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domenica 15 marzo 2020

Coronavirus - Emergenza poveri e senza casa - Si riducono le possibilità di mangiare e andare al bagno. Poche elemosine. Sosteniamo il lavoro dei volontari.

HuffPost -  Il Blog - Mario Giro
Troppo ritardo nelle nostre città a occuparsi dei poveri e dei senza-casa in questa crisi da coronavirus.


Se chiudono ristoranti, bar etc., per chi vive sulla strada viene a mancare del tutto la possibilità di mangiare o di andare in bagno. Questa è la triste realtà. Restano aperte alcune mense ma non basta: bisogna andare a cercare i poveri laddove sono per aiutarli. Normalmente gravitano attorno agli ospedali ma ora non possono più. Centri e dormitori sono o chiusi oppure non li fanno uscire: in ogni caso spesso non danno da mangiare.

Ne sta nascendo un’altra emergenza nell’emergenza che rischia di fare aumentare le vittime di questa situazione.
Associazioni e volontari si danno da fare per non “chiudere” i servizi ma in questi tempi è cessato quasi ovunque - o fortemente diminuito - quel flusso di aiuti alimentari che solitamente permette a molte persone di sopravvivere. Dove trovare i pacchi alimentari? Dove andare a chiedere i resti del mercato o delle mense?

Dobbiamo renderci conto che per forza di cose quasi cessata ogni tipo di elemosina: un rivolo continuo che aiuta a restare in vita, indispensabile per tanti che solo così si procurano cibo e medicine.

Pensiamo ai “barboni” certo, ma anche a chi vive in macchina, a chi ha perso l’alloggio e ai tanti senzatetto per le innumerevoli ragioni che lacerano il tessuto umano e le famiglie. C’è anche il caso delle persone un po’ borderline, quegli individui singolari che popolano borghi e città, talvolta malati psichici lievi, altre volte soltanto uomini o donne soli o bizzarri. In questo clima di surreale paura da virus, possono perdere del tutto ogni orientamento…
Ci sono famiglie che vivono solo di aiuto e che ora non sanno dove andare a prenderlo. Ci sono i divorziati o separati a basso reddito. Ci sono giovani tossicodipendenti… Quando l’isolamento è al massimo, per tutti costoro la vita è più difficile. Sono coloro che soffrono di più. Infine un altro problema diverso ma simile: non dimentichiamoci dei terremotati.

Sindaci e prefetti dovrebbero tenere bene a mente queste emergenze nell’emergenza e facilitare il lavoro dei volontari, con tutte le precauzioni necessarie.

L’iniziativa semplice che tutti noi possiamo prendere è fare la spesa anche per loro, noi che possiamo farla sia direttamente che facendocela portare a casa, e poi offrirla alle associazioni e ai volontari che continuano a operare. Verranno loro davanti al nostro pianerottolo a prendersela. Ce ne sono in ogni città d’Italia grande o piccola, e con tutte le prudenze del caso, si stanno impegnando per dare almeno da mangiare. Aiutiamoli.


venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus, l’emergenza tra i senzatetto: sono oltre 50mila in Italia. Volontari moltiplicano l'impegno per sostenerli

Linkiesta
Centri di accoglienza chiusi, mense a mezzo servizio e mancanza dei dispositivi di protezione. L’allarme delle Onlus accende i riflettori su un ulteriore problema suscitato dal virus. Nasce così l’hashtag #vorreistareacasa, la campagna parallela a #iorestoacasa
Stare a casa il più possibile per aiutare a fronteggiare e contenere l’emergenza coronavirus non per tutti è possibile. Ci sono migliaia di persone, precisamente 50mila secondo l’ultimo report Istat, che una casa non ce l’hanno. A Milano il terzo censimento di racCONTAMI2018 registra 2.608 senzatetto, mentre a Roma le varie strutture d’accoglienza hanno una capacità di 3.000 posti a fronte delle 8.000 persone bisognose notificate dall’Istituto nazionale di statistica.

A queste se ne aggiungono altre 20mila che hanno richiesto aiuto per problemi abitativi, tra migranti e non; altre 12mila persone che vivono in stabili occupati, chi vive nei campi rom autorizzati, 4500/5000 persone, e circa 300 persone che sfuggono al sistema.

