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domenica 10 novembre 2019

Rifugiati climatici - Saranno più di 200 milioni in questo secolo, ma non hanno nessuno status e nessun diritto

Il Manifesto
Migrazioni. Tra i 200 e i 300 milioni in questo secolo, secondo il Rapporto Green economy 2019. Non esiste ancora uno status che riconosca protezione a chi scappa dalle catastrofi ambientali


Potrebbero essere tra i 200 e i 300 milioni, le persone costrette a migrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici nel corso del secolo, sempre che non si riesca a contenere l’aumento di temperatura sotto dei due gradi come indica l’Accordo di Parigi.


Il dato si legge nell’ultima pagina della Relazione sulla Green Economy 2019 presentata il 6 novembre a Rimini in occasione della fiera Ecomondo. Per quanto sia difficile fare previsioni accurate e precise, questi numeri forniscono un ordine di grandezza della gravità del fenomeno. 

Del resto la Banca Mondiale, in un suo rapporto pubblicato lo scorso anno dal titolo Preparing for Internal Climate Migration (Misure per la migrazione climatica interna) stima in 143 milioni le persone che potrebbero essere costrette a spostarsi all’interno dei loro Paesi per sfuggire agli impatti a lungo termine dei cambiamenti climatici. 

Il fenomeno riguarderà maggiormente i Paesi più poveri, ma nemmeno l’Italia ne sarà immune: nella Relazione presentata ieri si fa una previsione su quello che potrebbe accadere nel nostro Paese in assenza di misure di mitigazione e adattamento: entro il 2050 le persone esposte solo al rischio inondazione per effetto dell’innalzamento del mare potrebbero essere dalle 72mila alle 90mila (oggi sono 12mila), mentre a fine secolo potrebbero salire a 198-265mila.

A livello globale i movimenti migratori più massicci avverranno in una cinquantina di Stati dove, per altro, si prevede che la popolazione raddoppi entro il 2050. Sono Paesi che hanno meno risorse per affrontare i rischi e la cui sopravvivenza dipende proprio da quei servizi ecosistemici (foreste, coste, laghi e fiumi) che sono più minacciati. Negli ultimi due decenni la maggior parte delle migrazioni riconducibili ai cambiamenti climatici si sono verificate nei Paesi non-Ocse, ovvero quelli in via di sviluppo, e il 97% degli sfollati per eventi estremi improvvisi del periodo 2008-2013 è avvenuto in Paesi a reddito medio basso.

A spulciare poi le comunicazioni nazionali che i vari Stati forniscono al segretariato dell’Accordo di Parigi, si scopre che 44 Paesi su 162 (principalmente da Africa, Asia Pacifico e Oceania) fanno preciso riferimento a fenomeni di migrazione, interna e non, dovuti al clima. Anche gli scienziati dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) mettono in guardia: nel rapporto presentato la scorsa estate dedicato al suolo e ai rischi di degradazione degli ecosistemi si avverte che questi fenomeni non faranno che amplificare la migrazione ambientale, là dove gli eventi estremi metteranno a repentaglio la sicurezza alimentare e la possibilità stessa di vivere in ambienti sconvolti dall’aumento delle temperature o dalla desertificazione dei suoli.

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Daniela Passeri

Migranti - Il Memorandum Italia-Libia firmato con i criminali che gestiscono i lager, luoghi di tortura. Di Emma Bonino

Il Riformista
Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all'epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco. Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati "campi di accoglienza" sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.
Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l'arresto - oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani - è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l'ufficiale della guardia costiera. 

E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.

Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte "autorità libiche", ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all'innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione - come emerge da una recente inchiesta di Euronews, - a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall'Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.

La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che "l'esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse [...] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative". Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.

Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos'altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all'orrore dei campi libici.

E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall'ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l'attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell'Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall'ex ministro in altre circostanze - in particolare di fronte all'alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell'estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili - come gli accordi con la Libia - sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.

Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.

Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l'Italia e l'Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?

