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sabato 9 novembre 2019

Presentazione del libro "Liberi dentro" tra gli eventi di "Milano Book City"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Domenica 17 novembre alle ore 16.00 - Casa dell'Amicizia - Via degli Olivarani, 3 
La Comunità di Sant'Egidio promuove la presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni




Il video della presentazione >>>
Ne discuteranno con l'autore:
Lucia Castellano - Direttrice Generale per l'Esecuzione penale esterna e di Messa alla prova - Ministero della Giustizia
Don Virgilio Balducchi - Già Ispettore generale dei cappellani delle carceri
Don Gino Rigoldi - Cappellano IPM C. Beccaria - Fondatore Comunità Nuova


lunedì 29 aprile 2019

Cambiare in carcere si può - Recensione su Notizie/Italia/News del libro: "Liberi dentro - cambiare è possibile, anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

Notizie/Italia/News
Sono tanti i libri usciti negli ultimi anni che hanno sottolineato la “centralità” della questione carceraria, partendo dalla convinzione dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana. 


Eppure la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato per ben due volte l’Italia a motivo delle violazioni presenti nelle carceri. È ormai noto a tutti quanto il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti. Malgrado l’adozione di alcuni provvedimenti, dopo tali condanne, per rimediare alle gravissime disfunzioni, restiamo lontani da una soluzione. Eppure già la Costituzione italiana avvertiva con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (art. 27).

Sull’umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere (Infinito Edizioni, 2019, pagine 192, euro 14). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell’incredibile, l’autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi. Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. 

Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull’amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l’autore che viene “dalla libertà”. Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant’Egidio all’esterno del carcere). In tal senso, il libro di Savasta non è un libro “tecnico”, per addetti ai lavori, anzi. E’ veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere.

Certo, è il libro di un cristiano che ha fatto propria la nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Sono poche parole – come quelle delle altre opere di misericordia –, che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Tuttavia, l’autore utilizza un linguaggio decisamente semplice e parla laicamente a tutti, riuscendo a rappresentare una umanissima complessità, quella del carcere, in cui spesso volontà di riscatto ed incapacità di tener fede ai propositi, sono compresenti e non consentono al lettore di prendere una posizione netta. 

E’ evidente, comunque, che il libro s’inscrive nella tradizione cristiana ininterrotta della pratica della visita ai carcerati, tra le più pervase di misericordia. E spesso è stata all’origine di una nuova e più umana condizione dei carcerati e degli stessi edifici nella loro struttura architettonica sino al cambiamento del termine, da carceri a penitenziari, ossia luoghi di penitenza in analogia ai conventi. E la penitenza era tesa alla redenzione, al cambiamento del colpevole, perché potesse reinserirsi nella società. 

Tale amore per i carcerati – di cui ha tanto scritto Vincenzo Paglia - ha spinto molti credenti lungo i secoli a frequentare i luoghi di reclusione e a sviluppare una preziosa e molteplice azione tesa comunque ad umanizzare le carceri. Basti pensare al patrocinio gratuito, alla visita giornaliera, all’aiuto culturale con libri consegnati alle diverse stanze, al privilegio di poter liberare un condannato a morte, e così oltre. Le amministrazioni cittadine, vista la capacità di tale intervento, soprattutto nei secoli XVI-XVIII, a volte appaltavano ad apposite confraternite dedicate all’assistenza ai detenuti la gestione stessa delle carceri.

Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. E’ un libro da diffondere, specialmente nelle scuole. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli. La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una “discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). 

Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.

Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: «Che corteo!».

Antonio Salvati

domenica 17 febbraio 2019

Novità il libreria e on-line: "LIBERI DENTRO - Cambiare è possibile anche in carcere"

Blog Diritti Umani - Human Rights

Novità il libreria e on-line
Ezio Savasta
Liberi dentro
Cambiare è possibile anche in carcere
Introduzione di Mario Marazziti
Infinito Edizioni      ISBN 978-88-6861-330-3       € 14.00



Dall'introduzione di Mario Marazziti


... "Questo libro ci porta dentro le mura del carcere e ci aiuta a guardare. E a vedere. A incontrare persone. Che l’autore chiama “amici”. Da molti anni entra a Regina Coeli, a Rebibbia, in molti altri istituti penitenziari italiani con altri della Comunità di Sant’Egidio, assieme ad altri volontari e persone di buona volontà. E’ un lavoro straordinario di umanizzazione, che aiuta a prevenire la radicalizzazione, anche tra i detenuti stranieri, quando l’isolamento rischia di creare contrapposizione e le notizie di fuori possono essere deformate. E’ una presenza che negli anni ha trovato i modi, assieme al personale di custodia, per riattivare percorsi di studio, di salute, progetti di vita. “L’amicizia cambia il mondo”, dicono – e fanno – a Sant’Egidio. L’autore, nel tempo, ha conosciuto umanità dure farsi tenere, rinascite e cadute inaspettate, rabbie sciogliersi, ma anche la difficoltà di fare qualcosa per dare una mano anche dopo, per aiutare a non tornare indietro. Ha anche conosciuto fallimenti, che si sentono, anche se nel libro se ne parla poco. E in maniera garbata ci mette in contatto con umanità dolenti e con piccole e grandi guarigioni, attraverso una scrittura sobria, non da protagonista. E’ un libro che fa bene, perché aiuta a vedere il mondo a colori e non solo in bianco e nero, e non tutto il bianco da una parte e tutto il nero dall’altra.

