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domenica 10 luglio 2022

Rotte dei migranti - Marocco nuova Libia ma i migranti vengono respinti prima, nel deserto, con milizie pagate con fondi UE

L'Espresso
Il Marocco sta diventando la nuova Libia, ponte verso il continente: e quanto successo a Melilla lo dimostra. Ma i flussi vengono già bloccati prima, nel Sahel, con la solita spietatezza. Mentre la crisi del grano mette in ginocchio tutto il Continente.


“Ho provato a scalarlo varie volte quel muro di ferro alto 9 metri, ma venerdì ho rinunciato e forse mi sono salvato la vita”. A Nador, città portuale sulla costa del Marocco, a due passi dall’enclave spagnola di Melilla, ha piovuto per qualche minuto.

Per questo, l’incontro con Makan, 22 anni e originario della Nigeria, si svolge in un bar al chiuso. È scosso per la morte di 37 migranti che venerdì 24 giugno hanno provato a scavalcare il muro. Sono precipitati, sono stati picchiati, alcuni sono morti soffocati. E ora la sezione di Nador dell’Association marocaine des droits humains chiede che si apra un’indagine seria per l’accaduto. È la prima volta da anni che accade una tragedia simile e forse non è un caso. Il vicepresidente, Omar Naji ci aveva accompagnato in macchina lungo la barriera di metallo, solo poche ore prima che si scatenasse l’inferno. Ed è proprio da Nador, dalle coste del Mediterraneo, che abbiamo imboccato la rotta dei migranti per arrivare fino al deserto algerino. E vedere cosa succede, quali sono gli effetti della crisi del grano bloccato in Russia e se ci sono davvero indizi di un incremento dei flussi verso l’Europa.

Lungo la strada da Nador verso Oujda, nonostante il caldo, ci sono gruppi di uomini e donne che camminano per arrivare al mare. E ci sono bimbi che giocano a calcio. “Sono tutti minori non accompagnati, ma non ci sono abbastanza fondi per gestirli tutti, sono aumentati negli ultimi mesi”, spiega il volontario che ci accompagna. Il Marocco, infatti, di recente è diventato meta di un gran flusso di migranti sub-sahariani, molti più di prima, perché le rotte desertiche verso Tripoli sono diventate troppo rischiose.

Il Marocco potrebbe diventare la nuova Libia. A confermarlo è Jamila Berkau, responsabile del progetto Afrag. A Oujda si occupa della prima assistenza ai migranti che arrivano. La cittadina è solo a pochi km dal confine algerino ed è diventata molto povera da quando la frontiera tra i due Paesi è stata sbarrata. Mentre prima viveva di commercio e turismo, oggi vive di mercato nero e traffici illeciti, anche di esseri umani. I migranti arrivano a piedi lungo il deserto, dopo un viaggio di mesi e mesi, come Aminata, arrivata con i figli dalla Guinea Bissau. “Mi hanno stuprato due volte e tutte e due le volte sono rimasta incinta”, sussurra. Il frutto della sua violenza ha il volto di un bimbo di nove mesi che tiene in braccio con amore. “Hanno abusato di me la prima volta a casa mia, perché c’è una guerra etnica e la mia tribù dicono sia malvagia, l’ultima volta è stata in Niger”. Hanno ucciso gran parte della sua famiglia e non sapeva cosa fare.

Insieme a lei, nella stanza dell”associazione Afrag c’è anche Zalika, arriva dal Mali. Durante il suo viaggio verso il Marocco è stata torturata e picchiata così tanto che all’arrivo i volontari hanno dovuto portarla in ospedale. È ancora sotto shock. Nonostante il caldo, si avvolge e si nasconde dentro un pile rosa. Quando era a poche miglia dal Marocco, un gruppo che si è spacciato per attivisti si è fatto pagare per portarla in un centro. Peccato però, che il centro fosse finto e che arrivata lì le abbiano chiesto altri soldi prima di rispedirla, come un pacco, indietro nel deserto. Non parla molto ma racconta di aver pianto tanto. Ora fa ancora fatica a sentirsi al sicuro. Ha solo 17 anni.