Le stime delle associazioni di categoria parlano inoltre di una realtà parallela, sopratutto per il territorio romano. Secondo Binario 95, cooperativa sociale molto attiva su Roma, le persone senza dimora nella Capitale sono in realtà 20mila. E anche per loro è nato in questi giorni l’hashtag #vorreistareacasa, una campagna parallela a #iorestoacasa per richiamare l’attenzione sulle difficoltà che i senzatetto e i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare durante l’epidemia.

I senzatetto a Napoli, per esempio, sono circa duemila: il Comune ha sanificato i dormitori pubblici e fornito mascherine al personale, ma non mancano le criticità: in molti rifiutano l’accoglienza, i centri sono spesso chiusi e hanno poco personale. La Caritas di Catania ha sospeso in toto le attività, mentre quella di Pescara ha deciso di chiudere il dormitorio con più capienza della città.

Link correlati: Comunità di Sant'Egidio "Coronavirus: Un appello a cittadini e istituzioni "Aiutiamo le persone più fragili!"

giovedì 12 marzo 2020

Emergenza carceri - Mons. Vincenzo Paglia: "La pena non deve uccidere la speranza, diamo un futuro ai detenuti" - "Gli invisibili diventano visibili in maniera evidente e drammatica"

Il Riformista
«Nel vostro lavoro è di grande aiuto tutto ciò che vi fa sentire coesi: anzitutto il sostegno delle vostre famiglie, che vi sono vicine nelle fatiche. E poi l’incoraggiamento reciproco, la condivisione tra colleghi, che permettono di affrontare insieme le difficoltà e aiutano a far fronte alle insufficienze. Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari – è un problema grave -, che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero».
Così parlava Papa Francesco pochi mesi fa, il 14 settembre 2019 in Piazza San Pietro, nel discorso rivolto al personale dell’amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile.
[...]
C’è un aspetto della «crisi da coronavirus» che proprio i disordini nelle carceri fanno comprendere con grande evidenza: siamo interconnessi; volenti o nolenti lo siamo. Tutti. La società è un organismo collegato e quanto accade da un lato si ripercuote su un altro.
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La paura del contagio da coronavirus esiste nella società civile italiana al punto che tutto il paese è «zona rossa»; e le carceri? Le dimentichiamo? I detenuti stanno lì a ricordare la loro esistenza proprio nei momenti in cui non vorremmo vederli. Gli invisibili diventano visibili in maniera evidente e drammatica.
Si può davvero pensare di limitare o cancellare le visite dei parenti senza che una misura del genere provochi conseguenze? In una situazione di privazione della libertà, dove le relazioni umane sono l’unico legame con «di fuori», si possono cancellare con un tratto di penna in nome della sicurezza e della salute? Possibile che non si pensi alle conseguenze di un isolamento che diventa doppio: carcerati due volte, esclusi dalla società e dalle relazioni con le famiglie.
[...]
Si aggiunga poi la situazione di sovraffollamento cronica, la presenza di problemi sanitari molto forti (tossicodipendenze, disagi psichici), il numero di detenuti non italiani in crescita, e l’esplosione di una rivolta diventa un fatto prevedibile. Che fare?
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Già: il reinserimento. Chi se ne preoccupa più? Eppure è il vero e reale cuore della problematica, collegato al dovere che ha lo Stato di prendersi carico dei detenuti stessi, persone con percorsi e vissuti certamente difficili.
[...]
Le carceri sono la cartina al tornasole della capacità di esercitare una vera giustizia, dove la velocità del giudizio e la certezza della pena si coniugano con misure sagacemente pensate per recuperare le persone e reinserirle nella società. Lo snodo essenziale è la relazione: tutti sono protagonisti, dagli operatori dell’amministrazione alle famiglie dei detenuti, agli stessi detenuti. Vale per tutti, e anche nella carceri: isolamento non deve voler dire solitudine.
[...]
Papa Francesco lo sa.Non a caso – come ha confermato ieri scrivendo a Il Mattino di Padova – le meditazioni della Via Crucis di questa Pasqua vengono dalla parrocchia della Casa di Reclusione il Due Palazzi di Padova. «Ho scelto il carcere, colto nella sua interezza, ha detto il Papa, per fare in modo che, anche stavolta, fossero gli ultimi a dettarci il passo».