È un libro che accorcia le distanze e che aiuta ad accorciarle, senza paura di rimanere contagiati da un mondo fatto di odori e storie forti, di necessità piccole e quotidiane, di freddo e di caldo, di sogni semplici, un abbraccio con i familiari, di solidarietà profonde, ma anche di solidarietà malate, di paura e di piccole e non solo piccole violenze.

Quello che emerge è che anche nelle situazioni più bloccate è possibile cambiare. Anche se a volte sembra che non si riesca. Ma quello che fa la differenza è proprio quell’accorciare le distanze, l’amicizia, quella familiarità calda ma non ingenua che permette di resistere alla rassegnazione, di offrire a chi è recluso di essere preso sul serio. Di essere ascoltato. Di essere rimproverato e contraddetto, senza paternalismi." ...


Altre informazioni sul libro >>>

venerdì 14 luglio 2017

Mosul, la biblioteca distrutta dove i ragazzi tentano di far risorgere l'Iraq

La Repubblica
Gli studenti lanciano un appello per far rivivere la biblioteca dell'università: "Mandateci libri, vogliamo tornare a studiare". Già 10mila volumi arrivati da ogni parte del mondo.


Mosul Eye, il blogger che ha raccontato la vita a Mosul durante l'assedio dello Stato Islamico, ha lanciato un appello internazionale per far rivivere le biblioteche della città, specialmente quella dell'università.


Nei 32 mesi di occupazione, l'Isis ha bruciato tutti i libri considerati contrari ai suoi folli ideali. 

Per questo ora il blogger, ex docente di storia all'università di Mosul, chiede aiuto al mondo, facendosi portavoce dell'appello degli studenti: "Mandateci libri, vogliamo tornare a studiare". Giovani che, non appena liberata la zona in cui si trovano gli edifici dell'ateneo e della libreria, sono accorsi per tentare di recupare ciò che le fiamme non avevano bruciato.

giovedì 27 marzo 2014

Libri vietati in carcere, la dura protesta degli scrittori a Londra

Libreriamo
Sulle pagine di Repubblica, il corrispondente a Londra Enrico Franceschini analizza la situazione che ha portato romanzieri ed intellettuali a lanciare una petizione per riportare i libri a disposizione dei carcerati
LA CRITICA QUOTIDIANA - Il governo britannico ha trovato un nuovo sistema per rendere più dura la vita in carcere: proibire ai detenuti di ricevere libri. Esordisce così sulle pagine di Repubblica il corrispondente da Londra Enrico Franceschini nell’analizzare la notizia che sta indignando gli scrittori: da novembre il governo britannico ha vietato a parenti e amici di inviare ai propri congiunti o conoscenti che si trovano dietro le sbarre libri da leggere.

LA REAZIONE DEGLI SCRITTORI - La notizia ha creato scalpore in seguito alla denuncia su un blog che parla di diritti umani. Da qui la reazione immediata, con alcuni scrittori tra cuiPhilip Pullman e Mark Haddon che hanno lanciato una petizione online e che in 24 ore ha raccolto migliaia di firme.

LIBRI SOLO IN PRESTITO DALLA BIBLIOTECA CARCERARIA - In seguito al polverone sollevato dalla notizia, il ministro della Giustizia Chris Grayling ha dovuto giustificare il provvedimento, precisando che ciascun carcerato può avere fino a 12 libri nella propria cella, prendendoli però in prestito dalla biblioteca carceraria o ottenendo un certificato di buona condotta. Questo, secondo il ministro della Giustizia, per incentivare i condannati a comportarsi meglio. Franceschini sottolinea, però, che le biblioteche delle carceri sono mal fornite e visitate dai carcerati ogni due-tre settimane.

QUESTIONE MORALE – Per gli scrittori la questione non è solo pratica, ma soprattutto morale. Secondo Philip Pullman si tratta di “uno degli atti più maligni, disgustosi, vendicativi di un governo barbaro”, per Susan Hill “vietare i libri in carcere è una mossa da stato totalitario”, mentre secondo il docente di storia e letteratura a Cambridge Mary Beard “i libri educano e riabilitano, vietarli in prigione è una follia”.