Mentre parla, arrivano quattro uomini, anche loro giunti da poco. Jamila li fa accomodare nella stanzetta. “Ormai la rotta più battuta verso l’Europa è quella che attraversa Ciad, Niger, Algeria e Marocco”, spiegano i ragazzi. Arrivano rispettivamente da Sud Sudan, Camerun e Nigeria. Durante il cammino, hanno incontrato trafficanti di uomini e milizie che li hanno derubati e picchiati. “Alcuni dei ragazzi che erano con noi sono stati uccisi, altri sono morti di sete. Altri ancora, invece, sono stati feriti e abbandonati nel deserto a dissanguarsi ed essiccarsi”, racconta David.

I loro volti dicono più delle parole. Sono stati dissetati e nutriti dall’associazione che ha dato loro anche vestiti nuovi e puliti. Ma i segni delle sofferenze li portano addosso, come una patina trasparente ma percettibile. Dai discorsi si intuisce che c’è qualcosa che non rivelano con chiarezza. Chi vi ha respinto in Ciad e Niger?, proviamo a chiedere. “Gruppi paramilitari pagati dal governo, ma con i soldi dell’Unione europea”, spiega David. Interviene Jamila Berkau a chiarire, mentre i ragazzi temono di essersi esposti troppo e Aminata si agita. “Il Niger e il Ciad ricevono soldi dall’Italia provenienti dal Fondo Africa. E i governi locali impiegano quei fondi per pagare milizie che respingono i migranti”, dice Jamila: “Ma lo fanno con ogni mezzo, cioè quasi sempre con brutalità”.

Si chiamano accordi soft, cioè accordi che non seguono il classico iter normativo, vengono siglati da diversi organismi e agenzie e soprattutto non vengono pubblicizzati. In questo modo, l’Unione Europea esternalizza le sue frontiere, allarga sempre di più i suoi confini, affinché meno persone possibile riescano ad accostarsi alle coste del Mediterraneo. Ma a che prezzo?

“La verità è che noi non vogliamo andare via dalle nostre case, ma se c’è la guerra, c’è il terrorismo, veniamo massacrati, viviamo nel terrore, cosa possiamo fare?”. Oluwa, 24 anni, ha studiato lingue e letterature europee: “È un istinto scappare, mettersi al sicuro, salvaguardare la propria specie, la stirpe o semplicemente la propria famiglia. Non fareste lo stesso?”. La domanda resta nell’aria, come una freccia prima di colpire il punto dolente.

L’Europa respinge, non accoglie i profughi che arrivano da una certa parte di mondo e spende milioni e milioni in armamenti, mentre una parte dell’Africa non ha più cibo. Qualche giorno fa il Programma alimentare mondiale dell’Onu ha annunciato che sospenderà gli aiuti alimentari in Sud Sudan, perché non ci sono più fondi. Proprio ora che, tra grano bloccato e cambiamenti climatici, l’Africa rischia la più grande crisi alimentare di tutti i tempi.

“La maggior parte dei Paesi africani dipende dal grano russo”, racconta Fatima, volontaria di un’associazione per lo sviluppo dell’Africa: “Il Senegal dipende per il 66 per cento, la Somalia per il 70, la Tanzania per il 64, il Sudan per il 75, la Repubblica Democratica del Congo per il 69. E poi c’è chi dipende al 100 per cento dal grano russo, come per esempio il Benin. L’Africa dimostra tutta la sua grande fragilità con questa forte dipendenza dalle produzioni del nord del mondo”.

