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lunedì 26 dicembre 2016

India. Morti sospette in carcere, Human Right Watch denuncia: circa 600 casi in 5 anni

interris.it
Secondo un rapporto stilato dall'associazione, sarebbero sempre più frequenti gli abusi da parte della polizia sui detenuti in stato di fermo.
Quasi 600 persone, in India, tra il 2010 e il 2015, sarebbero decedute mentre si trovavano sotto custodia cautelare delle Forze dell'ordine locali: questo, almeno, è quanto emerge dal rapporto "Bound by brotherhood: Indiàs failure to end killings in police custody", stilato dall'associazione umanitaria "Human Right Watch" (Hrw) in oltre cento pagine di dati e referti.
 


Dall'analisi effettuata dall'associazione basata, come specificato dagli interessati, su documenti ufficiali, vengono citati ben 17 casi di "morti sospette", in merito ai quali sarebbero stati avviati altrettanti "approfonditi procedimenti d'indagine".
Nelle situazioni prese in esame, i detenuti presi in carico dalle forze di polizia non sarebbero stati tratti in arresto secondo le procedure stabilite per legge e, ancor peggio, sarebbero stati sottoposti ad abusi e torture fisiche, messe in atto da alcuni agenti.
Una pratica comune, evidenzia il rapporto, ma perlopiù ignorata, giustificata con motivazioni quali malori, malattie o epidemie congenite e quant'altro. In alcuni circostanze, addirittura, si è parlato di suicidi. Per far luce sui 17 casi posti sotto indagine, l'associazione umanitaria si è avvalsa della collaborazione dei parenti delle vittime, circostanza che ha, in più casi, smentito la versione ufficiale. Come sottolineato dagli attivisti, in India, la custodia cautelare è sancita con una regolamentazione legislativa e prevede, per il trattenuto, una visita medica di routine (la quale ha esattamente lo scopo di attestarne le condizioni fisiche prima dell'eventuale detenzione), e l'obbligo di comparsa davanti a un giudice entro le 24 ore dal fermo.
Entrambi i vincoli, spiega ancora Hrw, verrebbero sempre più spesso glissati da parte dei rappresentanti delle forze dell'ordine e, in molti casi, la prolungata detenzione, unita all'applicazione di vessazioni fisiche, potrebbero costituire la reale causa dei decessi. E questo nonostante l'Organizzazione umanitaria delle Nazioni unite vieti espressamente le confessioni ottenute o, per meglio dire, estorte con metodi quali la tortura, attraverso il protocollo "International Convention for the protection of all persons from enforced disappearance".
Una convenzione alla quale, pur non avendola ancora sottoscritta, l'India ha aderito. A ogni modo, alla base di tale mancanza di osservazione al regolamento vi sarebbe il diverso codice comportamentale adottato dalla polizia, la quale non risponde al convenzionale procedimento penale né, di rimando, alle sue regole.
Una situazione decisamente critica quella evidenziata dal rapporto, il quale ha messo in evidenza una realtà sinistramente aleggiante all'interno dei percorsi di giustizia indiani. A testimonianza della tesi sostenuta dall'associazione, i numeri sugli abusi compiuti dagli organi di giustizia, riportati nelle pagine della relazione: prendendo in esame solo l'anno 2015, infatti, sarebbero circa 97 i decessi avvenuti in fase di custodia cautelare, dei quali solo 37 hanno portato all'avviamento di indagini interne ai commissariati coinvolti. Un quadro dai contorni senza dubbio preoccupanti, aggravati dalla quasi totale assenza di accurati accertamenti riguardo i casi sospetti. Quella che potrebbe definirsi, di fatto, una sorta di impunità.

Medio Oriente. L'Onu vota contro le colonie d'Israele, storica astensione degli Usa

La Stampa
L'ira di Trump: "Le cose andranno diversamente dopo il 20 gennaio". Netanyahu: Israele non rispetterà la risoluzione. Storica astensione degli Stati Uniti all'Onu, grazie alla quale il Consiglio di sicurezza ha approvato una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. 



Al voto si è arrivati dopo un braccio di ferro tra l'amministrazione Obama e il governo di Benjamin Netanyahu, che si è persino rivolto al presidente americano eletto Donald Trump per tentare di scongiurare il passaggio del testo attraverso il veto degli Usa. Ma così non è stato. Stavolta Barack Obama ha fatto seguire alle parole i fatti. 