Vincenzo Paglia

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Bonafede - Carceri: "Lo Stato non indietreggia davanti ad atti di violenza" ma ... Mattia Feltri fa notare che le condizioni di emergenza nelle carceri da molti anni esercitano anch'esse una violenza sui detenuti ...

Blog Diritti Umani - Human Rights

Bonafede:
"lo Stato non indietreggia neppure di un centimetro di fronte all'illegalità". [...] "di fronte agli episodi di violenza non si può parlare di protesta, ma si deve parlare semplicemente di atti criminali". 
Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede



La risposta di Mattia Feltri su La Stampa

Signor ministro Bonafede, ieri mi sono stupito di condividere una sua riflessione, a proposito della rivolta nelle carceri, e sulla violenza che non porta a nulla di buono. E’ vero e lei del resto ne sta vedendo i risultati. 


Infatti destinare sei metri quadri per ogni detenuto è violenza. Lasciare che le prigioni si sovrappopolino riducendo quei sei metri quadri è violenza.

Trascurare che trentaquattro detenuti su cento sono in attesa di giudizio, dunque innocenti fino a prova contraria, quando la media europea è del ventidue, e in Gran Bretagna sono il dieci, è violenza. 


Ignorare che un detenuto su tre è tale per reati connessi alla droga, e i più sono ragazzi, e insistere imperterriti a incarcerarli, è violenza. 

Girarsi dall’altra parte quando si denuncia ripetutamente che tre persone al giorno, oltre mille all’anno, finiscono in carcere da innocenti (e si conteggiano solo gli innocenti che hanno ottenuto un risarcimento, degli altri non si sa) è violenza.

Continuare ad aumentare le pene e a codificare nuovi reati in esclusiva e ottusa risposta a pretese emergenze, che equivale all’impotenza dei genitori incapaci di altro che riempire di schiaffi i figli insubordinati, e col dettaglio che lo Stato non ci è né padre né madre, è violenza. 

Assistere alla crescita del numero dei detenuti, anno dopo anno, da anni, mentre i reati commessi diminuiscono da anni, anno dopo anno, è una violenza intollerabile. 

Ed è per di più la violenza pusillanime di chi si nasconde dietro la forza irresistibile della legge e dell’autorità. Tutta questa violenza non porterà niente di buono, neanche a voi.

mercoledì 11 marzo 2020

Tragico bilancio nelle carceri dopo i provvedimenti per il "coronavirus": rivolte in 27 carceri, 12 detenuti morti, 41 agenti feriti, 19 evasi ancora in fuga. Occorrono un'attenzione rinnovata e provvedimenti adeguati e inediti per l'emergenza carcere

Info Oggi
Il guardasigilli Bonafede riferirà oggi in Parlamento sulle rivolte in 27 carceri italiane, seguite alle misure adottatenell'ambito dell'emergenza coronavirus. Un primo bilancio registra 600 posti letto distrutti, danni alle strutture per almeno 35 milioni di euro, psicofarmaci sottratti per 150 mila euro, 12 detenuti morti per overdose, 41 agenti feriti e 19 evasi ancora in fuga.
Continuano le proteste nelle carceri e il numero delle vittime tra i detenuti è salito a 12. Tra gli evasi a Foggia, sono ancora in fuga 19 persone tra cui anche persone vicine alla mafia garganica e un condannato per omicidio. Il ministero della Giustizia fa sapere che si sono conclusi quasi dappertutto i disordini che ieri hanno interessato oltre 20 istituti penitenziari.

In alcuni invece, continua la nota, la situazione non è ancora definita. Il ministero riferisce ancora che “è previsto l’arrivo di 100mila mascherine per i penitenziari italiani”. Alcuni disordini sono scoppiati nel primo pomeriggio anche all’interno del carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia. I detenuti hanno iniziato a battere sulle inferriate e poi sono viste delle fiamme: la situazione poi è tornata alla normalità. In serata segnalati disordini anche al carcere del Coroneo di Trieste. I detenuti affacciati alle finestre hanno cominciato a battere sulle sbarre padelle e altri oggetti metallici e urlare a più riprese “Libertà Libertà“.

