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domenica 21 maggio 2017

Tra i bambini perduti del Nepal venduti come schiavi e spose bambine

La Stampa
Le piccole cedute per pochi dollari in India e Qatar. Cresce il lavoro nelle miniere. E le Ong lanciano l’allarme: dopo il terremoto il traffico di minori è aumentato.

Un bambino in una fabbrica di mattoni nel distretto di Bhaktapur (Foto: Monica Perosino)

Hira Thapa, 11 anni, costa 900 dollari sul mercato di Qatar e Arabia Saudita. Kamal, 8 anni, vale 7000 rupie indiane, 108 dollari, a New Delhi. Sabriti, 13 anni, vale meno di mezzo dollaro al giorno, 14 ore al giorno, nella fabbrica di mattoni del distretto di Bagmati, nella valle di Kathmandu. Sua sorella, 10 anni, è stata venduta per 67 dollari a un dentista di Lucknow, Uttar Pradesh.

Sono i figli perduti del Nepal. Orfani, o semplicemente poveri, venduti dai loro stessi famigliari ai trafficanti di bambini, destinati a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche, o a diventare schiavi sessuali per i mercati di India, Iraq, Oman, Cina, Sud Corea, Hong Kong, Arabia Saudita, Qatar.

I numeri sono spaventosi: secondo le stime Unicef ogni anno vengono venduti 15.000 bambini. Per le ong di Kathmandu si arriva a 25 mila. La maggior parte è condannata allo sfruttamento sessuale in India, ma non solo. I Paesi del Golfo, raccontano le Ong, sono i principali «acquirenti» di bambine nepalesi sotto i 14 anni. E oggi la situazione, già drammatica, è ancora peggiorata: a due anni dal terremoto di magnitudo 7.8 che il 25 aprile 2015 ha devastato il Paese, lasciato 9000 morti, polverizzato 700.000 edifici e ridotto alla disperazione tre milioni di persone, il Nepal è ancora in ginocchio e le prede più deboli sono i bambini e le donne.

La ricostruzione avanza a passi talmente lenti da essere impercettibili, il tasso di povertà, già tra i più alti al mondo, è cresciuto senza pietà, arrivando a toccare il 46% della popolazione. In questo quadro i bambini rimasti orfani o appartenenti a famiglie cadute in miseria corrono un alto rischio di essere venduti, tanto che in soli 18 mesi dal sisma la tratta è aumentata del 15%.
Le vittime
Oltre il muro del frastuono dei motorini che intasano ogni vicolo, nell’aria satura di polvere che a Kathmandu ricopre tutto, cose, persone, palazzi deformati dal terremoto e dalla miseria, si apre una porta verde su un piccolo cortile fresco, alle spalle del mercato di Durbar Square, il cuore simbolo della capitale. Seduta su una sedia foderata di similpelle marrone c’è lei, Hira Thapa, che a 11 anni è stata tradita già tre volte. La prima dal destino, che l’ha fatta nascere nella casta più bassa del Nepal, i Dalit, e nel distretto di Sindhupalchok, tra i più poveri del Paese e il più colpito dal terremoto del 2015. La seconda dai genitori, che l’hanno venduta per lavorare in città. La terza dal proprietario del ristorante in cui ha servito ai tavoli per 4 mesi che l’ha «data» a un trafficante per un cliente del Qatar. 

Una schiava sessuale di 11 anni a 900 dollari. «Una fortuna per una famiglia nepalese - spiega Mohan Dangal, presidente della ong Child Nepal -. I bambini vengono spediti in città dalle zone più rurali e povere, ed è lì che spesso vengono agganciati dai trafficanti». Il terremoto ha lasciato migliaia di orfani, senza entrambi i genitori o con solo la madre o il padre. Il governo cerca di evitare quanto possibile di mandare i piccoli negli orfanotrofi e così li affida ai parenti più prossimi, «e sono loro che spesso li vendono per pochi dollari. Ma anche una madre rimasta sola non ha molte alternative». Hira Thapa, sorprendentemente, è illuminata da un sorriso che non la abbandona mai. «Mia mamma mi voleva bene», dice, e poi tace.

