017

Migranti in Libia - Unione Africana finalmente prende l'iniziativa di organizzare 20.000 rimpatri volontari per sottrarre uomini e donne alla schiavitù.

lanuovabq.it
Dopo la diffusione di filmati che riprendono la vendita come schiavi di emigranti clandestini arrestati in Libia, detenuti in centri governativi, e dopo che l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha dichiarato di aver raccolto prove a conferma, l'Unione Africana sembra essersi finalmente accorta del fatto che da anni centinaia di migliaia di Africani percorrono il continente clandestinamente, affidandosi a organizzazioni criminali, diretti in gran parte in Libia da dove sperano di raggiungere via mare l'Europa.


Quelli che non riescono nell'intento, arrestati prima di imbarcarsi, vengono rinchiusi in centri di raccolta, in condizioni deplorevoli. Si stima che attualmente siano 20.000 gli emigranti in questa situazione. Durante il summit Unione Europea-Unione Africana svoltosi a fine novembre ad Abidjan è stato deciso un piano di evacuazione urgente che dovrebbe consentire di rimpatriarli tutti entro sei settimane.

L'organismo pananfricano informa che sta già predisponendo i necessari servizi consolari e si è attivato per ottenere i permessi di atterraggio per gli aerei che riporteranno a casa gli emigranti. 

Alcuni stati africani pare abbiano già incominciato a rimpatriare i propri cittadini. Entro fine anno almeno 15.000 emigranti dovrebbero aver lasciato la Libia, sostiene il vicepresidente della Commissione dell'Unione Africana, Kwesi Quartey. I rimpatri saranno volontari, ha specificato Quartey, e verranno gestiti in collaborazione con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni.

sabato 2 luglio 2016

Eritrea: Consiglio Onu per i diritti umani, Unione africana indaghi su presunti crimini contro l’umanità

Agenzia Nova
Asmara - Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha invitato l'Unione africana ad indagare i vertici del regime eritreo per presunti crimini contro l'umanità. 

In una risoluzione approvata oggi, il Consiglio auspica un’inchiesta da parte dell’organismo regionale africano affinché siano consegnati alla giustizia i responsabili dei presunti crimini. 

Le autorità eritree, secondo quanto riporta l’emittente “Bbc”, hanno già descritto la risoluzione come “ingiusta e iniqua”. Il mese scorso una commissione d’inchiesta dell’Onu ha denunciato “crimini diffusi e sistematici contro l'umanità”, tra cui riduzione in schiavitù, omicidi e torture, commessi dal regime di Asmara negli ultimi 25 anni.

lunedì 28 dicembre 2015

Burundi sull'orlo del baratro. Ora l'Unione Africana alza la voce in maniera decisa

Famiglia Cristiana
Il braccio di ferro, ora, è tutto africano. E forse la crisi burundese si appresta a una svolta. Dopo mesi di pressioni internazionali, che poco o nulla hanno sortito, ora è l'Unione Africana ad alzare la voce in maniera decisa. Ma il Burundi non ci sta

L'Unione Africana ha votato venerdì 18 dicembre l'invio di 5 mila soldati nel piccolo Paese che da mesi è scosso da una profonda crisi politica, istituzionale e umanitaria. Da quando lo scorso aprile il presidente Pierre Nkurunziza ha ufficializzato la sua candidatura per un terzo mandato incostituzionale, la situazione non ha fatto che deteriorarsi.

Nonostante le proteste di piazza della popolazione della capitale Bujumbura, nonostante le pressioni internazionali, le elezioni si sono svolte a luglio e hanno ovviamente confermato la rielezione di Nkurunziza, dopo che gli altri candidati si erano ritirati in segno di protesta.
Da allora, una parte del Paese non riconosce più il presidente come tale. E da allora, le proteste vengono sistematicamente soffocate nel sangue.

