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domenica 26 maggio 2019

Papua Nuova Guinea - Nell'isola di Manus impennata dei tentati suicidi tra i richiedenti asilo abbandonati dall'Australia

Corriere della Sera
Dal 2013 l'isola di Manus, appartenente allo stato di Papua Nuova Guinea, è utilizzata dall'Australia come "parcheggio" di richiedenti asilo: le politiche di esternalizzazione della gestione delle domande d'asilo prevedono infatti che le persone dirette via mare verso l'Australia per chiedere protezione vengano trasferite in luoghi remoti (un altro è l'isola di Nauru) dove rimangono spesso a tempo indeterminato. 



La situazione a Manus è drammatica: l'80 per cento dei richiedenti asilo presenta acuti problemi di salute mentale. I tentativi di suicidio (12 dei quali portati a termine dal 2013) sono frequenti e hanno conosciuto un'impennata negli ultimi giorni: dal 19 maggio altre 12 persone hanno cercato di togliersi la vita e almeno cinque sono state ricoverate in ospedale.

Un anno e mezzo fa il governo australiano ha sospeso le terapie per le vittime di traumi e torture. Il primo ministro Scott Morrison, fresco vincitore delle elezioni, ha annunciato l'abolizione del "Medevac bill", la legge sull'evacuazione medica entrata in vigore appena tre mesi fa, che prevede il trasferimento in Australia dei richiedenti asilo di Manus e Nauru che hanno urgente bisogno di cure mediche.


Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini

venerdì 24 novembre 2017

Nuova Guinea. Violento raid della polizia nel "carcere" per rifugiati dell'isola di Manus

La Repubblica
Caos e violenze sull'Isola di Manus: dove la polizia ha fatto irruzione nel famigerato centro di detenzione per richiedenti asilo che fin dal 2012 ospita i migranti che tentavano di raggiungere l'Australia dai paesi dell'Asia sud-orientale. 


Dichiarato incostituzionale, il centro era stato chiuso lo scorso 31 ottobre, ma centinaia di persone avevano rifiutato di lasciarlo affermando di temere per il loro futuro e la loro sicurezza. Secondo le prime notizie decine di persone sarebbero state arrestate, compreso il portavoce dei richiedenti asilo, il giornalista iraniano Behrouz Boochani.

Il centro di Manus era nato in virtù di quella "Pacific Solution" firmata nel 2001 dove di pacifico c'era solo l'Oceano che i disperati tentavano di attraversare, ma che di fatto era una soluzione estrema per dissuaderli a raggiungere l'Australia. Il governo di Canberra aveva infatti firmato un accordo con la vicina Papua Nuova Guinea affinché, in cambio di aiuti economici, l'arcipelago si facesse carico dei rifugiati diretti in Australia. Nel 2012 erano nati così due centri di detenzione: quello di Manus, appunto, esclusivamente maschile e quello di Nauru per donne e bambini. Qui in teoria le persone sarebbero dovute rimanere il tempo di esaminare le loro domande d'asilo. Ma di fatto nessuna delle persone entrate è mai riuscita ad ottenere il visto d'entrata in Australia. I centri in breve tempo si sono trasformati in lager: tanto che sia Amnesty International che l'Unhcr ne avevano denunciato più volte sovraffollamento, soprusi, e violenze fra le diverse etnie, visto che nel campo c'erano iraniani, pachistani, siriani, afghani ma anche persone fuggite da Myanmar, Sri Lanka e perfino dalla Somalia.

Dopo la sentenza di un tribunale di Port Moresby arrivata dopo che nel 2014 violente proteste all'interno del centro erano sfociate nell'uccisione di un migrante iraniano e la condanna arrivata perfino dalle Nazioni Unite, ad agosto 2016 i governi di Australia e Papua Nuova Guinea avevano concordato la chiusura di Manus. Una scelta diventata esecutiva solo alla fine di ottobre 2017. Su seicento rifugiati presenti, però, almeno quattrocento avevano rifiutato di lasciare il centro di detenzione lamentando che il loro futuro era troppo incerto. Poco appetibile l'offerta di essere spostati in un altro campo a Lorengau, sempre sull'isola di Manus, tanto più dopo le minacce nei loro confronti da parte della popolazione locale. E anche le altre possibilità offerte non avevano nulla di convincente visto che si parlava o di rimpatrio o di trasferimento in altri paesi come la Cambogia. "Non vogliamo altre prigioni" avevano protestato i profughi occupando illegalmente il centro.