Gli effetti della crisi alimentare non si vedono ancora, eppure i ragazzi che ho incontrato hanno raccontato che nelle ultime settimane c’è un fermento insolito nelle chat Telegram dei rispettivi Paesi. “Ci sono tantissime richieste di persone che vogliono partire e chiedono aiuto e suggerimenti”, raccontano i ragazzi. Aminata conferma. Ormai in molte aree non c’è più cibo, non c’è acqua e i prezzi sono diventanti insostenibili per chiunque. “Arriveranno molte persone”, ammette Fatima. Mentre si sventola con un quadernetto, guarda in alto a sinistra e riflette: “Vedremo i primi segni di un flusso intenso tra settembre e ottobre e ci saranno molti più arrivi verso l’Europa. Non solo verso la Spagna. Ci saranno più partenze anche via mare”. Sarà una manna per i trafficanti di uomini, per i contrabbandieri e per chi fa affari con l’Ue.

Dopo che l’ultimo dei ragazzi è andato via, ci rimettiamo in cammino per arrivare nel deserto. Da Oujda verso Ain Sefra, al di là del confine algerino, lungo rotta che conduce nel Sahel, attraverso la valle del Saoura e del Tuat. La strada è impervia, desolata com’è ovvio che sia una strada nel mezzo del deserto e in alcuni tratti non c’è che la linea dell’orizzonte, tremolante per il caldo. A circa una trentina di km da Oujda, la guida si ferma e mostra un angolo di sabbia. “Questo lo chiamano il punto zero, perché è ormai la fine del viaggio e i migranti sanno che la città è vicina. Di solito si fermano qui, piangono e pregano per esser arrivati ormai a pochi km dalla meta. Vivi”.

Ma lo chiamano il punto zero anche per un altro motivo. È proprio qui che Marocco e Algeria, abbandonano i migranti che vengono respinti, invitandoli a imboccare la strada nel verso opposto. Andando verso sud, c’è un gruppo in cammino. Alcuni sono scalzi ma hanno maglie a maniche lunghe e foulard o cappucci in testa, per ripararsi dal sole. Con loro c’è anche una ragazzina, è ferita in volto, l’hanno colpita dei trafficanti che volevano tenersela come schiava. È stato solo un caso che non ci siano riusciti. Mentre erano fermi al checkpoint improvvisato, tra due Toyota bianche a sbarrare il cammino, è arrivato un furgone a tutta velocità, per forzare il blocco. Gli uomini lo hanno rincorso e hanno lasciato libero il gruppetto. Il destino ha voluto che Nyamey arrivasse fino al confine con il Marocco. Giunti a una sessantina di chilometri da Oujda lungo il deserto, andare oltre diventa rischioso. È tempo di tornare indietro, al punto di partenza. A Nador si scavano le buche per seppellire i cadaveri dei migranti morti nel tentativo di superare la barriera di Melilla. Senza identificarli, senza nessuna pietà.

Bianca Senatore
Ripubblicato da Ristretti Orizzonti)

lunedì 4 luglio 2022

Texas - Sconcertante tentativo di sostituire nei libri di testo il termine "schiavitù" con 'ricollocazione involontaria'

Ansa
In Texas un gruppo di educatori, nell'ambito dell'aggiornamento nello Stato dei programmi per le scuole elementari e nello specifico per le classi di alunni fra i 7 e gli 8 anni, ha proposto che venisse sostituito il termine schiavitù, proprio nell'ambito della descrizione del fenomeno storico negli Usa, con l'espressione 'ricollocazione involontaria'.

Schiavi al "lavoro" nelle piantagioni americane
L'intervento rientra nel dibattito in corso nelle istituzioni americane sul modo di affrontare e analizzare il tema razziale nella scuola.

La proposta però è stata bocciata dalla commissione texana competente, con la motivazione che "il nostro impegno è per la verità e ciò comprende una descrizione accurata degli eventi storici". In particolare, un membro democratico della commissione, Aicha Davis, ha spiegato al Wawshington Post i motivi della sua immediata reazione contraria alla proposta: 
"Non posso dare il mio sostegno a nulla che descriva il traffico di schiavi come una 'ricollocazione involontaria'. Non posso dare il mio sostegno a nulla che sminuisca quel percorso". 

venerdì 24 giugno 2022

Etiopia, 200 i civili di etnia ahmara uccisi a Gimbi nella regione dell'Oromia.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Testimoni in Etiopia hanno riferito che domenica 19 giugno più di 200 persone, per lo più di etnia Amhara, sono state uccise in un attacco nella regione dell'Oromia del paese e stanno incolpando un gruppo ribelle, che lo nega.