E, dopo aver criticato più volte la politica di Israele sulle colonie nella West Bank, ha deciso di dare un segnale forte come non mai, permettendo il varo di una decisione in cui si afferma che gli insediamenti non hanno una validità legale e ostacolano il processo di pace in Medio Oriente.
L'ira di Israele - che aveva già definito "vergognosa" l'attesa mossa di Obama alla vigilia del voto - non si è fatta attendere, con l'ambasciatore presso il Palazzo di Vetro che ha parlato di "risoluzione scandalosa".
Per Obama si tratta di una piccola-grande rivincita dopo aver fallito nel favorire i negoziati tra israeliani e palestinesi, fin dal 2009 la sua priorità numero uno in politica estera. Con la decisione di dare carta bianca al segretario di stato John Kerry la cui missione era di portare a casa una storica pace. 

Così non è stato, anche a causa dei gelidi rapporti tra Obama e Netanyahu che hanno fatto precipitare le relazioni tra Usa e Israele ai minimi di sempre.
Neppure Donald Trump è riuscito a fermare il voto dell'Onu o a convincere la Casa Bianca a presentare il veto come in passato. A lui si è rivolto il governo israeliano quando oramai si era capita l'intenzione di Obama. Il tycoon - con un' interferenza senza precedenti per un presidente eletto - ha provato il tutto per tutto, telefonando anche al presidente egiziano al Sisi che aveva presentato la risoluzione originaria. Una chiamata che in effetti ha portato l'Egitto a rinunciare al voto nella giornata di giovedì.
Netanyahu: Israele non rispetterà la risoluzione - "Israele respinge la risoluzione dell'Onu", definisce il voto del Consiglio di Sicurezza "vergognoso" e annuncia che non la rispetterà. Lo ha detto l'ufficio del premier Benyamin Netanyahu, citato dai media locali. "L'amministrazione Obama non solo ha fallito nel proteggere Israele dall'ossessione dell'Onu, ma ha collaborato con l'Onu alle sue spalle. Israele non vede l'ora di lavorare con il presidente Trump per arginare gli effetti di questa risoluzione assurda", conclude l'ufficio del premier.
Abu Mazen: Il voto dell'Onu è uno schiaffo a Israele - Diametralmente opposte le parole del portavoce di Abu Mazen, secondo cui il voto del Consiglio di Sicurezza contro le colonie in Cisgiordania "rappresenta un grande schiaffo alla politica israeliana ed è un'unanime condanna internazionale delle colonie", oltre ad essere "un forte sostegno allo soluzione a due Stati".

domenica 25 dicembre 2016

USA. Obama trasferirà 18 detenuti di Guantànamo, uno accolto in Italia

Il Fogliettone L'amministrazione Obama ha intenzione di trasferire 17 o 18 dei 59 detenuti ancora presenti nel carcere di Guantànamo. Secondo il New York Times, l'Italia ne accoglierà uno, come promesso dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al presidente Barack Obama, durante l'ultima cena di Stato alla Casa Bianca, lo scorso ottobre.


Prima che l'accordo fosse stipulato, racconta il New York Times, Renzi si è dimesso. Così, il giorno dopo la formazione del governo Gentiloni, il segretario di Stato, John Kerry, ha telefonato all'ex ministro degli Esteri per congratularsi, ma anche per chiedergli di rispettare l'impegno di Renzi. 

Gentiloni, secondo il quotidiano, ha ribadito l'impegno; l'Italia ha già accolto, la scorsa estate, un cittadino yemenita detenuto a Guantànamo.
L'urgenza con cui gli Stati Uniti si sono rivolti all'Italia dimostra la volontà dell'attuale amministrazione di fare il possibile per trasferire il più alto numero di detenuti, visto che in 22 hanno ottenuto il via libera per il trasferimento. Dato che il Pentagono deve notificare un trasferimento al Congresso con 30 giorni di anticipo, il termine ultimo per l'attuale amministrazione era ieri. 

Per questo, è stata presentata una richiesta per il trasferimento di 17 o 18 detenuti; se tutto andrà come previsto, a Guantànamo resteranno 41 o 42 detenuti. Il presidente eletto, Donald Trump, ha più volte detto di voler tenere aperto il centro di detenzione e di volerlo "riempire di cattive persone".