Nel raid di stanotte, denunciano i migranti attraverso foto e video postati su Facebook e Twitter, ci sono stati tafferugli, la polizia ha fatto numerosi arresti e ha distrutto i pochi beni di quelle persone affinché non avessero nulla a cui tornare. "Hanno bruciato le nostre scorte di cibo e le nostre coperte e distrutto la riserva d'acqua pulita".

Parlando alla radio poche ore fa, il ministro dell'immigrazione australiano Peter Dutton, l'evacuazione è avvenuta senza violenze, ma ha confermato la linea dura: "I contribuenti australiani hanno speso 10 milioni di dollari per una nuova struttura e vogliamo che si spostino". Al momento la situazione sembra essere sotto il controllo della polizia: secondo quanto riportato da Tim Costello, capo dell'associazione umanitaria World Vision Australia, presente fuori dal campo "la polizia ha costretto le persone rimaste a salire su dei bus che sono poi partiti".




di Anna Lombardi

giovedì 15 giugno 2017

Australia. Migranti: risarcimento record per richiedenti asilo detenuti in isola del Pacifico, per mettere a tacere gravi violazioni dei diritti umani.

Ansa
Un'azione collettiva di risarcimento danni per oltre 1.900 profughi e richiedenti asilo destinati all'Australia detenuti nell'isola di Manus in Papua Nuova Guinea nel Pacifico, si è conclusa con un accordo extragiudiziale per oltre 70 milioni di dollari australiani (49 milioni di euro), più costi legali per 20 milioni di dollari, il risarcimento più oneroso in materia di diritti umani nella storia australiana. 

Migranti detenuti nel campo Manus in Papua Nuova Guinea
I loro legali sostengono che l'Australia ha violato gli obblighi di assistenza (duty of care), tenendo i detenuti in condizioni che hanno causato danni fisici e psicologici. L'azione collettiva era stata avviata per conto di persone detenute nel centro fra il 2012 e il 2014. 

Il governo conservatore di Canberra ha concordato il risarcimento piuttosto che procedere con un processo di almeno sei mesi davanti alla Corte Suprema di Melbourne, che avrebbe richiesto deposizioni di 200 testimoni riguardo ad abusi sessuali e fisici sistematici, fra cui un omicidio per mano di guardie del centro durante disordini, oltre a trattamenti medici inadeguati che hanno portato a lesioni e decessi.

Il centro di detenzione stabilito a Manus dall'Australia, che si affianca a quello nel piccolo stato-isola di Nauru, un anno fa era stato definito incostituzionale della Corte Suprema di Papua Nuova Guinea, che ha dichiarato illegale la detenzione. 

La sua chiusura è programmata per il prossimo ottobre e rimane operativo ospitando quasi 900 uomini, il cui futuro rimane del tutto incerto, dato che l'Australia ha finora escluso di accoglierli. Il ministro dell'Immigrazione Peter Dutton ha affermato che l'accordo non costituisce ammissione di responsabilità e che il governo "respinge decisamente le rivendicazioni avanzate in questi procedimenti", spiegando che il governo è tenuto a "evitare, prevenire e limitare la portata di costosi procedimenti legali".
Le organizzazioni per i diritti umani accusano invece Canberra di aver accettato l'accordo come prezzo del silenzio per evitare che emergessero in udienze pubbliche evidenze di violazioni nei centri che sono coperti da totale segretezza. Il direttore del Centro legale per i diritti umani, Daniel Webb, ha detto che il caso è "una concessione importante e attesa a lungo che notoriamente ha causato danni profondi a persone innocenti verso cui l'Australia aveva obblighi di assistenza". E ha aggiunto che i profughi detenuti a Manus e a Nauru dovrebbero essere accolti al più presto in Australia.

venerdì 2 settembre 2016

Australia - Ex giudice Jim Macken offre scambio di persona per salvare un rifugiato detenuto nelle isole di Manus e Nauru

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un giudice in pensione di 88 anni, si è offerto di fare lo scambio di persona con un rifugiato trattenuto in detenzione in mare aperto. Vuole vivere volontariamente il resto della sua vita su Manus o Nauru in cambio di un rifugiato che deve essere accolto in Australia.

Jim Macken
Jim Macken, un ex giudice della corte industriale del New South Wales, funzionario del sindacato, e un membro dell'Ordine dell'Australia, ha scritto al ministro dell'immigrazione, Peter Dutton, offrendo lo scambio con un rifugiato detenuto su una delle due isole di detenzione al largo dell'Australia.