Emma Bonino

sabato 9 novembre 2019

Perugia - Presentazione del libro "Liberi dentro" presso l'Università per Stranieri -

Blog Diritti Umani - Human Rights
Mercoledì 20 novembre alle ore 16.00 - Perugia -  Palazzo  Gallenga - Sala Goldoni

L'Università per Stranieri di Perugia" promuove la presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

Saluto della Rettrice Giuliana Grego Bolli
Presiede e modera
Valerio De Cesaris - Università per Stranieri di Perugia
Intervengono:
Fabio Gianfilippi - Magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Spoleto
Stefano Anastasia - Garante dei Detenuti del Lazio e dell'Umbria
Luciano Morini - Comunità di Sant'Egidio
Chiara Pellegrini - Vicedirettrice del Carcere di Spoleto

Sarà presente l'autore

Presentazione del libro "Liberi dentro" tra gli eventi di "Milano Book City"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Domenica 17 novembre alle ore 16.00 - Casa dell'Amicizia - Via degli Olivarani, 3 
La Comunità di Sant'Egidio promuove la presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni




Il video della presentazione >>>
Ne discuteranno con l'autore:
Lucia Castellano - Direttrice Generale per l'Esecuzione penale esterna e di Messa alla prova - Ministero della Giustizia
Don Virgilio Balducchi - Già Ispettore generale dei cappellani delle carceri
Don Gino Rigoldi - Cappellano IPM C. Beccaria - Fondatore Comunità Nuova


30 anni fa cadeva il Muro di Berlino e si è aperta una nuova epoca segnata dai muri. Nel 1989 i muri nel mondo erano 16 oggi sono 63

Corriere della Sera

Trent'anni fa la caduta di un Muro chiuse la Guerra Fredda. Trent'anni dopo l'America chiude i battenti, la più lunga serrata della storia, pur di costruire un Muro. 


Fino al 1989 l'Occidente voleva abbattere le barriere per liberare chi vi era rimasto dentro. Nel 2019 vuole innalzarle per tenere fuori chi vuole entrare. Non c'è niente di più simbolico di una semplice parete di cemento per capire come è cambiata la storia del mondo in soli tre decenni. 

Con il Muro di Berlino finì la grande illusione del comunismo; quella di un nuovo ordine liberale sta svanendo adesso.

Scambiammo la globalizzazione con il cosmopolitismo, e ne stiamo pagando il prezzo con la rivincita delle nazioni. La storia, che al professor Fukuyama sembrava finita, si è rimessa in moto, ma all'indietro. Quando i berlinesi si liberarono del loro, di muri nel mondo ce ne erano 16. Trent'anni dopo sono 63. Una recinzione per tener fuori i messicani si erge già per più di mille chilometri, con tanto di sensori elettronici e visori notturni, ma a Donald Trump non basta. Dal canto loro i messicani se ne sono fatta una per tenere fuori i guatemaltechi. L'Ungheria, il Paese che rese inutile il Muro di Berlino smantellando il filo spinato elettrificato che sbarrava la frontiera con l'Austria, e aprendo così un varco verso Occidente ai tedeschi in fuga dall'Est, si è ora rifatta la sua barriera di filo spinato, lunga 175 chilometri e alta tre metri e mezzo, sul confine con la Serbia, per fermare gli immigrati.

I popoli che erano rimasti imprigionati dietro la Cortina di Ferro oggi sono i più ansiosi di costruirsene una nuova. 

E dove c'è il mare, e non si possono costruire muri, si chiudono le frontiere, come con la Brexit, o i porti, come con Salvini. 

Da che mondo è mondo, le civiltà umane usano le opere in muratura come un codice politico, un programma culturale, costruendo o abbattendo. L'imperatore Quin Shi Huang unificò la Cina facendo la Grande Muraglia. I comuni italiani, al culmine del successo, elevarono cattedrali e torri. Osama bin Laden è passato alla storia per le sue doti di demolitore. Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti. Alla fine dell'Ottocento il Circo Barnum portò su quello di Brooklyn ventuno elefanti per convincere i newyorkesi che era stabile e solido. Genova deve ancora abbattere il ponte Morandi per poterne avere uno così.