Etiopia. Le autorità annunciano il rilascio di 10mila detenuti arrestati durante le proteste Oromo

Nova
Le autorità etiopi hanno stabilito il rilascio di circa 10 mila persone arrestate durante lo stato di emergenza entrato in vigore ad ottobre. Lo riferisce l'emittente "Bbc", secondo cui altre 2.500 persone dovranno rispondere all'accusa di avere fomentato proteste nel paese. 


Secondo quanto riferito dalle autorità, le persone rilasciate sono state sottoposte a una formazione speciale" per evitare il ripetersi di "atteggiamenti distruttivi". La maggior parte dei detenuti proviene dalle regioni di Oromia e Amhara, teatro delle recenti proteste antigovernative, che hanno portato il governo a imporre lo stato di emergenza.

La recente ondata di manifestazioni ha avuto inizio all'inizio di ottobre dopo l'uccisione di almeno 55 persone a seguito di una manifestazione religiosa organizzata nella regione di Oromia, dove decine di persone sono morte a seguito degli scontri avvenuti nel corso di una festa religiosa. 

A riaccendere i riflettori sulla questione oromo era stato nel mese di agosto il plateale gesto di Feyisa Lilesa, il maratoneta etiope che alle Olimpiadi di Rio ha concluso la gara con le braccia incrociate in segno di protesta contro il governo per la repressione dei manifestanti di etnia oromo.
Le proteste oromo sono scoppiate nel novembre 2015 contro il piano di espansione della città di Addis Abeba nella regione di Oromia. Il piano è stato in seguito abbandonato, ma le proteste dei manifestanti di etnia oromo e ahmara hanno continuato ad infiammare a più riprese il paese. 

I dimostranti temono in particolare che i progetti del governo costringano gli agricoltori oromo, maggiore gruppo etnico del paese con alle spalle una storia piuttosto conflittuale con le autorità centrali, ad abbandonare la propria terra. La crisi si è acuita il 23 dicembre 2015 scorso, quando la polizia ha arrestato il vicepresidente del Congresso federalista oromo (Ofc) Bekele Gerba, già in passato condannato a quattro anni di carcere perché riconosciuto dalle autorità etiopi come membro dell'Organizzazione per la liberazione dell'Oromia. Le proteste sono iniziate nella località di Ginchi, 80 chilometri a sud-ovest della capitale Addis Abeba, dopo il tentativo da parte delle autorità di abbattere una foresta per fare spazio a un progetto edilizio.

sabato 24 dicembre 2016

Buon Natale a tutti i lettori del Blog Diritti Umani

Blog Diritti Umani - Human Rights
Buon Natale!
Mentre si accavallano ogni giorno notizie di guerra e di terrore, siamo tentati di dire e pensare che ormai non c'è più nulla da fare, che tutti gli sforzi sono inutili. Ormai il male e la guerra stanno dilagando, non c'è modo di porre un argine.
Ma il Natale è il simbolo e una realtà per tutte le donne e gli uomini perché una speranza comunque nasce. Gesù, nasce nelle difficoltà, non nel benessere e nella tranquillità.
Questa speranza è piccola come un bambino, è debole, ha bisogno di essere alimentata ed aiutata a crescere. Questo è il compito di ognuno di fronte al male che sembra vincere. Alimentare e curare questa speranza.
Questo è l'augurio per tutti i lettori di questo Blog e dei "Social" ad esso collegato.  
I post pubblicati cercano di sostenere la necessità di "rimanere umani" ponendo attenzione a guerre dimenticate e a notizie che trovano poco spazio e rilevo ma che nascondono grandi sofferenze che non possono essere ignorate. Ma anche dando voce a belle notizie che sono piccole luci nel buio che riescono a rischiarare e a non far perdere l'orientamento.  
Buon Natale a tutti gli amici e compagni in questa strada
Rifugiata siriana con il suo bambino a Beirut - Presepe contemporaneo!

venerdì 23 dicembre 2016

Filippine - Carceri affollate di tossicodipendenti che fuggono dagli squadroni della morte di Duterte

Corriere della Sera
Per evitare le esecuzioni sommarie nelle strade scatenate dal presidente Duterte (seimila vittime da maggio), molti tossicodipendenti si consegnano alla polizia: si sentono più al sicuro in cella o nei centri di disintossicazione. 