L’unica via di uscita
«La speranza sta nelle scuole - aggiunge Mohan Dangal -. L’unico modo per evitare, o almeno tentare di evitare che le famiglie credano di non avere via di uscita se non quella di mandare via i figli e per proteggerli in strutture che li tengano lontani dai trafficanti». Peccato che soprattutto nelle zone rurali, le scuole siano state polverizzate dal terremoto. 

Ma ci sono eccezioni che riaccendono le speranze. Come quella a Kavre, dove la ong italiana WeWorld sta portando avanti una serie di progetti per garantire ai bambini scuole sicure. Nei distretti di Sindupalchock, Kavrepalanchok, e Kathmandu - dove WeWorld lavorava da anni a favore dell’educazioni di base -, il terremoto ha colpito duramente. Solo a Sindupalchock sono morte 40.000 persone e l’80% delle scuole elementari sono state distrutte. «Nei 3 mesi successivi al sisma - spiega Marta Volpi, rappresentante di WeWorld Onlus in Nepal - abbiamo costruito 63 strutture temporanee per garantire la scolarizzazione e un luogo sicuro a 5000 bambini, monitorando la loro presenza e prevenendo il rischio che cadessero nelle mani dei trafficanti». A due anni dal terremoto, la fase di emergenza si è conclusa, e WeWorld è impegnata nella ricostruzione di scuole permanenti.

A Kavre scatta l’intervallo, i bambini si riversano nel cortile tra gridolini e risate: «Per loro anche venire a scuola è una sfida - aggiunge Marta - molti devono camminare per chilometri per arrivarci, devono lavorare nei campi prima e dopo le lezioni per aiutare le famiglie, non si possono permettere libri, quaderni, penne, che cerchiamo di fornire noi , così come pasti e cure mediche. Ma le famiglie sanno che il sacrificio che fanno ora è l’unica scelta possibile per salvarli».

Monica Perosino
Inviata A Kathmandu

Sud Sudan, in Uganda più di 900.000 rifugiati in fuga dalla guerra. Grave emergenza.

La Repubblica
Il report di Medici Senza Frontiere. Il governo di Kampala accoglie più rifugiati rispetto a quanti l’intera Europa abbia concesso loro asilo nel 2016. I campi profughi sono al collasso. In fuga da una guerra civile sanguinosissima


Profughi sud-sudanesi diretti in Uganda (AP Photo/Rebecca Vassie/file)
Juba – L’alto afflusso di rifugiati sud sudanesi sta progressivamente mettendo a dura prova la capacità di risposta del governo ugandese e spingendo al collasso i luoghi di accoglienza. Sono centinaia di migliaia di rifugiati scappati nel nord dell’Uganda dal luglio 2016, a seguito del riaccendersi delle violenze in Sud Sudan. 

Da allora, più di 630.000 rifugiati sono arrivati in Uganda e in migliaia continuano ad arrivare ogni settimana, e il numero dei rifugiati e richiedenti asilo è salito a più di 900.000. Oggi l’Uganda ospita più rifugiati di ogni altro Paese africano, e accoglie più rifugiati rispetto a quanti l’Europa abbia concesso asilo nel 2016. Secondo Medici Senza Frontiere (MSF) l’attuale mobilitazione umanitaria su larga scala, in risposta all’emergenza, imposta da una guerra civile sanguinosissima, non è ancora adeguata e molte persone non hanno accesso sufficiente ad acqua, cibo e ripari. In molti casi, i nuovi arrivati sono costretti a dormire sotto gli alberi, e i ritardi nelle distribuzioni di cibo e la carenza di acqua potabile hanno spinto molte persone a tornare in Sud Sudan.

Donne e bambini esposti ad ogni sorta di violenze. “Le persone che arrivano sono relativamente in buona salute, ma hanno alle spalle storie di violenza tremende subite nei luoghi di origine o durante il viaggio”, afferma Jean-Luc Anglade, capo missione di MSF in Uganda. Nonostante più dell’85% dei rifugiati siano donne e bambini, esposti a violenze e abusi, sono davvero poche le organizzazioni che rispondono ai loro specifici bisogni di protezione. “Il flusso di rifugiati non accenna a ridursi, per questo urgono sforzi significativi di lungo termine per assistere le persone nei prossimi mesi, se non anni”.