Chi ha speranza costruisce strade. Sulle vie dell'impero romano ha viaggiato la civiltà, merci e idee, soldati e apostoli. Al suo apogeo la rete si dipanava per centomila chilometri di vie lastricate, che univano tra di loro 32 nazioni dei nostri giorni. Senza quelle strade il cristianesimo non ce l'avrebbe mai fatta a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo a grande velocità, e la storia d'Europa sarebbe forse stata diversa. Più barbarica, per dir così. 

Ecco perché lo scontro politico sulla Tav e le infrastrutture è tutt'altro che banale, e anzi è forse la vera chiave della tenuta del governo. Si confrontano due culture, non solo due partiti. I leghisti vorrebbero chiudere l'Italia al Sud, al flusso che viene dall'Africa, ma aprirla verso il Nord, ai commerci con l'Europa. I Cinque Stelle si sentono aperti al Mediterraneo, ma preferiscono chiudersi all'Europa, pur di non scavare una galleria in una montagna. Sono ecologisti, ma hanno più tolleranza per il gasolio dei gilet gialli che per i binari di un treno. Non vogliono i tunnel ferroviari ma neanche le autostrade. Sognano un'Italia a chilometro zero. Alla moviola. Speriamo almeno che tra i due contendenti non finisca in pareggio, con l'Italia che si chiude al Sud e al Nord contemporaneamente. Costruire è il destino dell'uomo. L'autostrada del Sole fu fatta al ritmo di 94 chilometri all'anno, e lo chiamammo boom economico. Nell'Italia di oggi non si muove niente, e la chiamiamo stagnazione.

Antonio Polito

venerdì 8 novembre 2019

Giappone. Detenuti di un Centro per l'immigrazione in sciopero della fame

Agenzia Nova
Una decina di cittadini stranieri detenuti presso un centro per l'immigrazione a Osaka, in Giappone, hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il protrarsi del loro confinamento nella struttura. 


Lo riferisce l'agenzia di stampa "Kyodo", secondo cui la maggior parte di quanti prendono parte allo sciopero della fame sono rinchiusi nel centro da oltre due anni. L'Ufficio per l'immigrazione giapponese non ha fornito commenti ufficiali, limitandosi ad affermare che "non esistono situazioni che necessitino di essere resi pubblici.

I detenuti chiedono un miglioramento dei servizi medici e una maggior selezione di beni acquistabili all'interno della struttura, oltre alla fine delle detenzioni di lungo termine e ai respingimenti ingiustificati delle richieste di rilascio. 

Ad aprile dello scorso anno 40 cittadini stranieri detenuti in un centro per l'immigrazione a Ushiku, nella provincia di Ibaraki, avevano intrapreso uno sciopero della fame dopo il suicidio di un uomo di nazionalità indiana nella struttura.

La clemenza dell'Oklahoma. 462 detenuti scarcerati. Il più importante provvedimento di clemenza nella storia degli USA

Internazionale
Il 4 novembre 462 persone detenute nelle carceri dell'Oklahoma per reati non violenti sono state scarcerate dopo che il governatore Kevin Scott, repubblicano, ha commutato la loro pena. Altri 56 detenuti torneranno in libertà nei prossimi mesi.

Un carcere in Oklahoma
"Si tratta del più importante provvedimento di clemenza nella storia degli Stati Uniti", scrive Vox, "ed è una delle tante misure adottate negli ultimi anni dall'Oklahoma per ridurre la popolazione carceraria e fare in modo che le persone condannate per reati non violenti riescano a rifarsi una vita e a reinserirsi nella società".

La decisione rivela un cambio di approccio sul tema dell'incarcerazione di massa, che non riguarda solo l'Oklahoma. In tutto il paese molti politici, sia democratici sia repubblicani, cominciano a dare retta agli studi secondo cui sentenze lunghe per reati non violenti non riducono il crimine e non rendono la società più sicura, e che dimostrano come l'attuale sistema sia discriminatorio nei confronti delle minoranze.