Carcere di Pisay City - 900 detenuti in un carcere che ne può accogliere 100.
Tutti tossicodipendenti in fuga dagli squadroni della morte

«Ridatemi la pena di morte e organizzerò esecuzioni ogni giorno, cinque o sei. Così vincerò la guerra contro il crimine». Questa sulla quota giornaliera di sentenze capitali è l’ultima esternazione di Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, avvocato, ex sindaco pistolero di Davao. A maggio ha vinto le elezioni giurando di ripulire le strade del Paese e di estirpare il traffico di droga, schiacciando spacciatori e tossicodipendenti. Sta mantenendo la parola con feroce determinazione. Da quando è entrato in carica, il 30 giugno, sono stati contati seimila morti: duemila abbattuti dalla polizia, quattromila eliminati da vigilantes e mercenari organizzati per accelerare il «lavoro sporco».

Il ritorno del patibolo: «5-6 al giorno»
La pena capitale a Manila fu abolita nel 1987, venne reintrodotta nel 1993 e di nuovo abolita nel 2006. Duterte, noto come «il castigatore», si è impegnato nel riproporla come arma totale della sua campagna di purificazione nazionale, per reati che vanno dall’omicidio allo stupro, dal possesso di droga al furto d’auto. La legge è già alla Camera e avanza nonostante le critiche della Chiesa cattolica, che nelle Filippine ha un vasto seguito. Il presidente sostiene che il capestro non abbia funzionato come deterrente in passato perché «pochi detenuti venivano giustiziati». Ecco spiegata la trovata della quota «cinque o sei davanti al boia ogni giorno».

«Niente plotone d’esecuzione: costa troppo»
Duterte ha anche detto di volere l’impiccagione come sistema. «Il capestro è come spegnere la luce, togli la spina e finisce tutto. Il plotone d’esecuzione è più costoso, perché si usano pallottole ed è più crudele e anche la sedia elettrica fa spendere soldi in energia. Qui si tratta di uccidere i cattivi e non è il caso di spendere troppi soldi».

Uccisioni extragiudiziarie e celle piene
In attesa del boia di Stato, il piano antidroga di Duterte si avvale di uccisioni extragiudiziarie e le carceri filippine si sono riempite — come testimoniano le immagini che vi proponiamo in questa pagina, frutto del lavoro sul campo del fotoreporter Alberto Maretti, specializzato in reportage (pubblicati anche dal network Al Jazeera) su questioni sociali e umanitarie —. Nelle celle i detenuti per reati di droga dormono ammucchiati in spazi che contengono il doppio, il triplo della popolazione carceraria per la quale erano stati concepiti. Sono piene anche le piccole celle di sicurezza annesse alle stazioni di polizia, dove alcuni arrestati aspettano per mesi di comparire davanti a un giudice. E non ci sono più posti nei centri di disintossicazione. Decine di migliaia di tossicodipendenti, terrorizzati dalle squadre della morte scatenate da Duterte, si sono consegnati alle autorità per farsi curare e il risultato è che i circa 40 centri di riabilitazione del Paese sono stati presi d’assalto: solo nel Bicutan di Manila arrivano fino a 30 pazienti al giorno, il doppio della sua capacità di accoglienza.

Soldi dal governo ai centri di disintossicazione
Qualche giorno fa il presidente ha annunciato un «regalo» ai ricoverati: un finanziamento straordinario ai centri di disintossicazione. «Spero che un miliardo di pesos (20 milioni di euro circa, ndr) farà grandi cose per il vostro trattamento a Natale», ha detto Duterte. Ma subito il giustiziere ha aggiunto: «Però, se siete impazziti per la droga e non c’è più possibilità di recuperarvi, vi manderò una bella corda così vi potrete impiccare con le vostre mani».