 Jim Macken, un ex giudice della corte industriale del New South Wales, ha criticato il la vergognosa detenzione in mare aperto dei rifugiati.
"Capisco che sia una richiesta insolita, ma la offro in completa sincerità. Il motivo per fare questa proposta è semplice. Non posso più rimanere in silenzio davanti a uomini donne e bambini innocenti che sono detenuti in condizioni spaventose su Manus Island e Nauru.E 'ancora peggio che essi sono detenuti in queste terribili condizioni, al fine di scoraggiare altri richiedenti asilo e rifugiati tentare di venire in Australia per cercare protezione. Il governo australiano sta affrontando il problema migratorio essenzialmente recludendo in questi campi come scudi umani, e questo è assolutamente immorale. Dato che questo è stato fatto nel mio nome io non posso rimanere in silenzio."
"Offro questa proposta per salvare almeno un rifugiato. Questo permetterebbe a una persona attualmente detenuto su Manus Island o Nauru il diritto di essere un cittadino australiano. Lo considererei un privilegio vivere i miei ultimi anni a Nauru o Manus Island in sua vece".
Ha anche offerto di rinunciare alla sua cittadinanza, se necessario.

Egli ha detto al Guardian che era pronto ad essere messo in detenzione di Nauru e Manus e rimanere lì fino alla morte. "Non ho niente da perdere. Se questo permette a un solo rifugiato di uscire fuori una di quelle isole, e dar loro la possibilità di una vita in Australia, sono pronto a farlo".

Ha detto che non era alla ricerca di pubblicità e lo "scambio" potrebbe accadere senza alcuna notifica pubblica.

Macken ha inviato la sua lettera a Dutton il mese scorso. Egli non ha ricevuto una risposta.

domenica 6 aprile 2014

Papua N.Guinea - Australia: I rifugiati dell'isola di Manus, tortura mentale e umiliazione "oltre ogni limite"

Asia News
È la denuncia del Segretario generale della Conferenza episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, p. Victor Roche svd, che ha da poco visitato il centro per richiedenti asilo (per la maggior parte asiatici) costruito dall'Australia e dalla Papua Nuova Guinea sull'isola di Manus.

Port Moresby - La gente nel campo di Manus "viene tutta da nazioni molto turbolente e ha bisogno di considerazione; invece vengono trattati come capri espiatori di problemi economici e politici globali. Sono trattati male solo per scoraggiare altre persone dal navigare verso le coste australiane. Ma in questo processo vengono umiliati oltre ogni limite". Lo dice p. Victor Roche svd, Segretario generale della Conferenza episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, che in questa intervista parla della sua recente visita sull'isola.

Cosa l'ha portata a visitare l'isola di Manus dal 17 al 20 marzo?
Come osservatore della Chiesa cattolica, sono stato alle udienze tenute dal giudice David Cannings con lo scopo specifico di stabilire se nel campo profughi vi siano o meno violazioni ai diritti umani. Il giudice Cannings ha preso questa iniziativa dopo gli scontri avvenuti sul posto il 16 e il 17 febbraio, quando un giovane rifugiato iraniano - Reza Barati - è stato ucciso e altre persone - più di 60 - sono state ferite, alcune in maniera grave. Alle udienze ha partecipato anche p. Dominic Maka, parrocco della chiesa di Lorengau, la capitale provinciale dell'isola di Manus. Eravamo circa 15 persone in tutto, inclusi alcuni rappresentanti dei media di Australia e Papua Nuova Guinea.

Il giudice Cannings ha emesso una sentenza sulla questione dei diritti umani?
Subito dopo l'inizio del processo, gli avvocati dello Stato Peter Kuman e Ian Molloy hanno presentato la richiesta di squalificare il giudice a causa di una pregiudiziale, ovvero il fatto che già in precedenza Cannings aveva presieduto un altro procedimento sul centro di Manus. E sono riusciti a ottenere una convocazione dalla Corte Suprema il 26 marzo. Tuttavia, se il giudice fosse stato lasciato libero di procedere avrebbe emesso la sua sentenza entro la fine di marzo.