Braccio di ferro con l'Unione Africana
Dopo i tanti tentativi della Comunità internazionale, ora ci prova l'Unione Africana. Erano stati dati tre giorni di tempo per accettare o respingere la missione, che prenderebbe il nome di Maprobu e avrebbe il compito di proteggere i civili e prevenire ogni ulteriore deterioramento della situazione.

E lunedì 21 dicembre il parlamento burundese, con le due camere riunite in seduta straordinaria, ha respinto la missione e chiesto al proprio governo di difendere la sovranità nazionale. Lo stesso ha fatto il Consiglio nazionale di sicurezza.

Le pressioni internazionali 
L'Unione Africana aveva già dichiarato che, in caso di rifiuto, potrebbe far ricorso all'articolo 4 del suo Atto Costitutivo, secondo il quale la comunità dei Paesi membri può decidere anche contro la volontà del singolo Stato, in caso di circostanze gravi, come genocidio o crimini di guerra e contro l'umanità.

La situazione è dunque su un pericolosissimo crinale. Il Burundi ha dichiarato che riterrà qualunque invio di truppe un atto di aggressione e agirà di conseguenza.

La comunità internazionale nel frattempo non sta a guardare, anche se da mesi preferisce adottare misure che lascino un seppur esiguo margine a possibili trattative. L'ultimo atto in ordine di tempo viene direttamente da Barack Obama, che sempre lunedì 21 ha emesso un decreto presidenziale secondo il quale a partire dal 1 gennaio prossimo esclude il Burundi dall'African Growth and Opportunity Act.

Da più parti si fanno pressioni perché il Burundi venga anche sospeso dal Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu. È davvero un ossimoro che sia membro del Consiglio un Paese che i diritti umani li sta calpestando con una sfrontatezza raramente documentata altrove.

Rischio genocidio
Il 12 novembre era stato il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a pronunciarsi, con una perentoria richiesta di proteggere i diritti umani e di cooperare con i mediatori africani per riaprire immediatamente “un dialogo inclusivo e genuino inter-burundese”, con l'allusione a possibili future “misure addizionali contro tutti gli attori burundesi le cui azioni contribuiscano a perpetuare la violenza”, ma nessuna sanzione mirata.

Il pressing per una presa di posizione era cominciato dopo che, all'inizio di novembre, era trapelata sugli organi di stampa nazionali la registrazione di un incontro a porte chiuse, in cui il presidente del senato Révérien Ndikuriyo usava parole di fuoco contro gli avversari, con un linguaggio simile ai messaggi di odio che precedettero il genocidio rwandese del 1994. Da lì si è cominciato a parlare a più riprese di “rischio genocidio” per il Paese.

Di nuovo, il 19 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha invocato una urgente accelerazione degli sforzi di mediazione da parte della East African Comunity e ha domandato ai governanti burundesi di cooperare pienamente con la missione di peacekeeping proposta dall'UA. Senza esito, come abbiamo visto.

Scontri a fuoco e repressione 
L'ultimo atto eclatante è stato lo scorso 18 dicembre, quando un assalto a quattro campi militari della capitale alle prime ore del mattino (da parte di un gruppo armato, pare di oppositori) ha causato una violenta controffensiva che ha lasciato sul terreno, a seconda delle fonti, dai 70 ai 200 morti, per la maggior parte civili.

Il tutto all'indomani dell'ennesima risoluzione del Parlamento Europeo, che chiedeva il congelamento di tutti gli aiuti non umanitari al governo burundese. “Circa la metà del budget del Burundi”, si leggeva nel comunicato del Parlamento europeo, “proviene dall'aiuto internazionale,con un contributo dell'UE di 432 milioni di euro per il periodo 2014-2020”.

Quotidiane sparizioni, uccisioni, rastrellamenti
La repressione iniziata la scorsa primavera, infatti, si è incattivita dopo le elezioni-farsa che hanno riconfermato Nkurunziza alla testa del Paese. Le opposizioni, le associazioni e la stampa libera (ormai quasi tutti rifugiati all'estero) documentano e denunciano quotidianamente rastrellamenti, uccisioni, esecuzioni extragiudiziali, spesso commessi da uomini in uniforme.