È uno degli attacchi più gravi avvenuti di recente su base etnica nel paese vittima di gravi tensioni.

“Ho contato 230 corpi. Temo che questo sia l'attacco più mortale contro i civili che abbiamo visto nella nostra vita", ha detto all'Associated Press Abdul-Seid Tahir, residente nella contea di Gimbi, dopo essere sfuggito a malapena all'attacco di sabato. “Li stiamo seppellendo in fosse comuni e stiamo ancora raccogliendo corpi. Ora sono arrivate unità dell'esercito federale, ma temiamo che gli attacchi possano continuare se se ne vanno".

Un altro testimone, che ha fornito solo il suo nome, Shambel per i timori per la sua incolumità, ha affermato che la comunità locale di Amhara sta ora cercando disperatamente di essere trasferita da qualche altra parte "prima che avvengano altre uccisioni di massa". Ha detto che l'etnia Amhara che si stabilì nell'area circa 30 anni fa in programmi di reinsediamento è vittima di queste uccisioni.

Sulle responsabilità ci sono scambi di accuse sulle responsabilità delle uccisori di massa.

L'Etiopia sta vivendo diffuse tensioni etniche in diverse regioni, la maggior parte delle quali a causa di rimostranze storiche e tensioni politiche. Il popolo Amhara, il secondo gruppo etnico più numeroso tra gli oltre 110 milioni di abitanti dell'Etiopia, è stato preso di mira frequentemente in regioni come Oromia.

La Commissione etiope per i diritti umani nominata dal governo domenica ha invitato nella zona il governo federale a trovare una "soluzione duratura" per evitare l'uccisione di civili e proteggerli da tali attacchi.

ES

mercoledì 15 giugno 2022

Inghilterra - Corte europea dei diritti dell’uomo blocca in extremis il volo che stava deportando i primi 7 rifugiati in Rwanda

Corriere dalla Sera
Sette richiedenti asilo erano già a bordo del Boeing che stava per trasferirli in Africa quando Strasburgo ha comunicato la decisione. Il piano di Boris Johnson per «delocalizzare» i migranti e le proteste.


La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha bloccato questa sera in extremis un aereo che doveva trasferire dal Regno Unito al Ruanda un gruppo di richiedenti asilo, in base a un piano da tempo annunciato dal governo di Boris Johnson

Quest’ultimo intende «delocalizzare» nel Paese africano la gestione dei rifugiati che approdano al di là della Manica; ma le organizzazioni umanitarie si sono sempre opposte a questo piano. Strappando all’ultimo istante una vittoria legale che ora potrebbe avere forti conseguenze. Il volo, al momento sarebbe comunque solo «sospeso».

Lo stop da parte dei giudici di Strasburgo è arrivata quando già il gruppo di migranti (sette in tutto, di varie nazionalità) era già a bordo del Boeing che stava per decollare da una base militare di Boscombe nei pressi di Salisbury. La partenza era prevista perle 22.30 (ora locale) e le speranze di chi stava per subire il trasferimento forzato in Africa sembravano ormai evaporate: la Corte poche ore prima aveva respinto il ricorso di alcuni richiedenti asilo. Inutili anche le proteste del movimento «Stop Deportations» che avevano bloccato alcune uscite all’aeroporto londinese di Heathrow per impedire ad altri migranti di essere imbarcati. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia britannica. Il ministro degli Esteri Liz Truss ha insistito sul fatto che lo schema è legale e ha un «ottimo rapporto qualità-prezzo».