MSF in quattro campi per rifugiati. Oltre ai progetti in Sud Sudan, dal luglio 2016 MSF opera in quattro campi rifugiati nel nord ovest dell’Uganda, Bidi Bidi, Imvepi, Palorinya e Rhino attraverso la fornitura di cure mediche ospedaliere e ambulatoriali, materno-infantili, nutrizionali, sorveglianza epidemiologica e igiene e potabilizzazione dell’acqua. MSF ha anche risposto all’afflusso a Lamwo, al confine con il Sud Sudan a seguito di un attacco a Pajok, in Equatoria orientale, ma ha poi trasferito queste attività ad altre organizzazioni.

La sfida dell'accesso all'acqua. L’accesso all’acqua è una delle sfide più grandi nei campi rifugiati, per questo MSF ha incrementato il proprio supporto: a Palorinya, MSF fornisce circa 2 milioni di litri di acqua al giorno a più di 100.000 persone. Nel solo mese di aprile, MSF ha fornito 52.519.000 litri di acqua pulita a Palorinya. “Vi sono un’infinità di sfide e difficoltà”, racconta Casey O’Connor, coordinatore dei progetti di MSF a Palorinya. “Possiamo fornire milioni di litri d’acqua al giorno ma tutti devono essere trasportati in cisterne d’acqua nei campi rifugiati grandi anche 150-250 chilometri quadrati. Con le forti piogge, molte strade diventano impraticabili.

Il ricorso all'acqua sporca. Ciò lascia decine di migliaia di persone senza acqua per giorni. Nella stagione delle piogge, se le persone non dispongono di acqua pulita, sono costrette a usare acqua sporca, vettore di malattie. Questo può drasticamente cambiare lo stato di salute della popolazione nel giro di pochi giorni”. Oltre a dare risposta all’afflusso di rifugiati, MSF gestisce regolarmente in Uganda programmi per la salute riproduttiva agli adolescenti a Kasese, cure per l’HIV/AIDS alle comunità di pescatori dei laghi George e Edward, e servizi per la carica virale nell’ospedale di Arua.

Testimonianze. “Ti massacrano, indipendentemente se sei uomo, donna, bambino. Ho perso tutta la mia famiglia. La vita è davvero difficile. Se sei sola, nessuno ti aiuta”. Maria (nome di fantasia) è solo una delle centinaia di migliaia di rifugiati scappati. “Di notte non riesco a dormire perché non so cosa accadrà a me e ai miei figli”, racconta Nola Aniba Tito, 27 anni, è una delle interpreti che lavorano nel centro sanitario di MSF nell’area Ofua 3, all’interno del campo rifugiati Rhino. Originaria di una città della regione di Equatoria, a luglio 2016 è fuggita con i suoi figli dalle violenze in Sud Sudan e ha cominciato a lavorare con MSF a marzo 2017. Dato che l'86% di tutti i rifugiati sud-sudanesi in Uganda sono donne e bambini, Nola è una delle tante capofamiglia donne.

I matrimoni forzati. “Vivevo con i miei due figli e aspettavo un altro bambino. Mio marito era a Juba. Nel mio quartiere, tutti stavano fuggendo perché ormai rapimenti di minori, stupri, saccheggi, matrimoni forzati e uccisioni tra le tribù erano all’ordine del giorno. Le scuole sono state attaccate e i bambini sono stati macellati come polli. Inoltre, non c'era accesso all'assistenza sanitaria, soprattutto dopo che molte ONG hanno lasciato il Paese. Un giorno, alcuni uomini hanno bussato alla nostra porta minacciando di aprirla. Ero molto spaventata e non ho aperto, ma mi sono avvicinata con cautela alla finestra e ho visto che avevano delle armi. Ho pianto e ho gridato così tanto che i vicini sono intervenuti e gli uomini sono andati via. In quel momento ho deciso di lasciare subito la mia casa, senza portare nulla, con i miei figli e tre figli di mio fratello, che non poteva venire. Anche lungo la strada per l'Uganda, vi sono violenze e uccisioni, per questo mio fratello è ancora in Sud Sudan".