Intanto sono in corso indagini per capire da chi sia arrivato “l’ordine” di far scattare le rivolte all’interno delle carceri negli ultimi giorni. Lo spiega l’Ansa citando fonti giudiziarie: gli inquirenti puntano anche a verificare un’eventuale “regia occulta” dietro l’organizzazione delle proteste fomentate tra i detenuti negli istituti penitenziari. In particolare, oltre alla procure di Milano, anche Trani avrebbe avviato un’inchiesta per far luce sugli episodi nei carceri delle rispettive città. Le indagini, a 360 gradi, al momento non escludono legami con “organizzazioni” esterne al carcere.

Pronto ‘sfollamento’ di San Vittore a Milano – I motivi delle rivolte, in tutti gli istituti, sono gli stessi: molti chiedono l’amnistia, lamentando la paura del contagio del coronavirus. Altri hanno protestato perché le misure varate dal governo per combattere l’emergenza comprendono anche una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti. 


Intanto la Procura di Milano ha aperto un’indagine al momento a carico di ignoti per devastazione, saccheggio e resistenza, in relazione alla rivolta dei detenuti di San Vittore. Che ha fatto riesplodere il problema del sovraffollamento. Per questo il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta organizzando lo “sfollamento” di San Vittore, ossia il trasferimento di parte dei detenuti in altri istituti di pena. Lo ha detto la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano Giovanna Di Rosa, spiegando che ci sono celle e reparti “non più agibili e la Nave (la sezione modello per chi ha problemi di droga, ndr) è distrutta“.

Le vittime – A Rieti tre detenuti sono morti dopo aver assunto farmaci rubati dall’infermeria durante la sommossa andata avanti per ore e sedata solo nella notte. Altri 7 sono stati trasportati in ospedale, di questi 3 sono attualmente ricoverati in terapia intensiva, mentre un altro detenuto, più grave, è stato trasferito in elicottero a Roma. Sono nove invece le vittime tra i detenuti del carcere di Modena, dopo la rivolta di lunedì. Cinque sono morti nello stesso penitenziario, gli altri sono tra i reclusi trasferiti ad Alessandria, Verona, Parma e Ascoli. Secondo le prime indagini, avevano assunto psicofarmaci rubati dal cassetto delle medicine dopo l’assalto all’infermeria del carcere. Sono invece 22 le persone medicate al termine delle tensioni nel carcere Bolognese della Dozza. Nessuno di questi è grave.

La rivolta a Siracusa – Dopo i disordini di domenica e lunedì in 22 penitenziari in tutt’Italia, da Modena a Palermo, nella notte nuove rivolte si sono verificate a Siracusa, nel carcere di Cavadonna, dove 70 detenuti hanno dato alle fiamme le lenzuola e hanno utilizzato le brande per sfondare alcuni cancelli. Distrutto l’impianto di videosorveglianza e danneggiata anche una delle due cucine, che è stata resa di fatto inagibile. La protesta dei detenuti ha creato danni importanti al blocco 50, quello di media sicurezza: la popolazione nel carcere è di circa 680 detenuti, un centinaio in più della capienza massima.

Le proteste da Aversa a Palermo – Ad Aversa, nel Casertano, durante il cambio di turno di mezzanotte, i detenuti hanno protestato rumorosamente sbattendo oggetti contro le inferriate e bruciando pezzi di carta nelle loro celle. Un gruppo di detenuti del carcere Pagliarelli di Palermo invece si è impossessato di un piano detentivo prendendo le chiavi della guardia penitenziaria. È in corso una mediazione con la direttrice Francesca Vazzana che assicura che la “situazione sta tornando alla normalità”. Altre proteste sono in corso anche a Campobasso e Matera, ma in questi casi, consistono nella battitura delle sbarre.