Al di là di ogni possibile risultato ottenuto dall'inchiesta Cannings, in generale il processo ha portato qualche vantaggio?
Grazie al giudice Cannings, per la prima volta l'opinione pubblica e i membri della società civile hanno potuto visitare il centro dei richiedenti asilo e vedere le strutture. La mattina del 18 marzo, con il giudice Cannings siamo andati alla base navale papua di Lombrum, dove si trova il centro (a circa 30 minuti da Lorengau), in un convoglio di 7 macchine guidate dal comandante della polizia provinciale di Manus Alex Ndrasal. I media, invece, hanno ricevuto il permesso di entrare solo il 21 marzo. Arrivando presso il centro abbiamo visto moltissimo personale di sicurezza, composto da uomini e donne. Molti di loro erano papuani, e immagino che la maggioranza sia proprio di Manus. Ci hanno dato un foglio con la mappa delle strutture e un altro con la lista e il numero dei detenuti secondo la loro nazionalità.

Da dove vengono?
Per la maggior parte provengono dalle nazioni turbolente del Medio Oriente e dell'Asia. Il numero più elevato proviene dall'Iran (553): poi vengono Afghanistan (134), Pakistan (104) e Iraq (94). Ci sono anche 90 sudanesi, 47 somali e una manciata di nordafricani. Ci sono 74 bangladeshi, 69 che provengono dal Myanmar, 37 libanesi, 27 dallo Sri Lanka e 5 siriani. Almeno 40 persone sono apolidi. Il numero totale, al momento della nostra visita, era 1.296: tutti uomini, di cui 56 in ospedale. Donne e bambini sono tenuti in un altro centro, a Nauru, anche questa una parte remota del Pacifico. Durante la nostra visita, alcuni dei rifugiati hanno cercato di parlare con noi per lamentarsi della loro detenzione. Ma sono stati allontanati via con gentilezza dal personale di sicurezza. Ci hanno portato nel capannone dove sarebbe stato ucciso il detenuto iraniano, Reza Barati, e dove altri due sono stati gravemente feriti. All'ingresso c'era la sua fotografia. Diversi detenuti, in modo particolare quelli che vengono dall'Iran, lo presentano come un martire. Il comandante della polizia Alex Ndrasal ha detto alla sicurezza di rimuovere la foto, perché secondo lui può fomentare nuova tensione.

I detenuti hanno avuto la possibilità di parlare alla Corte?
L'udienza del 19 marzo è iniziata alle 9 del mattino. Sono stati presentati 17 affidavit  dei detenuti. In un paio di giorni sono stati portati in tribunale altri 11 detenuti. Di base hanno dichiarato tutti di essere stati portati con la forza sull'isola di Manus dalla remota isola Christmas nell'oceano Indiano, territorio australiano, e che gli è stato detto che non gli sarebbe mai stato permesso di sistemarsi in quel Paese. Hanno denunciato le dure condizioni del campo: uno ha parlato di pane con i vermi; altri di stanze minuscole e senza privacy, della mancanza di libertà e dell'incertezza riguardo al futuro. Hanno dichiarato di aver abbandonato Iraq, Somalia o Afghanistan perché minacciati di morte. Vorrebbero essere accolti in Australia o in una nazione che possa garantire la loro sicurezza. Dal campo possono comunicare via internet o telefono con le loro famiglie. Alcuni hanno paura del personale di sicurezza del campo. I bagni e le latrine vengono puliti sono quando si attendono dei funzionari in visita.

Che cosa pensa la popolazione di Manus del campo?
Il 19 marzo sera mi sono incontrato con i leader della parrocchia cattolica, circa 50 fra uomini e donne. Loro pensano che la decisione sul centro richiedenti asili di Manus sia stato deciso soltanto dai due governi di Australia e Papua Nuova Guinea. 'Noi non siamo stati consultati - dicono - e un problema australiano è stato spinto con la forza a Manus e in Papua Nuova Guinea. Siamo stati costretti ad accettarlo, che ci piaccia oppure no. Questo è un posto povero, e non sappiamo neanche cosa stia accadendo. Siamo solo spettatori. Siamo tristi e arrabbiati per la situazione nel centro: arrabbiati che abbiano scelto Manus e non un altro posto; tristi per la situazione dei detenuti all'interno del centro. Loro ritengono che l'Australia sia il Paradiso e la Papua sia l'inferno, e quindi per loro Manus è l'inferno. Si ritengono non al sicuro nel centro e a Manus. Potrebbero morire come Reza l'iraniano. Noi non sappiamo cosa accade realmente nel centro. Perché è avvenuta la protesta? Quali sono le parti coinvolte nella tensione? Chi e perché ha ucciso Reza? Ci sono alcuni benefici economici che sono stati promessi per Manus. E di questo siamo felici. Ma dobbiamo ancora vedere quali saranno gli sviluppi. Questi sviluppi hanno infatti un costo alto. Ci sono molte guerre al momento nelle nazioni musulmane, e la maggioranza dei detenuti nel centro è musulmana. Siamo preoccupati per i nostri figli? Cosa accadrà se alcuni di questi detenuti verranno rilocati a Manus? Quanto tempo rimarrà il centro sull'isola, qualche mese o qualche anno? Abbiamo bisogno di risposte. Abbiamo bisogno di dialogo e comunicazione fra la comunità di Lorengau e gli amministratori del centro'.

