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giovedì 5 novembre 2020

Scontri etnici in Etiopia - 54 civili uccisi nella regione dell'Oromia. Sono donne , bambini, anziani di etnia Amhara

Blog Diritti Umani - Human Rights
Secondo Amnesty International, almeno 54 persone sono state uccise in un attacco dei ribelli nella regione dell'Oromia in Etiopia nel fine settimana, . 


I sopravvissuti al massacro hanno contato 54 corpi in un cortile della scuola nel villaggio di Gawa Qanqa, che è stato preso di mira domenica. Si sospetta che la strage sia stata effettuata da membri dell'Oromo Liberation Army (OLA). 

La maggior parte delle vittime erano donne, bambini e anziani, secondo i sopravvissuti che si erano nascosti nelle foreste vicine. 

È probabile che l'incidente aumenti la pressione sul primo ministro, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace lo scorso anno, con richieste di migliorare la sicurezza in un paese alle prese con la violenza etnica. 

La violenza si è verificata in un'area dell'Etiopia occidentale nota come Wollega. Gli aggressori hanno preso di mira membri del gruppo etnico Amhara, il secondo più grande dell'Etiopia, e le vittime "sono state trascinate fuori dalle loro case e portate in una scuola, dove sono state uccise". 

Lunedì scorso, il governo regionale di Oromia ha detto che gli autori appartenevano all'OLA, un gruppo accusato di rapimenti e attentati dinamitardi nell'Etiopia occidentale e meridionale. Un sopravvissuto di Wollega ha detto che la violenza è esplosa dopo che le forze di sicurezza di stanza nell'area si sono improvvisamente e inspiegabilmente allontanante, consentendo ai combattenti dell'OLA di radunare i civili e di realizzare il massacro. 

ES

Fonte: The Guardian : At least 54 killed in Ethiopia massacre, says Amnesty

martedì 3 novembre 2020

La guerra dimenticata nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni, di nuovo gli armeni attaccati dai Turchi e l'Europa con tutto l'Occidente stanno a guardare - di Domenco Quirico

La Stampa
Nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni si annienta un popolo
Gli armeni sono un ostacolo ai piani imperialisti turchi. Mentre l’Europa con tutto l’Occidente sta a guardare

Nel Caucaso esiste un angolo di terra che si chiama Armenia e un altro, ancor più piccolo, che si chiama Alto Karabakh. È un luogo. Pianure e montagne vi sono, e fiumi, laghi, foreste, città e burroni di pietra, e tutto è bello, non meno bello che in un altro luogo qualunque al mondo. Soltanto armeni vi sono e abitano da secoli questa terra. Ecco: esiste la terra e su di essa gli uomini, tre milioni di uomini.

Il dolore di una madre sulla tomba in cui è stato appena sepolto il 
figlio morto in combattimento (foto di Roberto Travan)

Dalla fine di settembre, da quando gli azeri e i loro alleati turchi hanno attaccato l’Alto Karabakh per conquistarlo, c’ è la guerra. Gli armeni la conoscono. Possono aprire un libro e raccontare un genocidio, il primo del secolo. Fulmineamente sembra che il tempo non sia passato per questo popolo risorto; abitano quella terra e pensavano di essersi finalmente meritati la benedizione di quella bellezza, il dono della sua ricchezza, per gli anni che hanno passato, e le città che erano state distrutte, i padri figli i fratelli uccisi, i cuori viventi ottenebrati dall’odio.
[...]
è un tentativo di eliminare gli armeni, un altro, l’ennesimo di distruggere questa piccola tribù cristiana che per i suoi nemici è gente che non ha nessuna importanza, e la cui storia è finita, le cui guerre sono state già tutte combattute e perse.
[...]
Questo massacro non è una appendice delle guerre del fanatismo, delle guerre di dio. È semplicemente un passaggio del disegno del nuovo impero ottomano che Erdogan ha raccolto dalle mani del subdolo sultano Abulhamid, dalle elucubrazioni omicide dei Giovani turchi che firmarono l’eliminazione di un milione e mezzo di armeni durate la Prima Guerra mondiale. Il progetto prevede che la Turchia e l’Azerbaigian si colleghino in questa area turcofona dell’asia centrale. Il Karabakh armeno sta in mezzo, bisogna spazzarlo via.
Domenico Quirico

lunedì 2 novembre 2020

Gigi Proietti - La sua sensibilità e l'impegno per la difesa dei diritti umani nella battaglia contro la pena di morte nel mondo

Blog Diritti Umani - Human Rights

Ricordiamo la sensibilità e la statura umana di Gigi Proietti che si è impegnato anche nella difesa dei diritti umani. 