Foggia, ancora caccia a 19 detenuti evasi – A Foggia continuano le ricerche di 19 evasi, dopo che si sono costituiti nel pomeriggio ai carabinieri di San Giovanni Rotondo Andrea Quitadamo, Francesco Notarangelo ed un terzo detenuto Bartolomeo Pio Notarangelo, tutti ritenuti legati ad un clan del Gargano. Sono ancora ricercati i due principali evasi, Cristoforo Aghilar – accusato di aver ucciso la mamma della ex fidanzata ad ottobre dello scorso anno ad Orta Nova – e Francesco Scirpoli, anche quest’ultimo ritenuto vicino al clan Garganico. Sono ricercati anche Antonio Borromeo – 27 anni, condannato nel giugno 2019 per la guerra di mala avvenuta a Brindisi fra il 2017 e il 2018 – e Angelo Sinisi, 33 anni, condannato per rapina.

A Melfi liberati i nove ostaggi – Situazione rientrata alla normalità a Melfi (Potenza) dove, dopo circa dieci ore di proteste, sono stati liberati i nove ostaggi – quattro agenti della polizia penitenziaria e cinque operatori sanitari – e i detenuti sono rientrati nelle sezioni. Situazione sotto controllo anche ad Alessandria. La situazione ha provocato reazioni da parte della politica: l’opposizione hanno auspicato l’intervento dell’esercito, mentre i renziani hanno chiesto al ministro della giustizia Alfonso Bonafede di riferire il Parlamento. L’informativa del guardasigilli è stata fissata per mercoledì 11 marzo alle ore 17.

“Le mafie dietro le rivolte” – “I provvedimenti presi hanno proprio la funzione di garantire proprio la tutela della salute dei detenuti e tutti coloro che lavorano nella realtà penitenziaria, ma deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato”, ha detto il ministro della Giustizia. Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp, ha sottolineato come le proteste siano cominciate contemporaneamente in tutto il Paese: “La contemporaneità delle rivolte all’interno delle carceri italiane lascia pensare che ciò a cui stiamo assistendo sia tutt’altro che un fenomeno spontaneo – ha detto Pianese – C’è il rischio che dietro le rivolte possa esserci la criminalità organizzata“.

Il riassunto delle rivolte in tutta Italia – Le proteste sono iniziate domenica, a Frosinone e a Modena. Detenuti in rivolta a Piacenza, Ferrara, Reggio Emilia e Bologna. Disordini a San Vittore a Milano e a Rebibbia a Roma, con le infermerie assaltate: fuori dal carcere romano si sono radunati i familiari dei detenuti, che per qualche ora hanno bloccato la via Tiburtina. Situazione tornata alla normalità a Regina Coeli, dopo i roghi appiccati per protesta.

A Pavia due poliziotti tratti in ostaggio poi sono stati liberati. Analoghe scene di protesta a Napoli e Salerno, a Torino e Alessandria. Le agitazioni e le rivolte delle scorse ore hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine anche a Frosinone, Alessandria, Lecce, Bari e Vercelli. Caos anche a Prato. Danneggiato l’istituto penitenziario di Salerno, dove la rivolta è terminata in giornata, mentre ad Ariano Irpino e a Santa Maria Capua Vetere c’è stata una vera e propria rivolta.

A Foggia evasioni di massa – La situazione peggiore si è registrata a Foggia, con oltre 70 detenuti detenuti evasi. In un caso i fuggitivi hanno rapinato un meccanico di auto e attrezzi nella zona del Villaggio Artigiani, l’area nella quale si trova il carcere. Quattro detenuti evasi sono stati fermati sulla tangenziale di Bari: avevano appena rubato un’auto, intercettata grazie al numero di targa. Nel frattempo il penitenziario foggiano, secondo alcune fonti della polizia, era finito completamente in mano ai rivoltosi, che hanno rotto le finestre e divelto un cancello della block house, la zona che li separa dalla strada. All’ingresso della casa circondariale è stato appiccato un incendio.

domenica 8 marzo 2020

USA. Cittadinanza negata a un giovane messicano perché non sa leggere in inglese: ma lui è cieco.

AvvenireLucio Delgado aveva chiesto una versione Braille del testo per la prova di inglese. Ma l'ufficio di immigrazione non prevedeva quella modalità. Ora, dopo le polemiche, avrà una nuova occasione.