Cosa pensa che succederà?
Fare una previsione è molto difficile. Ho lasciato Manus il 20 marzo. Il giorno dopo alcuni giornalisti sono stati portati in visita nel centro. Ma allo stesso tempo la Corte Suprema ha fermato le udienze del giudice Cannings accettando le obiezioni degli avvocati dello Stato. Fra il 20 e il 23 marzo il primo ministro australiano Tony Abbot è stato in Papua Nuova Guinea. La questione dei richiedenti asilo era in agenda, ma la Papua ha reiterato il proprio impegno ad "aiutare l'Australia" e continuare a gestire il campo di Manus. La gente nel campo viene tutta da nazioni molto turbolente e ha bisogno di considerazione; invece vengono trattati come capri espiatori di problemi economici e politici globali. Sono trattati male solo per scoraggiare altre persone dal navigare verso le coste australiane. Ma in questo processo vengono umiliati oltre ogni limite. 

di Giorgio Licini - Missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere in Papua Nuova Guinea

mercoledì 19 febbraio 2014

Australia - Papua Nuova Guinea: un morto in scontri nel Centro detenzione australiano per migranti

La Presse
Una seconda notte di disordini dentro e nei pressi del centro di detenzione per richiedenti asilo stabilito dall'Australia nella remota isola di Manus in Papua Nuova Guinea, ha avuto sviluppi tragici, con la morte di uno dei detenuti. Altri 77 sono rimasti feriti, di cui 22 con lesioni gravi e uno in condizioni critiche con una frattura cranica. Un altro è stato colpito da un proiettile. Il ministro dell'Immigrazione Scott Morrison ha descritto come "una grande tragedia" la notizia della morte, ma ha aggiunto che si trattava di "una situazione molto pericolosa in cui delle persone hanno deciso di protestare in maniera violenta, sfondando le linee di recinzione e uscendo all'esterno, esponendosi a grave rischio".

All'esterno si sono scontrati con la polizia locale e sono stati violentemente aggrediti da abitanti dell'isola, anche all'interno del campo. I disordini sono scoppiati dopo un periodo di massima tensione nel centro, in cui sono alloggiati 1300 richiedenti asilo, quando questi hanno appreso che se anche otterranno lo status di profughi saranno accolti solo in Papua Nuova Guinea e in nessun altro paese. 

La notte precedente 25 richiedenti asilo erano riusciti a fuggire dal centro, ma sono stati presto catturati. Il precedente governo laburista australiano aveva stabilito nel 2012 due nuovi centri di detenzione per i profughi che tentano di raggiungere per mare le sue acque, a Manus Island e nel piccolo e remoto stato-isola di Nauru, sospendendo l'esame delle domande di asilo ed escludendo che anche chi ottenga lo status di profugo possa insediarsi in Australia. 

Una politica mantenuta e rafforzata con chiaro intento di deterrenza dal nuovo governo conservatore, che si è impegnato a fermare del tutto gli arrivi illegali via mare utilizzando unità della Marina e operando respingimenti verso l'Indonesia.

Quella dei richiedenti asilo è una questione molto emotiva in Australia, nonostante i numeri relativamente molto ridotti. Secondo dati dell'Alto Commissariato Onu per i profughi, nel 2012 l'Australia ha ricevuto solo il 3% delle domande di asilo globali

Le condizioni nei due campi remoti nel Pacifico sono state oggetto di dure critiche sia da parte di agenzie Onu che di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani. Queste denunciano che la detenzione prolungata in condizioni anguste e surriscaldate, combinata con la mancanza di chiarezza su quando le richieste di asilo saranno esaminate e dove la persona finirà, stanno causando un'epidemia di disturbi mentali. La portavoce dei Verdi per i profughi, Sarah Hanson-Young, ha ripetuto che il centro di Manus, come quello di Nauru, deve essere chiuso al più presto perché in piena violazione dei trattati internazionali sottoscritti dall'Australia. "Il gulag a Manus Island è inaccettabile", ha detto.

venerdì 13 dicembre 2013

Immigrazione: Australia; Amnesty International condanna la detenzione inumana sulle isole Manus

Ansa
Amnesty International non ha dubbi: il centro di detenzione per richiedenti asilo giunti via mare, stabilito dall'Australia nell'isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, è crudele, inumano, degradante e in violazione delle convenzioni contro la tortura. 