A essere colpiti sono per lo più uomini e giovani, a partire da chi si è segnalato per aver partecipato alle manifestazioni contro il terzo mandato, ma ormai gli arresti sono davvero arbitrari, chi capita capita.

Retate, punizioni collettive, prelievi forzosi che equivalgono a rapimenti veri e propri,anche se ad attuarli sono uomini in divisa. Tutto ciò è concentrato nella capitale Bujumbura e colpisce in particolare i quartieri contestatari in cui vive la minoranza tutsi, ma non solo loro. Il terrore è generalizzato. E a Bujumbura nel terrore ci si sveglia ogni mattina. Terrore per quello che può essere capitato nella notte, terrore per quello che può capitarti di giorno, dato che nessuno può più dirsi al sicuro. E terrore per gli orrori volutamente esibiti: chi viene prelevato dalle forze “dell'ordine” spesso sparisce. Ma altrettanto spesso viene ritrovato barbaramente ucciso il giorno dopo, il corpo gettato nelle strade, o nei fossati, spesso con segni di tortura, a volte col cranio sfondato o decapitato.

Un vero orrore esibito come monito, nelle strade in città, dove chiunque può passare e vedere. Un orrore esibito con una sfrontatezza che raramente si ricorda. All'estero, da Bruxelles a Ginevra a New York, si moltiplicano le riunioni e le misure restrittive. Ma il regime di Bujumbura pare infischiarsene, irridendo la comunità internazionale.

Vedremo se l'Unione Africana avrà buon gioco. Ma le riserve non mancano, dato che non sono pochi i presidenti (soprattutto nella regione dei Grandi Laghi e nell'Africa Centrale) che ignorano democrazia e alternanza e puntano a un terzo mandato incostituzionale, sulle orme di quel Nkurunziza che a parole tutti condannano.

martedì 20 ottobre 2015

Burundi - Unione Africana indaga su violenze, governo: “ingerenza”

MISNA
L’Unione africana (Ua) prepara un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Burundi e il governo di Bujumbura reagisce. 

Il presidente Pierre Nkurunziza
A ribattere al Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Ua, che sabato aveva annunciato l’apertura delle indagini, è il ministro degli Esteri Alain Aimé Nyamitwe.

“Cui sono sforzi condotti all’interno del paese, sono in corso sforzi a livello regionale. - ha detto il capo della diplomazia burundese - Che ora arrivino con un martello per prendere misure contro il Burundi ci dà il diritto di porci la domanda: queste misure arrivano veramente dal Consiglio per la pace e la sicurezza o da altrove?”. Nyamitwe si è dichiarato parzialmente contrario anche all’ipotesi della convocazione di un dialogo tra tutti i protagonisti della crisi burundese a Kampala o ad Addis Abeba. Pur dicendosi disposto a colloqui, il governo di Bujumbura mette infatti in questione la possibilità che questi si tengano in una località scelta da altri.

Dall’inizio delle proteste contro il terzo mandato (poi ottenuto) del presidente Pierre Nkurunziza, cominciate a fine aprile, sono stati circa 130 i morti, mentre oltre 200.000 persone si sono rifugiate all’estero.

[DM]

mercoledì 27 maggio 2015

L'Unione Africana, dopo il silenzio, cerimonia commemorativa per le ultime morti di migranti africani

