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giovedì 3 marzo 2016

Profughi Minori stranieri soli: 13mila in Italia. 89% scompare: scappa o viene sequestrato

Avvenire
«Duemila persone in media al giorno attraversano il Mediterraneo per andare verso l'Europa e 1 su 3 è un minore. Di questi, l'89% scompare perché scappa o viene sequestrato». Sono dati riportati da Jumana Trad, della Fondaco'n promocio'n social de la cultura (Spagna), tra gli ospiti intervenuti promosso alla Camera dei deputati su «I minori non accompagnati».


«Sono ragazzi che scappano per evitare la leva obbligatoria o per lavorare e aprire la strada ad altri familiari in Europa. Occorre un coordinamento europeo per identificarli e farli ricongiungere alle famiglie d'origine - ha proseguito Trad - nel quadro dei principi sanciti dalle convenzioni del 1989 e del 1951, e per rinforzare un programma umanitario di prevenzione nei paesi d'origine e di prima accoglienza nei paesi di arrivo».

Chi sono i minori non accompagnati?
«Il 95% degli 11.800 minori sono maschi; l'80% ha dai 16 ai 17 anni. Sono ragazzi che nutrono una speranza di inserimento lavorativo di cui bisogna tener conto» ha aggiunto uigi Maria Vignali, direttore centrale per le questioni migratorie del Ministero degli Esteri, intervenendo al convegno.


L’accoglienza in Italia: cosa non funziona?
«Negli ultimi tre anni, in 13mila minori sono sbarcati in Sicilia ma il sistema italiano ne può accogliere solo 11.800» ha spiegato il prefetto Angelo Malandrino, responsabile del Servizio immigrazione del ministero dell'Interno, presente anche lui al convegno. Il ministero dell'Interno sta realizzando Centri di alta specializzazione per i minori non accompagnati, «all'interno dei quali questi soggetti non possono rimanere più di 60 giorni. Qui devono essere identificati, anche per età, curati e tutelati prima di passare nelle comunità di accoglienza». Quindi, «assieme al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) per adulti, ci saranno gli Sprar per i minori. Per il momento sono disponibili 700 posti per la prima accoglienza - aggiunge Malandrino - adesso diventeranno 1.200. Gli Sprar contano su un totale di 1.850 posti».

Qual è il problema principale dei minori non accompagnati?«L'allontanamento - ammette il prefetto Malandrino - su 11.600 minori, 6.500 sono stati allontanati». E a chi gli ha chiesto come si possa prevenire l’allontamento dalle comunità, il prefetto Malandrino ha replicato: «Aprendoci all'ascolto del minore già nelle prime fasi dello sbarco». Malandrino ricorda che si tratta di ragazzi che si sono allontanati «spesso per sostenere le famiglie da un punto di vista economico. Per loro restare nelle comunità può essere una perdita di tempo - ha concluso - vogliono lavorare e finiscono per finire a lavorare in nero».


A che punto siamo con l’iter legislativo della piano Tratta?
Perché la legge depositata all'indomani del naufragio di Lampedusa, per creare un sistema di accoglienza e protezione dei minori emigranti, giace ancora in Parlamento? Lo ha chiesto Raffaella Milano, presidente di Save the Children, alla platea di esperti riuniti al convegno sui «Minori non accompagnati». «Speriamo che nel 2016 l'Italia si doti di un sistema organico di accoglienza dei minori migranti. Il nostro Paese ha un percorso di eccellenza - sottolinea Milano - ma tutto dipende da dove si sbarca e nelle mani di chi si finisce». Milano denuncia che «il piano Tratta è in attesa da troppo tempo, mentre i minori sfruttati si rendono invisibili nel tentativo di raggiungere altri paesi. E poi parliamo tanto della ricollocazione».

Ilaria Solaini

mercoledì 2 marzo 2016

Per evitare i viaggi della morte SOSTIENI i #corridoiumanitari con la Comunità di Sant'Egidio

Il Blog "Diritti Umani - Human Rights" sostiene i corridoi umanitari e invita tutti i suoi lettori ad aiutare questo progetto che ha già salvato quasi 100 profughi. Sono donne, bambini, anziani, persone vulnerabili che hanno evitato i viaggi della morte e sono arrivati in sicurezza in Europa. Il nostro aiuto aumenterà il numero delle persone che potranno percorrere questa strada sicura. Grazie!
Per aprire vie di salvezza ai profughi, per evitare i viaggi della morte SOSTIENIAMO i #corridoiumanitari. Aiutiamo condividendo la news e tramite il tweet solidale.
I corridoi umanitari per i profughi consentono alle persone più vulnerabili, donne e bambini, anziani e malati, di raggiungere in sicurezza l’Europa, senza intraprendere i viaggi della morte attraverso il Mediterraneo.
Il 29 febbraio sono arrivati a Roma i primi 93 profughi, la metà dei quali bambini. Ma tanti aspettano ancora nei campi profughi, o rischiano la vita nei pericolosi viaggi in mare.
Cosa sono i corridoi umanitariLe storie dei profughi arrivati in Italia