Poi all’improvviso la situazione si è capovolta. La Cedu ha accolto il ricorso di un cittadino iracheno di 54 anni che aveva chiesto asilo politico a Londra e destinato a essere trasferito in Ruanda: una commissione medica, dopo averlo visitato, aveva confermato che l’uomo aveva subito torture in patria. L’iracheno era arrivato in Gran Bretagna il 17 maggio scorso. La Cedu ha rilevato che è trascorso troppo poco tempo per l’esame della domanda di protezione internazionale .

«Il nostro team legale sta esaminando ogni decisione presa su questo volo e la preparazione per il prossimo volo inizia ora», ha detto il ministro dell’Interno britannico, Priti Patel, Secondo quanto riporta la Bbc, ha definito «sorprendente» che la Corte europea sia intervenuta «nonostante i ripetuti successi ottenuti in precedenza nei tribunali nazionali». «Ho sempre detto che questa politica non sarà facile da attuare e sono delusa dal fatto che i ricorsi legali e le richieste dell’ultimo minuto abbiano impedito al volo di oggi di partire», ha aggiunto il ministro.

Tutti i passeggeri che erano sul volo sono subito stati fatti scendere dopo che la Corte ha notificato la sua decisione. Tra i sette dovrebbero esserci anche persone fuggite da Iran e Vietnam. Il governo di Boris Johnson non sembra però intenzionato ad arrendersi. Lo ha affermato la ministra dell’Interno, Priti Patel, sottolineando che Londra va avanti «imperterrita» sul proprio piano. A questo punto è prevedibile una lunga battaglia legale tra Londra e Strasburgo.

Boris Johnson aveva annunciato il 14 aprile scorso l’accordo sottoscritto con il Ruanda per spedire lì tutti gli immigrati entrati illegalmente nel Regno Unito. «Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri e dinamici dell’Africa» aveva dichiarato il premier nell’occasione, proprio mentre il suo governo sottoscriveva con quello di Kigali un piano di cooperazione da 120 milioni di sterline. Quella che attraversa la Manica è diventata d’altra parte una delle rotte più trafficate da parte dei migranti: secondo i dati di Frontex nei primi quattro mesi del 2022 oltre 12.700 sono state le persone sbarcate fuori dalle vie legali, numero di gran lunga superiore a quello registrato su tutte le altre «direttrici» del Mediterraneo.

Claudio Del Frate

martedì 14 giugno 2022

Inghilterra - Iniziano i primi voli che "deportano" in Rwanda i rifugiati richiedenti asilo

TIO
Iniziano i primi voli per il progetto del Governo di Londra di «spostare» in Africa i richiedenti l'asiloUna strategia che non piace affatto a numerose associazioni di tutela dei diritti umani, e nemmeno all'ONU


Niente stop ai primi voli del contestato piano concordato dal governo di Boris Johnson con quello del Ruanda per il trasferimento nel Paese africano di una parte d'immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa delle decisioni britanniche sull'iter delle loro richieste di asilo.

Lo ha confermato la corte d'appello, ribadendo oggi l'ok alle partenze in calendario a partire da domani già dato in primo grado e rigettando l'ultimo ricorso presentato in extremis da organizzazioni di tutela dei diritti umani col sostegno dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr).

«Rischiano danni irreparabili»
I legali dei ricorrenti, fra cui l'associazione pro migranti Care4Calais, avevano chiesto alla giustizia britannica di sospendere cautelativamente le operazioni di partenza, fino al giudizio di merito previsto per fine luglio sulla presunta illegalità del progetto governativo: evocando in caso contrari il rischio di danni «irreparabili» ai diritti delle persone «deportate» frattanto nel Paese africano. Ma i tre giudici d'appello Rabinder Singh, Ingrid Simler e Jeremy Stuart-Smith hanno avallato il dispositivo con cui venerdì un loro collega di primo grado, Jonathan Swift, aveva rigettato la sospensiva, definendone «ragionevoli» le argomentazioni giuridiche e osservando quindi di non poter «interferire sulle sue decisioni».