In questo video lo vediamo impegnato ad interpretare un brano al Colosseo durante l'evento: "Cities for Life. Città per la vita. Città contro la pena di morte", organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio il 30 novembre 2007

domenica 1 novembre 2020

Grecia - Rifugiati. Lesbo l'inferno degli sfollati dell'incendio di Moria nel "nuovo" campo di Kara Tepe in una condizione disumana

Avvenire
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. 
Lesbo - Il campo profughi di Kara Tepe dopo la pioggia

Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Lesbo - Il "nuovo" campo di Kara Tepe che accoglie 8.000 profughi

Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.

"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.

Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).

Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.

Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.

Francesca Ghirardelli

venerdì 30 ottobre 2020

Migranti: Oim, naufragio in Senegal, almeno 140 morti - Il più grave del 2020, ma non fa notizia

Ansa
Almeno 140 persone sarebbero morte al largo del Senegal nel naufragio di una imbarcazione di migranti, avvenuto la scorsa settimana. Lo riferisce l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Sarebbe il naufragio più grave del 2020.
 

L'imbarcazione trasportava circa 200 migranti e, secondo alcuni media locali, le marine senegalesi e spagnole, e i pescatori che si trovavano nelle vicinanze, ne hanno salvati 59, e recuperato i resti di altri 20. 

I membri della comunità locale hanno riferito all'OIM che la nave è partita sabato 24 ottobre da Mbour, una città costiera nel Senegal occidentale, diretta alle Isole Canarie. L'imbarcazione avrebbe preso fuoco poche ore dopo la partenza e si è capovolta vicino a Saint-Louis, sulla costa nord-occidentale del Senegal. 

L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) "è profondamente addolorata per questa recente tragedia - si legge in una nota - , che segue quattro naufragi registrati nel Mediterraneo centrale la scorsa settimana e un altro nella Manica". 

"Chiediamo l'unità tra i governi, i partner e la comunità internazionale per smantellare le reti di traffico e contrabbando che sfruttano i giovani disperati", ha detto Bakary Doumbia, capo della missione dell'OIM in Senegal, segnalando anche l'importanza di sostenere "canali legali potenziati per minare il modello di business dei trafficanti e prevenire la perdita di vite umane".

mercoledì 28 ottobre 2020

USA - Ancora oltre 500 i bambini migranti separati dai loro genitori, frutto della stretta migratoria di Trump nel 2018

Il Dubbio
A tre anni dalla stretta dell’amministrazione Trump sull’immigrazione clandestina, sono ancora 545 i bambini rimasti soli negli Usa dopo il rimpatrio dei loro genitori, in seguito al tentativo di varcare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Bambini separati a forza e affidati alla poco accurata custodia delle autorità.

È quanto emerge da una denuncia depositata dall’“American civil liberties union”, una delle Ong che sta cercando di ricongiungere i minori alle loro famiglie, che non hanno più loro notizie da due o tre anni.

Nella fretta di applicare la nuova politica di tolleranza zero inaugurata ufficialmente nell’aprile 2018 ( ma di fatto avviata l’anno prima con un progetto pilota riservato), molti adulti erano stati respinti in Messico senza che le loro generalità fossero registrate. Nel frattempo, i loro figli erano rimasti nei centri di detenzione in territorio statunitense.

E, in mancanza di elementi per localizzare i loro genitori, a centinaia restano ancora negli Stati Uniti, presso famiglie affidatarie o lontani parenti.

La politica di separazione dei bambini dalle famiglie era stata interrotta da Donald Trump con un ordine esecutivo nel giugno 2018 in seguito all’ondata di indignazione internazionale ( e – pare – le pressioni della first lady). Nel frattempo, ricostruì il quotidiano britannico Guardian, in un’inchiesta, 2.300 minori di età inferiore ai 12 anni erano stati allontanati dai loro genitori, senza sapere se e quando li avrebbero mai rivisti.


martedì 27 ottobre 2020

27 ottobre - Ricordo di Dominique Green - Condannato a morte

santegidio.org
Le lettere di questo giovane afroamericano dal braccio della morte hanno ispirato dal 1995 la campagna per l’abolizione di Sant’Egidio. La sua richiesta di non essere non dimenticato e la sua storia di dolore è ancora attuale nella vita di tanti altri che si trovano nelle prigioni del mondo dove si toglie la vita.