Gran Bretagna: "migranti detenuti per periodi troppo lunghi, fra sudiciume e scarafaggi"

Ansa
Rapporto denuncia condizioni più grande Centro raccolta d'Europa. Migranti detenuti per periodi troppo lunghi, in condizioni "squallide", fra il sudiciume e gli scarafaggi. Un rapporto redatto dall'ispettore capo delle carceri inglesi, Peter Clarke, denuncia in questi termini quanto accade all'interno dell'Harmondsworth Immigration Removal Centre, il più grande centro di raccolta per immigrati d'Europa, situato vicino all'aeroporto londinese di Heathrow.



Harmondsworth Immigration Removal Centre - I detenuti inscenano 
una protesta realizzando una scritta nel cortile della struttura con degli abiti

Nel centro, gestito da un contractor privato per conto dell'Home Office, vengono ospitati fino a 660 uomini, fra cui richiedenti asilo ma anche stranieri condannati per reati nel Regno Unito in attesa di essere espulsi. In teoria dovrebbero restare lì per "il minore tempo possibile" ma non è così: alcuni sono rimasti fra quelle mura fatiscenti più di un anno, in un caso addirittura cinque. "L'Home Office e i suoi contractor hanno la responsabilità di assicurare che questo non accada più", ha affermato Clarke.

Sudan, nel Darfur in guerra da 13 anni: 124 villaggi bruciati e centinaia di morti in ultimi 30 giorni

La Repubblica
Rapporto 2016 di "Italians for Darfur": 124 villaggi bruciati, centinaia di morti e 120mila sfollati solo nelle ultime quattro settimane. Un massacro dimenticato

Roma - Decine di bombardamenti, 120mila nuovi sfollati, centinaia di vittime in poco più di venti giorni. E ancora: la ripresa degli stupri di massa in Darfur, usati come arma di guerra e l'aumento della repressione contro la libertà di stampa in tutto il Sudan.
Questi i principali punti contenuti nell'annuale rapporto sul Sudan di Italians for Darfur che riferisce sulle violenze e l'aggravamento della crisi umanitaria nella regione occidentale sudanese nell'ultimo anno. Una crisi ormai dimenticata dalla cosiddetta "comunità internazionale", come ignorate sono le altre aree di conflitto del paese africano.

Un anno di violenze che proseguono nel 2016. Il resoconto di un anno di violenze e di violazioni di diritti umani è stato illustrato il 25 febbraio in Senato dalla presidente dell'associazione Italians for Darfur, la giornalista e attivista Antonella Napoli, con la testimonianza di Niemat Ahmadi, una donna sopravvissuta al genocidio, ascoltata in audizione dalla Commissione Diritti Umani, presieduta dal senatore Luigi Manconi. All'incontro sono intervenuti il senatore del Partito democratico Roberto Cociancich, responsabile Europa Pd; il presidente della Federazione nazionale della stampa Beppe Giulietti; il rappresentante della Chiesa evangelica italiana, Leonardo De Chirico ed Elisa Marincola, portavoce di Articolo 21.

"E' in atto una soluzione finale". Fuggita dal Sudan dopo aver ricevuto due volte minacce di morte, Niemat Ahmadi, che negli Stati Uniti ha fondato un'organizzazione internazionale per i diritti umani, Darfur women action ha dichiarato in Commissione con fermezza, "il governo sudanese sta attuando la soluzione finale". Durante l'audizione in Parlamento la Ahmadi ha denunciato le nuove violenze perpetrate nei confronti della popolazione e ha rivolto un appello al governo italiano e all'Europa, che la scorsa settimana ha previsto lo stanziamento di 100 milioni di euro per arginare i nuovi flussi migratori dall'Africa sub - sahariana, a pretendere che Khartoum sospenda i bombardamenti.

La crisi più lunga del secolo. "Siamo di fronte alla crisi umanitaria più lunga del secolo - ha evidenziato la Napoli da anni impegnata nella campagna di sensibilizzazione sul Darfur - grazie a Niemat è stato possibile illustrare in Parlamento in modo diretto e crudo la situazione nel paese africano su cui, paradossalmente, l'Europa punta per controllare le migrazioni dall'Africa sub - sahariana. E per questo ci chiediamo: quali garanzie sono state fornite sul rispetto dei diritti umani nella gestione dei flussi migratori? Sono previste forme di monitoraggio per garantire che non siano commessi abusi? L’esperienza di quanto avvenuto in passato, nelle oasi della Libia, grazie agli accordi del governo Berlusconi con Gheddafi, è ancora vivida nella memoria di tutti noi".