Molti tentati suicidi che spesso riescono. "Gli uomini spesso bevono, fumano e diventano violenti perché non hanno nulla da fare, non c’è lavoro, acqua o cibo a sufficienza. Conosco una ragazza di 15 anni - conclude Nola Aniba - che è stata violentata all’interno del campo e ha contratto l'HIV e l'epatite B. Alcune persone tentano persino il suicidio insieme a tutta la famiglia, perché preferiscono morire piuttosto che vivere in una situazione così disumana o tornare in Sud Sudan. Sono anche molto preoccupata per il futuro dei miei figli. Se non avranno modo di andare a scuola, cosa faranno da grandi? Se MSF dovesse andar via e io perdessi il lavoro, di che vivrebbe la mia famiglia?”

Marcia pro migranti. A Milano in centomila per abbattere i muri e costruire ponti

Avvenire
Adesioni da 70 Comuni e 700 associazioni. Sant'Egidio: i corridoi umanitari funzionano. Colori e allegria, anche se non sono mancati momenti di tensione dovuti ai soliti noti.


Insieme per dire no ai muri. O, come ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, per essere «costruttori di ponti». Anche perché, ha aggiunto il primo cittadino del capoluogo lombardo, «di fronte al tema epocale delle migrazioni non ci si può girare dall’altra parte. Lavoro ogni giorno per costruire una grande Milano, ma questo non avrebbe senso se si perdesse l’anima solidaristica della città». Affermazione che ha raccolto subito il gradimento del premier. «Grazie #Milano, sicura e accogliente», ha scritto su Twitter Paolo Gentiloni.

Sala assieme al presidente del Senato Pietro Grasso e ad Emma Bonino hanno aperto la grande marcia pro migranti, che ieri si è snodata per le vie del centro di Milano, da Porta Venezia fino a piazza del Cannone, tra il Castello Sforzesco e il Parco Sempione. Decine di migliaia di cittadini – gli organizzatori parlano di almeno 100mila persone – hanno voluto così ripetere a Milano quanto fatto a Barcellona, quando alcune settimane fa 160mila cittadini sono andati in piazza per chiedere al governo spagnolo una politica favorevole ai migranti.

«Questa manifestazione – ha detto il presidente del Senato – è un messaggio alla Ue: accogliere è un dovere. Chi è nato qui e studia qui è italiano. Dobbiamo dire stop ad ogni tipo di muro». Oltre alla manifestazione Grasso ieri si è recato anche in Questura dove ha ribadito anche un altro concetto: «L’accoglienza genera più sicurezza nelle città».
Venerdì il presidente del Senato era anche andato all’ospedale Sacco a visitare il militare e il poliziotto rimasti feriti nell’aggressione di giovedì alla Stazione centrale, fatto su cui indaga l’antiterrorismo. «Questa è la Milano dell’integrazione e della legalità», ha detto dal palco l’ex ministro Emma Bonino, rilanciando uno dei temi della manifestazione ovvero l’abrogazione della Bossi-Fini.

Il corteo, coloratissimo, è stato un coro unico nel dire, come recitava il titolo della manifestazione, «insieme senza muri». Alla marcia a sostegno dell’accoglienza hanno aderito 700 associazioni, oltre 70 sindaci, organizzazioni sindacali e caritatevoli come la Casa della Carità di don Virginio Colmegna. Oltre alle Acli, alle strutture del volontariato e della cooperazione sociale e anche personalità del mondo dell’arte e delle professioni. Presenti anche i politici: come Barbara Pollastrini, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. Ma tra i temi del corteo c’era anche una critica al decreto Minniti, ritenuto da molti eccessivo. Un’istanza che è arrivata solo da una parte dei manifestanti ma che durante la giornata si è resa visibile generando non poche tensioni, come una contestazione dei centri sociali al Pd. Momenti di frizione soprattutto verso il sindaco e i membri della sua giunta come Carmela Rozza e la vice sindaco Anna Scavuzzo, che ha rischiato una vera aggressione.