E' quanto emerge da un rapporto dettagliato dell'organizzazione. Il centro è praticamente inaccessibile ai giornalisti da quando è stato aperto lo scorso anno, ma tre ricercatori di Amnesty, accompagnati da interpreti, vi sono stati ammessi per una settimana il mese scorso.

Il rapporto traccia un quadro desolante della vita dei circa 1.100 uomini che vi sono rinchiusi e solleva in particolare diversi casi, fra cui il trasferimento nel centro per errore di minori non accompagnati, la mancanza di trattamento medico adeguato ai disabili e cattive condizioni in certe parti del campo in violazione della convenzione Onu contro la tortura. 

E sostiene che la mancata valutazione delle domande di asilo è intesa a incoraggiare i richiedenti asilo a tornare nel paese di origine. "Il personale medico ci ha riferito che oltre il 30% dei detenuti ora ha problemi di salute mentale.

Abbiamo parlato con persone che hanno espresso il desiderio di autolesionismo e anche di suicidio. Qualcuno ha detto che vorrebbe essere morto in mare". E' il secondo rapporto in meno di un mese che identifica una serie di violazioni dei diritti umani nel regime di detenzione in isole del Pacifico, a Manus e nel minuscolo stato-isola di Nauru. 

In novembre ispettori dell'agenzia dell'Onu per i profughi hanno denunciato come "inumani" i due centri di detenzione, affermando che mirano ad agire da deterrente piuttosto che verificarne lo status di profughi in condizioni "sicure e dignitose".

venerdì 26 luglio 2013

Australian immigration and asylum - Manus Island: a troubled history

The GuardianHigh rates of depression and under-resourced medical facilities are among the criticisms levelled at the PNG centre
The Manus Island detention centre was reopened by the Gillard government
 in November 2011, to the outrage of Amnesty International and refugee groups.
Photograph: SUPPLIED/PR IMAGE
The offshore immigration detention centre on Papua New Guinea'sManus Island, which is set to be expanded under the federal government's new asylum seeker policy, is one of the most controversial processing centres in the Australian network.

High rates of depression and anxiety among detainees, woefully under-resourced medical facilities and a lack of access for human rights organisations are just some of the criticisms that have been levelled at the detention centre.

Manus Island opened in 2001 along with another facility on Nauru under the government of John Howard as part of the "Pacific Solution" response to large numbers of people seeking asylum by boat. Among the 1,637 asylum seekers processed between the two centres were the 433 passengers from the Tampa.

Both centres were heavily criticised for the conditions asylum seekers lived in and the lack of access given to human rights organisations. The Australian human rights commission was denied assistance by the department of immigration in accessing Manus for inspection.

Kevin Rudd closed both centres in 2008, by which time no asylum seeker had been held at the Manus Island centre since the last refugee Aladdin Sisalem left in 2004. Sisalem was the sole detainee for 10 months at a cost to Australia of $250,000 a month.

In November 2011, the Gillard government reopened the centre – to theoutrage of Amnesty International and refugee groups – with 19 Iranian and Sri Lankan asylum seekers flown in from Christmas Island with federal police officers, Department of Immigration staff and medical staff.

In April 2013, ABC TV's Four Corners revealed a desperately under-resourced medical facility with no places for children, according to a doctor who worked in the centre on behalf of International Health and Medical Services (IHMS). At the time, the Australian government was paying IMHS $2.5m a month to provide health services for the Manus Island and Nauru centres.

Gillard and the prime minister of Papua New Guinea, Peter O'Neill, reached an agreement in late May to begin a tender process for construction to make the centre permanent. The government wanted to increase the capacity to hold 600 asylum seekers, including families, and 200 staff.

In July 2013, the United Nations high commissioner for refugeesreleased a damning report on the state of the centre, finding that every asylum seeker housed there displayed signs of depression and anxiety.

The most recent transfer of asylum seekers to Manus Island was in July 2013, with 18 single adult males moved under escort from Australian federal police. It was the 18th transfer since the re-opening.

Helen Davidson