Parlamentari chiedono che Europa pretendi rispetto diriti umani. "A fronte della decisione della Commissione europea di questo importante stanziamento di fondi per controllare i profughi che fuggono dal Corno d’Africa - ha aggiunto il senatore Roberto Cociancich, responsabile Europa del Partito democratico - chiedo che l'Ue, che attraverso l'alto rappresentante della Politica estera europea Federica Mogherini aveva espresso preoccupazione per i conflitti in corso in Sudan, pretenda l'impegno di Khartoum per la ripresa dei colloqui di pace per cercare di raggiungere un accordo che ponga fine alle crisi nel Sud Kordofan, nel Blue Nile e in Darfur e garantisca la fine delle violazioni dei diritti umani. L'Ue, ma anche l'Italia, forti degli aiuti già stanziati per rafforzare la cooperazione nella aree di comune interesse, possono avere un ruolo importante per la pacifacazione nel paese" ha concluso il senatore.

I dati salienti del Rapporto. A distanza di 13 anni dall'inizio del conflitto, la situazione nella regione occidentale del Sudan rimane in uno stato di grande instabilità. Al momento gli sfollati interni hanno superato i due milioni. Nonostante il conflitto su larga scala sia stato circoscritto, sacche di resistenza della ribellione in Darfur continuano a contrapporsi alle Forze armate del Governo sudanese che prosegue la campagna di bombardamenti e di attacchi contro le roccaforti dei ribelli del Sudan Liberation Movement guidato da Wahid al Nur. I nuovi sfollati, fuggiti dai bombardamenti e dai combattimenti tra le forze governative e i ribelli asserragliati nell'area di Jebel Marra, sono in una situazione umanitaria ‘disperata’. Le vittime, secondo le fonti darfuriane, sarebbero almeno 3 mila, ma al momento non è possibile avere stime certe perché i 'caschi blu' non riescono a raggiungere le zone montuose colpite dai raid aerei. Gli unici a poter fornire notizie sono i sopravvissuti.

martedì 1 marzo 2016

Yemen - Guerre dimenticate. Gravi violazioni diritti umani. Amnesty richiede embargo sulle armi.

L'Impronta l'Aquila
In occasione dell’incontro di Ginevra sul Trattato delle Nazioni Unite sul commercio di armi, Amnesty International ha ammonito che, senza un immediato embargo sulle forniture che potrebbero essere usate dalle parti in conflitto nello Yemen, le violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra, che hanno dato luogo a una crisi umanitaria potranno solo peggiorare.


Tra coloro che continuano a inviare armi, tra cui l’Italia, all’Arabia Saudita e ai suoi alleati, che le usano nel conflitto dello Yemen, vi sono anche stati che hanno sottoscritto e ratificato il Trattato: si tratta di una clamorosa violazione delle sue norme, in particolare di quelle relative ai diritti umani. Forniture sono state anche deviate agli huthi e agli altri gruppi armati impegnati nei combattimenti.

Non solo il mondo ha girato le spalle alla popolazione yemenita ma molti stati hanno persino contribuito alla sua sofferenza, inviando armi e bombe che vengono usate per uccidere e ferire illegalmente i civili e per distruggere abitazioni e infrastrutture. Tutto questo ha provocato una crisi umanitaria” – ha dichiarato Brian Wood, direttore del programma Controllo delle armi e diritti umani di Amnesty International.

“Tutti gli stati, così come le organizzazioni internazionali quali l’Unione europea e le Nazioni Unite, devono fare ciò che è in loro potere per impedire che questa terribile situazione umanitaria peggiori ancora. Il primo passo fondamentale dev’ essere quello di fermare gli irresponsabili e illegali trasferimenti di armi che potrebbero essere usate nel conflitto dello Yemen” – ha aggiunto Wood.

Amnesty International ha documentato come, dall’inizio del conflitto nel marzo 2015, tutte le parti coinvolte abbiano commesso numerose gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani – tra cui possibili crimini di guerra – nella completa impunità.