Contestato anche il promotore della marcia: l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, che inserendosi nella dialettica nazionale del Pd aveva raccolto l’appello del ministro Andrea Orlando che a sua volta aveva lodato la marcia di Barcellona come elemento di unità dei dem. E sull’applicazione del decreto Minniti rimane divisa anche la giunta, che conta più di una posizione, con Majorino ad esempio prima rigido verso il testo del ministro e poi negli ultimi giorni un po’ più morbido.

Sicuramente la manifestazione è stata compatta contro le critiche ricevute dal centrodestra. Da Matteo Salvini per esempio, anche se lo stesso leader del Carroccio è stato contestato ieri al quartiere San Siro da gruppo di migranti e da ragazzi dell’area antagonista. «Io credo – ha detto Sivio Berlusconi – che questa iniziativa abbia un po’ delegittimato le forze dell’ordine che hanno fatto quella operazione per quanto riguarda gli immigrati stranieri presenti attorno alla nostra Stazione Centrale. Io personalmente non l’avrei fatta». «Meglio le contestazioni che l’annullamento della marcia come qualcuno aveva chiesto», ha replicato Sala.

Al corteo anche la Comunità di Sant’Egidio e il movimento Genti di Pace. Sant’Egidio ha ribadito «l’esistenza di alternative alle morti nel Mediterraneo», come dimostra il progetto-pilota dei "Corridoi umanitari" realizzato dalla Comunità con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Ad oggi sono circa 900 le persone già arrivate nel nostro Paese in sicurezza (aereo) e in modo legale (visto umanitario).

Davide Re

sabato 20 maggio 2017

"Le case lavoro di reclusione, non offrono lavoro e reinserimento, vanno superate" Intervista a Mario Marazziti

TV Qui Modena
Il presidente della Commissione Affari Sociali Mario Marazziti ha visitato questo pomeriggio la Casa di Lavoro e di Reclusione di Castelfranco.


“Le Case di Lavoro, in un tempo dove le occupazioni scarseggiano, rischiano di diventare un parcheggio di passività senza cambiamento. Quindi vanno chiuse e pensata un’altra soluzione di reinserimento” 

Questa l’opinione del presidente della Commissione Affari Sociali Mario Marazziti che nel pomeriggio ha visitato la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia che attualmente ospita un centinaio di persone da riabilitare, con un aumento nell’ultimo periodo del 50% dei detenuti dopo la chiusura di altre strutture.

Milano - 20 maggio senza muri. In corso la manifestazione. Messaggio per l'Europa

Rai News 24
"Siamo 80mila". Lo dicono a Milano gli organizzatori della manifestazione in favore dell'accoglienza dei migranti, sul modello della marcia antirazzista di Barcellona, proposta dall'assessore milanese al Welfare Majorino e dalle associazioni del terzo settore. 



Alla marcia, sul modello di quella che si è tenuta nel febbraio scorso a Barcellona per volere della sindaca Ada Colau, partecipano anche diverse associazioni per i diritti dei migranti, sindacati e comitati di base, sigle della sinistra radicale e antagonisti dei centri sociali che con la parola d'ordine "Nessuna persona è illegale" contestano apertamente le leggi Minniti e Orlando e qualsivoglia taglio filogovernativo di questa mobilitazione. 

Questo spezzone si è ritrovato in piazza Oberdan intorno alle 11 per un pranzo aperto a migranti e milanesi. Al corteo partecipano diverse personalità tra cui il presidente del Senato Pietro Grasso, la portavoce dell'Unhcr Carlotta Sami, Emma Bonino, don Virginio Colmenia, e il fondatore di Emergency Gino Strada. 

La marcia è partita dai bastioni di Porta Venezia. Migliaia di persone si sono presentate all'appuntamento che ha sollevato polemiche politiche soprattutto dopo l'aggressione di giovedì sera nel mezzanino della Centrale, dove un 20enne ha accoltellato un poliziotto della Polfer e due militari durante un controllo dei documenti. Per questo il governatore Roberto Maroni aveva chiesto la cancellazione dell'iniziativa. 

La marcia per i migranti raggiungerà piazza della Repubblica, i Bastioni di Porta Nuova, viale Crispi, i Bastioni di Porta Volta, e si concluderà in piazza del Cannone, dove è stato allestito un palco per gli interventi finali e un concerto. 