Brutalità e liste nere: si spara a vista
L’operazione antidroga è condotta con brutalità, ogni notte si contano una dozzina di uccisioni: la polizia batte le zone frequentate da spacciatori e tossicodipendenti con elenchi forniti da informatori, bussa alle porte dei sospetti con l’ordine ufficiale di convincerli ad arrendersi. Poi si verifica «un incidente», gli agenti sparano e il pusher o il cliente restano sul terreno. In realtà spesso non c’è stato nessun incidente, nessun tentativo di fuga o di resistenza da parte dei ricercati: semplicemente gli agenti o i mercenari erano venuti per uccidere.

Francis, 6 anni, ucciso insieme al padre
Questo è il racconto fatto alla Cnn da Elizabeth Navarro, che ha visto il marito e il figlio di sei anni morire sotto i suoi occhi: «Era notte, abbiamo sentito bussare alla porta, mio marito ha chiesto “Chi è?”, poi ci sono stati due colpi di pistola. Quando ho acceso la luce mio marito Domingo e mio figlio Francis erano per terra, pieni di sangue». Il piccolo Francis aveva l’argento vivo addosso, era il primo a svegliarsi al mattino e per questo la mamma lo faceva dormire accanto alla porta dell’unica stanza che era la casa dei Navarro, così poteva uscire in strada a giocare al mattino lasciando i genitori in pace, a smaltire gli effetti della dose di droga. Quella notte Francis si è trovato sulla linea di fuoco dei due colpi diretti al padre. Chi ha ucciso Domingo e Francis? Agenti di polizia o vigilantes? O mercenari? Ci sono testimonianze sull’impiego di killer da parte delle forze dell’ordine, che non hanno tempo per saldare i conti con tutti i ricercati.

Anche donne negli squadroni della morte
Negli squadroni della morte ci sono anche donne. Come Maria (niente cognome) che ha raccontato alla Bbc di essere stata arruolata in un gruppo di fuoco addetto all’eliminazione degli spacciatori: per una donna è più facile avvicinarsi a un ricercato senza destare sospetti. Maria riceve 20 mila pesos a contratto, 430 euro per una vita da terminare con un colpo alla testa. Maria sostiene di aver ucciso cinque volte.

Le mani sporche di sangue del presidente
Ha ucciso anche Duterte, quando era sindaco della città di Davao. Lo ha rivendicato con orgoglio lui stesso qualche giorno fa. «Ho ammazzato tre ricercati... non so quanti dei colpi che ho sparato siano finiti nei loro corpi, ma li ho fatti fuori. È successo perché volevo mostrare ai ragazzi di pattuglia come si fa e che se lo facevo io lo potevano fare anche loro».

La 44 Magnum dell’ispettore Callaghan
Questi sistemi hanno conquistato al presidente filippino il soprannome di «Duterte Dirty», che ricorda l’Ispettore Callaghan dei film interpretati da Clint Eastwood, sempre pronto a tirar fuori la sua 44 Magnum. E ancora oggi, dopo seimila morti nelle strade, il suo gradimento tra la popolazione è altissimo, come se fosse un divo del cinema: 89 per cento secondo l’ultimo sondaggio. Le uccisioni, le carceri strapiene, però hanno suscitato critiche e minacce di inchieste sui diritti umani violati da parte delle Nazioni Unite. E quando anche gli Stati Uniti hanno espresso qualche critica, è calato il gelo diplomatico con le Filippine. Duterte ha insultato Barack Obama, ha giurato di cancellare l’alleanza con gli americani ed è volato a Pechino tra le braccia del collega Xi Jinping. La strategia spregiudicata ha fruttato al giustiziere di Manila un posto tra i personaggi più potenti del mondo: Forbes lo ha inserito al 70° posto nella sua classifica.
Lo straordinario reportage del fotografo italiano Alberto Maretti

di Guido Santevecchi, corrispondente da Pechino

Iraq - La battaglia di Mosul - La tragedia dei bambini che rischiano di essere una generazione perduta

Corriere della Sera
Di ritorno da una missione di oltre due settimane nel nord dell’Iraq, Amnesty International ha denunciato la disperata situazione di un’intera generazione di bambini coinvolti nella battaglia di Mosul, rimasti gravemente feriti e traumatizzati a causa dei combattimenti tra lo Stato islamico e le forze del governo iracheno sostenute da una coalizione a guida statunitense.