MISNA
Ricordare le vittime del Mediterraneo con la promessa di una risposta “di ampio respiro”, sul piano della lotta alla tratta e su quello del contrasto alle emergenze economico-sociali e ai conflitti all’origine delle migrazioni: è il senso di una cerimonia commemorativa in corso ad Addis Abeba, su iniziativa dell’Unione Africana.
Nella Nelson Mandela Hall, all’interno del grattacielo sede dell’organismo continentale, sono riuniti ambasciatori dei paesi africani membri, rappresentanti di organizzazioni internazionali e della società civile, studenti e capi religiosi, migranti e loro familiari. “Le recenti tragedie nel Mediterraneo con la morte di oltre 2000 migranti dall’inizio dell’anno, le aggressioni mortali a migranti in Sudafrica e i disumani e assurdi assassinii di migranti non musulmani in Libia, tra i quali cristiani ortodossi etiopici e copti egiziani – si legge in una nota – hanno rinnovato l’attenzione per le sofferenze dei migranti, perlopiù rifugiati, richiedenti asilo, lavoratori, vittime di tratta e minori non accompagnati che cercano salvezza e opportunità migliori altrove”. 

Secondo l’Unione Africana, a determinare un aumento del numero delle persone che abbandonano i propri paesi stanno contribuendo “un peggioramento dei conflitti politici, economico-sociali, ambientali e soprattutto armati, le minacce alla pace e alla sicurezza nonché la povertà e altri fattori esterni”.

La commemorazione di oggi segue settimane drammatiche, segnate anche da alcune critiche all’indirizzo dell’organismo continentale e dei dirigenti africani. Tra le accuse rivolte all’Unione Africana anche quella di non aver convocato alcun vertice straordinario dopo la morte il mese scorso di oltre 800 migranti nel Canale di Sicilia. 

Delle morti nel Mediterraneo e del destino dei richiedenti asilo si occuperà oggi la Commissione dell’Unione Europea. Attesi i dettagli di un piano che prevede il trasferimento di decine di migliaia di richiedenti asilo giunti in Italia e in Grecia dall’Africa e dal Medio Oriente.

[VG]

mercoledì 6 maggio 2015

Africa migrazioni, dal Senegal l’appello all'Unione Africana: il continente agisca

MISNA
L’Unione Africana esca dal silenzio e prenda posizione sulla questione migratoria. A chiederlo è Amsatou Sow Sidibé, ministro consigliere nell’amministrazione del presidente senegalese Macky Sall.


Al capo dello stato, Sow Sidibé chiede di convocare a Dakar un vertice dell’Unione Africana (Ua). “Devono essere avanzate delle proposte concrete”, ha spiegato alla stampa, sostenendo che al momento “il silenzio è totale e gli stati africani non hanno preso coscienza delle loro responsabilità di fronte ai giovani frustrati di non avere lavoro né prospettive”.
Con le sue parole contro quella che definisce “schiavitù dei tempi moderni”, Sow Sidibé spera di sensibilizzare soprattutto la massima organizzazione continentale, dopo un nuovo naufragio che nei giorni scorsi ha provocato circa 40 morti nel Mediterraneo. All’indomani della morte di circa 800 persone nella più grave tragedia di sempre di questo tipo, il 19 aprile scorso, la presidente della Commissione dell’Ua, Nkosazana Dlamini-Zuma, aveva chiesto “soluzioni durevoli concrete e globali” ma senza formulare proposte.

[DM]

venerdì 30 maggio 2014

Africa - Al via la campagna dell’Unione Africana (Ua) contro i matrimoni di bambine

Misna
Interventi legislativi mirati e un più generale impegno di sensibilizzazione: sono i due pilastri sui quali si regge una nuova campagna dell’Unione Africana (Ua) che mira a contrastare il fenomeno delle bambine spose.
“La cultura o la religione – ha sottolineato Olawale Maiyegun, direttrice della Commissione affari sociali dell’Ua – non possono essere in alcun modo una scusa: bisogna porre fine a questa pratica che viola i diritti dei bambini”.

Secondo dati delle Nazioni Unite, ogni anno circa 14 milioni di ragazze sono costrette a sposarsi prematuramente. Molte di loro vivono in Africa. A sud del Sahara la situazione appare particolarmente critica in Niger e in Ciad, paesi dove i tassi di matrimoni in età precoce sfiorerebbero il 70%.