Il sindaco Sala "Con la solidarietà e l'accoglienza ci sarà giustizia". Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe sala, arrivando alla marcia 'Insieme senza muri'. "Io voglio essere il sindaco di una città - ha continuato - che pensa a crescere e pensa ogni giorno a diventare migliore e più bella, ma questo successo non può che essere associato alla solidarietà". 

Il sindaco ha poi spiegato che ci devono essere "diritti per chi arriva e diritti per chi è già qua da tempo - ha concluso - le due cose si possono fare insieme. Da cittadino e da sindaco non vorrei stare in una città troppo cinica che pensa solo a se stessa". Il messaggio di Grasso "L'accoglienza dei migranti è un dovere morale e giuridico nazionale e internazionale. 

Dall'Italia mandiamo un un messaggio a tutta Europa: accogliamo con orgoglio il fatto che l'Ue ci abbia riconosciuto il lavoro che facciamo sull'accoglienza ma vogliamo coinvolgere in questo tutta l'Unione". Cosi' il presidente del Senato, Pietro Grasso, visitando la sala operativa centrale della questura di Milano, prima di andare alla manifestazione "Insieme senza muri". -

Gli schiavi ci sono ancora. In Brasile il fenomeno persiste.

Vatican Insider
A 129 anni dall’abolizione della schiavitù il fenomeno persiste nelle campagne del Brasile ma anche nelle città.


Il Brasile, uno dei paesi più schiavisti del continente latinoamericano, ricorda nel mese di maggio il momento in cui donna Isabella Cristina Leopoldina Augusta Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga d’Orléans-Braganza (nata Braganza e Borbone-Due Sicilie) figlia ed erede dell’imperatore Pietro II del Brasile metteva fine alla schiavitù con la famosissima Lei Áurea del 1888 e constata – lo fanno i vescovi della Conferenza nazionale – che 129 anni dopo nel paese sudamericano la schiavitù esiste ancora. 

«Oggi, situazioni analoghe alla schiavitù, quali il lavoro schiavo, il lavoro senza orario, la servitù per debiti e in condizioni degradanti persistono. Più di 47.000 lavoratori sono stati liberati da situazioni analoghe alla schiavitù tra il 1995 e il 2014, secondo il Governo Federale».

Per questa ragione la Cnbb ha avviato diverse iniziative per combattere la schiavitù moderna in nulla diversa da quella di oltre un secolo fa. I vescovi ricordano che nel 2012 venne creato il Gruppo di lavoro “Enfrentamento ao Trabalho Escravo e de Tráfico de Pessoas” mentre nel 2014 è stata lanciata la Campagna nazionale intitolata “Tráfico Humano e Fraternidade”. La Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani annuncia adesso la creazione di una “Comissão Especial para o Enfrentamento do Tráfico Humano” i cui componenti sono stati appena nominati.
Va ricordato che in Brasile, la schiavitù è durata circa tre secoli, a partire dall’inizio della colonizzazione fino alla Legge d’oro della regina Isabella. L’articolo 149 del Codice penale del Brasile identifica il lavoro forzato come: «Ridurre qualcuno ad una condizione analoga a quella di uno schiavo, sottometterlo al lavoro forzato e senza orario o sottoporlo a condizioni di lavoro degradanti, o limitando, con qualsiasi mezzo la sua mobilità in ragione del debito contratto con il datore di lavoro o un suo agente». Per questo reato la pena prevista è la reclusione da due a otto anni e una multa, oltre alla corrispondente sanzione commisurata alla violenza esercitata sulla vittima.

I vescovi del Brasile denunciano che situazioni di questo tipo sono state riscontrate nelle zone rurali del paese, soprattutto dove si alleva bestiame, nella produzione di carbone e nelle piantagioni di canna da zucchero, soia e cotone. 

Negli ultimi anni, questa situazione è stata osservata anche nei centri urbani, in particolare nel settore tessile, edile e nello sfruttamento della prostituzione.