Sono stati uccisi quasi 3000 civili, tra cui 700 bambini. I feriti sono oltre 5600 e gli sfollati fino a due milioni e mezzo.
La necessità di un embargo sulle armi
[...]
Per Amnesty International, è fondamentale che l’embargo riguardi non solo armi e materiali usati negli attacchi aerei (come velivoli militari, missili e bombe) ma anche quelli usati negli attacchi da terra dagli huthi e dai loro alleati così come dai gruppi armati e dalle milizie che sostengono la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, tra cui i razzi Grad (tipicamente imprecisi), i mortai, le piccole armi, le armi leggere e i veicoli corazzati.
Possibili crimini di guerra commessi da entrambe le parti
[...]
“La cessazione dei trasferimenti di armi a tutte le parti in conflitto nello Yemen dev’essere accompagnata dall’avvio di un’indagine internazionale che possa occuparsi in modo indipendente e credibile delle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani commesse da tutti coloro che prendono parte al conflitto” – ha concluso Wood.

Dramma rifugiati, a Calais riprende lo sgombero. La nuova sistemazione offerta non convince i profughi.

GlobalistDurante la notte la polizia in tenuta antisommossa ha sparato gas lacrimogeni contro i migranti che lanciavano sassi contro le squadre di demolitori.

Ricominceranno oggi le operazioni di sgombero della parte sud della Giungla di Calais interrotte ieri a causa degli scontri tra polizia, attivisti no-border e migranti. Durante la notte la polizia in tenuta antisommossa ha sparato gas lacrimogeni contro i migranti che lanciavano sassi contro le squadre di demolitori.

Le autorità cercano di spostare i migranti in container di spedizione situati in un'altra zona della Giungla, ma molti si rifiutano, temendo che in questo modo siano costretti a chiedere asilo in Francia ed a dover rinunciare così al loro sogno di stabilirsi nel Regno Unito.

Il primo giorno di sgombero tra fiamme, sassi e lacrimogeni. Il primo giorno di sgombero della tendopoli di Calais, nel nord della Francia, è degenerato negli scontri tra attivisti no-border, migranti e circa duecento agenti di polizia incaricati di presidiare le squadre di operai giunte sul posto per smantellare le tende e le capanne di rifugiati e richiedenti asilo a cui è stato proposto di trasferirsi nei centri di accoglienza messi a disposizione dallo Stato. Alle diciassette la situazione non era più sostenibile e, a causa delle violenze, la Police Nationale ha deciso di sospendere le operazioni. Ma non è bastato a placare gli spiriti visto che scontri sporadici si protraevano in serata. Secondo un primo bilancio, quattro persone sono state fermate e cinque agenti sono rimasti leggermente feriti.

Migliaia di rifugiati bloccati alla frontiera tra Grecia e Macedonia, molti i bambini

Rai News
Circa 6.500 persone sono bloccate al campo Idomeni, nella frontiera nord della Grecia con la Macedonia, dal momento che i responsabili di frontiera macedoni hanno consentito il giorno precedente il passaggio di appena 300 rifugiati. I problemi al campo sono iniziati la settimana scorsa, quando la Macedonia ha iniziato a rifiutare l'ingresso agli afgani e imporre più rigidi controlli ai documenti sui siriani e gli iracheni


Circa 6.500 rifugiati sono rimasti bloccati sabato a Idomeni, alla frontiera tra Grecia e Macedonia. Molti sono bambini. Il blocco dei migranti arriva all'indomani della decisione di quattro paesi balcanici che hanno deciso di reintrodurre il regime delle quote di ingresso. 

Slovenia e Croazia, membri della Ue, e Serbia e Macedonia, hanno annunciato venerdì che limiteranno a 580 il numero quotidiano di uomini, donne e bambini nei loro paesi. 

Misure arrivate sulla "scia" del giro di vite dell'Austria, che ha introdotto un tetto giornaliero di ottanta richiedenti asilo e che ha annunciato consentirà il transito di soli 3.200 migranti. "La situazione sarà regolata da qui a 15 giorni", ha detto il ministro greco per le Politiche migratorie, Yiannis Mouzalas, aggiungendo che il governo ha l'intenzione di realizzare dei campi provvisori che potrebbero ospitare fino a 2-3 mila persone. "Dobbiamo fronteggiare una crisi umanitaria che altri hanno provocato", ha sottolineato il ministro greco. 

Oltre alle persone bloccate a Idomeni, altre 800 persone sono state fermate in un campo provvisorio situato a una ventina di km dal posto di frontiera. Il numero totale di rifugiati su suolo greco e' arrivato al momento a circa 25 mila persone, secondo le autorità di Atene. Solo 150 profughi sono stati fatti passare al confine macedone giovedi' prima della chiusura d'Idomeni. Una settimana fa la Macedonia ha deciso di fermare alla sua frontiera gli afghani. Skopje chiede ai siriani e agli iracheni i documenti di identità, oltre al lasciapassare rilasciato nei centri di registrazione greci.