Le testimonianze, raccolte negli ospedali della regione autonoma curda e nei campi per sfollati, sono sconvolgenti: bambine e bambini di ogni età non solo hanno riportato ferite orribili ma hanno anche visto familiari e vicini di casa decapitati dai colpi di mortaio, fatti a pezzi dalle autobomba e dalle mine o sbriciolati sotto le macerie delle loro abitazioni.

Ali, due anni, è stato ferito nel quartiere Hay al-Falah di Mosul il 14 dicembre. Quando Amnesty International l’ha incontrato, respirava a malapena e aveva il volto irriconoscibile a causa delle ferite sanguinanti.

Sua nonna, Sokha, ha già perso due nipoti: Zaira di 14 anni e Wa’da di 16, uccise nello stesso attacco del 14 dicembre:

Le mie nipoti stavano da 30 giorni nella cantina di un vicino. Avevano finito le scorte di acqua e cibo. Siccome due giorni prima la zona era stata riconquistata dalle truppe governative, si sono fidate e sono uscite. Sono state colpite appena raggiunto il cancello”.
In un campo per sfollati interni, Amnesty International ha incontrato Mohammed, quattro anni. Non riesce a stare fermo, si prende a schiaffi e batte la testa contro il pavimento. Si fa i bisogni addosso più volte al giorno e ogni volta piange inconsolabilmente.

Sua madre Mouna, immobilizzata su un lettino a causa di una frattura a una gamba, ha raccontato che fa così dal colpo di mortaio del 12 novembre che ha ucciso due delle sue sorelle, Teiba di otto anni e Taghreed di 14 mesi. Ecco il racconto di Mouna:

“Continuavo a dire alle bambine di rimanere in casa. C’erano colpi di mortaio e sparatorie 24 ore al giorno. Poi è arrivato quel colpo di mortaio. Io sono caduta a terra, le bambine sono andate a sbattere la testa contro il cancello. La più piccola, gattonando, è arrivata fino da me e mi è morta in braccio”.“Mohamed e Taghreed erano inseparabili. La prendeva sempre in braccio. Non riesce a capire che la sorellina è morta, è triste e arrabbiato perché pensa che l’abbiamo lasciata a Mosul. Penso che abbia bisogno di psicoterapia ma qui nel campo non c’è niente”.
Le due figlie sopravvissute, di 10 e 12 anni, devono occuparsi di ogni cosa: andare a prendere l’acqua, cucinare, lavare i vestiti e medicare le ferire dei genitori. Non hanno il minimo tempo per giocare o studiare.

Dall’arrivo al campo per sfollati interni, bambini che hanno visto le loro sorelle e i loro fratelli morire non hanno ricevuto alcun sostegno psicologico. Le poche attività di assistenza psicosociale previste in alcuni di questi campi sono del tutto insufficienti a causa dell’alto numero di bambini coinvolti nel conflitto e in molti casi vittime dirette della violenza.

Gli operatori umanitari hanno riferito ad Amnesty International che i bambini e le bambine sfollati dalla battaglia di Mosul mostrano evidenti segni del trauma: piangono spessissimo, rimangono muti, hanno scatti di violenza e vogliono rimanere attaccati ai loro genitori o agli adulti che si prendono cura di loro.

A causa della mancanza di risorse, questi bambini non stanno ricevendo il sostegno psicologico necessario per aiutarli a elaborare eventi enormemente traumatici e iniziare a ripristinare un senso di normalità nelle loro vite.

Per chi è rimasto intrappolato a Mosul la situazione è drammatica. L’aumento del prezzo dei beni di prima necessità, così come la mancanza di cibo, carburante da riscaldamento, medicine e acqua potabile espongono i bambini a fortissimo rischio di malnutrizione, disidratazione, infezioni batteriche e altre malattie. La catastrofe umanitaria potrebbe essere alle porte.

La campagna militare per riconquistare Mosul è stata pianificata per lungo tempo. Per questo, le autorità irachene e i loro partner internazionali avrebbero potuto e dovuto organizzarsi meglio in vista delle inevitabili perdite civili, soprattutto sapendo che gli ospedali della regione autonoma curda sarebbero entrati in sofferenza a causa dell’afflusso di un gran numero di feriti.

Se ci sono risorse per fare la guerra, devono essercene anche per affrontarne gli effetti. Così non è stato. Così un’intera generazione di bambini di Mosul rischia di perdersi.



di Riccardo Noury