Alan P. Durante

venerdì 19 maggio 2017

Centinaia di morti in Centrafrica. «Musulmani rifugiati nella Cattedrale»

Tempi
Potrebbe arrivare a 300 vittime il bilancio degli scontri a Alindao e Bangassou, dove è stato attaccato il quartiere musulmano da ribelli anti-Balaka


Quasi 300 morti in due settimane. Potrebbe essere pesantissimo il bilancio degli scontri che si sono verificati in due città del Centrafrica, Alindao e Bangassou, nelle ultime due settimane. Nè l’identità degli autori degli attacchi né il numero delle vittime è stato chiarito con certezza, vista la difficoltà di raccogliere informazioni sul luogo.

«Bruciati vivi». I primi scontri sono avvenuti tra l’8 e il 10 maggio nel sud del paese, ad Alindao, dove secondo la Croce rossa centrafricana circa 150 persone sono morte in scontri tra anti-Balaka ed ex ribelli Seleka. In particolare, le violenze sarebbe state perpetrate dai miliziani di «Ali Darass, ex Seleka, oggi a capo dell’Unione per la pace in Centrafrica (Upc)». 

Secondo la testimonianza di un sacerdote della città, che ha parlato a Jeune Afrique, «l’Upc si trovava in città per scongiurare un dispiegamento degli anti-Balaka. A un certo punto sono cominciati gli spari, nessuno capiva chi combatteva chi. Molte persone sono state bruciate vive nelle loro case. Altre si sono salvate per miracolo. Migliaia di persone si sono rifugiate nella missione cattolica». Oggi la situazione è tornata quasi alla normalità dopo un avvenuto dialogo tra il sacerdote, il vescovo, Ali Darass, i rappresentanti dei musulmani e dell’Onu. Non è stato facile: «C’erano le milizie musulmane per le strade, ragazzi con i machete volevano ucciderci».

Scontri per il potere. Dopo il colpo di Stato dei ribelli Seleka nel 2013, i violentissimi scontri con gli anti-Balaka del 2014 e la parziale riappacificazione del paese anche grazio all’intervento di papa Francesco e al lavoro del cardinale Dieudonné Nzapalainga, gli scontri tra le milizie sono diminuiti ma continuano. Il Centrafrica non ha ancora un esercito regolare, l’Onu, presente nel paese con 12.500 uomini, fatica a difendere la popolazione (spesso perché non può, spesso perché non vuole). E mentre il presidente Faustin-Archange Touadéra continua a invocare il processo di disarmo, gli uomini armati si contendono il paese. La capitale Bangui è relativamente sicura, ma la maggior parte del paese è in mano ai miliziani. Oltre a gruppi anti-Balaka fuori controllo (nel 2013 erano nati per contrastare gli abusi dei Seleka), si scontrano tra di loro milizie islamiche un tempo appartenenti alla disciolta coalizione Seleka. Tra queste ci sono l’Upc e la Fprc, che in certe zone si è alleata con gli anti-Balaka per il controllo del territorio.

Attacco ai musulmani. Domenica sono scoppiati altri violentissimi scontri a Bangassou, 470 chilometri a est di Bangui, vicino al confine naturale con la Repubblica democratica del Congo. Se fino a pochi giorni fa si pensava a poche vittime, la Croce rossa centrafricana ha parlato di 115 morti, ai quali si devono aggiungere altre 34 vittime denunciate da altre Ong. Alcune milizie anti-Balaka hanno attaccato il quartiere islamico della città, Tokoyo, costringendo alla fuga migliaia di musulmani: circa mille si sono rifugiati in moschea, altri 1.500 nelle chiese e 500 in ospedale. Altri 3.000 sono scappati in Congo. Negli scontri, sono morti anche sei caschi blu dell’Onu.

Protetti in cattedraleNon si sa perché siano cominciati gli scontri ma il vescovo di Bangassou, monsignor Juan Jose Aguirre Muños, ha rischiato la vita per difendere i musulmani nella moschea e farli uscire in sicurezza dal luogo di culto per trasferirli in Cattedrale. Durante l’evacuazione, l’imam, che si trovava accanto al vescovo, è stato colpito da uno sparo e ucciso. Ora, testimonia padre Federico Trinchero da Bangui, «la situazione sembra più tranquilla. I ribelli, grazie alla mediazione del cardinale Nzapalainga, hanno accettato di deporre le armi».

Leone Grotti