Il verdetto ha suscitato delusione fra gli attivisti, ma non cancella l'iter dell'azione legale intentata contro il contenuto del piano Ruanda in sé; né le critiche pesanti rivolte al governo Johnson per questa iniziativa non solo da parte delle opposizioni politiche o da varie ong, ma anche dai vertici Onu dell'Unhcr e persino dal principe Carlo, erede al trono britannico, stando a quanto egli avrebbe detto in conversazioni private attribuitegli giorni fa dal Times.

Johnson: «La via giusta»
Il progetto - la cui esecuzione è affidata alla ministra dell'Interno, Priti Patel, super falco della compagine Tory - è stato in ogni caso difeso oggi sia alla Camera dei Comuni dai banchi del governo, sia dal premier in persona in un'intervista radiofonica. Anche se il primo volo di domani è stato ridotto a un contingente iniziale di 11 "clandestini" richiedenti asilo, tutti uomini, alcuni dei quali provenienti da Paesi considerati a rischio come Iran o Siria.

Johnson ha evitato qualunque polemica con il principe Carlo - verso le cui prese di posizione a tutela dell'ambiente o dei diritti umani ha anzi rinnovato per bocca di un portavoce di Downing Street tutta la sua «ammirazione» - ma ha insistito nel giustificare la scelta d'inviare parte dei migranti in attesa di risposta in Ruanda come «la via giusta» per cercare di scoraggiare il traffico dei clandestini via Francia attraverso la Manica nell'ambito della promessa stretta dei controlli post Brexit ai confini dell'isola; non senza ribadire di considerarla alla stregua di un'iniziativa legale, temporanea e garantita in termini di rispetto dei diritti fondamentali di coloro che verranno trasferiti in Africa (a migliaia di chilometri di distanza) in attesa che Londra decida fra concessione dell'asilo e rimpatrio.

La denuncia dell'ONU


L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi ha condannato fermamente il piano del governo britannico di inviare in Ruanda i migranti arrivati illegalmente nel Regno Unito. «Questo accordo non funziona affatto per tanti motivi diversi», ha denunciato Grandi nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

Fonte ats ans elaborata da Robert Krcmar

lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

lunedì 6 giugno 2022

Cina, nuove prove di violenze e torture contro la minoranza musulmana degli Uiguri

Blitz
Nello Xinjiang, Cina, sono emersi documenti e migliaia di fotografie di uiguri e altre minoranze turche nelle carceri dove sono segregati, dati hackerati dai server dei computer della polizia.


I dossier della polizia dello Xinjiang, come vengono chiamati, sono stati trasmessi alla BBC all’inizio del 2022. Dopo un impegno durato mesi per indagare e autenticare le persone, le foto offrono significative informazioni sull’internamento degli uiguri della regione e di altre minoranze turche.

La cache rivela, con dettagli senza precedenti, l’uso da parte della Cina dei campi di “rieducazione” e delle prigioni come due sistemi separati ma correlati di detenzione di massa per gli uiguri e mette seriamente in discussione la versione pubblica cinese su entrambi.


L’affermazione del governo secondo cui i campi di rieducazione costruiti in tutto lo Xinjiang dal 2017 non sono altro che “scuole” è contraddetta dalle istruzioni interne della polizia, dai turni di guardia e dalle immagini inedite dei detenuti.

L’uso diffuso di accuse di terrorismo, in base alle quali molte altre migliaia di persone sono state rinchiuse nei penitenziari, viene mascherato come pretesto per un metodo parallelo di internamento, con prospetti scritti della polizia pieni di sentenze arbitrarie e drastiche.

I documenti forniscono alcune delle prove fino a oggi più evidenti di una politica che prende di mira qualsiasi espressione di identità, cultura o fede islamica uigura e di una catena di comando che arriva fino al leader cinese, Xi Jinping.
[...]
Le immagini mostrano una politica progettata per prendere di mira deliberatamente le famiglie uigure per la loro identità e cultura e – come ha detto la Cina – per “spezzare le loro radici, il loro lignaggio, le loro connessioni, le loro origini”

Caterina Galloni