Lucio Delgado si era preparato a diventare cittadino Usa fin dal momento in cui aveva messo legalmente piede negli Stati Uniti. «Era il 27 agosto 2013 alle 5.30 del mattino», ha raccontato il 23enne messicano. Quel giorno il giovane, cieco dalla nascita, si era trasferito in una fattoria dell’Illinois, per sfuggire alla violenza endemica e avere migliori possibilità di studio. 

Ora, però, Delgado si sente tradito dall’America. L’ufficio di immigrazione Uscis ha respinto la sua richiesta di naturalizzazione per non aver superato il test di lettura in inglese. Peccato che Delgado legga fluentemente la lingua. Solo, a causa della sua disabilità, lo fa se il brano è scritto in Braille. 

Il messicano lo aveva spiegato con chiarezza al funzionario quel 21 maggio 2019 quando, al termine dell’esame orale, quest’ultimo gli ha sottoposto un foglio stampato. Delgado aveva con sé anche il certificato di un ottico attestante la cecità. Nemmeno questo, però, ha convinto l’incaricato a dargli una versione in Braille. Per un semplice fatto: l’agenzia per l’immigrazione non prevedeva, allora, tale possibilità, a meno che la disabilità non fosse attestata da uno specialista. Condizione che, però, il giovane, senza assicurazione medica, non poteva permettersi di adempiere. A fine febbraio, così, Delgado ha ricevuto la temuta lettera: per lui niente cittadinanza.

Non è la prima volta che l’Uscis ha mancato di garantire pari opportunità a persone disabili. Una palese violazione della legge anti-discriminazione American Disability Act che ha scatenato varie battaglie legali. 

Nel 2017, varie organizzazioni di difesa dei diritti degli immigrati sono riusciti a dare inizio a una causa federale. Proprio grazie a questi precedenti, insieme con la polemica mediatica, ora, potrebbe esserci un lieto fine per Delgado. Lo scorso novembre – sei mesi dopo l’esame del giovane –, l’agenzia per l’immigrazione ha iniziato ad offrire il test di lettura in Braille. E l’ufficio ha deciso di dare al giovane una seconda opportunità: il nuovo test è fissato per venerdì.

sabato 7 marzo 2020

Rapporto Amnesty: “Chi aiuta rifugiati e migranti rischia il carcere”: la criminalizzazione della solidarietà in Europa.

Amnesty International
In un nuovo rapporto presentato oggi a Berna, Madrid, Parigi e Roma, abbiamo passato in rassegna i procedimenti giudiziari e le intimidazioni cui va incontro chi, in Europa, agisce solidalmente verso i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, ad esempio fornendo vestiti caldi e ospitalità o effettuando salvataggi in mare.


Nella nostra ricerca, intitolata “Punire la compassione: solidarietà sotto processo nella Fortezza Europa“, documentiamo in che modo le forze di polizia e le procure usino impropriamente le già imperfette leggi antiterrorismo e sugli ingressi illegali ai danni di difensori dei diritti umani che aiutano rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

“Aver sempre di più dato la priorità alla limitazione e all’impedimento degli arrivi in Europa ha comportato che accogliere i rifugiati e i migranti e farli sentire più sicuri siano diventate azioni minacciose“, ha dichiarato in una nota ufficiale Elisa De Pieri, ricercatrice di Amnesty International sull’Europa.

“Poiché gli stati europei non vengono incontro ai bisogni fondamentali dei rifugiati e dei migranti, spesso sono le persone comuni a fornire sostegno e servizi essenziali. Punendo chi cerca di colmare questo vuoto, i governi europei stanno mettendo ancora più a rischio rifugiati e migranti“, ha aggiunto De Pieri.

Il rapporto passa in rassegna casi di difensori dei diritti umani che, dal 2017 al 2019, sono stati raggiunti da accuse pretestuose in Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Regno Unito, Spagna e Svizzera.

Ore di lavoro delle forze di polizia, risorse giudiziarie e leggi contro le reti criminali del traffico di esseri umani sono ingiustamente destinate a perseguitare chi aiuta i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti.